L'Innocente

Part 7

Chapter 7 3,917 words Public domain Markdown

Io pensavo che la compagnia di Federico, almeno nell'andata, non sarebbe stata inopportuna; mi avrebbe anzi tolto da una certa perplessità. In fatti: di che avremmo discorso, se fossimo stati soli, io e Giuliana, in quelle due o tre ore di viaggio? Quale attitudine avrei presa verso di lei? Avrei potuto anche guastare le cose, compromettere il buon esito, o almeno togliere la freschezza alla nostra commozione. Non avevo sognato io di ritrovarmi d'un tratto con lei a Villalilla, come per una magia, e di rivolgerle quivi la mia prima parola tenera e sommessa? La presenza di Federico mi avrebbe dato il modo di evitare i preliminari incerti, i lunghi silenzii tormentosi, le frasi proferite a bassa voce per riguardo agli orecchi del cocchiere, tutte insomma le piccole irritazioni e le piccole torture. Noi saremmo discesi a Villalilla, e là, soltanto là, ci saremmo ritrovati finalmente l'uno a fianco dell'altra, d'innanzi alla porta del paradiso perduto.

VII.

Così fu. M'è impossibile rappresentar con parole la sensazione ch'io provai nell'udire il tintinno delle sonagliere, lo strepito della carrozza che s'allontanava portando Federico verso Casal Caldore. Io dissi a Calisto, prendendo dalle sue mani le chiavi, con un'impazienza manifesta:

--Ora, tu puoi andare. Ti chiamerò più tardi.

E rinchiusi io stesso il cancello, dietro il vecchio che m'era parso un po' attonito e scontento di quel congedo quasi brusco.

--Ci siamo, alla fine!--esclamai, quando io e Giuliana fummo soli. Tutta l'onda di felicità che m'aveva invaso passò nella mia voce.

Io ero felice, felice, indicibilmente felice; ero posseduto come da una grande allucinazione di felicità inaspettata, insperata, che trasfigurava tutto il mio essere, suscitava e moltiplicava quanto di buono e di giovine era ancora rimasto in me, m'isolava dal mondo, concentrava a un tratto la mia vita nel cerchio delle mura che chiudevano quel giardino. Le parole mi s'affollavano alle labbra, senza nesso, improfferibili; la ragione mi si smarriva tra un balenio fulmineo di pensieri.

Come poteva Giuliana non indovinare quel che avveniva in me? Come poteva non intendermi? Come poteva non esser colpita nel mezzo del cuore dal raggio violento della mia gioia?

Ci guardammo. Vedo ancora l'espressione ansiosa di quel volto su cui errava un sorriso mal sicuro. Ella disse, con la sua voce velata, debole, sempre esitante di quella singolare esitazione già da me notata altre volte, che la faceva sembrare quasi di continuo attenta a trattenere la parola che le saliva alle labbra, per pronunziarne una diversa, disse:

--Giriamo un poco pel giardino, prima di aprire la casa. Quanto tempo è che non lo rivedo così fiorito! L'ultima volta che ci venimmo fu tre anni fa, ti ricordi?, anche d'aprile, nei giorni di Pasqua....

Ella voleva forse dominare il suo turbamento, ma non poteva; voleva forse frenare l'effusione della tenerezza, ma non sapeva. Ella stessa, con le prime parole pronunziate in quel luogo, aveva incominciato ad evocare i ricordi. Si soffermò, dopo alcuni passi; e ci guardammo. Un'alterazione indefinibile, come una violenza di cose soffocate, passò ne' suoi occhi neri.

--Giuliana!--io proruppi, non reggendo più, sentendomi sgorgare dall'intimo del cuore un flutto di parole appassionate e dolci, provando un bisogno folle d'inginocchiarmi d'avanti a lei su la ghiaia, e di abbracciarla alle ginocchia e di baciarle la veste, le mani, i polsi, furiosamente, senza fine.

Ella m'accennò che tacessi, con un gesto supplichevole. E seguitò a internarsi pel viale, con un passo più celere.

Portava un abito di panno grigio chiaro ornato di trine più oscure, un cappello di feltro grigio, un ombrellino di seta grigia a piccoli trifogli bianchi. Vedo ancora la sua persona elegante in quel colore fine e sobrio avanzarsi tra le folte masse degli alberi di lilla che s'inchinavano verso di lei carichi dei loro innumerevoli grappoli fra turchinicci e violetti.

