L'isola dei baci: Romanzo erotico-sociale
Part 1
MARINETTI E BRUNO CORRA
L'ISOLA DEI BACI
_ROMANZO EROTICO-SOCIALE_
MILANO STUDIO EDITORIALE LOMBARDO Via Durini, 18 1918
PROPRIETÀ LETTERARIA
Questo libro mi piace.
_Questo libro mi piace moltissimo. Ne sono francamente entusiasta. Mi è più simpatico di tutti gli altri miei e di tutti gli altri di Marinetti. Non so e non voglio dire quanto valga. Ma mi soddisfa. Mi piace. Sono straordinariamente contento di poterlo dare al pubblico._
_Le ragioni? Eccole._
_È un libro che rimane _fuori dalla letteratura_. È un libro che volta le spalle con risoluta disinvoltura a tutte le noiose e gravose persone le quali dedicano solitamente la loro attività alle cose letterarie: scrittori, giornalisti, filosofi, critici, pensatori, intenditori d'arte. A tutti costoro peserà sullo stomaco buongustaio per un tempo, spero, abbastanza lungo. Esso infatti è un romanzo che non è un romanzo con delle psicologie che non sono psicologie, dei lirismi che non sono lirismi, delle satire che non sono satire, delle descrizioni che non sono descrizioni. E poi, lo stile! Che dire del suo stile? La nostra lingua non possiede termini abbastanza obbrobriosi per qualificare la villania stilistica che si trova racchiusa in queste pagine. È certo insomma che tutti gli intenditori di letteratura torceranno gli occhi con disgusto da questo libro e si rifiuteranno di chiamarlo _romanzo_, per non offendere gli altri veri romanzi bene educati e _come si deve_._
_Ecco la prima giustificazione della mia preferenza._
_La seconda è l'inversa._
_Per le stesse ragioni per le quali dispiacerà alle _persone di lettere_ questo libro piacerà agli altri, a quelli che (beati loro!) sono lontani dalla letteratura. Sarà letto con simpatia da ufficiali, da professionisti, da studenti, da industriali, da signore. Con simpatia e con disinvoltura: senza pedanteria. Senza pretese di vivisezioni critiche le quali sempre uccidono e immobilizano l'organismo su cui vengono operate togliendogli la sua unica ragione di interesse: la vita. Letto a questa maniera, cordialmente, potrà trasmettere al lettore la intensa vibrazione di allegria che costituisce la sua anima: e divertirà._
_In conclusione, insomma, questo libro mi piace perchè non è un vero libro._
_Esso è insieme una discussione, una risata, una burla, una conversazione da caffè, una polemica, una ubbriacatura, una sassata in un vetro. Esso è, in complesso, un _pezzo di vita_. Può quindi essere veramente capito soltanto da chi ama la vita più della letteratura, da chi ama le discussioni, le risate, le burle, le conversazioni, le sassate, le polemiche e le ubbriacature più che non le parole stampate._
_Noialtri autori ci siamo divertiti immensamente a scriverlo. Lo abbiamo scritto senza annoiarci e senza affaticarci. Ed ecco ancora una ragione della nostra simpatia per questo lavoro._
_Sappiamo bene che secondo i plumbei dogmi di tutti i più seri critici l'arte è una cosa faticosa, dolorosa, pesante, lunga e triste. Ma noi, lo confessiamo, abbiamo un istintivo ed invincibile orrore per le _sudate carte_._
_Sappiamo anche che secondo altri dogmi dei medesimi critici l'arte deve insegnare, correggere, predicare, fustigare. Ma noi persistiamo nel credere al nostro istinto che ci fa amare sopra tutti gli altri un libro come questo, un libro di leggerezza, di allegria e di salute._
_Quanto a me, poi, io credo fermamente che il divertimento abbia una funzione sociale più importante di moltissime delle cosidette cose serie. E mi riterrei meritevole della più genuina riconoscenza da parte della mia generazione se riuscissi a divenire semplicemente il suo _divertitore_._
BRUNO CORRA.
