L'Olimpia

Chapter 2

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TRASILOGO.... Perché ha piú facende venendo meco che s'andasse con la peste e con la guerra accompagnata. Chi tronca piú teste? chi taglia piú gambe e braccia? chi scavezza piú colli? chi apre piú uomini per mezzo che questo mio braccio gagliardo?...

MASTICA. (Certo costui deve esser boia, poiché squarta uomini, taglia teste e scavezza colli).

TRASILOGO.... Di' a Pelabarba, se venissero sergenti, capitani, colonnelli, maestri di campo o altre persone di conto a dimandarmi, gli dica che son ito a Palazzo, che S. E. tien Consiglio di Stato questa mattina. Tu compra robbe accioché s'apparecchi per questa sera, poi vieni a trovarmi dove tu sai.

MASTICA. (Poiché compra robbe me gli vo' scoprire; forse ne carpirò una colazionetta questa mattina).

TRASILOGO. Ma io veggio Mastica. O Mastica mio galante!

SCENA V.

MASTICA, TRASILOGO.

MASTICA. Eccomi, fior della cavalleria, re di paladini, gloria di rodomonti!

TRASILOGO. Dove si va?

MASTICA. Dove mi sento trascinar dalla gola.

TRASILOGO. Tu vuoi dir che vorresti mangiar meco, eh?

MASTICA. Fareste una opera pia: all'altro mondo ve la trovareste all'anima.

TRASILOGO. Orsú vo' che desini meco.

MASTICA. O principe, o re, o capitano strenuo e valoroso!

TRASILOGO. Che dice Olimpia di me?

MASTICA. Che questa notte s'è sognata con voi e che voi le parete il piú bel gentiluomo del mondo.

TRASILOGO. Haile tu detto che se ho un viso d'angiolo ho un cuor di diavolo? in somma la mia bellezza mi rubba gran parte della fama delle mie pruove; ché le genti vedendomi cosí bello non si ponno imaginare che sia quel satanasso, quel gran diavolo ch'io sono. Haile tu raccontato le cittá che ho prese, le tante volte che ho combattuto in steccato e le battaglie terribili c'ho fatte?

MASTICA. Quali?

TRASILOGO.... Non devi esser di questa cittá o sei nato sordo, poiché non hai inteso per ogni cantone le mie pruove. Ascolta, che vo' raccontartene una spaventevole che un tempo ebbi con la famosa Alitia. Questa è piú valorosa d'una Angroia, d'una Marfisa bizzarra, e siamo stati sempre capitalissimi inimici. Un dí bandimmo giornata: a lei vennero in aiuto i popoli grínei, dinamèi e dícei; a me i popoli alopecèi, epitáli ed epismirni....

MASTICA. Oh che nomi da scongiurare spiriti! e sonovi questi popoli sul pappamondo?

TRASILOGO. Tu sei poco prattico nelle guerre, però non li conosci.

MASTICA. Io non conosco se non i popoli panettari, piscatori, tavernari e salcicciari che mi donano da mangiare: con questi prattico e fo le mie scaramucce. Ma che seguí della guerra?

TRASILOGO.... Combattendo seco, quantunque l'avessi dato diecimilla stoccate non la poteva uccider mai, perché era fatata come Orlando. Al fin per torlami dinanzi, le attacco una pietra al collo e la sommergo nell'Arcipelago....

MASTICA. Crudel battaglia fu questa!

TRASILOGO.... Ascolta quest'altra ch'ebbi con gli uomini marini....

MASTICA. Che uomini marini?

TRASILOGO. Questi sono mezzi uomini e mezzi pesci; e cosí scorrono per lo mare come gli uccelli per l'aria, e son coverti di piume molli che dando loro con la spada cedono al taglio, che non fa ferita. Né si può loro appressar con navi, perché portan fuoco e le bruggian tutte....

MASTICA. Voi come l'uccideste?

TRASILOGO.... Prima tesi una rete tessuta di gomene di navi tra certi scogli, poi feci carri di soveri e vi posi delfini a briglia; e dando loro la caccia gli feci cadere nell'imboscata, poi tenendogli sospesi dall'acqua gli lasciai morir di fame come cani....

