L'Innocente

Part 3

Chapter 3 3,809 words Public domain Markdown

E chi s'indugiava in queste miserabili sottigliezze di maniaco era l'uomo medesimo che poche ore innanzi aveva sentito il suo cuore tremare nella semplice commozione della bontà, al lume di un sorriso impreveduto! Di tali crisi contradittorie si componeva la sua vita: illogica, frammentaria, incoerente. Erano in lui tendenze d'ogni specie, tutti i possibili contrarii, e tra questi contrarii tutte le gradazioni intermedie e tra quelle tendenze, tutte le combinazioni. Secondo il tempo e il luogo, secondo il vario urto delle circostanze, d'un piccolo fatto, d'una parola, secondo influenze interne assai più oscure, il fondo stabile del suo essere si rivestiva di aspetti mutevolissimi, fuggevolissimi, strani. Un suo speciale stato organico rinforzava una sua speciale tendenza; e questa tendenza diveniva un centro di attrazione verso il quale convergevano gli stati e le tendenze direttamente associati; e a poco a poco le associazioni si propagavano. Il suo centro di gravità allora si trovava spostato e la sua personalità diventava un'altra. Silenziose onde di sangue e d'idee facevano fiorire sul fondo stabile del suo essere, a gradi o un tratto, anime nuove. Egli era _multanime_.

Insisto su l'episodio perchè veramente segna il punto decisivo.

La mattina dopo, al risveglio, non conservavo se non una nozione confusa di quanto era accaduto. La viltà e l'angoscia mi ripresero appena ebbi sotto gli occhi un'altra lettera di Teresa Raffo, con cui ella mi confermava il convegno a Firenze pel 21, dandomi istruzioni precise. Il 21 era sabato, e giovedì 19 Giuliana si levava per la prima volta. Io discussi a lungo, con me stesso, tutte le possibilità. Discutendo, incominciai a transigere. "Sì, non c'è dubbio: è necessaria una rottura, è inevitabile. Ma in che modo io romperò? con quale pretesto? Posso io annunziare il mio proposito a Teresa con una semplice lettera? La mia ultima risposta era ancora calda di passione, smaniosa di desiderio. Come giustificare questo mutamento subitaneo? Merita la povera amica un colpo tanto inaspettato e brutale? Ella mi ha molto amato, mi ama; ha sfidato per me, un tempo, qualche pericolo. Io l'ho amata.... l'amo. La nostra grande e strana passione è conosciuta; invidiata anche; insidiata anche.... Quanti uomini ambiscono a succedermi! Innumerevoli." Numerai rapidamente i rivali più temibili, i successori più probabili, considerandone le figure imaginate. "C'è forse a Roma una donna più bionda, più affascinante, più desiderabile di lei?" La stessa accensione repentina, avvenuta la sera innanzi nel mio sangue, mi percorse tutte le vene. E il pensiero della rinunzia volontaria mi parve assurdo, inammissibile. "No, no, non avrò mai la forza; non vorrò, non potrò mai."

Sedata la turbolenza, proseguii il vano dibattito, pur avendo in fondo a me la certezza che, giunta l'ora, non avrei potuto non partire. Ebbi però il coraggio, uscendo dalla stanza della convalescente, essendo ancora tutto vibrante di commozione, ebbi il supremo coraggio di scrivere a quella che mi chiamava: "Non verrò." Inventai un pretesto; e, mi ricordo bene, quasi per istinto lo scelsi tale che a lei non sembrasse troppo grave.--Speri dunque che ella non curi il pretesto e t'imponga di partire?--chiese qualcuno dentro di me. Non sfuggii a quel sarcasmo; e un'irritazione e un'ansietà atroci s'impadronirono di me, non mi diedero tregua. Facevo sforzi inauditi per dissimulare, al conspetto di Giuliana e di mia madre. Evitavo studiosamente di trovarmi solo con la povera illusa; e ad ogni tratto mi pareva di leggere nei suoi miti umidi occhi il principio di un dubbio, mi pareva di veder passare qualche ombra su la sua fronte pura.

Il giorno di mercoledì ebbi un telegramma imperioso e minaccioso (non era quasi aspettato?): "O tu verrai o non mi vedrai più. Rispondi." E io risposi: "Verrò."