Mancava quasi un'ora al mezzogiorno. Era una mattina calda, d'un caldo precoce, azzurra ma navigata da qualche nuvola molle. I frutici deliziosi, che davano il nome alla villa, fiorivano per ogni dove, signoreggiavano tutto il giardino, facevano un bosco a pena interrotto qua e là da cespugli di rose gialle e da mucchi di giaggiòli. Qua e là le rose si arrampicavano su per i fusti, s'insinuavano tra i rami, ricadevano miste in catene, in ghirlande, in festoni, in corimbi; a piè dei fusti le iridi fiorentine elevavano di tra le foglie simili a lunghe spade glauche le forme ampie e nobili dei loro fiori; i tre profumi si mescevano in un accordo profondo che io _riconoscevo_ perché dal tempo lontano era rimasto nella mia memoria distinto come un accordo musicale di tre note. Nel silenzio, non si udiva se non il garrire delle rondini. La casa a pena s'intravedeva tra i coni dei cipressi, e le rondini vi accorrevano innumerevoli come le api all'alveare.

Dopo un poco, Giuliana rallentò il passo. Io le camminavo al fianco, così vicino che di tratto in tratto i nostri gomiti si toccavano. Ella guardava intorno a sé con occhi mobili e attenti, come temendo che le sfuggisse qualche cosa. Due o tre volte io sorpresi su le sue labbra l'atto di parlare: il principio di una parola vi si disegnava, senza suono. Io le chiesi a voce bassa, timido, come un amante:

--Che pensi?

--Penso che non avremmo mai dovuto partire di qui....

--È vero, Giuliana.

Le rondini talvolta, quasi ci rasentavano, con un grido, rapide e rilucenti come strali pennuti.

--Quanto ho desiderato questo giorno, Giuliana! Ah, tu non saprai mai quanto l'ho desiderato!--io proruppi allora, in preda a una commozione così forte che la mia voce doveva essere irriconoscibile.--Nessuna ansietà, vedi, nessuna ansietà, mai nella vita ho provata eguale a questa che mi divora da jer l'altro, dal momento che tu consentisti a venire. Ti ricordi tu della prima volta che ci vedemmo in segreto, su la terrazza di Villa Oggèri, e che ci baciammo? Ero folle di te: tu te ne ricordi. E bene, l'attesa di quella notte mi par nulla al confronto.... Tu non mi credi; tu hai ragione di non credermi, di diffidare, ma io voglio dirti tutto, voglio raccontarti quel che ho sofferto, quel che ho temuto, quel che ho sperato. Oh, lo so: quel che ho sofferto è forse poco al confronto di quel che t'ho fatto soffrire. Lo so, lo so: tutti i miei dolori non valgono forse il tuo dolore, non valgono le tue lacrime. Io non ho espiato il mio fallo, e non sono degno d'essere perdonato. Ma dimmi tu, ma dimmi tu quello che io debbo fare perché tu mi perdoni! Tu non mi credi; ma io voglio dirti tutto. Te sola veramente io ho amata nella vita; amo te sola. Lo so, lo so: queste sono le cose che gli uomini dicono, per farsi perdonare; e tu hai ragione di non credermi. Ma pure, vedi, se tu pensi al nostro amore d'una volta, se tu pensi a quei primi tre anni di tenerezza mai interrotta, se tu ti ricordi, se tu ti ricordi, vedi, non è possibile che tu non mi creda. Anche nelle mie peggiori cadute, tu dovevi essere per me indimenticabile; e la mia anima si doveva volgere a te, e ti doveva cercare, e ti doveva rimpiangere, sempre, intendi?, sempre. Tu stessa non te n'accorgevi? Quando tu eri per me una sorella, certe volte non t'accorgevi che io morivo di tristezza? Te lo giuro: lontano da te, non ho provato mai una gioia sincera, non ho avuto mai un'ora di pieno oblio; mai, mai: te lo giuro. Tu eri la mia adorazione costante, profonda, segreta. La parte migliore di me è stata sempre tua; e una speranza v'è rimasta sempre accesa; la speranza di liberarmi dai miei mali e di ritrovare il mio primo unico amore intatto.... Ah, dimmi che non ho sperato inutilmente, Giuliana!