MASTICA. Oh che morte crudele! or non v'era altra sorte di farli morire che di fame? Ma dimmi, non ci fu alcun testimonio che lo vidde?

TRASILOGO.... I miei compagni tutti moriro all'impresa e di loro non rimase niuno vivo. Ma io te ne racconterò delle piú brave....

MASTICA. Bastan queste: non piú, di grazia.

TRASILOGO. Ascolta, che poi anderemo a pranso.

MASTICA. Vo' piuttosto star senza pranso che ascoltar queste bugie.

TRASILOGO. Io non so dir mensogne, né son di questi squassapennacchi che con le loro frappe accrescono le cose loro piú di quello che sono. In fatti son piú fiero che non mostro con le parole. Va' e racconta queste cose ad Olimpia, che ti donarò una alfangia spagnola vecchia....

MASTICA. Che cosa è «armangia»?

TRASILOGO. Dico «alfangia» non «armangia».

MASTICA. Che m'importa alfangia o armangia! vi domando s'è cosa da mangiare.

TRASILOGO.... È una scimitarra che tolsi al capitan don Juan Manrich Caravaschal cara de Pamplona....

MASTICA. Gran scimitarra dovea esser questa che ci ponevano la mano tante persone!

TRASILOGO. Che tante persone?

MASTICA. Questi «tric», «varric», «varra», «varrone» che avete detto.

TRASILOGO.... E ave un bel manico d'avorio posticcio.

MASTICA. Pasticcio? questo si che l'accetto.

TRASILOGO. Ti lascio, ch'io vo' partirmi.

MASTICA. E quando pransaremo?

TRASILOGO. Io vo a desinare con S. E. questa mattina, che iersera ne volse la fede mia di non mancarle. Questa sera cenerai nel banchetto della tua padrona, ché ben sai che dove la sera si fan nozze la mattina non vi si mangia.

MASTICA. Disgrazio tal legge e chi la compose!

TRASILOGO. Tu sei in còlera meco: non ti partire, ch'adesso ritornerò, che giá non è ora di pranso.

MASTICA. In casa tua mai non è ora di pranso mentre ci sono io. Temerario vantatore, capitan di ranocchi, mi fa ascoltare e parlar quattro ore, poi me ne manda assordito e diseccato, senza mangiare e senza bere. Si pensava che le sue parole m'entrassero in corpo e mi servissero per cibo, o forse mi voleva far morire come quelli suoi popoli. Mi voleva dar l'alfangia, come s'io avessi bisogno di queste armi per combattere con la fame: ché non ho altra nemica al mondo, né è piú gran pericolo che combatter con lei; e se non mi difendessi a piatti di lasagni, di maccheroni, caponi, faggiani e fegatelli, m'ucciderebbe. Orsú, me n'andrò ratto a Salerno per trovar Lampridio e gli darò la lettera, che per mancia non mi mancherá un banchetto da imperadore.

ATTO II.

SCENA I.

LAMPRIDIO innamorato, PROTODIDASCALO suo precettore.

LAMPRIDIO. Ecco pur veggio quell'ora, che per troppo desiderarla mai non parea che venisse. Quanto pensi, o Protodidascalo precettore, mi sia dolce Napoli?

PROTODIDASCALO. Pol, aedepol, mehercle, quidem, Lampridio, che al fin ti será molto amarulenta. Nota «aedepol» col diftongo.

LAMPRIDIO. Pur la buona sorte ha voluto che ci venissi.

PROTODIDASCALO. «O terque quaterque beatus» se non ci fosti venuto mai!

LAMPRIDIO. E come desiosa farfalla corre intorno l'amato lume, cosí vo io ratto a pascermi gli occhi dell'amata luce del mio sole!...

PROTODIDASCALO. La fiamma ti comburerá l'ali, caderai deplumato e ustulato come il Dedalide--patronimice loquendo: Icaro figliuolo di Dedalo.

LAMPRIDIO.... da cui per esser stato cosí lontano, non so come le tenebre non m'abbino accecato e spento in tutto.

PROTODIDASCALO. O quam melius non stuzzicassi i carboni semivivi, semisopiti sotto la cenere, che ogni favillula dandole fiato cresce in gran fiamma. Però smorzalo.