Subito dopo quell'atto, commesso con quella specie di sovreccitazione inconsciente che accompagna tutti gli atti decisivi della vita, io provai un particolare sollievo, vedendo gli avvenimenti determinarsi. Il senso della mia irresponsabilità, il senso della necessità di ciò che accadeva ed era per accadere divennero in me profondissimi. "Se, pur conoscendo il male che io faccio e pur condannandomi in me medesimo, io non posso fare altrimenti, segno è che obbedisco a una forza superiore ignota. Io sono la vittima di un Destino crudele, ironico ed invincibile."

Nondimeno, a pena misi il piede su la soglia della stanza di Giuliana, sentii piombarmi sul cuore un peso enorme; e mi soffermai, vacillante, fra le portiere che mi nascondevano. "Basterà ch'ella mi guardi per indovinar tutto", pensai smarrito. E fui sul punto di tornare in dietro. Ma ella disse, con una voce che non m'era mai parsa tanto dolce:

--Tullio, sei tu?

Allora feci un passo. Ella gridò, vedendomi:

--Tullio, che hai? Ti senti male?

--Una vertigine.... M'è passata già--risposi; e mi rassicurai pensando: "Ella non ha indovinato."

Ella, in fatti, era inconsapevole; e a me pareva strano che così fosse. Dovevo io prepararla al colpo brutale? Dovevo parlare sinceramente o architettare qualche menzogna pietosa? O pure dovevo partire all'improvviso, senza avvertirla, lasciandole in una lettera la mia confessione? Qual era il modo preferibile per rendere meno grave a me lo sforzo e meno cruda in lei la sorpresa?

Ahimè, nel dibattito difficile, per un tristo istinto io mi preoccupavo d'alleggerir me più che lei. E certo avrei scelto il modo della partenza improvvisa e della lettera, se non mi avesse trattenuto il riguardo per mia madre. Era necessario risparmiare mia madre, sempre, ad ogni patto. Anche questa volta non sfuggii al sarcasmo interiore. "Ah, ad _ogni_ patto? Che cuore generoso! Ma pure, via, è così comodo per te il vecchio patto, ed anche sicuro.... Anche questa volta, se tu vorrai, la vittima si sforzerà di sorridere sentendosi morire. Confida in lei, dunque, e non ti curare d'altro, cuore generoso."

L'uomo trova nel sincero e supremo disprezzo di sé medesimo qualche volta, veramente, una particolare gioia.

--A che pensi, Tullio?--mi domandò Giuliana, con un gesto ingenuo appuntandomi l'indice tra l'uno e l'altro sopracciglio come per fermare il pensiero.

Io le presi quella mano, senza rispondere. E il silenzio stesso, che parve grave, bastò a modificare di nuovo l'attitudine del mio spirito; la dolcezza che era nella voce e nel gesto della inconsapevole mi ammollì, mi suscitò quel sentimento snervante da cui hanno origine le lacrime; che si chiama _pietà di sé_. Provai un acuto bisogno d'essere compassionato. Nel tempo medesimo qualcuno mi suggeriva dentro: "Approfitta di questa disposizione d'animo, senza fare per ora alcuna rivelazione. Esagerandola, tu puoi facilmente giungere fino al pianto. Tu sai bene che straordinario effetto abbia su una donna il pianto dell'uomo amato. Giuliana ne sarà sconvolta; e tu sembrerai essere travagliato da un dolore terribile. Domani poi, quando tu le dirai la verità, il ricordo delle lacrime ti rialzerà nell'animo di lei. Ella potrà pensare:--Ah dunque per questo ieri piangeva così dirottamente. Povero amico!--E tu non sarai giudicato un egoista odioso; ma sembrerai aver combattuto con tutte le tue forze in vano contro chi sa qual potere funesto; sembrerai essere tenuto chi sa da quale morbo immedicabile e portare nel tuo petto un cuore lacerato. Approfitta, dunque, approfitta."

--Hai qualche cosa _sul cuore_?--mi domandò Giuliana, con una voce sommessa, carezzevole, piena di confidenza.

Io tenevo il capo chino; ed ero, certo, commosso. Ma la preparazione di quel pianto _utile_ distrasse il mio sentimento, ne arrestò la spontaneità e ritardò quindi il fenomeno fisiologico delle lacrime. "Se io non potessi piangere? Se non _mi venissero_ le lacrime?" pensai con uno sgomento ridicolo e puerile, come se tutto dipendesse da quel piccolo fatto materiale che la mia volontà non bastava a produrre. E intanto qualcuno, sempre il medesimo, soffiava: "Che peccato! Che peccato! L'ora non potrebbe essere più favorevole. Nella stanza ci si vede appena. Che effetto, un singhiozzo nell'ombra!"

