L'Olimpia

Chapter 4

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TRASILOGO. O bestia incantata, non vedi che guasti l'ordine? Tu, porta queste mani a' fianchi; tu, alza la testa, che mi pari un bufalo o barbagianni; tu, con questa fionda sta' in questo luogo, e se alcuno cavasse la testa fuor dalla finestra o tetto, ferisci con essa e togli le difese; tu, Squadra, fermati innanzi la porta, che hai questo cuoio di dante.

SQUADRA. E questa spada di Petrarca.

TRASILOGO. Con questa spada poniti in portafalcone.

SQUADRA. Io non so se non portagallina.

TRASILOGO. Sai maneggiar questa spada a due mani?

SQUADRA. Meglio assai quella a duo piedi; però seria bene che mi locaste nella retroguarda.

TRASILOGO. Quel loco è del capitano acciò possa soccorrere dove è il bisogno, e dietro questo cantone sosterrò l'impeto della battaglia.

SQUADRA. E voi, savio, vi ponete al sicuro.

TRASILOGO. Questa non è paura ma avertenza di guerra per poter provedere in ogni luoco. Dammi tu questo scudo. Orsú, state in cervello, ch'io vo' dare l'assalto. Alla prima botta col piede farò andar la porta per terra, con le smosse le mura e la casa.

SQUADRA. Tanta avete forza, padrone! TRASILOGO. Io farei scotendo cader la torre di Babilonia: farò piú io solo che gli arieti, le catapulte, bombarde e l'artiglierie.

SQUADRA. Sento genti, signor capitano.... Non è nulla, non è nulla.

TRASILOGO. Taci, codardo! ché avilisci costoro. Su, mano all'armi, calate i ferri, ah capitan Trasilogo, innanzi innanzi!

SQUADRA. Oh come fate bene! dite:--Innanzi innanzi!--e vi fate indietro indietro!

TRASILOGO. Sciagurato, fo come il castrone che si fa indietro per ferir con maggior impeto dinanzi. Ah capitano, innanzi innanzi!

SQUADRA. Padrone, sento piú di mille uomini che calano con arme.... No no, è stata una gatta.

TRASILOGO. Facciamo una bella ritirata, che non è men bella che un forte assalto. Fermatevi!... con ordine, con ordine. O ciel traverso!

SCENA VII.

LAMPRIDIO, MASTICA.

LAMPRIDIO. Dove mi cacci? ho il bene in casa e mi meni altrove; se ben mi meni fuori, l'anima resta in casa. Ben è misero colui a cui la troppa abondanza gli è di carestia. A questo modo sarebbe stato assai meglio non avermici fatto entrare.

MASTICA. Ben si dice che le cose simulate poco tempo ponno durare; ché questa mattina per i tuoi poco onesti portamenti se ne sarebbono accorte le pietre, non che le persone che hanno cervello, di questo tuo amore.

LAMPRIDIO. A torto ti duoli di me che in tutti gli atti mi sono mostrato la modestia stessa.

MASTICA. A te pare cosí. Perché sei cieco tu, pensi che tutti gli altri sian ciechi. Tu non stai appresso Olimpia un momento che non ti trasmuti di cento colori; non mai te le distacchi da lato. In tavola stavi sempre come stupido a contemplarla, non mangiavi se non delle cose che mangiava ella, non bevevi se non da quella parte dove ella poneva le sue labra, né ti nettavi la bocca se non col salvietto con che si aveva nettato la sua; poi facevi un menar di piedi sotto la tavola che l'hai fatto scappar la pianella dieci volte; e usavi certe zifoli che li intendevano i cani che rodevano l'osso sotto la tavola. Tu devi avertire che Sennia è vecchia prattica delle cose del mondo, e queste cose le devono esser passate piú volte per le mani: so che non passerá una settimana che se n'accorgeranno le fanti, la famiglia e tutta la casa.

LAMPRIDIO. Che sará dunque bisogno di fare?

MASTICA. O che ella fusse cieca per non veder ciò che fai, o tu stropiato e mutolo per non toccarla e parlar tanto.