LAMPRIDIO. Oimè come vuoi ch'io lo smorzi se tutto ardo? e Amor sí fattamente soffia nelle faci che m'ave accese nell'alma, che sono avampato di sorte che son tutto di fuoco.

PROTODIDASCALO. Rivolvendo le tue cure altrove, Amor insufflando ne' tuoi igniculi non fará altro che fumo. Ma se tu non volessi ignescere piú di quello che sei, non saresti venuto Neapolim versus. Non sai quel famulo terenziano:

_Accede ad ignem hunc, iam calesces plus satis_;

che il fuoco arde piú vicino che lungi?

LAMPRIDIO. Anzi l'incendio d'amore arde e si fa sentir di lontano piú che da presso. Ma io vo' palesarti il mio pensiero: le cose vietate sogliono piacere e le possedute rincrescere; io con l'esser venuto qui in Napoli, veggendola di continuo, per la troppa abondanza mi verrá in fastidio e mi levarò da questo amore.

PROTODIDASCALO. Falsum, idest falsa imaginatio est che la vista d'una cosa amata voglia rincrescer giamai; anzi non è cosa piú melliflua e piena di dolcedine ch'un polcrissimo aspetto, e quanto gli oculari radii piú reciprocano meno si saziano. Concludo ergo che questo tuo venir a Napoli non è altro che addere ignem igni.

LAMPRIDIO. Questa será veramente l'acqua ch'estinguerá il mio foco.

PROTODIDASCALO. Será come l'acqua che spruzza il fabro ferrario su' carboni per fargli piú flagranti ed escandescenti.

LAMPRIDIO. Non fará il tuo dire ch'io perda la sua grazia, poiché l'ho acquistata.

PROTODIDASCALO. Oh miserrimo e deperdito te, che chiami acquisizion d'altri la iattura di te medesimo! Rememora che quando pervenesti a Salerno non v'era giovine d'intelletto piú terso né di indole piú elegante di te. Sempre col Cantalicio e con lo Spicilegio alle mani; appena diceva: «arrige aures», che subito ti ponevi in ordine e aprivi le orecchie; non ti dava dettato cosí grande che non l'avessi capito e posto ben bene entro i meati dell'intelletto. Ed io vice versa tutto mi congratulava di tanta obedienza. Or piú non prezzi i fatti miei, «_cepit te oblivio_» d'ogni buon costume, e ti sei posto ad amplectere l'amor d'una donna. Odi Marone: «_Varium et mutabile semper femina_»; dove l'Ascensiano interprete enucleando quelle parole dice: «_Femina nulla bona_». Ella si ricorderá di te appunto come se non t'avesse conosciuto mai. Ma stimi che s'alcun formoso la chieda in copula matrimoniale, per amor tuo voglia giacer frigida nel lecto?

LAMPRIDIO. Protodidascalo, non far questa ingiuria al bello animo suo, ch'io nol comporterò.

PROTODIDASCALO. Ma penso fin ora ne sará fatto cerziore tuo padre Filastorgo--che è nome greco, «_apò tû philin, apò tû astorgin_», «ab amando filium», «che ti ama molto»;--onde o ti richiamerá a Roma overo un giorno tel vedrai: «_Quem quaeritis? adsum_»; ché non solo verrá qua equester o pedester ma navester ancora.

LAMPRIDIO. Il fuoco d'amore si consuma piuttosto da se stesso col tempo che con ricordi o solleciti avedimenti: però andiamo a Capovana a trovar Giulio studente che conoscemmo in Salerno, ché quel certo mi rallegrará con alcuna buona novella di Olimpia mia.

PROTODIDASCALO. Non ti ha scritto Giulio che Olimpia non voleva che tu fussi venuto a Napoli? e non ci fu detto nel diversorio che Olimpia si maritava con un certo capitano famigerato?

LAMPRIDIO. È bugia, nol credere.

PROTODIDASCALO. Niuno crede a quel che gli dispiace. Ma io mi dimentichi tutti i modi di dire ciceroniani e non possa finire il sesto di Virgilio che ho cominciato, se non ti succederá quel che ti dico; «_obtestor deûm_--pro 'deorum'--_atque hominum fidem_»!