INDICE
1. — I turisti misteriosi pag. 17 2. — Giacomo Satutto „ 25 3. — L'albergo della Grotta bleu „ 31 4. — A Londra, a Parigi, a Zurigo, a Tripoli alle calcagna di un complotto „ 39 5. — Un bacio notturno che non spiega nulla „ 49 6. — La grotta del Bove marino „ 59 7. — Il Congresso rosa „ 71 8. — Il grande discorso politico „ 87 9. — La catastrofe „ 97 10. — Il Controveleno „ 105 11. — L'apoteosi wagneriana „ 111 12. — La nuova religione internazionale „ 121 13. — L'intervento „ 129 14. — Telegrammi cifrati e decorazioni „ 137
I TURISTI MISTERIOSI
I.
La troppo intensa partecipazione alla vita febbrile della nostra epoca guerresca e rivoluzionaria, ci costrinse, ai primi di agosto, a prenderci quindici giorni di assoluta vacanza. Il primo treno in partenza dalla stazione di Milano verso un porto di mare, alla ricerca di un'isola piacevole e fresca.
Napoli. Banchina dell'Immacolatella. Le quattro del pomeriggio. Mancano pochi minuti alla partenza del piroscafo per Capri. Odori ruvidi e selvaggi di carbone, catrame, sterco, carrube e aranci collaborano colla fermentazione bollente del mare. Atmosfera di lana scottante. Sul ponte troviamo a stento due posti che ci permettono di sudare comodamente fra un deretano di popolana e un napoletano sbarbatissimo, vestito all'inglese, che ostenta un accento perfetto nel parlare francese.
Il mare gonfio d'oro accecante. Afa. Abbiamo la sensazione di trovarci nel letto dorato di Desdemona sotto i cuscini e i pugni del negro Otello.
Ansia crescente. Desiderio di tuffarsi nel fresco della velocità, verso l'indaco del golfo liscio, ricamato di scie e triangoli stanchi di vele. Se non si parte subito avremo fatalmente un colpo di sole. Sopraggiungono invece dei nuovi viaggiatori sbuffanti, agitati, rumorosi, elegantissimi, strani, affannosamente accorati di non trovare più un posto da sedere.
Sono dieci o dodici uomini d'età diversa, evidentemente ricchi, ma dai modi insoliti e tutti legati da un incomprensibile interesse comune.
Fra di loro una giovane signora elegante, alta, fine, snodata nella lieve e morbida toilette nera, sotto l'ala fuggente di un magnifico cappello nero: viso pallido delicato, bocca sensuale un po' grande, occhi scuri ma brillanti, pieni di un'intelligenza allegra. Indoviniamo subito suo marito, Paul De Ritten, bellissimo giovane, snello, occhi azzurri sotto i capelli biondi ondulati, ch'egli ricompone di tanto in tanto con le mani fine, aristocratiche, cariche di anelli antichi. Ritto davanti a noi indica e spiega ai suoi amici le grosse mine galleggianti fra le quali il piroscafo naviga ora cautamente.
A cento metri sulla nostra destra ci segue un cacciatorpediniere, lucido, metallico, geometrico, grondante di luce.
La velocità non ci dava frescura. Sonnecchiavamo dalla noia quando ci si avvicinò uno degli ultimi viaggiatori sopravvenuti, il conte Ricard, giovane, grasso, bruno, mellifluo, pettinatissimo, modi untuosi. L'avevamo conosciuto e ritrovato spesso nei centri artistici europei, senza domandarci mai chi era e se realmente ci piaceva. Utilissimo però: volle presentarci ai suoi amici e alla bellissima Contessa De Ritten. Questa sembrava spostata fra quegli uomini, trascurata. Suo marito non le rivolgeva quasi mai la parola.
Una frase colta a volo aumentò per noi il mistero che avvolgeva tutta la comitiva: “Ma le donne proprio non ci volevano: il conte de Ritten è stato poco serio, poteva lasciare la sua signora a casa„. Parlava così, concitatamente, il barone Truffard, tricheco vestito di bianco, grosso viso ultra violetto, corpo straripante viscido. Si alzò faticosamente. Raggiungemmo insieme il gruppo dei suoi amici che discutevano animatamente pro e contro un articolo della Tribuna sulla questione Dalmata.
— Andate a Capri per riposarvi? domandammo a Ricard.
— No, si tratta di una riunione politica.
— Un congresso?
— No qualche cosa di molto più importante. Vi spiegherò tutto domani. Quel magro, miope, è un valentissimo musicista ebreo inglese, figlio di un ricco banchiere della Rue Saint-Honorè, Jean Cohn. Dietro di lui quel tipo d'abatino tutto curve e moine, dalla grossa bocca viziosa, e dagli occhi sfuggenti è il giovane poeta Guido Pietrachiara, umbro, ricco, un certo ingegno.