Ella camminava con estrema lentezza, senza più guardare d'innanzi a sé, a capo chino, troppo bianca. Una piccola contrattura dolorosa le appariva di quando in quando all'angolo della bocca. E poiché, ella taceva, incominciò a muoversi in fondo a me un'inquietudine vaga. Un senso vago di oppressione incominciò a venirmi da quel sole, da quei fiori, dai gridi di quelle rondini, da tutto quel riso, troppo aperto, della primavera trionfante.

--Non mi rispondi?--seguitai, prendendole la mano ch'ella teneva abbandonata lungo il fianco.--Tu non mi credi; tu hai perduto qualunque fede in me; tu temi ancora che io ti deluda; tu non osi di ridonarti perché pensi sempre a _quella volta_.... Sì, è vero: fu la più cruda delle mie infamie. Io n'ho rimorso come d'un delitto; e, anche se tu mi perdonerai, io non potrò mai perdonarmi. Ma non t'accorgesti tu che io ero malato, che io ero demente? Una maledizione mi perseguitava. E da quel giorno io non ebbi più un minuto di tregua, non ebbi più un intervallo di lucidezza. Non ti ricordi? Non ti ricordi? Tu, certo, sapevi che ero fuori di me, in uno stato di demenza; perché tu mi guardavi come si guarda un pazzo. Più d'una volta io sorpresi nel tuo sguardo una compassione penosa, non so che curiosità e che timore. Non ti ricordi com'ero ridotto? Irriconoscibile.... E bene, io sono guarito, io mi sono salvato, per te. Ho potuto vedere la luce. Finalmente la luce si è fatta. Te sola ho amata nella vita; amo te sola. Intendi?

Pronunziai le ultime parole con una voce più ferma e più lenta, come per imprimerle a una a una su l'anima della donna; e strinsi forte la mano che già tenevo nella mia. Ella sì fermò, nell'atto di chi sta per lasciarsi cadere, anelando. Più tardi, soltanto più tardi, nelle ore che seguirono, compresi tutta la mortale angoscia esalata in quell'anelito. Ma allora non altro compresi che questo: "il ricordo dell'orribile tradimento, evocato da me, le rinnova la sofferenza. Ho toccato piaghe che sono ancora aperte. Ah, se potessi persuaderla a credermi! Se potessi vincere la sfiducia che la tiene! Non sente ella dunque la verità nella mia voce?"

Eravamo presso ad un bivio. C'era là un sedile. Ella mormorò:

--Sediamo, un poco.

Sedemmo. Non so s'ella riconobbe subito il luogo. Io non lo riconobbi subito, smarrito come uno che abbia portata per qualche tempo la benda. Ambedue guardammo intorno; poi ci guardammo, avendo negli occhi lo stesso pensiero. Molte memorie di tenerezza erano legate a quel vecchio sedile di pietra. Il cuore non mi si gonfiò di rammarico ma d'una avidità affannosa, quasi d'un furore di vita, che mi diede in un lampo una visione dell'avvenire fantastica e allucinante. "Ah ella non sa di quali nuove tenerezze io sia capace! Io ho il paradiso per lei nella mia anima!" E l'idealità dell'amore fiammeggiò dentro di me così forte ch'io mi esaltai.

--Tu ti addolori. Ma quale creatura al mondo è stata amata come tu sei amata? Quale donna ha potuto avere una prova di amore che valga questa ch'io ti do? Non avremmo mai dovuto partire di qui--tu dicevi, dianzi.--E forse saremmo stati felici. Tu non avresti sofferto il martirio, non avresti versato tante lacrime, non avresti perduto tanta vita; ma non avresti conosciuto il mio amore, tutto il mio amore....

Ella teneva il capo reclinato sul petto e le palpebre socchiuse; e ascoltava, immobile. I cigli le spandevano a sommo delle gote un'ombra che mi turbava più d'uno sguardo.

--Io, io stesso non avrei conosciuto il mio amore. Quando mi allontanai da te la prima volta, non credevo già che tutto fosse finito? Cercavo un'altra passione, un'altra febbre, un'altra ebrezza. Volevo abbracciare la vita con una sola stretta. Tu non mi bastavi. E per anni mi sono estenuato in una fatica atroce, oh tanto atroce che n'ho orrore come un forzato ha orrore della galera dove ha vissuto _morendo tutti i giorni un poco_. E ho dovuto passare d'oscurità in oscurità, per anni, prima che si facesse questa luce nella mia anima, prima che questa grande verità m'apparisse. Non ho amato che una donna: te sola. Tu sola al mondo hai la bontà e la dolcezza. Tu sei la più buona e la più dolce creatura che io abbia mai sognata; sei l'Unica. E tu eri nella mia casa mentre io ti cercavo lontano.... Intendi ora? Intendi? _Tu eri nella mia casa mentre io ti cercavo lontano._ Ah, dimmi tu: questa rivelazione non vale tutte le tue lacrime? Non vorresti averne versate anche più, anche più per una tale prova?