LAMPRIDIO. Questi che viene in qua non è Giulio quel nostro amico?

SCENA II.

GIULIO studente, LAMPRIDIO, PROTODIDASCALO.

GIULIO. Se mal non veggio, questi mi par Lampridio; egli è desso. O Lampridio dolcissimo!

LAMPRIDIO. O Giulio fratello, ché persona piú desiderata non arei potuto incontrar oggi!

GIULIO. Dio vi salvi e vi dia mille buon giorni!

LAMPRIDIO. Un solo basteria a farmi felice.

GIULIO. Se soverchiano a voi siano per i vostri compagni; a voi, Protodidascalo.

PROTODIDASCALO. Oh come optatissimo ti obietti agli occhi nostri!

LAMPRIDIO. Che sai d'Olimpia mia?

GIULIO. Rispondete al saluto prima e dite:--Dio vi aiuti e salvi!--e poi mi dimandate d'Olimpia.

LAMPRIDIO. Come può mandarvi salute chi è privo d'ogni salute?

GIULIO. Or dite come stiate.

LAMPRIDIO. Dillomi tu, fratello, com'io stia, che lo sai meglio di me.

GIULIO. Come?

LAMPRIDIO. S'Olimpia m'ama io sto benissimo, se non m'ama io sto assai peggio che morto: non sai tu ch'ella è l'anima mia? non amandomi come potrei viver senz'anima? sarei un che vivesse morendo sempre.

PROTODIDASCALO. Larva d'uomo.

LAMPRIDIO. Lasciam questo: che sai d'Olimpia mia?

GIULIO. Nulla di nuovo se non che venne a casa Mastica e mi pregò caldamente che vi scrivessi che per quanto amor portate ad Olimpia e se avete a caro il suo piacere, non foste venuto a Napoli per una cosa importantissima.

LAMPRIDIO. Che cosa importantissima è questa?

GIULIO. Non saprei.

LAMPRIDIO. Che imaginate?

GIULIO. Non saprei che imaginarmi. Parmi che sii contristato: sei tutto mutato di colore.

PROTODIDASCALO. A questo nunzio oltre ogni suo cogitato dispiacevole, il freddo pavore di zelotipia ave invaso la fiamma comburenteli i precordi e l'ha fatto essangue e pieno di pallore. Segno di amore: «_Palleat omnis amans_», disse Nasone.

LAMPRIDIO. Per dirti la veritá, non avendomi detto la cagione m'hai posto l'animo non so come in suspetto.

GIULIO. Vuoi tu attristarti del male prima che sia?

LAMPRIDIO. Par che l'animo se l'indovini.

GIULIO. Forse è per ritornarne a Salerno di corto e vorrá ella istessa darti la nuova della sua venuta e risparmiarti questa fatica.

LAMPRIDIO. Non mi quadra, mi batte l'occhio dritto; e mi fu referito nel viaggio che si maritava con non so chi capitano suo vicino.

GIULIO. Io non so nulla di ciò: questa è la casa del capitano che dite, e questi che viene è suo servidore; volete che gli ne dimandi? Non rispondete? volgete l'animo a me.

LAMPRIDIO. Non l'ho meco.

GIULIO. Richiamalo a te.

LAMPRIDIO. Non posso, sta in gran tempesta, ondeggia. Ridillo, che non t'ho inteso.

GIULIO. Vuoi ch'io ne dimandi questo servo?

LAMPRIDIO. Me ne faresti piacere.

GIULIO. E vedrai quanto t'è stato detto tutto esser bugia.

PROTODIDASCALO. Festina i celeri passi, vien alacre, baiula un simposio sive un convivio intiero, ch'è infausto augurio per voi. Vi son colombe, animal di Venere: dinota coniugio. Lampridi Lampridi, timeo actum esse de te.

SCENA III.

SQUADRA, PROTODIDASCALO, GIULIO, LAMPRIDIO.

SQUADRA. Sia benedetto Idio che siamo usciti di tanti «voglio e non voglio» e «che si facevano e che non si facevano»; ché al fin s'è voluto e si fanno queste nozze.

