L'Olimpia

Chapter 3

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PROTODIDASCALO. Se non la porta dentro quel suo tumido ventre, ignoriamo dove la porti.

MASTICA. Questo ventre è che te la porta.

PROTODIDASCALO. Dunque bisogna invocar: «Iuno Lucina fer opem», che tu partorisca, o chiamar un lanista che ti squarti per cavarnela fuori?

MASTICA. Anzi mantenermelo grasso e grosso, onto e bisonto.

LAMPRIDIO. Mira che gran ventre che ha fatto!

PROTODIDASCALO. Come può esser gracilescente se dentro vi sono i Bartoli e Baldi, i testi, l'arche e la supellectile ch'avevi in casa?

MASTICA. Che testi, che archi, che tele?

PROTODIDASCALO. Quei che saepicule abbiam pignorati e venduti per pabulare con munificentissima largitade la tua hiante bocca ed empir di vino cotesta tua absorbula gola.

LAMPRIDIO. Lasciam questo: mostrami Olimpia mia.

MASTICA. Scostiamci di qui, che non siam visti ragionare insieme.

LAMPRIDIO. Eccomi.

TRASILOGO. (Ascolta, Squadra).

SQUADRA. (E voi stiate ancora intento).

MASTICA. Sappi che quando la vecchia mandò a chiamare Olimpia da Salerno, la voleva maritare con un certo capitano sciagurato....

TRASILOGO. (A dispetto di..., potta del...!).

SQUADRA. (Fermatevi, ché ci sará tempo a questo).

MASTICA.... Ella negando sempre non volse mai consentirvi; pur volendo la madre che vi consentisse per forza, si serrò in una camera, si stracciò i capelli, si batté il petto, né fece altro che piangere e sospirare....

LAMPRIDIO. Questa è la lieta novella che m'apportavi? Mi hai mezzo morto!

MASTICA. Ascolta se vuoi.

LAMPRIDIO. O cielo, come consenti che gli occhi, sole d'ogni tuo sole, or sparghino tante lacrime? o Amore, come tu soffri che si straccino quelle trecce dorate con che tu suoli legare ogni persona? o cuor mio, anzi non cuore ma pietra, come non scoppi di doglia in sentir questo?

MASTICA. Tu piangi? e che faresti vedendo rotta una pignatta in mezzo il foco vicino l'ora di mangiare?

PROTODIDASCALO. Sempre sta l'animo in saziar l'inexplebile aviditate del suo elefantino corpo e pascer l'ingluvie di quella vorace proboscide.

LAMPRIDIO. Presto, finisci d'uccidermi.

MASTICA.... Ella sempre che mi vedeva in presenza della madre, mi volgeva gli occhi con certo atto pietoso che parea che mi dicesse:--Mastica, abbi pietá di me....

LAMPRIDIO. Beato te!

MASTICA. Per che cosa? perché ho fatto forse collazione?

LAMPRIDIO. Che collazione? Perché puoi trattare e ragionar con Olimpia e vederla quanto ti piace.

MASTICA. Dieci di queste beatitudini le venderei per un bicchier di vino.--... Poi quando alla sfuggita mi potea parlare, diceva:--Mastica, sai tu novella di Lampridio mio?--e finiva le parole che le portavano l'anima in sino a' denti....

LAMPRIDIO. O vita dell'anima mia, o somma allegrezza di questo cuore, ben serbi l'animo tuo generoso in ricordarti di chi promettesti d'amare! oh come uccidendomi m'hai risanato!

MASTICA. Tu ridi adesso? o cervellaggine d'innamorati!

PROTODIDASCALO. Ecco ristorate le prosternate passioni.

LAMPRIDIO. Segui.

MASTICA.... Al fin per tôrsi da questo intrico, ha inventato il piú bello e colorito inganno che si possa imaginare, facile a fare e piú facile a riuscire....

LAMPRIDIO. Dillomi di grazia.

MASTICA. Leggi questa lettera e rispondi da te stesso alla tua dimanda e raccontati la trama ordinata.

LAMPRIDIO. Perché non me la dái? Non la stringer cosí forte, ahi come la tratti male! Dammela ché me la pongo nel petto, anzi nel core anzi nell'anima.