--Tullio, non mi rispondi?--soggiunse Giuliana, dopo un intervallo, passandomi la mano su la fronte e su i capelli perché io alzassi la faccia.--A me tu puoi dire tutto. Lo sai.

Ah, veramente, dopo d'allora io non ho mai più udita una voce umana di quella dolcezza. Né pure mia madre ha mai saputo parlarmi così.

Gli occhi mi si inumidirono, e io sentii tra i cigli il tepore del pianto. "Questo, questo è il momento di prorompere." Ma non fu se non una lacrima; e io (umiliante cosa ma pur vera; e in simili meschinità mimiche si rimpicciolisce la maggior parte delle commozioni umane nel manifestarsi) io alzai il viso perché Giuliana la scorgesse e provai per qualche attimo un'ansietà smaniosa temendo che nell'ombra ella non la scorgesse luccicare. Quasi per avvertirla, ritirai il fiato in dentro, forte, come si fa quando si vuol contenere un singhiozzo. Ed ella avvicinando il suo volto al mio per guardarmi da presso, poiché rimanevo muto, ripetè:

--Non rispondi?

E intravide; e, per accertarsi, mi afferrò la testa e me l'arrovesciò, con un gesto quasi brusco.

--Piangi?

La sua voce era mutata.

E io mi liberai all'improvviso, mi levai per fuggire, come uno che non possa più reggere la piena dell'affanno.

--Addio, addio. Lasciami andare, Giuliana. Addio.

E uscii dalla stanza, a precipizio.

Quando fui solo, ebbi disgusto di me.

Era la vigilia d'una solennità per la convalescente. Qualche ora dopo, come mi ripresentai a lei per assistere al piccolo pranzo consueto, la ritrovai in compagnia di mia madre. A pena mi vide, mia madre esclamò:

--Dunque domani, Tullio, giorno di festa.

Io e Giuliana ci guardammo, ambedue ansiosi. Poi parlammo del domani, dell'ora in cui ella avrebbe potuto alzarsi, di tante minute particolarità, con un certo sforzo, un poco distratti. E io m'auguravo, dentro di me, che mia madre non si assentasse.

Ebbi fortuna, perché una sola volta mia madre uscì e rientrò quasi subito. Nel frattempo, Giuliana rapidamente mi chiese:

--Che avevi, dianzi? Non me lo vuoi dire?

--Nulla, nulla.

--Vedi, così tu mi guasti la festa.

--No, no. Ti dirò.... ti dirò.... poi. Non ci pensare, ora; ti prego.

--Sii buono!

Mia madre rientrava con Maria e Natalia. Ma l'accento con cui Giuliana aveva proferito quelle poche parole bastò per convincermi che ella non sospettava la verità. Pensava ella forse che quella tristezza mi venisse da un'ombra del mio passato incancellabile e inespiabile? Pensava che io fossi torturato dal rammarico di averle fatto tanto male e dal timore di non meritare tutto il suo perdono?

Fu ancora una commozione viva, la mattina dopo (per compiacere il desiderio di lei aspettavo nella stanza prossima), quando mi sentii chiamare dalla sua voce squillante.

--Tullio, vieni.

Ed entrai; e la vidi in piedi, che sembrava più alta, più snella, quasi fragile. Vestita d'una specie di tunica ampia e fluida, a lunghe pieghe diritte, ella sorrideva, esitando, reggendosi a pena, tenendo le braccia discoste dai fianchi come per cercare l'equilibrio, volgendosi ora a me ora a mia madre.

Mia madre la guardava con una indescrivibile espressione di tenerezza, pronta a sorreggerla. Io stesso tendevo le mani, pronto a sorreggerla.

--No, no--ella pregò--lasciatemi, lasciatemi. Non cado. Voglio andare da me fino alla poltrona.

Ella avanzò il piede, fece un passo, pianamente. Aveva nel viso il candore d'una gioia infantile.

--Bada, Giuliana!