PROTODIDASCALO. Rumina un certo quid de nupzie e ringrazia l'altitono Giove che sian pur fatte.

GIULIO. Fermati, Squadra.

SQUADRA. Chi spensierato trattien un carico e che ha che fare?

GIULIO. Un che ti spedirá tosto. Volgiti.

SQUADRA. Non posso volgermi: ho la schiena troppo dura adesso. Paga un che ti ubedisca.

GIULIO. Dimmi, Squadra, donde vieni, dove vai e che robbe son queste?

SQUADRA. Vengo da comprare, vo a casa per apparecchiare il banchetto, ché il capitano s'ammoglia questa sera. Ecco t'ho detto donde vengo, dove vado e che robbe son queste.

GIULIO. Se tu m'avessi detto con chi, a me aresti tolto fatica di dimandare e a te di rispondere.

SQUADRA. Con Olimpia figliuola di Sennia, questa nostra vicina.

GIULIO. Questo è vero?

SQUADRA. Piú vero del vero.

LAMPRIDIO. (Mi par che da buon senno si mariti Olimpia, e di quanto ho sospetto, che sia vero).

PROTODIDASCALO. (Etiam ti pare? non bisogna che piú ti paia perché è maritata; se ben hai ruminate le recensite parole, non hai piú diverticolo d'allucinar te stesso. È maritata, plus quam maritata).

LAMPRIDIO. (Taci col tuo malanno!).

SQUADRA. Non mi date piú fastidio, di grazia.

GIULIO. Te ne darò mentre non mi dici quanto desidero.

SQUADRA. Non vedete che sto carrico, ho fretta, ho da far molte cose e ho poco tempo?

GIULIO. Mentre hai detto cotesto, aresti risposto a quanto voleva. Mastica sa queste cose?

SQUADRA. Come non le sa, s'egli ha portato e riferito l'ambasciate e ogni giorno mangia col capitano?

GIULIO. Mi sapresti dir dove fusse?

SQUADRA. Ove si mangia o si tratta di mangiare.

GIULIO. Tutto questo sapevo io.

SQUADRA. Perché dunque ne me dimandi?

GIULIO. Va' in buon'ora carico e c'hai faccende; eccoti spedito.

SQUADRA. A dio, trattenitor degli affacendati.

SCENA IV.

GIULIO, LAMPRIDIO, PROTODIDASCALO.

GIULIO. Lampridio caro, oggi troveremo Mastica e c'informeremo meglio del negozio: forse non será cosí.

LAMPRIDIO. Questo «forse» non mi rileva nulla.

GIULIO. Intanto andiamo a pranso.

LAMPRIDIO. Andate a pranso voi, ch'io non pranserò né cenerò piú mai.

PROTODIDASCALO. Vuoi tu per questo appeter la morte?

LAMPRIDIO. Assai meglio che mal vivere. Sendo mancata la mia fé nel cuor di quella di cui l'imagine è piú viva nel mio che non v'è l'anima istessa, ed essendo morta per me chi era cagione che a me fusse cara la vita, non mi curo piú d'anima né di vita.

GIULIO. Sei tu disperato?

LAMPRIDIO. Eh, Olimpia Olimpia, non son queste le parole che mi dicesti partendoti da me: che piuttosto il sole sarebbe mancato di luce che tu giamai di fede, o che il tempo bastasse ad intepidirti l'ardore che mostravi tener acceso nel petto per amor mio! Ed è possibile che nel cuore, donde sono uscite queste parole, or vi sia entrata tanta oblivione? Sia maladetto tal core e sia maladetta, Amor, la tua potenza, che in quel core ove piú regnar dovresti ti lasci come vil servo vincere e dispreggiare....

PROTODIDASCALO. Lasciategli essalar gl'ignicoli accensi nell'intimo del suo core, che exarso dalla concupiscenza abbi l'egresso per questi respiracoli.

