L'Italia nel 1898 (Tumulti e reazione)
Part 13
Perciò si mossero la Sicilia nel 1893 e la Puglia nel 1898 e rimasero tranquille la Calabria e la Sardegna. Qui la miseria dura ininterrotta da anni ed anni e le popolazioni che le abitano si sono adattate ad un regime inferiore. Il passaggio rapido da un relativo benessere ad un certo grado di miseria spingea a ribellione le prime. Questi principî di psicologia collettiva, che trovarono la loro applicazione ripetute volte, poterono agire a Milano come in varie altre contrade[100]. Milano, che aveva tumultuato il 1 Aprile 1886 per il dazio sul pane e per le angherie degli agenti daziari, non poteva rimanere insensibile quando il prezzo del pane subì nel 1898 un aumento di quasi il 50%[101].
A Milano, inoltre, come si disse, dovettero intensamente agire altre cause, perchè Milano è la _capitale morale_. Che lo sia lo dicono le cifre, che bisogna lasciar parlare. Cominciamo da quelle relative alla base biologica, che con qualche confronto con quelle della maggiore città del mezzogiorno, Napoli, serviranno a fare apprezzare più al giusto la costituzione bio-sociologica della metropoli del Nord e di quella del Sud[102].
L’aumento della popolazione nella capitale della Lombardia, se non è vertiginoso come quello di alcune grandi città dell’Europa settentrionale o degli Stati Uniti, è assai considerevole. Contava 351,941 abitanti nel 1885 ed arrivò a 441 nel 1895. L’aumento fu più rapido tra il 1881 e il 1891 — da 314 a 414 mila abitanti; mentre Napoli nello stesso tempo da 493 salì a 527 mila. In media a Milano l’aumento fu di circa 10,000 abitanti all’anno, mentre a Napoli non arrivò a 3000.
Questa prima ed enorme differenza acquista un significato economico sociale interessantissimo quando si saprà che la natalità di Milano nel 1895 era molto ai disotto di quella media del regno: rispettivamente di 28,21 e di 38,67 per mille abitanti.
Questa natalità arriva alla cifra dei popoli orientali meno avanzati in civiltà in Napoli: nel 1891 di 41,4 nel quartiere S. Lorenzo, dove nel 1881 mantenevasi a 49,8. Questi altri dati, oltre l’influenza esercitata dalla diversità delle condizioni economiche degli abitanti delle due città, danno ragione in parte della differente mortalità: a Milano, per l’igiene, la pulizia e il rinnovamento edilizio, si spendono Lire 1318,80 per 100 abitanti; a Napoli si arriva a poco più della metà, a L. 693.85.
L’aumento della popolazione, dunque, a Milano, come nelle altre città civili, non è determinato da forte natalità, ma dalla sua minore mortalità ridotta a 24,52 nel 1895 colla media del regno di circa 26 e di Napoli, che mantenevasi a 30,6 nel 1893. L’aumento dovuto alla minore mortalità viene accresciuto dalla immigrazione, che fu di 10,511 nel 1885 e discese a 9545 nel 1895; inversamente l’emigrazione tra gli stessi anni salì da 2944 a 3194. Queste ultime cifre sono interessantissime, perchè dimostrano: 1º la quantità considerevole di persone nate fuori di Milano, che nella ricca città vanno a prendere dimora; 2º che il movimento ascenzionale della prosperità, a giudicarne dalla diminuita immigrazione e dall’aumentata emigrazione, aveva già cominciato a subire un arresto nel 1895.
Occorrerebbe una speciale monografia per illustrare la vita economica industriale di Milano, che non è uguagliata da quella di verun’altra città italiana; vi sarà agio di accennarvi un poco più in là, e qui basta ricordare che la _Cassa di Risparmio_ costituisce l’indice migliore della ricchezza della Lombardia. Gli ottocento milioni all’incirca di depositi e risparmi della Lombardia rappresentano oltre due terzi del totale spettante alle provincie meridionali come si è visto in uno dei capitoli precedenti.