PROTODIDASCALO. Eh! Lampridio Lampridio, tu dispreggi le mie parole, eh? non ti lasciar deludere.

MASTICA. Adaggio, ché abbiamo a far un patto tra noi. Subito che serai entrato in casa, vo' che si bandisca la guerra mortale a sangue e a foco al pollaio, che si dia la rotta a tutt'i fiaschi, pignatte, bicchieri e piatti piccioli che sono in casa; vo' che mi sieno consignate le chiavi della cantina, dispensa, casce e d'ogni cosa: vo' essere il compratore, il cuoco e il maggiordomo; vo' la parte di tutto quello che si pone in tavola, che non vogli vedere il conto di quel che spendo né che mi facci levar mattino, ma che mangi e dorma quanto mi piace; e sopra tutto che questo pedantaccio non accosti in casa.

PROTODIDASCALO. Menti, lurcone, nugigerolo, sicofanta!

MASTICA. Menti tu, che sia tuo fante.

PROTODIDASCALO. Heu, heu, heu!

MASTICA. Guai ti dia Dio, che hai?

PROTODIDASCALO. Mi doglio all'antica. Da dolentis? heu, ah et cetera. Ma «o tempora, o mores», o aurea etá, dove sei transacta, ove sei! o Cicerone che increpavi i tuoi tempi! Siamo in questo esecrando secolo, in questa etá ferrea a garrir con questo petulante.

MASTICA. Vuoi disputar meco? e se vincerai vo' star un giorno senza mangiare, e se perdi vo' farti un cavallo, ché non sai accordare il geno mascolino col feminino.

PROTODIDASCALO. Va' e disputa con i tuoi pari dell'arte tua, de re culinaria.

MASTICA. Anzi questa è l'arte tua.

PROTODIDASCALO. Dico «culinaria» seu «coquinaria», cioè di cocina; questo è un sinonimo.

LAMPRIDIO. Maestro, di grazia pártiti di qui, ché non può esser ben di me se mi stai d'intorno.

PROTODIDASCALO. Leggi un poco questi endecasillabi che t'insegnano a non farti deludere.

LAMPRIDIO. Va' col nome del diavolo tu e tuoi versi: che seccaggine è questa!

PROTODIDASCALO. Heu misera, negletta e profligata virtude!

MASTICA. Orsú, mi prometterai tu quanto ti ho detto?

LAMPRIDIO. Eh, Mastica, conoscerai in altro modo la mia liberalitá.

MASTICA. Eccoti la lettera, leggi piano che non sii inteso.

LAMPRIDIO.--«Sola speranza d'ogni mio bene,...». Oh dolcissimo principio! Beata carta, quanto tu devi tenerti piú felice dell'altre, poiché ella s'è degnata appoggiarci le belle mani! Mentre bacio questi caratteri parmi che baci quelle mani che l'han formati, quella bocca che gli ha dettati e quell'animo che gli ha concetti.

MASTICA. Non tanti baci sopra baci; e che faresti a lei se cosí baci l'ombra delle sue mani?

LAMPRIDIO. Oh, che parole dolcissime! O bello inganno, ben veramente mostra esser uscito dal suo ingegno divino!

MASTICA. Non piú, basta: non l'hai letta, vuoi tu leggerla un'altra volta?

LAMPRIDIO. Deh, lasciami leggere tutto oggi, ché mentre leggo questa parmi che ragioni seco!

MASTICA. Fermati, dove vai?

LAMPRIDIO. Vo a casa di Giulio a trovar le vesti per vestirmi da turco e venir or ora a casa vostra.

MASTICA. Ascolta, aspetta.

LAMPRIDIO. Presto, ché l'allegrezza mi scorre per tutte le vene di trovarmi con lei e disturbar il matrimonio tra lei e questo capitano furfante.

SCENA VII.

TRASILOGO, LAMPRIDIO, MASTICA, SQUADRA.

TRASILOGO. Oimè, non posso piú tenermi che con un pugno non gli rompa la testa e non li schiacci quell'ossa.