LAMPRIDIO.... Capelli, questo mio braccio non è piú vostro luogo! Verde seta, quanto mal fosti intrecciata con essi: mi promettesti speranza ma è giá morta ogni speranza per me. Voi m'avete ingannato; ma chi non areste ingannato se ci foste avolti da quella con tante belle maniere e tanti baci? Io calpesto cosí voi come ella ha sprezzata e calpestata la mia fede. Anello, tu non starai piú in questo dito: mi mostravi due fedi gionte, che se ben la lontananza o la morte ne parte i corpi non partirá l'alme in eterno che sieno legate d'amore....

PROTODIDASCALO. Oh, utinam, che concomitante il celeste favore questo fusse proficuo rimedio che lo vedessimo sospite di queste intricabili erumne!

LAMPRIDIO.... Ahi donne perfide e infideli--delle ingrate parlo io,--tutte sète macchiate d'una pece, tutte sète ad un modo! Non perché vi si mostri piagato il core in mille parti, non perché si spenda la vita mille volte per onor vostro, si può acquistar tanto merito appresso voi che in un punto non vi si dilegui dalla memoria. L'instabilitá è ogetto del vostro cuore, la leggerezza è nata nel mondo dalla vostra condizione....

PROTODIDASCALO. Oh che tu cernessi con gli occhi miei queste donne petulche Pasife, queste trisulche vipere!

GIULIO. Lampridio caro, non avete ragione biasmar tutte per una che vi dia cagion di dolervi: ci sono delle cortesi e delle gentili sí. Ben si conosce che vi sopravince la còlera.

LAMPRIDIO.... Ah Mastica Mastica, non senza cagione volevi che non fossi venuto a Napoli, accioché non vedessi che mi tradivi; della tua infedeltá non devo punto maravegliarmi, perché hai fatto da quel che sei! Ma io mi masticherò questo tuo core.

PROTODIDASCALO. Non t'ho io da gl'incunabuli animadvertito con mille ciceroniane auree sentenze, che in questo abietto hominum genere v'è sempre carenzia di fede? e hai sempre floccipeso le mie parole. Che vuol dir Mastica se non «_mastix_», «_verbero_», vulgari vocabolo «sacco di bastonate» e «truffatore»?

GIULIO. Orsú, date fine a tanta còlera.

LAMPRIDIO. Amico, se mai mi facessi piacere, vattene, lasciami qui solo, lasciami sfogare e dolere a modo mio.

GIULIO. Non è vergogna qui nella strada publica dolersi come figliuolo? Andiamo a casa, serratevi in una camera e qui a vostra posta doletivi quanto vi piace.

LAMPRIDIO. Né in casa vostra né in Napoli starò un sol punto; andrò a farmi monaco per disperato in un eremo. Anzi fammi una grazia, fratello: menami al Molo grande, ch'io voglio or ora buttarmi in mare.

PROTODIDASCALO. Oh miserrimo chi segue questo giovenecida Amore! Germanule, andiamgli dietro, ché non incida in qualche discrimine della vita.

SCENA V.

TRASILOGO, SQUADRA.

TRASILOGO. Dunque un romano ará tanto ardimento da farmi un simile inganno?

SQUADRA. Chi v'ha rivelato questa cosa, padrone?

TRASILOGO. Anasira, quella mia conoscente; e vogliono con questo inganno tormi Olimpia mia sposa. Son uscito per incontrarlo e ammazzarlo.

SQUADRA. Per dirlovi, padrone, a me parea impossibile che Olimpia v'amasse mai, perché alla vista conosceva che ne stava molto aliena.

TRASILOGO. O Dio, che queste feminacce del diavolo fanno sí poco conto d'un cor tremendo e foribondo! Mirami un poco in viso: è faccia questa da sprezzarsi da Olimpia? Io mi ho inteso lodar di bellezza e ho fatto morir le migliaia delle donne d'amore a dí miei; e chi m'avea a dormir seco lo riputava a molto favore, per aver razza d'un par mio per uomini da guerra.

SQUADRA. Olimpia è come l'altre: s'attacca sempre al peggio.