--Sì, anche più--ella disse, così piano che a pena l'udii.

Fu un soffio su quelle labbra esangui. E le lacrime le sgorgarono di tra i cigli, le solcarono le gote, le bagnarono la bocca convulsa, le caddero sul petto ansioso.

--Giuliana, mio amore, mio amore!--gridai, con un brivido di felicità suprema, gittandomi in ginocchio d'innanzi a lei.

E la cinsi con le mie braccia, misi la testa nel suo grembo, provai per tutto il corpo quella tensione smaniosa in cui si risolve lo sforzo vano d'esprimere con un atto, con un gesto, con una carezza l'ineffabile passione interiore. Le sue lacrime caddero su la mia guancia. Se l'effetto materiale di quelle calde gocce viventi avesse corrisposto alla sensazione ch'io n'ebbi, porterei su la mia pelle una traccia indelebile!

--Oh, lasciami bere,--io pregai.

E, rilevandomi, accostai le mie labbra ai suoi cigli, le bagnai nel suo pianto, mentre le mie dita smarritamente la toccavano. Una pieghevolezza strana era venuta alle mie membra, una specie di fluidità illusoria per cui non avvertivo più l'impaccio delle vesti. Credevo che mi sarebbe stato possibile circondare, avviluppare tutta quanta la persona amata.

--Sognavi--io le dicevo, avendo in bocca il sapore salso che mi si diffondeva nei precordii (più tardi, nelle ore che seguirono, mi stupii di non aver trovato in quelle lagrime una intollerabile amarezza) sognavi d'essere tanto amata? Sognavi questa felicità? Sono io, guardami, sono io che ti parlo così; guardami bene, sono io.... Se tu sapessi come mi pare strano tutto questo! Se ti potessi dire!... So che ti ho conosciuta prima d'ora, so che ti ho amata prima d'ora; so che ti ho _ritrovata_. E pure mi pare di averti _trovata_ soltanto ora, un momento fa, quando tu hai detto: "Sì, anche più...." Hai detto così; è vero? Tre parole sole.... un soffio.... E io rivivo, e tu rivivi; ed ecco che siamo felici, siamo felici per sempre.

Io le dicevo queste cose con quella voce che ci viene come di lontano, interrotta, indefinibile; che pare giunga all'orlo delle labbra modulata non nella materialità dei nostri organi ma nell'estremo fondo dell'anima nostra. Ed ella, che fino a quel momento aveva versato un pianto silenzioso, ruppe in singhiozzi.

Forte, troppo forte singhiozzava, non come chi sia sopraffatto da una gioia senza limiti ma come chi esali una disperazione inconsolabile. Singhiozzava così forte ch'io rimasi per qualche istante in quello stupore che suscitano le manifestazioni eccessive, i grandi parosismi della commozione umana. Inconscientemente, mi scostai un poco; ma subito dopo, notai quell'intervallo che s'era aperto tra lei e me; subito dopo, notai che non soltanto il contatto materiale era cessato ma che anche il sentimento di comunione s'era disperso in un attimo. Eravamo pur sempre due esseri ben distinti, separati, estranei. La stessa diversità delle nostre attitudini aumentava il distacco. Ripiegata su sé medesima, premendosi con le sue mani il fazzoletto su la bocca, ella singhiozzava; e ogni singhiozzo le scoteva tutta la persona, pareva rivelarne la fragilità. Io stavo ancora in ginocchio d'innanzi a lei, senza toccarla; e la guardavo: stupito e pur nondimeno stranamente lucido; attento a sorvegliare tutto ciò ch'era per accadere dentro di me, e pur nondimeno avendo tutti i sensi aperti alla percezione delle cose che mi circondavano. Udivo il singhiozzo di lei e il garrito delle rondini; e avevo la nozione del tempo e del luogo esatta. E quei fiori e quelli odori e quella grande luminosità immobile dell'aria e tutto quel riso della primavera aperto mi diedero uno sgomento che crebbe, che crebbe e diventò una specie di timor pánico, una paura istintiva e cieca a cui la ragione non poté opporsi. E, come scoppia un fulmine in un cumulo di nubi, un pensiero guizzò in mezzo a quello scompiglio pauroso, m'illuminò e mi percosse. "Ella è impura."