La superiorità di Milano è indiscutibile e considerevole dal punto di vista intellettuale e morale. Milano spende L. 655,20 per istruzione e L. 1,23 per culto ogni 100 abitanti; Napoli invece presenta queste cifre: L. 354 e L. 19,67. Alle due spese corrispondono rigorosamente i dati dell’analfabetismo e quei della superstizione, dimostrabili colla statistica per la prima parte e riconoscibili soltanto dalla cronaca per la seconda. A Milano, infatti, su 100 sposi, un poco più di 16 non sanno sottoscrivere; più di 50 a Napoli. Quasi tutti i ragazzi che hanno l’obbligo della scuola — 96 su 100 — la frequentarono in Lombardia negli anni 1894-95; arrivarono a 63 nella Campania. Aggiungasi che mancarono qui tutte, o quasi, le scuole e le istituzioni complementari, che rendono meno illusoria l’istruzione obbligatoria.
In perfetta armonia coi dati economici e morali sono quelli morali come si può rilevare da questo specchietto che si riferisce al triennio 1893-95. Per 100,000 abitanti:
Milano Napoli
Reati d’ogni specie denunziati 1316 3984 Contro il buon costume 10,48 40,54 Omicidi 3,02 28,35 Lesioni violente 101,61 511,30 Reati contro proprietà 352,97 498,25
Milano supera tutto il mezzogiorno nel numero delle nascite illegittime (10,2 per 100 nascite); ma si sa che questo è l’indice meno significante della moralità pubblica; tanto che Torino, la quale nell’insieme sta innanzi a Milano per la istruzione e pei reati, la supera nelle quote degli illegittimi, con 14,1. Milano anche in uno degli elementi più dolorosi, si rivela a livello delle regioni più colte di Europa: nel 1895 ebbe 90 suicidi; non furono che 53 a Napoli, con circa 90 mila abitanti in più.
Se dal lato negativo della statistica morale si passa a quello positivo, in qualche modo rappresentato dalla beneficenza e dalla previdenza, riscontriamo dati che armonizzano coi precedenti e li spiegano. A Napoli si spendono L. 118,72 per 100 abitanti per beneficenza pubblica ed a Milano 185,15. Ma queste cifre non danno che una pallidissima idea dello spirito filantropico di Milano, in tutte le sue classi sociali. Chi volesse rendersene conto, legga in _Appendice_ ciò che brevemente ci scrisse persona che conosce la _capitale morale_ e non potrà fare a meno di sentire per essa una viva ammirazione.
Accanto alla beneficenza sta la previdenza. Oltre il Monte di Pietà e la Cassa di Risparmio, a Milano vivono o meglio vivevano, prima che la raffica reazionaria le devastasse, oltre 160 associazioni di mutuo soccorso tra professionisti ed operai di ogni specie. Si può assicurare che i più umili mestieri e i più vari hanno la loro associazione di mutuo soccorso; prima fra tutte l’_Associazione generale_, che ha un capitale di oltre 600,000 lire e che per potenza economica e numero di soci gareggia con quella di Torino; entrambi sono tra le pochissime in Italia che reggono al paragone delle inglesi. Milano, colle sue diverse opere di beneficenza e di previdenza, spende la bella somma di circa otto milioni e duecento mila lire all’anno.
Floridissima e bene organizzata era la Camera del Lavoro, cui il municipio aveva accordato un sussidio annuo di L. 10,000 e la sede gratuita in via Crocefisso ed a cui facevano capo circa 120 sodalizi che rappresentavano tutto il lavoro manuale e parte di quello intellettuale — associazioni tra insegnanti, ecc. — Serviva come intermediaria tra capitale e lavoro, tra l’offerta e la domanda di lavoro e patrocinava gli interessi dei lavoratori.
L’opera sua fu sempre efficacissima e spesso compose degli scioperi o li evitò; lo stesso Municipio in qualche occasione si rivolse ad essa. L’ultima sua buona opera compiuta fu nello sciopero dei tramvieri, che durò un sol giorno e terminò colla vittoria dei lavoratori contro il Municipio e contro la società Edison. L’ira della reazione non la risparmiò, non ostante che non avesse carattere politico.