Fece ancora due o tre passi; poi, assalita da uno sbigottimento repentino, dal timor pànico di cadere, esitò un attimo tra me e mia madre, e si gittò nelle mie braccia, sul mio petto, abbandonandosi con tutto il suo peso, sussultando come se singhiozzasse. Ella rideva, in vece, un poco soffocata dall'ansia; e, come ella non portava busto, le mie mani la sentirono tutta esile e pieghevole a traverso la stoffa, il mio petto la sentì tutta palpitante e morbida, le mie nari aspirarono il profumo dei suoi capelli, i miei occhi rividero sul suo collo il piccolo segno bruno.

--Ho avuto paura--ella diceva interrottamente, ridendo e ansando--ho avuto paura di cadere.

E, come ella arrovesciava la testa verso mia madre per guardarla, senza staccarsi da me, io scorsi un poco della sua gengiva esangue e il bianco degli occhi e qualche cosa di convulso in tutto il viso. E conobbi che tenevo fra le braccia una povera creatura inferma, profondamente alterata dall'infermità, con i nervi indeboliti, con le vene impoverite, forse insanabile. Ma ripensai la sua trasfigurazione in quella sera del bacio inaspettato; e l'opera di carità e d'amore e d'ammenda, a cui rinunziavo, ancora una volta m'apparve bellissima.

--Conducimi tu alla poltrona, Tullio--ella diceva.

Sostenendola col mio braccio alle reni, io la condussi piano piano; l'aiutai ad adagiarsi; disposi su la spalliera i cuscini di piume, e mi ricordo che scelsi quello di tono più squisito perché ella vi appoggiasse la testa. Anche, per metterle un cuscino sotto i piedi, m'inginocchiai; e vidi la sua calza di colore gridellino, la sua pianella esigua che nascondeva poco più del pollice. Come in _quella sera_, ella seguiva tutti i miei movimenti con uno sguardo carezzevole. E io m'indugiavo. Accostai un piccolo tavolo da tè, sopra ci posai un vaso di fiori freschi, qualche libro, una stecca d'avorio. Senza volere, mettevo in quelle mie premure un po' di ostentazione.

L'ironia ricominciò. "Molto abile! Molto abile! È utilissimo quel che fai, sotto gli occhi di tua madre. Come potrà ella sospettare, dopo avere assistito a queste tue tenerezze? Quel po' di ostentazione, anche, non guasta. Ella non ha la vista troppo acuta. Séguita, séguita. Tutto va a meraviglia. Coraggio!"

--Oh come si sta bene qui!--esclamò Giuliana con un sospiro di sollievo, socchiudendo i cigli.--Grazie, Tullio.

Qualche minuto dopo, quando mia madre uscì, quando rimanemmo soli, ella ripetè, con un sentimento più profondo:

--Grazie.

E alzò una mano verso di me, perché io la prendessi nelle mie. Essendo ampia la manica, nel gesto il braccio si scoperse fin quasi al gomito. E quella mano bianca e fedele, che portava l'amore, l'indulgenza, la pace, il sogno, l'oblio, tutte le cose belle e tutte le cose buone, tremò un istante nell'aria verso di me come per l'offerta suprema.

Credo che nell'ora della morte, nell'attimo stesso in cui cesserò di soffrire, io rivedrò quel gesto solo; fra tutte le imagini della vita passata innumerabili, rivedrò unicamente quel gesto.

Quando ripenso, non riesco a ricostruire con esattezza la condizione nella quale mi trovai. Posso affermare che anche allora io comprendevo l'estrema gravità del momento e lo straordinario valore degli atti che si compivano ed erano per compiersi. La mia perspicacia era, o mi pareva, perfetta. Due processi di conscienza si svolgevano dentro di me, senza confondersi, bene distinti, paralleli. In uno predominava, insieme con la pietà verso la creatura che io stava per colpire, un sentimento di acuto rammarico verso l'offerta ch'io stava per respingere. Nell'altro predominava insieme con la cupa bramosia verso l'amante lontana, un sentimento egoistico esercitato nel freddo esame delle circostanze che potevano favorire la mia impunità. Questo parallelismo portava la mia vita interna ad una intensità e ad una accelerazione incredibili.