Il piroscafo rallentava sotto le alte rocce a terrazze di Sorrento, giallastre, vecchie sulla morbidezza giovanile, sana e carnale del mare troppo azzurro. Lassù le balaustre straripanti di vegetazioni invitavano agli amori facili. Tutti si sporgevano al parapetto del piroscafo sul vociare dei barcaioli napoletani.
Con voce languida e un po' rauca la Contessa De Ritten diceva:
— Che paese meraviglioso! Bisognerebbe non aver fatto ancora il proprio viaggio di nozze, per venirlo a far qui.
— Puoi farne un secondo, con un altro, se lo desideri — rispose De Ritten con una punta d'ostilità.
— Oh no! È troppo tardi! Ora non posso più pensare che al caro marmocchietto nostro.
Il piroscafo si voltò per fendere di nuovo l'alito soave del golfo opprimente di delizia. La prua copriva e scopriva sospirando il profilo nudo dell'Isola di Capri, perlacea, coricata, inutile e assurda all'orizzonte.
Tutti tacquero, seduti, ripresi a poco a poco dal torpore solare.
Si sentiva soltanto borbottare il grosso deputato russo Markoff, apopleticamente seduto, viso gonfio, pizzo e baffi biondi, stiffelius nero fuori moda, pancia scoppiante tra le coscie enormi divaricate, piccoli occhi celesti, irritati dalle lentezze del cameriere che gli portava ora la quarta ghiacciata di caffè. La prese e la tenne con le due mani sotto il mento religiosamente.
— Ho detto portare presto presto da bere... Voi me non venire mai!... Voi servire sempre altra gente prima di me!
Poi disse al suo servitore:
— Ora che scenderemo, prima d'andare all'Albergo, bisogna mandare dispaccio al nostro ambasciatore a Roma.
GIACOMO SATUTTO
II.
Al momento di scendere dal piroscafo davanti alla _marina grande_ di Capri lutti cercavano, senza trovarlo, il barone Truffard. Ricard disse: — È andato a cercare a poppa il suo protetto.
Ed arrivò infatti sorreggendo con tenerezza fraterna un essere fantastico e misterioso che merita una rapida, ma completa descrizione. Sembrava un mendicante vagabondo; ed era relativamente pulito.
Era vecchio, magro, lungo, curvo, cadente, ma con dettagli accurati nel vestito tutto rammendato. In mano, il classico bastone dei viandanti, più alto della sua stessa persona, con in cima appiccicato un disco di cartone bianco coperto di scritture a matita.
Sulle spalle gli ciondolava una specie di lunga borraccia bitorzoluta, coperta di panno grigioverde e tutta legata come un salame.
Aveva in testa un berrettino biancastro da galeotto. Dei piccoli occhi di ferro grigio. Malamente sbarbato. Portava infilata al braccio sinistro una grossa gamella da soldato, nuova. Rischiò di cadere cento volte scendendo in barca poichè gli arnesi che gli servivano di scarpe erano di una eccezionale antipraticità: sembravano enormi sandali ed erano invece semplicemente le colossali suole mal tagliate di un paio di scarpe fuori da qualunque misura umana.
Si soffriva pensando ai dolori di quei poveri vecchi piedi nudi e callosi che volevano trascinare ed erano trascinati dal peso di quei due zoccoli strani di cuoio accartocciato e di stracci inutili.
In barca si tolse dalle spalle l'incomprensibile borraccia. Gli domandammo: “È per l'acqua, non è vero?„. Ci rispose con voce affannosa: “No, non c'è acqua, serve per la curiosità della gente„.
Poi, mostrandoci con un gesto iroso il signor Truffard che sorrideva: “Tutti vogliono sapere dove vado e se c'è l'acqua nella borraccia, tutti si arrabbiano perchè sono tutti nell'inganno, io solo vado verso la verità; Dio è davanti a me e ho avuto il battesimo del sangue; possono fare quel che vogliono, gli uomini, ma non impareranno mai a far crescere l'erba!„.
Gli domandammo che cosa significavano le scritture del suo disco. Rispose, con voce spenta: “Tutta la mia vita„.