LAMPRIDIO. Come non si può volere quel che si vuole? pure se non si può come si vuole, faccisi come si può.

MASTICA. Queste parole mi danno ad intendere che il tuo amore será per scoprirsi tosto; però prima che ciò avenga será bene avisar Sennia che proveda a' fatti suoi.

LAMPRIDIO. Eh Mastica, tu sei troppo crudele.

MASTICA. A te è una pietá esser crudele. Togliti il tuo Lampridio, tornaci il nostro Eugenio e vattene a studiare a Salerno come prima.

LAMPRIDIO. Orsú, il mio caro Mastica, eccoti questi danari per comprar robbe per la cena, e t'impegno la mia fede esser storpiato e mutolo come dici e star proprio in casa come un santo.

MASTICA. Cosí, me ne dái la fede...

LAMPRIDIO. Eccola.

MASTICA.... di non star in casa tutto il giorno?...

LAMPRIDIO. Come vuoi.

MASTICA.... di non parlarle dentro l'orecchie?...

LAMPRIDIO. Sí.

MASTICA.... di non mirarla dalla strada?...

LAMPRIDIO. Bene.

MASTICA.... né mostrar atti onde stimar si possa che tu l'ami? E questo lo dico per tuo bene, accioché per troppo goder del bene nol perdi, over come mosca tanto ti tuffi nel latte che ti anneghi. Quanto piú dura a scoprirsi questo tuo amore tanto piú goderai.--Dove ti volgi? parli meco e non m'ascolti, tu miri alla fenestra sua, non sei ancor sazio di mirarla? Su su, partiamoci.

LAMPRIDIO. Or ora.

MASTICA. Togliti i tuoi danari, che vo' far quanto ho detto.

LAMPRIDIO. Lasciami salutarla; non la vedi per i buchi della gelosia?

MASTICA. Come puoi tu veder tanto?

LAMPRIDIO. Che stella è in cielo che splenda a par degli occhi suoi?

MASTICA. Oh che dura battaglia è contrastar col piacere!

LAMPRIDIO. Ti ubedisco.

MASTICA. Vien Trasilogo e Squadra e parlano in secreto: qualche cosa hanno inteso di questo fatto. Starò se posso ascoltar qualche cosa.

SCENA VIII.

TRASILOGO, SQUADRA, MASTICA.

TRASILOGO. Son risoluto i matrimoni non doverli trattar con arme ma con inganni come altri. Squadra, tu pur sei nato tra marioli e truffatori e hai fatto star piú tristi uomini che non son questi: perché manchi a te stesso? Hai dormito fin ora, risvegliati, piglia il tuo ingegno usato: squadra, pensa, fingi, machina qualche cosa.

SQUADRA. Questo qualche cosa non será intento. Io non so che squadrar, che pensar e che fingere, perché l'inganno che han fatto è tanto verisimile che par piú vero della veritá; e una verisimil bugia è piú creduta d'una semplice veritá.

TRASILOGO. Non sconfidarti per questo, ché non è dritto che non abbi il suo riverscio. Chiama in consiglio le tue astuzie, fa' la rassegna delle tue forfanterie. Di cosa nasce cosa, e da un pensiero ne nasce un altro migliore, ché non è inganno che non si vinca con inganno.

SQUADRA. A me duole che quel romano col suo Mastica abbino tanto ben saputo tessere questa trama che gli sia riuscita meglio che desiavano, e voi siate scorto per buffalo; e la metá di questa vergogna è mia che non sappi in questo bisogno aiutarvi. Io son stato gran pezza fantasticando con alcuna trapola scomodar essi e accomodar voi; e non mi soviene cosa a proposito. Giá me ne va una per la fantasia che è la vera contracava del loro inganno, che col medesimo laccio che han preso altri, restino lor presi per la gola.

TRASILOGO. Dimmi l'inganno che hai tu pensato e s'è difficile ad esseguire.

SQUADRA. Ogni cosa è difficile a chi fugge fatica, è bisogno porsi a pericolo chi vuole. Voi vorreste che Olimpia vi fusse portata in camera e vi fusse spogliata e posta in letto, e che un altro vi ponesse...,

MASTICA. (Un capestro alla gola e l'appiccasse!).