LAMPRIDIO. Mastica, chi è questo rompiosse e schiacciateste?

MASTICA. È quel capitano che vuol prender Olimpia tua per moglie.

LAMPRIDIO. Poiché questi cerca privarmi d'ogni mio bene, cercherò prima privar lui della vita.

TRASILOGO. Io darò tal calcio dietro a questo furbetto che lo farò andar tanto alto che, se ben portasse seco un fardello di pane, gli sará piú periglio di morirsi di fame per la via che morirsi della caduta. E quest'altro vo' che assaggi un pugno delle mie mani, ché so che non è duro il suo osso come la mia carne, e li farò tanto minuta la carne e l'ossa che non será buona per pasto delle formiche....

SQUADRA. Non con tanto impeto, padrone.

TRASILOGO.... Io lo spaventerò con la guardatura, che non será altrimente bisogno di por mano alla spada....

LAMPRIDIO. Mira che passeggiar altiero, mira che bravura!

SQUADRA. Lasciatelo andar, padrone, ché alla ciera mi par di buono stomaco.

TRASILOGO.... Io gli darò a ber un poco d'acqua di legno, che gli lo sconcierá di sorte che per parecchi giorni non gli verrá voglia di mangiare. Ma será meglio che gli parli prima.--Dimmi un poco, conoscimi tu?

LAMPRIDIO. Io non ti conosco né mi curo di conoscerti. Ma tu conosci me?

TRASILOGO. Non io.

LAMPRIDIO. Orsú, vo' che mi conoschi, perché vogliam fare questione insieme.

TRASILOGO. Poiché io non conosco te né tu me, non accade far questione altrimente.

LAMPRIDIO. Su, poni mano alla spada.

TRASILOGO. Non la vo' ponere se non dove piace a me: vuoimene forzar tu? sei tu padrone delle mie mani? sto io con te che mi comandi?

LAMPRIDIO. Sí, perché ci vogliamo romper la testa insieme.

TRASILOGO. La testa mia io la vo' sana; se la vuoi rotta tu, battila in quel muro.

LAMPRIDIO. Per parlarti piú chiaro, dico che ferendoci tra noi ci vogliamo cavare un poco di sangue.

TRASILOGO. Sangue ah? ne ho poco e buono; se soverchia a te, vattene ad un barbiero che con poca spesa te ne caverá quanto vuoi.

MASTICA. (Uomini che abondano assai di parole mancano assai di fatti).

LAMPRIDIO. Hai paura di me?

TRASILOGO. Ho paura di me, non di te.

LAMPRIDIO. Pecora, asinaccio!

SQUADRA. Rispondetegli, padrone.

TRASILOGO. Il malanno che Dio ti dia, non mi chiamo cosí io!

LAMPRIDIO. Tu fuggi, eh?

TRASILOGO. Io camino presto.

MASTICA. (In cambio di menar le mani mena piedi).

TRASILOGO. Oimè, oimè!

SQUADRA. Ancor non vi ha tócco e voi gridate.

TRASILOGO. Se gridassi dopo, a che mi giovarebbe?

LAMPRIDIO. Mastica, mira se è sciocco: non ha voluto venir all'esperienza dell'armi con me.

MASTICA. Anzi è savio, ché ha voluto prima credere che provare.

LAMPRIDIO. Andiam per i fatti nostri.

MASTICA. Andiamo. Ecco mi vedrò le vene gonfie, i nervi distesi, allisciarsi la pelle della mia pancia che pareva la faccia della bisavola mia.

TRASILOGO. Son partiti, Squadra.

SQUADRA. Sí, sono.

TRASILOGO. Mira bene.

SQUADRA. Non vi è persona, dico.

TRASILOGO. Io non ho voluto porre a rischio un par mio con lui, ché a me ogni minima ferita m'ucciderebbe perché son tutto cuore; ma egli è tutto polmone. Né gli ho voluto rispondere perché non aveva còlera.

SQUADRA. Perché non vi serbate la còlera per lo bisogno?

