# L'Innocente

## Part 9

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--Tu ti senti male, povera anima!--io le dissi, accorato, con un po' di sbigottimento, guardandola fiso.

--Ho freddo. Va. Portami il mantello, subito.... Ti prego.

Corsi giù da Calisto, mi feci dare il mantello; risalii subito. Ella aveva fretta d'indossarlo. L'aiutai. Quando si riadagiò nella poltrona, nascondendo le mani dentro le maniche, disse:

--Sto bene, così.

--Vado allora a prendere l'ombrello, laggiù, dove l'hai lasciato?

--No. Che importa?

Io aveva una strana smania di tornare laggiù, a quel vecchio sedile di pietra dove avevamo fatta la prima sosta, dove ella aveva pianto, dove ella aveva pronunziate le tre parole divine: "Sì, anche più...." Era una tendenza sentimentale? Era la curiosità d'una sensazione nuova? Era il fascino che esercitava su me l'aspetto misterioso del giardino in quell'ora ultima?

--Vado e torno in un minuto--dissi.

Uscii. Come fui sotto il balcone, chiamai:

--Giuliana!

Ella si mostrò. Ho ancora avanti gli occhi dell'anima, evidentissima, la muta apparizione crepuscolare: quella figura alta, resa più alta dalla lunghezza del mantello amaranto, e sul cupo colore quella bianca bianca faccia. (Le parole di Jacopo ad Amanda si sono legate, nel mio spirito, con l'imagine inalterabile. "_Come_ _bianca, questa sera, Amanda! Vi siete voi svenata per colorare la vostra veste?_")

Ella si ritrasse; anzi meglio è dire, per esprimere la sensazione ch'io n'ebbi; disparve. Ed io m'avanzai pel viale rapidamente, non avendo la piena consapevolezza di ciò che mi spingeva. Udivo risonare i miei passi nel mio cervello. Tanto ero smarrito che dovetti fermarmi per riconoscere i sentieri. Da che mi veniva quell'agitazione cieca? Da una semplice causa fisica, forse; da uno stato particolare de' miei nervi, Così pensai. Incapace d'uno sforzo riflessivo, d'un esame ordinato, d'un raccoglimento, io ero in balìa de' miei nervi; su i quali le apparenze si riflettevano provocando fenomeni d'una straordinaria intensità, come nelle allucinazioni. Ma alcuni pensieri balenavano chiari sopra gli altri, si distinguevano; accrescevano in me quel senso di perplessità che già alcuni incidenti impreveduti avevano mosso.--Giuliana in quel giorno non m'era apparsa tale quale avrebbe ella dovuto apparire essendo la creatura ch'io conoscevo, "la Giuliana d'una volta." Ella non aveva assunto verso di me, in certe date circostanze, le attitudini che io m'aspettavo. Un elemento estraneo, qualche cosa d'oscuro, di convulso, di eccessivo, aveva modificata, difformata la sua personalità. Dovevano queste alterazioni attribuirsi a uno stato morboso del suo organismo? "Sono malata, sono molto malata", ella aveva spesso ripetuto, come per giustificarsi. Certo, la malattia produceva alterazioni profonde, poteva rendere irriconoscibile un essere umano. Ma qual'era la sua malattia? L'antica, non distrutta dal ferro del chirurgo, complicata forse? Insanabile? "Chi sa che io non ti muoia _presto_!" ella aveva detto, con un accento singolare che avrebbe potuto essere profetico. Più d'una volta ella aveva parlato di morte. Sapeva ella dunque di portare in sé un germe letale? Era ella dunque dominata da un pensiero lugubre? Un tal pensiero avea forse accesi in lei quelli ardori cupi, quasi disperati, quasi folli, tra le mie braccia. La gran luce subitanea della felicità aveva forse reso a lei più visibile e più terribile il fantasma che la perseguitava....