SQUADRA.... quasi mel facesti dire.

TRASILOGO. Lascia parlar a me dove bisogna.

SQUADRA. Bisogna por mano a fatti, non a parole, ché i fatti son maschi e le parole femine.

TRASILOGO. Però lascia tante parole: comincia.

SQUADRA. Cominciarò.

TRASILOGO. Se avessi cominciato non aresti tolto questa fatica a dirlo.

SQUADRA. Dammi l'orecchio.

TRASILOGO. Eccoti l'uno e l'altro.

SQUADRA. Poiché questo romano si è finto Eugenio e sotto nome di fratello di Olimpia è intrato in casa di Sennia con dir che Teodosio sia morto dieci anni sono,...

TRASILOGO. Vorresti avisar Sennia di questa trama e scoprire i secreti d'Olimpia.

SQUADRA. I secreti d'Olimpia l'ará scoperti Lampridio.

TRASILOGO. Tu burli.

SQUADRA. E voi non mi lasciate parlare.

TRASILOGO. Pòi.

SQUADRA.... a questo colpo useremo questo rimedio. Troveremo due persone disconosciute, l'una vecchia di sessanta anni e l'altra giovane di venti, conforme all'etá che potrebbe esser stimato Teodosio ed Eugenio; i quali informeremo del fatto benissimo: come a dir che sappino ben fingere di piangere, abbracciare e mostrar tutti quegli atti e passioni che sieno verisimili; in somma siano tali che, dicendoseli il principio, sappino da loro quanto s'abbi a fare. Poi li vestiremo da turchi e li faremo sbarcar in casa di Sennia con dire che sia suo figlio e marito....

TRASILOGO. Questo a che effetto?

SQUADRA.... Voi sapete che un che ha rubbato o fatto qualche mal'opra sta sempre in suspetto, e d'ogni cosa che si ragiona pensa che si dica di lui e pargli d'ora in ora vedersi il boia sopra le spalle....

TRASILOGO. (Buon ladro deve esser costui! lo deve sapere per esperienza).

SQUADRA.... Il romano che ha la coscienza lesa dell'inganno usato, in veder comparir questi, col suo Mastica pensaran subito che sieno i veri, né stimeranno che altri abbino saputo quanto loro o che abbino pensato a quello che essi pensaro prima; per non esser còlti in frode lascieranno l'impresa e fugiranno di Napoli per téma di qualche malanno....

MASTICA. (Che Dio ti dia!).

TRASILOGO. Ben: che n'avverrá per questo?

SQUADRA.... Prima impediremo che la cosa non passi piú inanzi di quello che è adesso; poi i nostri, estimati da Sennia verdadieri, potranno senza altro concedervi Olimpia per moglie; all'ultimo poco importa che si scopra l'inganno che ha sortito buon fine, ché será bisogno Sennia contentarsi di quello che, non contentandosi, non per questo non sará fatto....

TRASILOGO. Questa mi pare una ingegnosa trama, né se ne potrebbe imaginar altra migliore; e piacemi sovra tutto che moiano con le loro armi, che sará doppio morire: cosí chi pensava guadagnare perderá e chi perdere guadagnará.

MASTICA. (Cosí a ponto intravenerá a voi, che pensate guadagnare e perderete).

SQUADRA.... E se non fusse per altro ti vendicherai di Mastica, quel furfante....

MASTICA. (Menti per la gola!).

TRASILOGO. Ben li farò conoscere chi son io! Ma chi seranno costoro che ti potranno servire a questo?

SQUADRA.... Troveremo il Simia vecchio o il Trappola giovine o il Truffa: o che eglino ne serviranno o ne troveranno uomini al proposito.

TRASILOGO. Andiamo a ritrovargli, ché è ben tentare ogni cosa prima che si venghi a por mano alla spada.

SQUADRA. Ecco Mastica.

SCENA IX.

MASTICA, TRASILOGO, SQUADRA.