TRASILOGO. S'ella mi vedesse in mezzo un essercito di nemici, dove non si vede altro che spronar cavalli, abbassar lancie, sonar tamburri e trombe, scaricar archibuggi, bombarde e artegliarie, e io con questa mia Balisarda aprir elmi, forar corazze, romper teste, tagliar colli e infilar cuori; s'ella mi vedesse con una lancia in resta e prima che si pieghi buttar in terra almen sette persone, mi giudicarebbe un fulmine di guerra; ed ella e tutto il mondo impararebbe a far altro conto di me che non ne fanno.

SQUADRA. Or questo sí che desiderarebbe veder Olimpia prima che si pieghi: di buttar sette persone in terra.

TRASILOGO. Ma oimè, che la gelosia m'ha posto un verme nel core che mi rode tutto e mi scompiglia: che verme, che verme! Io sento Amore che con cento cannoni mi dá la battaria all'anima. Giá sono abbattute le cortine e occecati i belovardi, ecco mi dan l'assalto; ahi spada, che mi consigli? ahi Durindana, tu non mi servi a nulla!

SQUADRA. Padrone, veggio non so chi in finestra.

TRASILOGO. Mira se mi guarda.

SQUADRA. Non vi move gli occhi da dosso.

TRASILOGO. Deh, che m'attaccassi ora alla scaramuccia con mille persone, ché in tre colpi ne vorrei far cento pezzi di tutti; che non vorrei mai tirar colpo che non andasse a pieno, né volger sguardo che non mi facessi fuggir dinanzi una compagnia. Vien qua che ti vo' mostrar certi colpi di spada. Al primo sfodrar della spada fatti innanzi con questo mandritto sul capo, con questo roverscio alle tempie, poi caricagli sopra con un piede inanzi, che passaresti una torre da un canto all'altro.

SQUADRA. Padrone, riponete la spada or che siete in furore, che non m'ammazzate.

TRASILOGO. Orsú, poni effetto a questo falso filo, ché saresti per sbarattar la scrima.

SQUADRA. Avertite che non vi scappi da mano. Diavolo! che Olimpia ha serrato la fenestra.

TRASILOGO. Ahi, capitan Trasilogo, rovina degli esserciti, distruggitor delle cittadi, eversor degl'imperi, tu devi esser stimato cosí poco! Vien qua, spezza la porta, entra, sali e di' ad Olimpia che ho preso piú cittá e castelli e che ho piú ferite nella persona ch'ella non ha posto punti d'ago su la tela in sua vita, e che ho cento gentildonne che spasimano per amor mio; e se non fusse che è una vil feminella, non la scamparia il cielo che non avesse a partirsi una cappa meco e ucciderci dentro un steccato. Che tardi?

SQUADRA. Non saria meglio, padrone, sfogar questa còlera sopra Mastica o sopra quel romano, e lasciar questa casa? chi può saper che vi sia dentro!

TRASILOGO. Dici bene, mi vo' appigliare al tuo consiglio; potrebbe esser qualche stratagemma, che ci fusse qualche imboscata dentro. Será bisogno venirci ben provisto e tôr prima le difese. Andiamo, ché vo' spianar questa casa da' fondamenti.

SQUADRA. Fermatevi, padrone, ché vien Mastica e un giovanetto, qual stimo il romano. Ascoltiamo un poco: forse ragionano su questo fatto.

SCENA VI.

MASTICA, LAMPRIDIO, PROTODIDASCALO, SQUADRA, TRASILOGO.

MASTICA. Anzi or veniva insino a Salerno a recarti la piú lieta novella che tu avessi avuta giamai.

LAMPRIDIO. Perdonami se a torto mi sono adirato teco.

MASTICA. Conosci tu questa lettera?

LAMPRIDIO. Oimè, d'Olimpia mia!

MASTICA. Ti porto cosa miglior di questa.

LAMPRIDIO. Che cosa mi potrá esser piú cara e miglior di questa? Parla presto: che nuova m'apporti d'Olimpia?

MASTICA. Nulla, ma lei tutta insieme.

PROTODIDASCALO. (Me miserum, io arbitrava che fusse paulo minus che evaso da questa egritudine: or questa speranza sará un suscitabulo, ché di nuovo la fiamma si pascerá delle sue midolle!). Lampridio, perpendi gl'inganni, non credere, son tutte nughe.

LAMPRIDIO. Dimmi, Mastica, dove mi porti Olimpia?