"Ella potrebbe dunque morire! La morte potrebbe dunque colpirla anche tra le mie braccia, in mezzo alla felicità!" pensai, con una paura che mi agghiacciò tutto e per qualche attimo m'impedì di proseguire, quasi che il pericolo apparisse imminente, quasi che Giuliana avesse presagito il vero quando aveva detto: "Se, per esempio, _domani_ io fossi morta?"

Il crepuscolo cadeva, umidiccio. Qualche soffio di vento passava tra i cespugli imitando il fruscìo che vi avrebbero messo animali veloci nel trascorrere. Ancora qualche rondine dispersa gettava un grido, rombando per l'aria come il sasso d'una fionda. Su l'orizzonte occidentale la luce persisteva come il riverbero d'una vasta fucina sinistra.

Giunsi fino al sedile, trovai l'ombrello; non mi indugiai se bene i ricordi recenti, ancor vivi, ancora caldi, mi toccassero l'anima. Là ella s'era lasciata cadere, affievolita, vinta; là io le avevo detto le parole supreme, le avevo fatto la rivelazione inebriante; "_Tu eri nella mia_ _casa, mentre io ti cercava lontano_"; là io avevo raccolto dalle sue labbra quel soffio per cui la mia anima era balzata all'apice della gioia; là io avevo bevuto le sue prime lacrime, e avevo udito i suoi singhiozzi, e avevo proferito la domanda oscura: "_È tardi, forse? È troppo tardi?_"

Poche ore erano trascorse e tutte quelle cose erano già così lontane! Poche ore erano trascorse e la felicità pareva già dileguata! Con un altro senso, non meno terribile, si ripeteva dentro di me la domanda: "_È tardi, forse? È troppo tardi?_" E la mia angoscia cresceva; e quella luce dubbia, e quella discesa tacita dell'ombra, e quei rumori sospetti nei cespugli già intenebrati, e tutte quelle parvenze ingannevoli del crepuscolo presero nel mio spirito un significato funesto. "Se veramente fosse troppo tardi? Se veramente ella si sapesse condannata, sapesse di portare già dentro di sé la morte? Stanca di vivere, stanca di patire, non sperando più nulla da me, non osando di uccidersi a un tratto con un'arma o con un veleno, ella forse ha coltivato, ha aiutato il suo male, l'ha tenuto nascosto perché si diffondesse, perché s'approfondisse, perché divenisse immedicabile. Ella ha voluto essere condotta a poco a poco, segretamente, verso la liberazione, verso la fine. Sorvegliandosi, ella ha acquistato la scienza del suo male; ed ora _sa_, _è sicura_ di dover soccombere; sa anche forse che l'amore, la voluttà, i miei baci precipiteranno l'opera. Io torno a lei per sempre; una felicità insperata le si apre d'innanzi; ella mi ama e sa di essere immensamente amata; in un giorno, un sogno è divenuto per noi una realtà. Ed ecco, una parola viene alla sua bocca:--Morire!--" In confuso mi passarono d'innanzi le imagini truci che m'avevano travagliato nelle due ore d'attesa in quella mattina dell'operazione chirurgica, quando m'era parso di avere sotto gli occhi, precise come le figure di un atlante anatomico, tutte le spaventevoli devastazioni prodotte dai morbi nel grembo femminile. E un altro ricordo, anche più lontano, mi tornò portando imagini precise:--la stanza nell'ombra, la finestra spalancata, le tende palpitanti, la fiammella inquieta della candela contro lo specchio pallido, aspetti malaugurosi, e lei, Giuliana, in piedi, addossata a un armario, convulsa, che si torceva come se avesse inghiottito un veleno... E la voce accusatrice, la medesima voce, anche ripeteva: "_Per te, per te ha voluto morire. Tu, tu l'hai spinta a morire._"

Preso da uno sgomento cieco, da una specie di pànico, quasi che quelle imagini fossero tutte realtà indubitabili, io mi misi a correre verso la casa.