Intervenne Truffard che ci spiegò solennemente come stesse raccogliendo i pensieri e gli aforismi profondissimi di Giacomo Satutto, per pubblicarli sul Figaro.
Ma Satutto non voleva interpreti. Disse irosamente: “Faccio tutto per la curiosità della gente. Tutti vogliono sapere cosa c'è nella gamella. È vuota. Aspetterà sempre il rancio. Se mi dànno qualchecosa bene, ma non cerco mai niente a nessuno. Il vicerè lo sa„.
Questo discorso sconclusionato ci vietò d'interessarci alla bellezza di Capri. Seguimmo Truffard e il suo strano protetto all'albergo della Grotta Bleue, dove metà della comitiva aveva già fissato l'alloggio.
L'ALBERGO DELLA GROTTA BLEUE
III.
Ci convincevamo sempre più che le stravaganze esteriori di quella gente non potevano essere che un'abilissima mascheratura di tenebrosi benchè indecifrabili scopi politici.
Prima di tutto era assai sospetto, nel momento attuale, il fatto che numerosi individui appartenenti alle più svariate nazionalità fossero così uniti da legami evidentemente profondi — Truffard, banchiere francese. De Ritten, letterato francese, figlio d'un camerlengo del Papa; Pietrachiara, poeta italiano; Benali, attore italiano, Conte Ladolce, dalmata; Ricard, francese o irlandese; Markoff, deputato della Duma; il granduca Federor Cohn, musicista ebreo inglese che si dichiara cristiano e fa l'antisemita; Djamil, avvocato turco egiziano; Stopwitz, archeologo polacco, ma forse austriaco; Werkopfen, antiquario e numismatico svizzero, ma forse tedesco; il barone Makra, professore ellenista d'origine rumena; Rudolf Thompson, direttore d'una Biblioteca di Chicago, nordamericano d'origine tedesca; Terrapiccola, ricco proprietario brasiliano.
Le nostre indagini, invece di chiarirsi, si annebbiavano. E vi naufragavano dentro gli isolotti incerti delle nostre ipotesi.
Nel corridoio sentimmo: da una porta semiaperta il brontolio di Markoff che dettava al segretario: “non dimenticate di porre nettamente la questione del disarmo...„.
Ma fummo distratti dalla voce concitata di De Ritten che usciva velocemente dalla sua camera senza vederci, sbattendo dietro di sè la porta. Origliammo, poi guardammo dal buco della serratura. La contessa De Ritten, deliziosamente discinta, singhiozzava su una poltrona.
Pensammo che la Contessa De Ritten fosse di una nazionalità nemica e che da questo derivasse il dissidio evidente che agitava la coppia.
Farle la corte —, ci sembrò l'unico modo per capire e orizzontarci. L'amico Ricard diventava sempre più evasivo nelle sue risposte alle nostre interrogazioni. Avevamo forse svegliato i sospetti della comitiva.
Mentre scendevamo giù per il pranzo, un cameriere ci portò un biglietto da visita: _Paolo Castretta, viaggiatore di commercio_ —, e sotto, a matita: “ha l'onore di chiedere un breve colloquio„.
Lo indovinammo, a una tavola, sulla terrazza alberata: tipo meridionale, occhi neri vivacissimi, baffetti neri. Egli sembrò non vederci e noi, obbedendo a un istintivo piano tattico, senza guardarlo ci sedemmo a un tavolo lontanissimo dal suo.
Nel caldo e morbido crepuscolo lilla che soffocava di dolcezza e spegneva i profili scabri dell'isola, i volumi verdi della vegetazione e le chiazze bianche delle ville, agonizzava il vociare dei barcaioli della Marina Grande.
A quando a quando, tintinnio di bicchieri e brontolio di Markoff già ubbriaco di champagne. Castretta, del quale sbirciavamo le spalle, era, come noi, preoccupato dalla misteriosa comitiva.
Sentivamo, con profonda gioia artistica, di esser stati condotti dal caso proprio nel centro di uno di quei viluppi di realtà illogiche, di apparenze assurde e contradittorie, ma condotte con assoluta naturalezza, in una di quelle zone sature di eccezionalità, il cui studio appassiona e eccita in modo particolare i nostri intuiti futuristi, sempre affamati di novità.