Ah, perché non caddi allora fulminato? Perchè non mi si spezzò un viscere vitale e non restai là su la ghiaia, ai piedi della donna che nella fuga di pochi attimi m'aveva sollevato all'apice della felicità e m'aveva precipitato in un abisso di miseria?

--Rispondi--(Le afferrai i polsi, le scopersi la faccia, le parlai da presso; e la mia voce era così sorda che io medesimo a pena la udivo tra il romorio del mio cervello.)--rispondi: che è questo pianto?

Ella cessò di singhiozzare, e mi guardò; e gli occhi benché bruciati dalle lacrime, le si dilatarono esprimendo un'ansietà estrema, come se mi avessero veduto morire. Io dovevo aver perduto, in fatti, ogni colore di vita.

--_È tardi, forse? È troppo tardi?_--soggiunsi, rivelando il mio pensiero terribile in quella domanda oscura.

--No, no, no.... Tullio, non è.... nulla. Tu hai potuto pensare!... No, no.... Sono tanto debole, vedi; non sono più come una volta.... Non reggo.... Sono malata tu sai; sono tanto malata. Non ho potuto resistere.... a quello che mi dicevi. Tu intendi.... M'è venuto questo accesso all'improvviso.... È una cosa dei nervi.... come una convulsione.... Si spasima; non si capisce più se si pianga di gioia o di dolore.... Ah, mio Dio!.... Vedi, mi passa.... Alzati Tullio; vieni qui accanto a me.

Mi parlava con una voce affiochita ancora dal pianto, interrotta ancora da qualche singulto; mi guardava con una espressione che io riconoscevo, con una espressione ch'ella aveva avuta già altre volte alla vista della mia sofferenza. Un tempo, ella non poteva vedermi soffrire. La sua sensibilità per questo riguardo era esagerata così che io potevo ottener tutto da lei mostrandomi dolente. Tutto ella avrebbe fatto per allontanare da me una pena, la minima pena. Spesso allora io mi fingevo afflitto, per gioco, per agitarla, per essere consolato come un fanciullo, per avere certe carezze che mi piacevano, per muovere in lei certe grazie che adiravo. Ed ora non appariva ne' suoi occhi la medesima espressione tenera e inquieta?

--Vieni qui accanto a me, siediti. O vuoi che seguitiamo a girare pel giardino? Non abbiamo ancora veduto nulla.... Andiamo verso la peschiera. Voglio bagnarmi gli occhi.... Perché mi guardi così? Che pensi? Non siamo felici? Ecco, vedi, incomincio a sentirmi bene, tanto bene.

Ma avrei bisogno di bagnarmi gli occhi, il viso.... Che ora sarà? Sarà mezzogiorno? Federico ripasserà verso le sei. Abbiamo tempo.... Vuoi che andiamo?

Parlava interrottamente, ancora un po' convulsa, con uno sforzo palese, volendo ricomporsi, riacquistare il dominio su i suoi nervi, dissipare in me qualunque ombra, apparirmi fidente e felice. La trepidazione del suo sorriso negli occhi ancora umidi e rosei aveva una dolcezza penosa che m'inteneriva. Nella sua voce, nella sua attitudine, in tutta la sua persona era questa dolcezza che m'inteneriva e m'illanguidiva d'un languore un po' sensuale. Mi è impossibile definire la delicata seduzione che emanava da quella creatura su i miei sensi e sul mio spirito, in quello stato di conscienza irresoluto e confuso. Ella pareva dirmi, mutamente: "Io non potrei essere più dolce. Prendimi dunque, già che mi ami; prendimi nelle tue braccia, ma piano, senza farmi male, senza stringermi troppo forte. Oh, io mi struggo d'essere accarezzata da te! Ma credo che tu potresti farmi morire!" Questa imaginazione mi aiuta un poco a rendere l'effetto ch'ella produceva su me col suo sorriso. Io le guardavo la bocca, quando ella mi disse:--Perché mi guardi così?--Quando ella mi disse:--Non siamo felici?--, io provai il cieco bisogno d'una sensazione voluttuosa nella quale attutire il malessere lasciatomi dalla violenza recente. Quando ella si levò, con un atto rapidissimo io me la presi fra le braccia e attaccai la mia bocca alla sua.