Alzando gli occhi vidi la casa inanimata, le aperture delle finestre e dei balconi piene d'ombra.

--Giuliana!--gridai, con un'ambascia estrema, slanciandomi su per i gradini, quasi che temessi di non giungere in tempo a rivederla.

Ma che avevo? Che demenza era quella?

Anelavo, su per le scale quasi buie. Entrai nella stanza a precipizio.

--Che è accaduto?--mi domandò Giuliana, sollevandosi.

--Nulla, nulla... Credevo che tu avessi chiamato. Ho corso, un poco. Tu come stai ora?

--Ho tanto freddo, Tullio; tanto freddo. Sentimi le mani.

Ella mi tese le mani. Erano di gelo.

--Sono tutta gelata così....

--Mio Dio! Come ti sarà venuto questo freddo? Che potrei fare per riscaldarti?

--Non ti prender pena, Tullio. Non è la prima volta.... Mi dura ore ed ore. Non c'è nulla che giovi. Bisogna aspettare che passi.... Ma perchè tarda tanto Federico? È quasi notte.

Ella si riabbandonò alla spalliera, come se avesse consumata tutta la sua forza in quelle parole.

--Ora chiudo--io dissi, volgendomi al balcone.

--No, no; lascia aperto.... Non è l'aria che mi dà questo freddo. Ho bisogno, anzi, di respirare.... Vieni qui, piuttosto, accanto a me. Prenditi quello sgabello.

Io m'inginocchiai. Ella mi passò la sua mano gelida sul capo, con un gesto fievole, mormorando:

--Povero Tullio mio!

--Ma dimmi, Giuliana, amore, anima--proruppi, non potendo più reggere--dimmi la verità! Tu mi nascondi qualche cosa. Qualche cosa tu hai, certo, che non vuoi confessare: un pensiero fisso, qui, nel mezzo della fronte, un'ombra che non t'ha lasciata mai, da che siamo qui, da che siamo.... felici. Ma siamo veramente felici? Sei tu, puoi tu essere felice? Dimmi la verità. Giuliana! Perché vorresti ingannarmi? Sì, è vero; tu hai avuto male, tu stai male; è vero. Ma non è questo, no. _È un'altra cosa_, che non comprendo, che non conosco.... Dimmi la verità, anche se la verità dovesse fulminarmi. Stamani, quando tu singhiozzavi, io ti ho chiesto: "_È troppo tardi?_" E tu mi hai risposto: "No, no...." E io ti ho creduta. Ma non potrebbe essere _troppo tardi_ per un'altra ragione? _Qualche cosa_ potrebbe impedirti di godere questa grande felicità che oggi s'è aperta? Intendo: qualche cosa che tu sappia, che sia già nel tuo pensiero.... Dimmi la verità! E la fissai; e, come ella rimaneva muta, a poco a poco non vidi se non gli occhi suoi larghi, straordinariamente larghi, e cupi ed immobili. Tutto disparve, in torno. E io dovetti chiudere le palpebre per dissipare la sensazione di terrore che quelli occhi avevano messa in me. Quanto durò la pausa? Un'ora? Un secondo?

--Sono malata--ella disse alfine, con una lentezza angosciosa.

--Ma come malata?--io balbettai, fuori di me, credendo sentire nel suono di quelle due parole una confessione che corrispondeva al mio sospetto.--Come malata? _Da morirne_?

Non so in che modo, non so con quale voce, non so con quale atto proferii la domanda estrema; non so veramente neppure se mi uscì intera dalle labbra, se ella la udì intera.

--Tullio, no; non volevo dire questo, no, no.... Volevo dire che non è colpa mia se sono così, un poco strana.... Non è colpa mia.... Bisogna che tu abbia pazienza con me, bisogna che tu mi prenda ora così come sono.... Non c'è null'altro, credi; non ti nascondo nulla.... Potrò guarire, poi; guarirò.... Tu avrai pazienza; è vero? Tu sarai buono.... Vieni qui, Tullio, anima. Anche tu sei un poco strano, mi sembra; sospettoso.... Ti spaventi subito; ti fai bianco; chi sa che imagini.... Vieni qui, vieni qui; dammi un bacio.... Ancora uno.... ancora uno.... Così. Baciami; riscaldami.... Ora arriva Federico.