Tutti quei viaggiatori sembravano spostati in quel luogo e in quel momento. Nondimeno, a misura che la notte di Capri scendeva a inzuppare col suo triple extrait di chiaro lunare le eleganti forme delle rupi sdraiate sul mare, sentivamo che la loro presenza era veramente naturale e giustificata da ragioni indiscutibili.
Marinetti d'altra parte sentiva brutalmente discordante il tinnire dei suoi speroni da bombardiere. Le bambagie e il liquore perlaceo dell'atmosfera vile per troppo languore si sforzavano di spegnere sulla sua uniforme grigioverde la fiamma dorata della bombarda e il taglio argenteo della ferita.
Il musicista Cohn ebbe qualche colpo di tosse. Mi ricordai che Ricard lo aveva detto tisico spedito. Tutti si alzarono parlando dell'umidità pericolosa delle notti di Capri. Vi furono dei brevi saluti.
E noi rimanemmo silenziosi davanti all'enorme Mistero illimitato, seducentissimo, insidioso, penetrante e sfuggente che aveva la forma stessa del golfo notturno.
A LONDRA, A PARIGI, A ZURIGO, A TRIPOLI, ALLE CALCAGNA DI UN COMPLOTTO
IV.
Il _viaggiatore di commercio_ Paolo Castretta ci attendeva al varco nel corridoio del primo piano. Ci supplicò di non rimandare il colloquio. Fummo costretti a riceverlo subito.
La luce elettrica essendo soppressa a mezzanotte, tra due candele e i violini insistenti delle zanzare, ascoltammo queste strane e impressionanti confidenze.
— Voi sapete senza dubbio chi sono. Vi prego di aiutarmi a conservare il mio incognito per qualche giorno ancora. Ho ricevuto da una altissima autorità l'incarico di scoprire chi sono in realtà i viaggiatori stranissimi giunti ieri con voi, i loro progetti e lo scopo del loro viaggio„.
Poi con tono iroso ed eccitato, aggiunse:
— Sono cinque anni che li seguo con inaudita tenacia e abilità e debbo, ve lo dico con dolore, confessarmi vinto! Non so ancora oggi chi sono in realtà quelle canaglie!
— Sapete dunque che sono delle canaglie. È già qualchecosa.
— Sì, no, in realtà non potrei dirlo. Eppure voi sapete che sono stato io a scoprire i ladri delle tre collane a Dublino. Non era facile! Sono io che ho scoperto l'infanticida della _ottava via_ di New-York. Ebbene, dopo cinque anni di inseguimento, questi signori sono per me, come per voi, inspiegabili e più che mai misteriosi.
Quattro anni fa incontrai il musicista Cohn, l'ebreo tisico, in una violentissima dimostrazione di suffragette a Trafalgar Square. Gli parlai, conquistai la sua simpatia difendendo a pugni con lui tre ragazze malmenate dagli studenti antisuffragisti. Fummo tutti caricati brutalmente dai monumentali policemen a cavallo e ruzzolammo tutti, per non essere calpestati, giù nel sottosuolo di una bottega, in un guazzabuglio urlante di gambe femminili, di chignons scomposti e di cappelli femminili accartocciati. Due ore dopo fingevo di dormire in un camerone della Casa delle suffragette assediata dalla polizia, quando Cohn, sdraiato vicino a me, chiamò a bassa voce Miss Dolly, la celebre propagandista e le consegnò uno chèque di 100.000 lire. Capite? Voi, forse. Io no.
Allora mi parve di intravedere in Cohn e nei suoi amici Truffard e De Ritten degli anarchici milionari, preparatori di un largo movimento contro l'attuale ordinamento sociale. Tanto più che qualche sera dopo io incontrai i loro amici Werkopfen e Pietrachiara, pure ricchissimi, in automobile in compagnia di Tzereti, il famoso dinamitardo evaso dalle carceri siberiane.
D'altra parte sono quasi tutti dei raffinatissimi cultori d'arte. Werkopfen, antiquario e numismatico, possiede un museo di un valore incalcolabile in casa sua a Zurigo. Sono quasi tutti fanaticamente appassionati di musica classica. Il giovane Pietrachiara, che ha ereditato parecchi milioni da suo padre, viaggia con l'unico scopo apparente di sentire dei concerti di buona musica.
So inoltre che sono azionisti di una grande società per gli scavi ad Atene. Markoff ha fondato a Mosca un ricovero per i pittori poveri. Credetemi. Nulla è più tragico della mia situazione. Posso dire di conoscerli a fondo: ma è come se non li conoscessi affatto.