MASTICA. Ecco questo che mangia pan di ferro, insalate di chiodi, minestre di corazze, beve piombi e li caca acciaio.

TRASILOGO. Mastica, Mastica!

MASTICA. Padron mio, padron mio!

TRASILOGO. Sai che ti dico?...

MASTICA. Non, se nol dite prima.

TRASILOGO.... il meglio che tu possi fare,...

MASTICA. Che cosa?

TRASILOGO.... che compri un capestro...

MASTICA. A che effetto?

TRASILOGO.... e che t'appicchi,...

MASTICA. Se vuoi esser mio compagno lo farò, ché ambiduo ne abbiam ciera.

TRASILOGO.... ché non altrimenti potrai scappare!

MASTICA. Che?

TRASILOGO. Un canchero...

MASTICA. Che Dio non mi dia!

TRASILOGO.... che ti possa venire,...

MASTICA. Per che cagione?

TRASILOGO.... acciò ti spolpe insino all'osse!

MASTICA. Io non v'intendo.

TRASILOGO. Un giorno ti taglierò il capo, ti straparò il naso dalla faccia, con un pugno poi ti farò spuntar denti fuor della bocca; haimi tu inteso o vuoi che te lo dica piú chiaro?

MASTICA. Io v'ho inteso benissimo. Ma un capo meno o piú non importa: lo lascierò in casa quando esco fuori per amor vostro. Ah ah, io so che volete scherzar meco.

TRASILOGO. Pezzo d'asino!

MASTICA. Voi mi lodate, ché sempre mi ho conosciuto asino intiero.

TRASILOGO. Tanto è.

MASTICA. Non è tanto, no: misurate bene che senza cagione volete rompere l'amicizia meco.

TRASILOGO. Dio voglia che non ti rompa la schena insieme con acqua di legno come infranciosato.

MASTICA. Io ti voglio esser servo o che ti piaccia o no: se ben m'uccideste, per l'affezion che vi porto non potrei stare di non venire a casa vostra e mangiarmi in tavola vostra un pasticcio caldo caldo.

TRASILOGO. Un malanno arai tu caldo caldo!

SQUADRA. A te dice, Mastica.

MASTICA. A tutti dui rispondo io, che ve lo cedo.

TRASILOGO. Fa' che non venghi piú a mangiar con me.

MASTICA. Perché?

TRASILOGO. Perché sei come la mosca: mangi con noi e poi ne cavi gli occhi.

MASTICA. Non posso piú soffrire. Venghi il canchero a tanta superbia! Che mi puoi far tu giamai? Stimi da senno ch'io creda queste tue bravarie, o dubito che non mi mandi quei popoli arcinfanfari o uomini maritimi ad uccidermi? Assai fo stima di queste tue minacce!

TRASILOGO. La farai dell'opre, e ben tosto te ne pagherò.

MASTICA. Ho tempo, ché non sète cosí presto pagatore a chi dovete.

TRASILOGO. Fa' che la tavola mia ti paia foco.

MASTICA. Pensi da vero che non possa vivere se non mangio in casa tua? Tu bevi ad un bicchiero cosí picciolo che bevendo par che pigli il siroppo. Due fette di prisciutto; due di formaggio tanto sottili che traspaiono come lanterne, che te ne potresti servir per occhiali; due oncie di carne tanto minutata sottile come se volessi dar a beccarla a losignuoli; pan duro di dieci giorni che ci bisogna la fame di tre settimane per divorarlo. E appena si comincia a mangiare che ti senti dare in capo il «buon pro ti faccia», «abbi pazienza», «fu all'improviso», «l'acconciaremo un'altra volta».

SQUADRA. Non dir questo, Mastica, ché in tavola sua mai ti mancaro né galline né polli.

MASTICA. Si, certi polli che appena aveano la pelle come se avessero avuti tutti i pensieri del mondo o fussero ettici o avessero avuto la quartana dieci anni; o qualche cornacchia vecchia che fattala bollir tutto un giorno non si potea masticare.

TRASILOGO. Taci, ruffianello macro, morto di fame.