Parlava interrottamente, un po' roca, con quella intraducibile espressione, carezzevole, tenera, inquieta, ch'ella aveva già avuto verso di me alcune ore prima, sul sedile, per calmarmi, per consolarmi. Io la baciavo. Poiché la poltrona era ampia e bassa, ella che era sottile mi fece posto al suo fianco e mi si strinse addosso rabbrividendo e con una mano prese un lembo del suo mantello e mi coprì. Stavamo come in un giaciglio, avvinti, a petto a petto, mescolando gli aliti. E io pensavo: "Se il mio alito, se il mio contatto potessero trasfonderle tutto il mio calore!" E facevo uno sforzo di volontà illusorio perché la trasfusione avvenisse.

--Stasera--bisbigliai--stasera, nel tuo letto, ti terrò meglio. Tu non tremerai più....

--Sì, sì.

--Vedrai come saprò tenerti. Ti addormenterò. Mi dormirai tutta la notte sul cuore....

--Sì.

--Io ti veglierò, mi beverò il tuo fiato, ti leggerò sul viso i sogni che sognerai. Forse mi nominerai, in sogno....

--Sì, sì.

--Qualche notte, _allora_, parlavi in sogno. Come mi piacevi! Ah che voce! Tu non puoi sapere.... Una voce che tu non hai potuto mai intendere e che io solo ti conosco, io solo.... E la riudrò. Chi sa che dirà! Forse mi nominerai. Quanto è caro l'atto della tua bocca mentre pronunzia l'_u_ del mio nome! Pare l'accenno di un bacio.... Lo sai? E ti suggerirò qualche parola all'orecchio, per entrare nel tuo sogno. Ti ricordi, _allora_, quando certe mattine indovinavo qualche cosa di quello che tu avevi sognato? Oh, vedrai, anima: sarò più dolce di allora. Vedrai di che tenerezze sarò capace, per guarirti. Tu hai bisogno di tante tenerezze, povera anima....

--Sì, sì--ella ripeteva ad ogni tratto, abbandonatamente, favorendo la mia illusione ultima, aumentando quella specie di ebrietà torpida che mi veniva dalla mia stessa voce e dal credere che ella ne fosse cullata come da una cantilena voluttuosa.

--Hai udito?--le chiesi, sollevandomi un poco per ascoltar meglio.

--Che? Arriva Federico?

--No. Ascolta.

Ambedue ascoltammo, guardando verso il giardino.

Il giardino s'era confuso in una massa violacea, rotta ancora dal luccichio cupo della vasca. Una zona di luce persisteva ai confini del cielo, una larga zona tricolore: sanguigna in basso, poi arancia, poi verde del verde d'un vegetale morente. Nel silenzio crepuscolare una voce liquida e forte risonò, simile al preludio d'un flauto.

Cantava l'usignuolo.

--È sul salice--mi susurrò Giuliana.

Ambedue ascoltammo, guardando verso l'estrema zona che impallidiva sotto la cenere impalpabile della sera. La mia anima era sospesa, quasi che da quel linguaggio aspettasse una qualche alta rivelazione d'amore. Che provò in quei minuti d'ascolto, al mio fianco, la povera creatura? A quale sommità di dolore giunse la povera anima?