Se sono anarchici non sono cultori di arte. Se sono anarchici o cultori d'arte è difficile che siano agenti jugoslavi. Poichè dovete sapere che due anni fa li ho trovati tutti in una tumultuosa assemblea politica di serbi, czechi, montenegrini, greci, sloveni e croati. Una cameraccia puzzolente ed affumicata del Faubourg Saint Antoine a Parigi.
Il Conte Ladolce vi pronunciò un discorso antitaliano. Lo stesso Ladolce, ha fondato a Roma una scuola di danze greche.
E che ne dite di quel vagabondo sospetto che chiamano Giacomo Satutto? Passeggiava ieri l'altro per le vie di Napoli portando una gran croce sulle spalle, in mezzo a un nugolo di scugnizzi. Lo feci arrestare. Lo interrogai. Niente. Sempre niente.
Avete osservato il turco? L'avvocato Djamil bey? Ebbene all'inizio della mia missione, egli mi sembrò il personaggio più importante e più significativo. Ufficiale dell'esercito turco, comandava un battaglione contro di noi al combattimento di Sidi Messri. È lì anzi che io ebbi il piacere di conoscervi per la prima volta — disse rivolgendosi a Marinetti — Voi mi avete dimenticato, ma io non dimentico nessuno.
Ero travestito da corrispondente di guerra e entrai con voi nella villa di quel signore, Djamil bey. Mentre voi cogli ufficiali italiani sgombravate il pianterreno dai feriti arabi, mi ricordo perfettamente, il 26 ottobre alle dieci del mattino, nella tempesta spaccante e fracassante della fucileria, sudato, assordato, io salivo al primo piano, torrido come un forno, e vuotavo i cassetti di tutte le carte.
Più di duecento lettere di De Ritten, Werkopfen e degli altri suoi amici, che ho su con me nel mio baule.
Mi sembrò anche allora di essere sull'orlo della grande scoperta. Niente.
In quanto alla signora De Ritten credo che subisca ogni giorno delle stupide scene di gelosia da suo marito. Mi dicono che egli sia innamoratissimo di lei. Ma che strano tipo! Se è geloso perchè la trascina sempre in mezzo a tanti uomini?
Ho fatto di più. Ho fatto arrestare Djamil bey, un anno fa. Fu dovuto rilasciare entro ventiquattro ore dietro pressioni superiori.
Questi individui sono tutti protetti da personaggi potentissimi. Per quale ragione? Non si sa. Sono sostenuti dall'alta banca. Alcuni ostentano un certo patriottismo, ma in realtà tutti se ne infischiano e molti non nascondono la loro avversione per la guerra.
Degli internazionalisti dunque? Eppure sono in relazioni intime col Vaticano, parlano con disprezzo del popolo, vantano lo spirito d'autorità e d'ordine germanico e arricciano il naso schifiltosamente alla parola _rivoluzione_.
A proposito, voi forse ignorate che vi sono ferocemente nemici. Pietrachiara ha più volte fatto delle ridicole pressioni su un noto deputato clericale suo cugino perchè facesse una interpellanza alla Camera contro le manifestazioni futuriste al Costanzi.
Questa riunione di gente sospetta se era già equivoca in tempo di pace è divenuta veramente pericolosa da che siamo in guerra. Conto quindi sul vostro patriottismo perchè mi aiutiate in questa partita difficile, ma non perduta ancora. Ho visto che conoscete bene Ricard. Lo credo un buon filo conduttore„.
UN BACIO NOTTURNO CHE NON SPIEGA NULLA
V.
Castretta ci lasciò alle due. L'atmosfera quasi tropicale e le zanzare ci impedivano di coricarci.
Dal balcone aperto non entrava che calore, voluminoso e soffocante calore di vegetazione esuberante e di vigne mostruose, calore concentrato dei vini rossi e fantasiosi, calore delle larghe stelle scoppiate di calore sul mare spasimante in calore.
Si respirava male come imbavagliati da due belle mani femminili. Inquietudine lussuriosa. Palpito lontanissimo dei lontanissimi rimbombi del fronte quasi dimenticato. Notte schifosamente neutrale e pacifista fatta per l'animale che striscia, il pancione che russa, la donna che beve l'amore da tutti i pori.