MASTICA. Io morto di fame? se mi porrò mano in gola, vomiterò tanta robba che potrò dar a magnare a dieci di pari tuoi.

TRASILOGO. Squadra, porta qua dieci some di bastoni, ché non posso sopportar piú. Poltron, non parlare se non quanto le tue spalle ponno sopportar bastonate.

MASTICA. Non ti mette conto che m'uccidi.

TRASILOGO. Perché?

MASTICA. Perché morto che serò io, tu serai il piú gran poltron del mondo.

SQUADRA. Taci, Mastica. Vuoi tu ucciderti con lui?

MASTICA. Non ci uccideremo, no: poltron con poltrone non si fa male, «corvo con corvo non si cava gli occhi».

TRASILOGO. Partiamci, Squadra, ché non è ben che un par mio stia a contender con lui, né io uso armi con la canaglia: lascio che gli ospedali e i pidocchi faccino la vendetta per me.

MASTICA. E io che la fame la facci per me e che ti strangoli la gola, poiché sempre in casa tua si fa dieta come gli ammalati. Si pensava questo asino che se non mangiava in casa sua che mi morissi di fame: vo' che mi preghi. Será piú quello che butterò questa sera, che quanto egli ha mangiato un anno in casa sua. Avisarò Lampridio e Sennia di questo inganno che voglion fare, acciò quando verranno gli diamo la baia.

ATTO IV.

SCENA I.

TEODOSIO vecchio, EUGENIO suo figlio.

TEODOSIO. O patria dolce, o case tanto desiderate di rivedervi! Oh quanto mi parete piú belle del tempo passato! Che ti par, Eugenio figlio, di questa cittade?

EUGENIO. Piú bella assai di quello mi avete raccontato, padre mio. Populosa cittá e piú d'ogni altra d'ameno sito e di nobilissima aria. E mi sento le carni non so come risentirsi, pensando che sia nel luogo dove sia nato.

TEODOSIO. Tu eri appena di duo anni che, tenendoti in braccio e andando a diporto per lo capo di Pausilippo, fummo disavedutamente presi da' corsari. A me parendo aver un pegno dell'amor grande che portava a Sennia mia consorte carissima, mi son ito sempre teco disacerbando la passione che ne soffriva.

EUGENIO. Chi avesse potuto imaginarsi, padre, che cosí facile ne fusse stato lo scampar di man di turchi dove eravamo guardati con tanta custodia, e ancora senza esser usi a vogar il remo la notte e il giorno, e senza mangiar quasi nulla ci siamo sostentati di sorte che quasi poco sentiamo della passata fatica?

TEODOSIO. Figlio, il vederci liberi di man di quei cani e il desiderio di riveder la patria ci soveniva di cibo e di riposo, e sopra tutto il voto fatto di portar sempre questi ferri al collo. E se trovassimo Sennia la tua madre e Olimpia sorella vive, che gioia sarebbe la nostra! O Dio, fa' per pietade che se ebbi trista fortuna in goderle, l'abbia almen buona in ritrovarle vive!

EUGENIO. Io penso che sian morte, ché di tante lettere che l'abbiamo inviate non mai di niuna n'abbiamo ricevuto risposta.

TEODOSIO. Potrebbe essere che le mie con le sue si fussero disperse per lo lungo viaggio; e poi non abbiamo mai avuto persone a cui sicuramente fussero state commesse. Almeno Olimpia ritrovassimo viva, che è giovane e del tuo tempo. Ma andiamo dimandando costoro: forse ne potranno dar qualche ragguaglio.

SCENA II.

PROTODIDASCALO solo.

PROTODIDASCALO. O mi Deus, ché per aver molto accelerato il passo non so come non sia cespitato e caduto in qualche scrobe. Il diafragma e l'organo del pulmone sono cosí quassabondi come se si volessero divellere. Io ho visto hisce oculis sbarcar Filastorgo padre di Lampridio, di che un repentino tremore m'invase cosí forte che non sapea se retrogrado dovea rimeare i passi o antigrado fugire.

_Obstupui steteruntque comae et vox faucibus haesit_.