Fu un bacio di amante quello che io le diedi, un bacio lungo e profondo che agitò tutta la essenza delle nostre due vite. Ella si lasciò ricadere sul sedile, spossata.

--Ah no, no, Tullio: ti prego! Non più, non più! Lasciami prima riprendere un po' di forza--supplicò, stendendo le mani come per tenermi discosto.--Altrimenti non mi potrò più levare di qui.... Vedi, sono morta.

Ma in me era avvenuto uno straordinario fenomeno. Tale sul mio spirito quella sensazione quale su una riva un flutto gagliardo che spazzi qualunque traccia lasciando la sabbia rasa. Fu come un annullamento istantaneo; e subito uno stato nuovo si formò sotto l'influenza immediata delle circostanze, sotto l'urgenza del sangue riacceso. Non altro più conobbi che questo:--la donna che io desideravo era là, d'innanzi a me, tremante, prostrata dal mio bacio, tutta mia alfine; in torno a noi fioriva un giardino solitario, memore, pieno di segreti; una segreta casa ci aspettava, di là dagli alberi floridi, custodita dalle rondini familiari.

--Credi tu che io non sarei capace di portarti?--dissi, prendendole le mani, intrecciando le mie dita alle sue.--Una volta eri leggera come una piuma. Ora devi essere anche più leggera.... Proviamo?

Qualche cosa d'oscuro passò ne' suoi occhi. Ella per un istante parve alienarsi in un suo pensiero, come chi considera e risolve rapidamente. Poi scosse il capo; e arrovesciandosi in dietro e appendendosi a me con le braccia stese e ridendo (un poco della sua genciva esangue apparve nel riso), fece:

--Su, tirami su!

E alzata s'abbatté sul mio petto; e questa volta fu ella che mi baciò prima, con una specie di furia convulsa, come presa da una frenesia repentina, quasi volesse in un solo tratto estinguere una sete atrocemente patita.

--Ah, sono morta!--ripeté, quando ebbe distaccata la sua bocca dalla mia.

E quella bocca umida, un po' gonfia, semiaperta, divenuta più rosea, atteggiata di languore, in quel viso così pallido e così tenue, mi diede veramente l'impressione indefinibile d'una cosa che sola fosse rimasta viva nella sembianza d'una morta.

Bisbigliò, levando gli occhi chiusi (i lunghi cigli le tremolavano come se un sorriso esiguo di sotto alle palpebre vi stillasse), trasognata:

--Sei felice?

Io la strinsi al mio cuore.

--Andiamo, dunque. Portami dove vuoi. Reggimi tu un poco. Tullio, perché le ginocchia mi si piegano....

--Alla nostra casa, Giuliana?

--Dove vuoi....

La reggevo forte alle reni con un braccio e la sospingevo. Ella era come una sonnambula. Per un tratto, rimanemmo in silenzio. Ci volgevamo a quando a quando l'uno verso l'altra, nel tempo medesimo, per rimirarci. Ella veramente mi pareva _nuova_. Una piccolezza fermava la mia attenzione, mi occupava: un piccolo segno appena visibile nella sua pelle, un piccolo incavo nel labbro inferiore, la curva dei cigli, una vena della tempia, l'ombra che cerchiava gli occhi, il lobo dell'orecchio infinitamente delicato. Il granello fosco sul collo era nascosto a pena dall'orlo del merletto; ma, per qualche moto che Giuliana faceva col capo, appariva talvolta e poi spariva; e la piccola vicenda incitava la mia impazienza. Ero ebro e pur tuttavia stranamente lucido. Udivo i gridi delle rondini più numerosi e il chioccolio dei getti d'acqua nella peschiera prossima. Sentivo la vita scorrere, il tempo fuggire. E quel sole e quei fiori e quelli odori e quei romori e tutto quel riso della primavera troppo aperto mi diedero per la terza volta un senso di ansietà inesplicabile.

--Il mio salice!--esclamò Giuliana in vicinanza della peschiera, cessando di appoggiarsi a me, sollecitando il passo.--Guarda, guarda com'è grande! Ti ricordi? Era un ramo....

E soggiunse, dopo una pausa pensosa, con un accento diverso, a voce bassa:

--Io l'avevo già riveduto.... Tu forse non sai: io ci venni a Villalilla, _quella volta_.