L'usignuolo cantava. Da prima fu come uno scoppio di giubilo melodioso, un getto di trilli facili che caddero nell'aria con un suono di perle rimbalzanti su per i vetri di un'armonica. Successe una pausa. Un gorgheggio si levò, agilissimo, prolungato straordinariamente come per una prova di forza, per un impeto di baldanza, per una sfida a un rivale sconosciuto. Una seconda pausa. Un tema di tre note, con un sentimento interrogativo, passò per una catena di variazioni leggère, ripetendo la piccola domanda cinque o sei volte, modulato come su un tenue flauto di canne, su una fistula pastorale. Una terza pausa. Il canto divenne elegiaco, si svolse in un tono minore, si addolcì come un sospiro, si affievolì come un gemito, espresse la tristezza di un amante solitario, un desio accorato, un'attesa vana; gittò un richiamo finale, improvviso, acuto come un grido di angoscia; si spense. Un'altra pausa, più grave. Si udì allora un accento nuovo, che non pareva escire dalla stessa gola, tanto era umile, timido, flebile, tanto somigliava al pigolio delli uccelli appena nati, al cinguettio d'una passeretta; poi, con una volubilità mirabile, quell'accento ingenuo si mutò in una progressione di note sempre più rapide che brillarono in volate di trilli, vibrarono in gorgheggi nitidi, si piegarono in passaggi arditissimi, sminuirono, crebbero, attinsero le altezze soprane. Il cantore s'inebriava del suo canto. Con pause così brevi che le note quasi non finivano di spegnersi, effondeva la sua ebrietà in una melodia sempre varia, appassionata e dolce, sommessa e squillante, leggera e grave, e interrotta ora da gemiti fiochi, da implorazioni lamentevoli, ora da improvvisi impeti lirici, da invocazioni supreme. Pareva che anche il giardino ascoltasse, che il cielo s'inchinasse su l'albero melancolico dalla cui cima un poeta, invisibile, versava tali flutti di poesia. La selva dei fiori aveva un respiro profondo ma tacito. Qualche bagliore giallo s'indugiava nella zona occidentale; e quell'ultimo sguardo del giorno era triste, quasi lugubre. Ma una stella, spuntò, tutta viva e trepida come una goccia di rugiada luminosa.

--Domani!--io mormorai quasi inconscio, rispondendo a una sollecitazione interiore quella parola che conteneva per me tante promesse.

Poichè per ascoltare ci eravamo sollevati alquanto ed eravamo rimasti qualche minuto in quell'attitudine assorti; io sentii all'improvviso abbattermisi contro la spalla il capo di Giuliana pesantemente come una cosa inanimata.

--Giuliana!--gridai sbigottito.--Giuliana! E, pel moto che io feci, quel capo si arrovesciò in dietro pesantemente come una cosa inanimata.

--Giuliana!

Ella non udiva. Scorgendo il pallore cadaverico di quel volto che rischiaravano gli ultimi barlumi gialligni avversi al balcone, io fui percosso dall'idea terribile. Fuori di me, lasciando ricadere su la spalliera Giuliana inerte, non cessando di chiamarla per nome, mi misi ad aprirle l'abito sul petto con le dita convulse, ansioso di sentirle il cuore....

E la voce gaia di mio fratello chiamò:

--Colombi, dove siete?

X.

Ella aveva ricuperata in breve la conoscenza. A pena in grado di reggersi, aveva voluto subito montare in carrozza per tornare alla Badiola.

Ora, coperta dei nostri _plaids_, stava rannicchiata nel suo posto, silenziosa. Io e mio fratello di tratto in tratto ci guardavamo inquieti. Il cocchiere sferzava i cavalli. E il trotto serrato risonava forte su la strada che le siepi qua e là fiorite limitavano: in una sera d'aprile mitissima, sotto un cielo puro.

Di tratto in tratto io e Federico domandavamo:

--Come ti senti, Giuliana?

Ella rispondeva:

--Eh, così.... un po' meglio.

--Hai freddo?

--Sì.... un poco.

Rispondeva con uno sforzo manifesto. Pareva quasi che le nostre domande la irritassero; tanto che, insistendo Federico a muovere qualche discorso, ella disse alfine:

--Scusa, Federico.... Mi dà fastidio parlare.