Vorrei confabular con Lampridio, acciò di quello che l'ho presagito ne veggia properar l'evento piú tosto di quello che pensiculava. Nam--pro «quia, quare, quamobrem»,--perché le ruine quanto meno si sperano piú tosto vengono, e con questo importuno nunzio l'intercida le sue dolcedini. Ma eccolo, mi si fa obvio: fuggirò per questa strada.

SCENA III.

FILASTORGO vecchio solo.

FILASTORGO. Oh che magnifica cittá è questa Napoli! non è cosa da lasciarsi di vedere. Oh che bei giardini, oh che amenitá d'aria, oh che bel mare, oh che spiagge, oh che colline! parmi che non assomigli se non a se stessa e che avanzi ogni umana imaginazione. E se non fusse il desiderio che ho di veder Lampridio mio figliuolo, mi vorrei torre un poco di spasso vedendo questi palaggi e ornate chiese. Ma egli mi fa star l'animo non so come suspetto, per esser stato avisato che non attende agli studi altrimente ma si sia dato agli amori; e questa mattina giongendo in Salerno mi fu detto che allora era partito per Napoli. Io senza prender fiato o riposarmi, a scavezzacollo son qui venuto per lo desiderio c'ho di vederlo e che egli medesimamente deve tener di veder me: andrò dimandando per saperne qualche novella.

SCENA IV.

TRASILOGO, SQUADRA, TEODOSIO, EUGENIO.

TRASILOGO. Caminando di su e di giú siamo ornai stanchi. Sará bisogno all'ultimo di ricorrere al Truffa, ch'io non saprei a chi piú sottil barro di lui commettere il fatto in mano.

EUGENIO. Padre, caminiamo senza far nulla.

TEODOSIO. Se mal non mi ricordo, vicino questi archi stava la casa nostra.

EUGENIO. Dimandiamo costoro.

TEODOSIO. Giovani, siete voi di questa contrada?

TRASILOGO. (Squadra, mira: costoro mi paiono al proposito).

SQUADRA. (Non si potriano trovar migliori, l'un vecchio e l'altro giovane, con quelli stracci adosso come se proprio fussero scampati di man di turchi).

TEODOSIO. Di grazia, datene risposta.

SQUADRA. (Lasciate che gli ragioni io). Ditemi, siete voi forestieri?

TEODOSIO. Siamo e or ora sbarcati qui in Napoli.

SQUADRA. (Oh che ventura, padrone!).

TRASILOGO. (Presto! narragli il fatto, fagli capire il negozio, accioché lo sappino ben fingere).

SQUADRA. (Lasciate il carico a me). Volete voi farne un servigio di che non vi saremo discortesi?

TEODOSIO. Che piacere possiamo noi farvi, poveri e forestieri?

SQUADRA. Lo potrete fare agevolmente.

TEODOSIO. Eccomi all'obedire.

SQUADRA. Vo' che tu, vecchio, fingi chiamarti Teodosio, e tu, giovane, Eugenio e che sii suo figlio; e vo' che diciate che siate or ora scampati di man di turchi, e che abbiate rotto la prigionia e siate venuti a Napoli per veder se fusse viva una tua moglie chiamata Sennia e una figliuola Olimpia....

TEODOSIO. A ponto questo?

TRASILOGO. Tacete di grazia, non interrompete: ascoltiate prima, poi rispondete.

SQUADRA. E vo' che entrando in casa diciate, tu, vecchio:--O Sennia, consorte cara, tu sei pur viva?,--e tu, giovane:--O Olimpia, sorella diletta, o madre cara!;--e che vi abbracciate e lasciate cader dagli occhi due lacrimette come per tenerezza, e simili gesti e parole che sogliono farsi a parenti non visti; e bisognando sappiate rispondere a queste cose....

TRASILOGO. Entrati che sarete in casa, vo' che mi diate per isposa Olimpia--quella sua figlia, che tu dirai esser tua sorella e tu tua figlia;--ch'io vi darò tal mancia di questo che non avrete bisogno mentre siete vivi d'andar piú mendicando.