E colla Camera del Lavoro possiamo passare alle associazioni schiettamente politiche. Quelle di mutuo soccorso hanno ciascuna una prevalente tendenza politica; l’_Associazione generale_, ad esempio, è nelle mani dei monarchici moderati che se ne avvalgono ed acquistano una influenza superiore alla loro forza reale. La norma delle associazioni monarchiche è la _Costituzionale_ presieduta dal nobile G. Visconti Venosta e dove si raccolgono i reazionari più feroci, reclutati nell’aristocrazia e nella grassa borghesia: le sue idee vengono rappresentate nella stampa della _Perseveranza_. Sono monarchiche varie società fra militari ed alcuni circoli elettorali — tra i quali un Comitato elettorale permanente nel terzo collegio, che tra i principali capi di accusa contro i suoi avversari enumera quello di essere appartenenti alla massoneria. Merita menzione speciale il _Circolo popolare_, che vorrebbe un partito conservatore moderno ben distinto dal reazionario, a cui appartengono Prinetti e Ambrosoli, tra gli altri deputati; ma che sinora non è riuscito ad avere molta fortuna; non ne ha avuto una maggiore l’_Associazione monarchica fra gli studenti milanesi_.
Un tempo era potentissimo il Consolato Operaio schiettamente democratico e che fu lo strumento della vittoria clamorosa della lista democratica e repubblicana alla prima elezione generale a suffragio allargato nel 1882. Fu battuto in breccia dai socialisti, che gradatamente gli sottrassero molti importanti sodalizi e gli era stato sostituito il _Tribunato dei lavoratori_, ch’era schiettamente repubblicano[103]; e repubblicani erano molti circoli elettorali ed altre società — compresa una d’irredenti ed altre fra gli studenti raccolti nel _Fascio Carlo Cattaneo_. Repubblicani e democratici potevano contare su di alcune società di mutuo soccorso, sulla _Società democratica tra i Reduci dalle Patrie battaglie_ e sulle _Società Reduci volontari garibaldini_.
Erano oltre venticinque le società e trenta gli oratorii cattolici, nei quali stava la forza disciplinata del partito clericale. Alcune organizzazioni avevano scopo esclusivamente elettorale e riuscirono utilissime ai moderati nelle elezioni amministrative.
I sodalizi socialisti sembravano scarsi di numero; ma erano mirabilmente organizzati e di una sorprendente attività. Alla _Federazione socialista_, all’_Associazione elettorale socialista_, al _Circolo di studi sociali_ facevano capo molti circoli — alcuni prevalentemente elettorali — ed altre utili istituzioni, come il Ristorante cooperativo di Ponte Seveso che riusciva efficacissimo per la propaganda. L’organizzazione socialista era la più disciplinata e la più forte: la sola che poteva competere col partito clericale. Nè la disciplina veniva rotta dalle diversità della corrente che cominciava a designarsi tra i moderati guidati da Turati e dalla Koulischoff, che volevano accordi coi partiti affini, e gli intransigenti che di accordi non volevano sapere in alcun modo. Gli uni e gli altri — moderati e intransigenti — erano decisamente avversi a qualunque tentativo rivoluzionario, almeno tra gli elementi direttivi e tra gli oratori delle frequenti e frequentate conferenze.
Con un cenno alla _Massoneria_ — scissa durante il governo Crispi, perchè a lui si riteneva troppo ligio il Gran Maestro del tempo — alla _Società internazionale per la pace_, dove trovano posto uomini di tutti i colori — dal conservatore Albasini-Scrosati ai repubblicani Maffi e Premoli — e al _Circolo per la solidarietà internazionale_, ch’è una emanazione della precedente, con intendimenti più larghi e più pratici, pongo termine alla rapidissima rassegna delle associazioni di Milano, che possono già dare un adeguato concetto della sua vivace attività politica, che meglio risalterebbe dalla storia dei suoi singoli collegi fatta al lume dei risultati elettorali. Le ultime elezioni, ad esempio, insegnano che nel solo VI collegio, tra socialisti e repubblicani, gli antidinastici sono oltre 3000.
Questi dati politici e intellettuali vengono completati dalle seguenti notizie sulla stampa. Milano ha i giornali più diffusi in Italia, se non i meglio compilati.