Il momento decisivo era venuto. Dovendo partire al dimani, non potevo temporeggiare più oltre. Perché la cosa non sembrasse oscura e troppo subitanea, era necessario in quella mattina stessa, a colazione, annunziare la partenza a mia madre e addurre il pretesto plausibile. Era necessario anche, prima che a mia madre, dare l'annunzio a Giuliana perché non accadessero contrattempi pericolosi. "E se Giuliana prorompesse, al fine? Se, nell'impeto del dolore e dello sdegno, ella rivelasse a mia madre la verità? Come ottenere da lei una promessa di silenzio, un nuovo atto di abnegazione?" Fino all'ultimo io discussi, dentro di me. "Comprenderà subito, alla prima parola? E se non comprendesse? Se ingenuamente mi chiedesse la ragione del mio viaggio? Come risponderei? Ma ella comprenderà. È impossibile che ella non abbia già saputo da qualcuna delle sue amiche, da quella signora Tàlice, per esempio, che Teresa Raffo non è a Roma."

Le mie forze cominciavano già a cedere. Non avrei potuto più a lungo sostenere l'orgasmo che cresceva di minuto in minuto. Mi risolsi, con una tensione di tutti i miei nervi; e, poiché ella parlava, desiderai che ella medesima mi offrisse l'opportunità di scoccare la freccia.

Ella parlava di molte cose specialmente future, con una volubilità insolita. Quel non so che di convulso in lei, già da me notato prima, mi pareva più palese. Io stavo ancora in piedi, dietro la poltrona. Fino a quel momento avevo evitato il suo sguardo movendomi ad arte per la stanza, sempre dietro la poltrona, ora occupato a fermare le tende della finestra, ora a riordinare i libri nella piccola scansia, ora a raccogliere di sul tappeto le foglie cadute da un mazzo di rose disfatto. Stando in piedi, guardavo la riga dei suoi capelli, i suoi cigli lunghi e ricurvi, la lieve palpitazione del suo petto, e le sue mani, le sue belle mani che posavano su i bracciuoli, prone come in quel giorno, pallide come in quel giorno quando "soltanto le vene azzurre le distinguevano dal lino".

Quel giorno! Non era trascorsa né pure una settimana. Perché pareva dunque tanto remoto?

Stando in piedi dietro di lei, in quella tensione estrema, come in agguato, io pensai che forse ella sentiva per istinto sul suo capo la minaccia; e credetti indovinare in lei una specie di vago malessere. Ancora una volta mi si strinse il cuore, intollerabilmente.

A un punto, in fine, ella disse:

--_Domani_, se starò meglio, tu mi porterai su la terrazza, all'aria....

Io interruppi:

--_Domani_ non sarò qui.

Ella si scosse al suono strano della mia voce. Io soggiunsi, senza attendere:

--Partirò....

Soggiunsi ancora, con uno sforzo per snodare la lingua, raccapricciato come uno che debba iterare il colpo per finire la vittima:

--Partirò per Firenze.

--Ah!

Ella aveva compreso a un tratto. Si volse con un moto rapido, si torse tutta su i cuscini per guardarmi; e io rividi, per quella torsione violenta, il bianco de' suoi occhi, la sua gengiva esangue.

--Giuliana!--balbettai, senza sapere che altro dirle, chinandomi verso di lei, temendo ch'ella venisse meno.

Ma ella abbassò le palpebre, si ricompose, si ritrasse, si restrinse in sé stessa, come presa da un gran freddo. Rimase così qualche minuto, con gli occhi chiusi, con la bocca serrata, immobile. Soltanto la pulsazione visibile della carotide nel collo e qualche contrazione convulsiva nelle mani davano indizio della vita.

Non fu un delitto? Fu il _primo_ dei miei delitti; e non il minore, forse.

Partii, in condizioni terribili. La mia assenza durò più di una settimana. Quando tornai e nei giorni che seguirono il mio ritorno, io stesso mi meravigliavo della mia sfrontatezza quasi cinica. Ero posseduto da una specie di malefizio che aboliva in me ogni senso morale e mi rendeva capace delle peggiori ingiustizie, delle peggiori crudeltà. Giuliana anche questa volta mostrava una forza prodigiosa; anche questa volta aveva saputo tacere. E m'appariva chiusa nel suo silenzio come in un'armatura adamantina, impenetrabile.

Andò con le figlie e con mia madre alla Badiola. Le accompagnava mio fratello. Io rimasi a Roma.

Da quel tempo incominciò per me un periodo tristissimo, oscurissimo, il cui ricordo ancora mi riempie di nausea e d'umiliazione. Tenuto da quel sentimento che meglio di ogni altro rimescola il fango essenziale nell'uomo, io patii tutto lo strazio che una donna può fare di un'anima fiacca, appassionata e sempre vigile. Accesa da un sospetto, una terribile gelosia sensuale divampò in me disseccando tutte le buone fonti interiori, alimentandosi di tutto il fecciume che posava nell'infimo della mia sostanza bruta.