TRASILOGO. Ma or che la còlera m'è salita al naso e mi fuma il cervello, ti farò conoscere chi son io.--Pecora, asinaccio sei tu. Menti per la gola: questa è mentita data a tempo, non te la torrai da dosso come pensi. Mondo traverso, perché non vieni qua ora? ché ti romperei la testa e ti cavarei col sangue l'anima: tif, taf. Hai paura di me? Fuggi dovunque tu vuoi, ch'io ti troverò e cavarò gli occhi e farò che tu stesso li veggia nelle tue mani.

ATTO III.

SCENA I.

MASTICA, LAMPRIDIO, PROTODIDASCALO.

MASTICA. Camina sicuramente, ché non è uomo che vedendoti con questo ferro al collo, col turbante in testa e con queste vesti, non ti giudichi or ora scampato di man di turchi, ritratto dal naturale.

LAMPRIDIO. Amor, favoriscimi a questo inganno, ché non si può far cosa buona senza l'aiuto tuo.

MASTICA. Hai la catena ne' piedi?

LAMPRIDIO. Vorrei che ti potessero rispondere le mie gambe che appena la ponno trassinare.

MASTICA. Io vado: or vedrai la tua Olimpia desiderata.

LAMPRIDIO. O braccia mie aventurose, dunque voi cingerete il collo della terrena mia dea? o bocca mia, tu bascierai le guancie delicate e gli occhi del mio sole? O Amore, se ti piace ch'io ottenga cosí desiderata felicitá, donami tanta forza che la possa soffrire: ché dubito che vedendomi Olimpia in queste braccia, non mi muoia di contentezza.

MASTICA. Lampridio, tieni le parole a mente. Subito che serai intrato in casa, comanda che si tiri il collo a quante galline ci sono e che mi siano dati dinari per comprar robbe.

LAMPRIDIO. Eccoti dinari, spendi ciò che tu vuoi, non me ne render conto.

PROTODIDASCALO. È stato supervacuo admonircelo, egli lo fa indesinenter; non è oggi il primo giorno che cognovisti eum.

MASTICA. Ricordati dimandar quello che ti ho detto, per mostrar che sei figlio a Teodosio.

LAMPRIDIO. Non me lo dir piú, ché lo so cosí bene che ricordandomelo piú, me lo faresti smenticare.

MASTICA. Tu sei tutto mutato di colore.

LAMPRIDIO. Questa insperata speranza d'allegrezza m'ha tolto fuor di me stesso. Non so che m'abbi: cuor mio, sta' fermo; tu par che non mi capi nel petto, tu dibatti cosí forte come se ne volessi saltar fuori.

MASTICA. Con questo colore tu saresti piuttosto per sconsolarle che rallegrarle con la tua venuta.

LAMPRIDIO. Farò migliore viso se posso. Va' tu presto e recami da vestire.

MASTICA. Lo farò. Io entro prima, darò la buona nuova e le farò uscir fuora a riceverti.--O di casa, allegrezza allegrezza, mancia, buona nuova!

SCENA II.

LAMPRIDIO, PROTODIDASCALO.

LAMPRIDIO. Protodidascalo, tu stai di mala voglia.

PROTODIDASCALO. Taedet me et misereor del caso dove sei per incidere.

LAMPRIDIO. Se tu avesti pietá di me, me lo mostraresti in altro.

PROTODIDASCALO. Che magior granditudine di cosa si può autumare, che per un tantulo di oblectamento ti poni in pericolo che discoprendosi è per apportarti il maggior dedecore che mai s'ascolti?

LAMPRIDIO. Non si può scoprire se non lo scopriamo noi stessi, ché non ci è altro al mondo che lo sappi.

PROTODIDASCALO. Lo sa Mastica, or l'ará detto a cento: non passará una ebdomada che lo saprá tutto Napoli. Ascolta Virgilio:

_Fama, malum quo non aliud velocius ullum, mobilitate viget viresque acquirit eundo._

LAMPRIDIO. Mastica, non lo dirá, perché li terremo la bocca otturata con migliacci e maccheroni che gl'ingozzeranno, né potrá parlar se ben volesse.