Comincio dall’_Italia del Popolo_ che non risorgerà più nella _capitale morale_ e che rivivrà a Roma sotto il semplice titolo: _Italia_. Benchè intransigentemente repubblicana — talvolta bigotta — e non ben fatta dal lato tecnico e deficientissima pel servizio telegrafico, era riuscita ad avere quattromila abbonati. Era grande il valore morale dei suoi collaboratori — oggi quasi tutti in carcere — ma era maggiore la diffusione delle idee repubblicane; tale da consentirle una tiratura di oltre 15 mila copie, quale non l’ebbero mai _L’Unità Italiana, Il Dovere, La Lega della democrazia_, non ostante la direzione di uomini che si chiamavano Maurizio Quadrio, F. Campanella, Alberto Mario. E l’_Italia del Popolo_, per le deficienze indicate, non oltrepassava i confini dell’Emilia.
Tra i quotidiani, il primo posto per la diffusione lo tiene a Milano e in tutta Italia _Il Secolo_, la cui tiratura oscilla attorno alle 100 mila copie e che esercita una grande e benefica influenza in senso democratico in tutto il regno. E per questa sua azione venne soppresso dal generale Bava Beccaris. Viene dopo _Il Corriere della sera_, che col volteggiare accorto del Torelli-Viollier, che sapeva a tempo debito secondare l’opinione pubblica e colla grande cura posta nella compilazione, aveva ottenuto una considerevole diffusione. Coll’uscita dell’antico direttore, cui parvero enormi i fasti reazionari dello stato di assedio, si è avvicinato politicamente alla _Perseveranza_ — l’organo più sfacciato della reazione, ma che per fortuna esercita scarsissima influenza, per la sua scarsa diffusione. Non arrivò a guadagnare neppure durante lo stato di assedio, quando ridusse democraticamente il prezzo di vendita da 10 a 5 centesimi.
La _Lombardia_ era un giornale alquanto democratico, non bene definito, ma che per le sue imparzialità godeva di molte simpatie tra la borghesia che non vuole arrivare al _Secolo_, ma che non può acconciarsi agli organi della reazione; ora ha mutato indirizzo, come è pure mutato tutto il personale di redazione, volontariamente dimessosi per atto di solidarietà con il suo direttore, non avendo voluto il direttore Gianderini acconciarsi a fare un giornale reazionario. Invece è discretamente diffusa _La Sera_, sempre — almeno sinora — ministeriale, per l’ora tarda in cui si pubblica e che la fa ricercare per le notizie ultime. L’_Osservatore Cattolico_ di Don Albertario e la _Lega Lombarda_ sono i due quotidiani cattolici: la seconda fornica coi moderati e qualche volta assume intonazione conciliazionista.
_La Lotta di Classe_ — risorta sotto il titolo di: _Lotta_ con un valoroso direttore — Claudio Treves — _Il Socialista, L’elettore cattolico milanese, il Popolo cattolico, Il lavoratore italiano_, clericale, e _L’Idea liberale_ sono settimanali: sarebbe fortuna per tutti se le idee temperate dell’ultima prevalessero tra i monarchici milanesi.
Milano ha inoltre: 23 pubblicazioni commerciali e industriali — tra i quali _Il Sole_ e il _Commercio_ quotidiano; 22 di medicina; 5 giornali giuridici — _I Tribunali_ divennero quotidiani durante i processi politici ultimi; 16 agricole; 22 di moda; 14 strettamente religiose; 29 letterarie, educative, scolastiche, ecc.; 13 per le famiglie ed umoristiche — argutissimo _Il Guerrino Meschino_ e assai popolare _L’Uomo di Pietra_; 13 teatrali; 3 di viaggi; 5 di pubblicità; 9 di sport, caccia e scherma; 15 di genere diverso; 12 scientifiche — tra le quali _Il Pensiero italiano_ di Pirro Aporti. E chiudo questa eloquentissima enumerazione con un cenno speciale alla soppressa _Critica Sociale_, che mercè l’opera assidua, intelligente ed amorevole di Filippo Turati aveva acquistato fama grande e meritata in Italia e fuori e che tutti si augurano di vedere risorgere presto e rigogliosa e battagliera, non appena il suo valoroso direttore avrà riacquistata la libertà.