Teresa Raffo non m'era parsa mai desiderabile come ora che non potevo disgiungerla da una imagine fallica, da una sozzura. Ed ella si valeva del mio stesso disprezzo per inacerbire la mia brama. Agonie atroci, gioie abiette, sottomissioni disonoranti, patti vili proposti ed accettati senza rossore, lacrime più acri di qualunque tossico, frenesie improvvise che mi spingevano sul confine della demenza, cadute nell'abisso della lussuria così violente che mi lasciavano per lunghi giorni istupidito, tutte le miserie e tutte le ignominie della passione carnale esasperata dalla gelosia, tutte io le conobbi. La mia casa mi divenne estranea; la presenza di Giuliana mi divenne incresciosa. Intere settimane passavano, talvolta, senza che io le rivolgessi una parola. Assorto nel mio supplizio interiore, io non la vedevo, non la udivo. In certi momenti, levando gli occhi su lei, mi meravigliavo del suo pallore, della sua espressione, di certe particolarità del suo volto, come di cose nuove, inaspettate, strane; e non giungevo a riconquistare intera la nozione della realtà. Tutti gli atti della sua esistenza m'erano ignoti. Io non provavo alcun bisogno d'interrogarla, di sapere; non provavo per lei alcuna inquietudine, alcuna sollecitudine, alcun timore. Una durezza inesplicabile mi fasciava l'anima contro di lei. Anche, talvolta, io avevo contro di lei una specie di vago rancore, inesplicabile. Un giorno la sentii ridere; e il suo riso m'irritò, mi fece quasi ira.

Un altro giorno palpitai forte, udendola cantare da una stanza lontana. Cantava l'aria di Orfeo:

Che farò senza Euridice?

Era la prima volta, dopo lungo tempo, che ella cantava così, movendosi per la casa; era la prima volta che io la riudiva, dopo lunghissimo tempo.--Perché cantava? Era dunque lieta? A quale affetto del suo animo rispondeva quell'effusione insolita?--Un turbamento inesplicabile mi vinse. Andai verso di lei senza riflettere, chiamandola per nome.

Vedendomi entrare nella sua stanza, ella si stupì; rimase per un poco attonita, in una sospensione manifesta.

--Canti?--io dissi, per dire qualche cosa, impacciato, meravigliato io stesso del mio atto straordinario.

Ella sorrise d'un sorriso incerto, non sapendo che rispondere, non sapendo quale contegno assumere davanti a me. E mi parve di leggere nei suoi occhi una curiosità penosa, già altre volte da me notata fuggevolmente: quella curiosità compassionevole con cui si guarda una persona sospettata di follia, un ossesso. In fatti, nello specchio di contro io scorsi la mia imagine; rividi il mio volto scarno, le mie occhiaie profonde, la mia bocca tumida, quell'aspetto di febricitante che avevo già da qualche mese.

--Ti vestivi per uscire?--le domandai, ancora impacciato, quasi peritoso, non sapendo che altro dimandare, volendo evitare il silenzio.

--Sì.

Era di mattina; era di novembre. Ella stava in piedi, presso a un tavolo ornato di merletti su cui rilucevano sparse le innumerevoli minuterie moderne destinate alla cura della bellezza muliebre. Portava un abito di vigogna oscuro; e teneva ancora in mano un pettine di tartaruga bionda con la costola d'argento. L'abito, di foggia semplicissima, secondava la svelta eleganza della persona. Un gran mazzo di crisantemi bianchi le saliva di sul tavolo all'altezza della spalla. Il sole dell'estate di San Martino scendeva per la finestra; e nella luce vagava un profumo di cipria o d'essenza che io non seppi riconoscere.

--Qual'è, ora, il tuo profumo?--le domandai. Ella rispose:

--_Crab-apple_.

Io soggiunsi:

--Mi piace.

Ella prese di sul tavolo una fiala e me la porse. E io la fiutai a lungo per fare qualche cosa, per avere il tempo di preparare un'altra qualunque frase. Non riuscivo a dissipare la mia confusione, a riconquistare la mia franchezza. Sentivo che ogni intimità fra noi due era caduta. Ella mi pareva _un'altra donna_. E intanto l'aria di Orfeo mi ondeggiava ancora su l'anima, m'inquietava ancora.

Che farò senza Euridice?