PROTODIDASCALO. Un altro li dará da ingurgitar vino, manderá giú quelle polente mileacee suffrixe che tu dici e vomiterá con quella ingluvie quanto saprá di voi. Ma come diresti latinamente i maccheroni? Ascolta: è una certa radicula detta «macheronium», che anticamente si commendava ne' panefici; però quelli pastilli farinacei si direbbono eleganter «macheronei».

LAMPRIDIO. E quando si scoprisse, non saremo uomini da fugir di Napoli, di Roma e tutto il mondo?

PROTODIDASCALO. Il medesimo dicono i malefici e facinorosi, e senza avedersene si trovano il carnefice sugli umeri, alle tergora.

LAMPRIDIO. Se tutti avessimo il gastigo de' peccati che facciamo, non si trovarebbono tante fune per far tanti capestri.

PROTODIDASCALO. Forse a coloro favorisce la sorte. Ma ascolta questo duodecasticon che consta di anapesti, coriambi e proceleusmatici in favor della sorte:

_O sors mala...._

LAMPRIDIO. Non, no di grazia, non è tempo adesso di queste baie. Non mi turbar la presente allegrezza con questi tuoi amari ricordi, ché l'animo determinato non ave orecchie.

PROTODIDASCALO. Voi gioveni, eccitati dall'illice d'amore, d'ogni cosa volete scapricciarvi, e la voglia v'impiomba cosí l'orecchie che non vi fa animadvertere cosa alcuna. Questa frode che usi per fruir la clavigera del cuor tuo, non è altro che seminar il canape per tesserne un laccio con che il prelibato carnefice ti chiuda la vita. Sai quanto in Napoli s'osserva la giustizia, e tu sei forastiero.

LAMPRIDIO. Taci, vattene vattene; ecco Olimpia mia.

SCENA III.

SENNIA vecchia, OLIMPIA, LAMPRIDIO.

SENNIA. O Eugenio pianto e sospirato sí lungo tempo!

LAMPRIDIO. O Sennia madre, ché l'odor del sangue mi ti fa conoscere per madre!

SENNIA. Olimpia, abbraccia il tuo fratello: come stai cosí vergognosa?

LAMPRIDIO. O sorella, dolcissima anima mia!

OLIMPIA. O amato piú che fratello, non conosciuto ancora!

SENNIA. Io tutta ringiovenisco e in avervi cosí subito acquistato, figliuol mio, parmi che t'abbia or partorito. Mira, Olimpia, come nel fronte e negli occhi ti rassomiglia tutto.

OLIMPIA. Il resto dovea assomigliare a suo padre.

SENNIA. Non pigliar a tristo augurio, figliuol mio, ch'io pianga, ché l'allegrezza ch'io sento di tua venuta, tanto piú cara quanto men la sperava, mi fa cader le lacrime dagli occhi.

LAMPRIDIO. O madre, io ancora non posso tenermi: sento il cuor liquefarsi di tenerezza. Raguagliami: è viva Beatrice mia zia di che molto si ricordava Teodosio mio padre?

SENNIA. Vive e si sta maritata in Salerno molto ricca.

LAMPRIDIO. Eunèmone suo fratello come vive?

SENNIA. Son dieci anni che si morio.

LAMPRIDIO. Duolmi di non poterlo veder vivo. Ditemi, mia sorella Olimpia è maritata?

SENNIA. L'abbiamo giá per maritata e questa sera abbiamo destinata alle sue nozze: aremo doppia allegrezza.

LAMPRIDIO. Poiché non è maritata fin adesso, lasciate che ancor io ne abbi la parte della fatica: me ne informerò di costui, poi informerò bene mia sorella del tutto.

OLIMPIA. Mi contento che mio fratello facci di me ciò che gli piace.

SENNIA. Prima che entriate in altro ragionamento, parmi venghiati a riposarvi, ché per la fatica grande ch'avete sopportata la notte e il giorno stimo che non possiate regervi in piedi.

OLIMPIA. Andiamo, fratel mio.

SENNIA. (Quante carezze ti fa, Olimpia, il tuo fratello).

OLIMPIA. (Oh come è amorevole! deve essere usato in quelle parti della Turchia dove i fratelli e sorelle devono conversare con questa domestichezza).

SENNIA. Vo innanzi, Eugenio figliuol mio.