Essendo spiegato il mantice, ella stava nell'ombra, nascosta, immobile sotto le coperte. Più d'una volta io mi chinai verso di lei per scorgerle il viso, o credendo ch'ella si fosse assopita o temendo ch'ella fosse ricaduta nel deliquio. Tutte le volte ebbi la stessa sensazione inaspettata di sgomento, accorgendomi ch'ella teneva nell'ombra gli occhi sbarrati e fissi.

Seguì un lungo intervallo di silenzio. Anche io e Federico ammutolimmo. Il trotto dei cavalli non mi pareva a bastanza rapido. Avrei voluto ordinare al cocchiere di spingerli al galoppo.

--Sferza, Giovanni!

Erano quasi le dieci quando giungemmo alla Badiola.

Mia madre ci aspettava, in pena per l'indugio. Quando vide Giuliana in quello stato, disse:

--Me l'imaginavo io, che lo strapazzo ti avrebbe fatto male....

Giuliana volle rassicurarla.

--Non è nulla, mamma.... Vedrai che domattina starò bene. Un po' di stanchezza....

Ma, guardandola alla luce, mia madre esclamò spaventata:

--Dio mio! Dio mio! Tu hai un viso che fa paura.... Tu non ti reggi in piedi.... Edith, Cristina, presto, correte su a scaldare il letto. Vieni, Tullio, che la portiamo su....

--Ma no, ma no--insisteva Giuliana, opponendosi--non ti spaventare, mamma, che non è nulla....

--Io vado a Tussi con la carrozza a prendere il medico--propose Federico.--Tra mezz'ora son qui.

--No, Federico, no!--gridò Giuliana; quasi con violenza, come esasperata.--Non voglio. Il medico non può farmi nulla. So io quel che debbo prendere. Ho tutto, su. Andiamo, mamma. Dio mio! Come v'allarmate subito! Andiamo, andiamo....

Ed ella parve aver riacquistata la forza a un tratto. Diede alcuni passi, franca. Su per le scale, io e mia madre la sorreggemmo. Nella stanza, ella fu assalita da un vomito convulso che le durò alcuni minuti. Le donne incominciavano a spogliarla.

--Va, Tullio, va--ella mi pregò.--Tornerai dopo a vedermi. Resta qui la mamma, intanto. Non ti prender pena....

Uscii. Rimasi in una delle stanze attigue, seduto su un divano, ad aspettare. Ascoltavo il passo delle donne di casa affaccendate; mi rodevo d'impazienza. "Quando potrò rientrare? Quando potrò rimanere solo con lei? La veglierò; starò tutta la notte al suo capezzale. Forse fra qualche ora ella si calmerà, si sentirà bene. Accarezzandole i capelli, forse riescirò ad addormentarla. Chi sa! Dopo un poco, tra la veglia ed il sonno, mi dirà:--Vieni." Avevo una strana fede nella virtù delle mie carezze. Speravo ancora che quella notte potesse avere una dolce fine. E come sempre, tra le angosce che mi dava il pensiero delle sofferenze di Giuliana, l'imagine sensuale si determinava diventando una visione lucida e durevole. "_Pallida come la sua camicia_, al chiaror della lampada che arde dietro le cortine dell'alcova, ella si sveglia dopo il primo sonno breve, mi guarda con gli occhi semiaperti, languida, mormorando:--Vieni a dormire anche tu...."

Entrò Federico.

--E bene?--disse affettuosamente.--Pare che non sia nulla. Ho parlato con miss Edith or ora, per le scale. Non vuoi scendere a mangiar qualche cosa? Giù, hanno preparato....

--No, non ho appetito, ora. Forse più tardi.... Aspetto che mi chiamino dentro.

--Intanto io vado, se non c'è bisogno di me.

--Va pure, Federico. Scenderò poi. Grazie.