Da tutto ciò si può già concludere che Milano è città essenzialmente politica e intellettuale; e chi conosce la vivacità delle discussioni nei caffè, nei ritrovi familiari, nelle piazze; la frequenza e varietà delle conferenze pubbliche — molte delle quali, naturalmente con diversità d’intenti, organizzate dal florido _Circolo Filologico_ e dalla _Società internazionale per la pace_ — tutte affollate e parecchie tenute nella stessa ora, potrà ancora più agevolmente ricostruire mentalmente l’ambiente psichico di Milano.
Questo ambiente, è naturale, non si formò in un giorno, nè in un anno. Degli anni ce ne vollero perchè quello descritto da Parini si mutasse radicalmente.
Non è qui il luogo per dimostrare quali fattori naturali e sociali abbiano contribuito a preparare e maturare il mutamento facendone un centro attivissimo di vita economica e intellettuale; certamente l’Austria colla sua cura di forche, di piombo e di galera ne ricostituì sano e vigoroso il carattere politico; ne formò la tradizione fiera, indipendente, indomita.
In un solo anno — dall’agosto 1848 all’agosto 1849 — furono eseguite non meno di novecento sessanta sentenze di morte sopra individui accusati o semplicemente sospettati autori di reati politici, compresi taluni pei quali non esisteva neppure il sospetto, ma che vennero giustiziati sol perchè tratti accidentalmente in arresto. Alcune esecuzioni acquistarono celebrità per alcuni episodi eccezionali.
È così che i milanesi vanno orgogliosi del: _Tiremm innanz!_ di Sciesa (1850).
«Il trattamento dei bruti a cittadini che insultati risentono l’insulto, dice il Senatore Piolti de’ Bianchi, segnò tra Milano e l’Austria una macchia indelebile, una pagina d’odio, che nessuno mai straccerà».
E quest’odio spiega come, perchè Milano _pacifica_ e umana fra le città italiane, abbia manifestato un entusiasmo come per una vittoria nazionale all’annunzio dell’assassinio del D.r Vandoni (1851) reo di aver denunziato alla polizia il suo amico Dottor Ciceri[104].
Il moto del 6 Febbraio 1853 — nel quale ebbero parte Visconti Venosta e Depretis — e tutte le successive cospirazioni e impiccagioni consecutive, sino alla liberazione del 1859, non fecero che rinvigorire e rendere adamantino questo carattere politico della Lombardia e della sua capitale.
Una nuova vita avrebbe dovuto cominciare colla cacciata degli Austriaci; e lombardi e milanesi vi credettero tanto a questa nuova vita, che essi, nei primi anni della costituzione del regno, sembrarono tra i più devoti alla dinastia sabauda; tanto devoti, che Enrico Cernuschi, indignato, preferì alla cittadinanza italiana la francese. — Le elezioni politiche erano l’indice migliore dei sentimenti della massa che godeva del diritto di voto. C’erano già dei brontoloni, disgustati che Vittorio Emmanuele non avesse mantenuto l’antico impegno di convocare la Costituente; ma i più erano soddisfatti della liberazione dal giogo austriaco e preoccupati e distolti da altre aspirazioni, dal desiderio ardente di compiere l’unità e l’indipendenza della nazione, sino a tanto che lo odiato e antico oppressore rimaneva accampato nel Veneto. Qualche elezione — quelle di Giuseppe Ferrari, di G. Mussi, e più tardi di Carlo Cattaneo — più che alla influenza della corrente politica che rappresentavano gli eletti — era un omaggio alla eminenza della persona o l’effetto di condizioni locali.
La reazione contro il sentimento monarchico-moderato andavasi maturando man mano che i governanti discreditavansi per errori politici e per immoralità delle quali non potevansi vittoriosamente difendere.
Era divenuta vigorosa all’epoca del _Gazzettino Rosa_ — che potè fare di più per la demolizione delle istituzioni coi duelli de’ suoi redattori viventi _en bohemiens_, che non gli articoli logici e serrati dell’_Unità Italiana_ — ed esplose colle infamie del processo Lobbia[105].