LAMPRIDIO. Ecco il vostro schiavo in catene che ave esseguito quanto dalla sua divina padrona gli è stato imposto, acciò conosca l'ardentissimo desiderio c'ho di servirla e mostri il simolacro del cor suo qual stia avinto intorno di catene.

OLIMPIA. D'oggi innanzi cominciarò ad avervi in piú stima e gloriarmi di questa mia bellezza, poiché è piaciuta a persona tale che è posta in tanto pericolo per amor mio.

LAMPRIDIO. La contentezza che ho di mirarvi a mio modo e di servirvi, seria stato ben poco se l'avessi comprata con pericoli di mille vite.

OLIMPIA. In me non conosco tal merito, ma ringrazio di ciò il cortese animo vostro.

LAMPRIDIO. Ringraziatene pur colui che vi creò di tal pregio che sforza ognun che vi vede a servirvi e onorarvi.

OLIMPIA. Desidero non essere intesa da' vicini o da quei di casa, e sopra tutto bramo vedervi sciolto da queste catene che temo non v'offendano, ché a questo collo delicato e a questi fianchi ci convengono le braccia di chi vi ama a par dell'anima e della sua vita.

LAMPRIDIO. L'offesa me la fate ben voi, anima mia, con dir che queste m'offendano: che mentre mi stringono appo voi mi fanno piú libero dell'istessa libertade; e che sia vero, ecco che da me stesso son venuto a farmevi prigione. Ma quelle che mi stringono nell'amor vostro, sempre ch'io pensassi disciorle m'allacciarebbono in duri ceppi e in amarissima prigione.

OLIMPIA. Ho tanta speranza ne' meriti dell'amor mio che con mille catene piú dure di queste ci legheremo con nodi d'inseparabil compagnia, né basterá alcun accidente schiodarle se non la morte.

LAMPRIDIO. O Dio, non è questa Olimpia mia? non è questa la sua figura angelica? non la tengo abbracciata io o forse sogno come ho soluto sognarmi altre volte?

OLIMPIA. Sento gente venir di su. Caminate, fratello.

LAMPRIDIO. Andatemi innanzi, sorella.

OLIMPIA. Io vo, fratello carissimo.

LAMPRIDIO. Vi seguo, sorella. O dolcissima conversazione!

SCENA IV.

MASTICA solo.

MASTICA. Non dubitate, fratelli e sorelle: giá da ora cominciate a far entrare in suspetto Sennia dell'amor vostro. Lo stomaco di Lampridio è come la pignata che bolle: Olimpia standogli intorno gli stuzzica il fuoco; poco potrá tardare che non bolla e non mandi la schiuma fuori. Iddio voglia che perseveri d'andar bene e la cosa resti qui. Io, poiché l'arte del ruffiano m'è riuscita, non dubito morirmi piú di fame. Oh che mercanzia muta, oh che alchimia non conosciuta, dove con poche parole si fanno molti scudi! E poiché son consapevole de' fatti d'Olimpia, la terrò sempre soggetta e la farò fare a voglia mia; e come Lampridio pone la botte a mano, ne faremo bere qualche voltarella da alcuno di tanti assassinati dall'amor suo. A che se ne accorgerá Lampridio? che quanto piú se ne beve piú ce ne resta: è forse la nostra botte della cantina che bevendo vien meno? E se ben si scopre, che potrá farmi Sennia? potrá altro che spogliarmi questi panni che m'ha fatto ella e cacciarmi fuora? Almeno se ho da mostrar le carni nude, le mostrerò grasse e liscie. Fratanto attenderò ad empirmi la pancia ben bene e massime questa sera che, per esser sposi novelli e la prima volta che mangiano insieme, staranno vergognosetti, appena assaggiaranno le vivande con la punta delle dita che le manderanno via. O Dio, potessi allargarmi questo ventre altro tanto per verso, spalancarmi questa bocca, accrescermi un altro filaro di denti, allongarmi questo collo, che se mai fui Mastica ci serò questa sera, che non cessarò di masticar mai finché non toccherò con le dita che son pieno fin alla gola. Lascierò le parole, ché non cenino senza me.