Lo seguii con lo sguardo, mentre s'allontanava. E ancora una volta mi venne dal buon fratello un sentimento di confidenza; ancora una volta mi s'allargò il cuore.

Passarono tre minuti circa. L'orologio a pendolo, ch'era su la parete di contro a me, li misurò col suo ticchettio. Le sfere segnavano le dieci e tre quarti. Mentre io mi levavo impaziente per andare verso la stanza di Giuliana, entrò mia madre commossa dicendo sotto voce:

--S'è calmata. Ora ha bisogno di riposo. Povera figliuola!

--Posso andare?--le domandai.

--Sì, va; ma lasciala riposare.

Come io mi mossi, ella mi richiamò.

--Tullio!

--Che vuoi, mamma?

Ella pareva esitante.

--Dimmi.... Dal tempo dell'operazione, hai più parlato col dottore?

--Ah, sì, qualche volta.... Perché?

--T'ha rassicurato sul pericolo....

Ella esitava.

--.... sul pericolo che potrebbe correre Giuliana, in un altro parto?

Io non avevo parlato col dottore; non sapevo che rispondere.

Confuso, ripetei:

--Perché?

Ella esitava ancora.

--Non ti sei accorto che Giuliana è incinta?

Percosso come da un colpo di maglio nel mezzo del petto, da prima non afferrai la verità.

--Incinta!--balbettai.

Mia madre mi prese le mani.

--E bene, Tullio?

--Non sapevo....

--Ma tu mi fai paura. Il dottore dunque....

--Già, il dottore....

--Vieni, Tullio, siediti.

E mi fece sedere sul divano. Mi guardava sbigottita, aspettando che io parlassi. Per qualche attimo, benché io l'avessi lì d'avanti agli occhi, non la vidi più. Una luce violentissima si fece nel mio spirito, a un tratto; e mi si presentò il dramma.

Chi mi diede la forza di resistere? Chi mi conservò la ragione? Forse nell'eccesso medesimo del dolore e dell'orrore io trovai il sentimento eroico che mi salvò.

A pena riacquistai la sensibilità fisica, la percezione delle cose esteriori, e vidi mia madre che mi guardava da presso con ansia, compresi che prima di tutto bisognava assicurare mia madre.

Le dissi:

--Non sapevo.... Giuliana non m'ha detto nulla. Non mi sono accorto di nulla.... È una sorpresa.... Il dottore, sì, mi parlò di qualche pericolo.... Per ciò la notizia mi fa quest'impressione.... Sai, Giuliana ora è così debole.... Ma veramente il dottore non accennò a nulla di troppo grave; perché, essendo riescita l'operazione.... Vedremo. Lo chiameremo qui; lo consulteremo....

--Sì, sì; è necessario.

--Ma tu, mamma, sei sicura della cosa? Te l'ha confessata Giuliana, forse? O pure....

--Io me ne sono accorta, sai, dai soliti segni, impossibile ingannarsi. Fino a due o tre giorni fa, Giuliana negava o almeno diceva di non esserne certa.... Sapendoti così apprensivo, m'ha pregata di non parlartene per ora. Ma io ho voluto avvisarti.... Giuliana, tu la conosci, è così trascurata per la sua salute! Vedi: qui, in vece di migliorare, mi sembra che vada ogni giorno peggiorando; mentre prima bastava una settimana di campagna per farla rifiorire. Ti ricordi?

--Sì, è vero.

--Le precauzioni, in questi casi, non sono mai troppe. Bisogna che tu ne scriva subito al dottor Vebesti.

--Sì, subito.

E, poiché sentivo che non avrei potuto dominarmi più oltre, mi alzai soggiungendo:

--Vado da Giuliana.

--Va; ma stasera lasciala riposare, lasciala tranquilla. Io scendo e poi torno su.

--Grazie, mamma.

E le sfiorai la fronte con le labbra.

--Figlio benedetto!--ella mormorò, allontanandosi.