SQUADRA.... E accioché la cosa vada meglio ordinata, arei a caro che consertaste un poco gli atti e le parole, accioché incontrandovi con esse la cosa riesca piú verisimile e naturale.

TRASILOGO. Cominciate su.

SQUADRA. (Come sta attonito!).

TRASILOGO. (Deve pensare come ave a fingere e far il doloroso). Cominciate di grazia.

SQUADRA. (O Dio, falli cominciar tu).

TEODOSIO. Dunque sei pur viva, o Sennia mia consorte cara!

SQUADRA. Buon principio! riesce bene, piú meglio ch'io non pensava.

TEODOSIO. Io veramente son Teodosio padre di Olimpia, e questo è il vero Eugenio mio vero figliuolo!

EUGENIO. E siamo stati venti anni in man di turchi e abbiamo rotta la prigione e siamo venuti a Napoli per saper se fussero ancor vive.

SQUADRA. Oh oh, come risponde quest'altro a tuono, alle consonanze!

TEODOSIO. O Sennia molto amata, o Sennia poco goduta e molto sospirata!

EUGENIO. O sorella Olimpia, quanta bellezza m'ha raccontato il padre, ch'era in te!

TRASILOGO. (Oh che solenne barro, non si potria far meglio! appena ha inteso il fatto che l'ha subito capito e posto in esecuzione. Non ti dissi io che alla ciera mi sentiva di furbo?).

TEODOSIO. O moglie, o figlia, che v'ho stimate morte, poiché di tante lettere che v'ho inviate per saperne qualche novella, non mai ne abbiamo ricevuta risposta.

SQUADRA. (Piú di quello che gli abbiam detto: ci giongono del loro ancora).

TRASILOGO. (Se fussero nati in Grecia? E il buono è che non bisogna altrimente accomodargli di vesti, ché paiono or ora usciti da una galea).

SQUADRA. Non piú, che dite benissimo.

EUGENIO. Io non posso capir tant'allegrezza e par che venghi meno, ché tutte le preghiere che ho fatto a Dio, son state che doppo aver veduta mia madre e il luogo dove sia nato, morrei sodisfattissimo.

SQUADRA. Basta, basta. Vedete voi quella casa? quella è la casa di Sennia.

TEODOSIO. Chi t'avesse detto, Teodosio, scampato di man di turchi, venir alla tua patria, trovar la moglie viva e la figliuola?

TRASILOGO. (L'abbiamo pregati che comincino, or sará bisogno strapregarli che taccino).

SQUADRA. Sento venir genti, ed è Mastica e il romano: scostiamci ché non ci veggano e ci prendano per suspetti, e ascoltiamo da canto la riuscita.

TRASILOGO. Meglio sará che ci partiamo, ché potremo dimandargli il successo a bel aggio.

SCENA V.

LAMPRIDIO, MASTICA, TEODOSIO, EUGENIO.

LAMPRIDIO. Chi son questi che stanno dinanzi la porta nostra?

MASTICA. Son poveretti che devono dimandare la elemosina.

TEODOSIO. Olá, o di casa!

MASTICA. Ché batti? vuoi tu spezzar questa porta?

TEODOSIO. È forse tua madre, ché temi che sia battuta?

MASTICA. Non ti morrai di fame tu per non essere importuno e prosontuoso.

TEODOSIO. È importuno e prosontuoso chi batte le porte di casa sua?

MASTICA. È dunque questa la casa tua?

TEODOSIO. Dimmi prima se questa è la casa di Sennia.

MASTICA. Questa è la casa di Sennia: è per questo la tua?

TEODOSIO. Io son Teodosio suo marito che sono stato venti anni in man di turchi, e or scampato la Dio mercé dalle lor mani me ne ritorno a casa mia.

LAMPRIDIO. (Mastica, costoro son quelli che manda il capitano, che poco anzi mi dicesti).

MASTICA. (Quelli sono certissimo, ah ah! non ti accorgesti che subito veggendoci fuggiro via?).

LAMPRIDIO. (Racconta il fatto a Sennia e digli che venghi a tôrsi un poco spasso di fatti loro).

TEODOSIO. O di casa! _Tic, toc_.