SCENA V.

ANASIRA sola.

ANASIRA. Troppo è misera la condizion delle donne, poiché ne bisogna tòr marito a voglia di parenti, col quale abbiamo a vivere fin alla morte. Sia benedetta l'anima di mia madre, che per aver tolto un marito per forza a voglia di suo padre, se ne tolse cinquanta a voglia sua, e a me ne fe' provare prima dieci e poi mi diede l'elezion di tormi qual piú mi piacesse! Lo dico ad effetto, ché se mai mi son rallegrata del ben d'altri, or me ne son rallegrata piú che mai, che uscendo poco fa di casa d'una amica, intesi dir per la strada ch'erano gionti doi cristiani scampati di man di turchi: me ne rallegrai vedendo che le genti lo tengono per vero e Olimpia ottenghi il suo desiderio. Caminando piú avanti, trovai una calca di persone raccolte insieme: dimandai e mi fu risposto che stavano mirando certi che erano stati schiavi di turchi. Desiosa veder questo Lampridio, ché non mi scappi il manto, me lo piglio a due mani, e spingo innanzi finché vedo due persone, una di venti e l'altra di sessanta anni, vestite da turchi con le mani piene di calli e ne' piedi si conosceva il segno del cerchio della catena: niuno di loro mi avea ciera d'innamorato, e mi meraviglio come vogli Lampridio comparir in quel modo innanzi la sua innamorata. Me ne andrò a riposare, ché ho tanto menato le gambe per compir presto il viaggio che par che abbia una fontana di sotto.

SCENA VI.

TRASILOGO, SQUADRA.

TRASILOGO. Che il capitan Trasilogo, sgombrator di campagne, destruttor di belovardi, ruina di muraglie e desolator de cittadi patirá che gli sia fatta cotanta ingiuria?...

SQUADRA. Veramente lo merita questo gastigo.

TRASILOGO.... e che un romano abbia a tormi la sposa promessami?...

SQUADRA. E il peggior è che Olimpia non vi può sentir nominare.

TRASILOGO.... Tagliarò Sennia per mezo; Olimpia la prenderò per lo collo e senza toccar terra la porterò prigione in casa mia; a Mastica ficcherò un spiedo per sotto che gli lo farò uscir per la bocca; a questo romano spezzarò su la schena dieci fasci di bastoni, né lo difenderan dalle mie mani cento muraglie o bastioni....

SQUADRA. Bene!

TRASILOGO.... Se non spianarò questa casa dal basso suolo, non vo' portar piú spada a lato. Onde spero per tale essempio agli occhi di ciascheduno che non aran piú ardimento d'offendermi....

SQUADRA. Benissimo!

TRASILOGO.... Orsú, fatevi inanzi, soldati! olá, Pelabarba, Cacciadiavoli, Rompicollo, Spezzacatene....

SQUADRA. Tutti siam qui apparecchiati.

TRASILOGO.... ponetevi tutti in ordine, perché ne vo' far la rassegna. Fermati tu, dove vai tu? Sta' dritto tu! Che arme è questa? or non avevi altre arme in casa, che venir fuori con una scopa? che mi pari piuttosto un spazzacamino che soldato....

SQUADRA. Buon pensiero, padrone, per nettar il sangue e le cervelle, le braccia, le mani e l'altre membra, che si troncheranno per la scaramuccia.

TRASILOGO.... Tu perché con questo spiedo?

SQUADRA. Per infilzar Mastica, come avete detto, accioché non ingoi piú fegatelli.

TRASILOGO. E Olimpia e Sennia insieme con lui.

SQUADRA. Non tanto male a' poveretti: è troppo gran vendetta.

TRASILOGO. Io per minor cosa di questa rovinai la Capestraria, l'Arcifanfana e la Cuticulindonia.

SQUADRA. Dove sono queste cittá, padrone?

TRASILOGO. Nell'India del Mondo nuovo. Suona il tamburo, Squadra.

SQUADRA. Io non ho né naccheri né tamburi.

TRASILOGO. Suona con la bocca mentre costoro caminano in ordinanza.

SQUADRA. _Tup, tup, tup_.