Passò inosservata, o quasi, la cospirazione repubblicana del 1869 — per la quale venne arrestato sulla Piazza del Duomo il Dott. Pantano, tradito da un ufficiale; ma suscitò maggiore interessamento il tentativo insurrezionale della Caserma di Pavia colla conseguente fucilazione di Barsanti.
I sotterfugi miserevoli di Lanza per negare la grazia del povero caporale, chiesta in nome delle donne italiane da una Pallavicini, al cui consorte grazia non era stata negata dall’Imperatore d’Austria, produsse la più penosa impressione nella pubblica opinione. E la Lombardia cominciò a divenire un semenzaio di deputati schiettamente repubblicani — Sonzogno, Billia, Ghinosi, Mussi, Cavallotti — molti dei quali forniti dal _Gazzettino Rosa_, divenuto popolare perchè battagliero ed anticesareo. 1 fatti di Via Moscova — 23 Marzo 1879[106] — e tanti altri fasti della polizia, che non lasciava passare occasione per agire austriacamente, accelerarono l’evoluzione di Milano e della Lombardia in senso democratico e repubblicano: evoluzione che trovava il suo terreno ben preparato nella tradizione storica e nella influenza che dovevano esercitare legittimamente, sopra tutti gli elementi intellettuali e sani, un gigante come Carlo Cattaneo, uomini come Giuseppe Ferrari e Gabriele Rosa; evoluzione che divenne ufficialmente palese colle elezioni generali del 1882.
In tal modo si andò preparando in Milano e in Lombardia un ambiente non solo repubblicano, ma schiettamente federalista, con questo in più: che la tendenza federalista non era esclusiva dei repubblicani, ma invadeva più o meno apertamente su tutti gli altri partiti e su tutte le classi sociali, percorrendo una gamma al cui centro stava l’_Italia del Popolo_ coll’indimenticabile Dario Papa, e, agli estremi, da un lato Filippo Turati e dall’altro Giuseppe Colombo.
Date le condizioni tristi del resto d’Italia e data la coscienza della superiorità economica, intellettuale e morale di Milano e della Lombardia, coloro che si sapevano superiori e vedevansi legalmente accoppati da una forte maggioranza avversa, non potevano che riconfermarsi nel sentimento e nell’aspirazione federalista nella quale vedevano una nuova liberazione dai _barbari_ del mezzogiorno. Così formossi la leggenda dello _Stato di Milano_, in fondo della quale c’era e c’è un assieme di verità, che non dovette rimanere del tutto estranea negli ultimi moti di Maggio[107].
Milano e la Lombardia si credettero addirittura sottoposti ad un dominio odioso sotto il secondo ministero Crispi: il quale ricambiava i lombardi di cordialissima antipatia e designavali come _Galli cisalpini_. Antipatia scambievole, sottolineata dai solenni fischi di Milano al Presidente del Consiglio, tanto più significante in quanto che la rottura colla Francia accentuata da Crispi, più che alle altre, economicamente, riusciva profittevole alle industrie lombarde.
Lo spirito lombardo, in ultimo, parve impersonato in Cavallotti che alla sua tenace e meravigliosa opposizione dette il profumo che veniva dalla _questione morale_; sicchè le manifestazioni violente di Milano e di Pavia dopo Abba Carima e la successiva caduta di Crispi parvero una vittoria, una rivincita del bardo glorioso della democrazia e dei suoi rappresentati.
Questo l’ambiente politico-morale di Milano; che a buon diritto può essere chiamata la _capitale morale_ d’Italia per lo insieme armonico delle sue condizioni. Torino che l’uguaglia, le sta dappresso o la supera nella vita economica, nell’alfabetismo e nella minore delinquenza, non ha la vivacità e l’energia politica di Milano. E si spiega la calma di Torino durante gli ultimi moti non solo col desiderio di non nuocere al successo della sua Esposizione e colla forte organizzazione del suo socialismo intransigente, ma anche col suo temperamento e colla influenza della tradizione dinastica ancora tanto viva su di un Edmondo De Amicis che manifesta un sacro orrore per l’idea repubblicana innanzi al Tribunale militare, che doveva condannare a dodici anni di reclusione il suo amico e compagno di fede Filippo Turati!