# L'Innocente

## Part 21

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--Un'ora fa, stava quasi bene. Tossiva sì, ma non aveva altro. Mi sono allontanata, ho lasciata qui Anna. Credevo di ritrovarlo addormentato. Pareva che gli fosse venuto il sonno.... Torno e lo vedo in questo stato. Sentilo: è quasi freddo!

Io gli toccai la fronte, una guancia. La temperatura della pelle era in fatti diminuita.

--E il medico?

--Non è ancora venuto! Ho mandato a chiamarlo.

--Un uomo a cavallo ci voleva.

--Sì, è andato Ciriaco.

--A cavallo? Sei sicura? Non c'è tempo da perdere.

Non era una simulazione la mia. Ero sincero. Non potevo lasciar morire così quell'innocente, senza soccorrerlo, senza fare un tentativo per salvarlo. D'innanzi a quell'aspetto quasi cadaverico, mentre il mio delitto stava per compiersi, la pietà, il rimorso, il dolore mi afferrarono l'anima. Non ero meno smanioso di mia madre, aspettando il medico. Sonai il campanello. Si presentò un domestico.

--È partito Ciriaco?

--Sì, signore.

--A piedi?

--No, signore; in calesse.

Federico sopraggiunse, ansante.

--Che è accaduto?

Gridò mia madre, sempre curva su la culla:

--Il bambino muore!

Federico accorse, guardò.

--Soffoca--egli disse.--Non vedete? Non respira più.

E afferrò il bambino, lo tolse dalla culla, lo sollevò, lo scosse.

--No, no! Che fai? Tu l'uccidi--gridò mia madre.

In quel punto la porta s'aprì e una voce annunziò:

--Il medico.

Entrò il dottor Jemma.

--Stavo per arrivare. Ho incontrato il calesse. Che c'è?

Senza aspettare la risposta, s'avvicinò a mio fratello che teneva ancora su le braccia Raimondo; glie lo levò, l'esaminò, si oscurò in viso. Disse:

--Calma! Calma! Bisogna sfasciarlo.

E lo posò sul letto della nutrice, aiutò mia madre a toglierlo dalle fasce.

Il corpicciuolo nudo apparve. Aveva lo stesso colore cinereo del volto. Le estremità pendevano rilasciate, flosce. La mano grassa del medico palpò la pelle qua e là.

--Fategli qualche cosa, dottore!--supplicava mia madre.--Salvatelo!

Ma il medico pareva irresoluto. Tastò il polso, appoggiò l'orecchio sul petto, mormorò:

--Un vizio del cuore.... Impossibile.

Domandò:

--Ma com'è sopravvenuto questo cambiamento? All'improvviso?

Mia madre volle raccontargli come, ma prima di finire scoppiò a piangere. Il medico si risolse a far qualche tentativo. Cercò di scuotere il torpore in cui era immerso il bambino, cercò di eccitarlo a gridare, di produrre il vomito, di richiamare un moto respiratorio energico. Mia madre stava a guardarlo, con gli occhi sbarrati da cui sgorgavano le lacrime.

--Giuliana lo sa?--mi chiese mio fratello.

--No, forse no.... forse ha indovinato.... forse Cristina.... Resta qui tu. Corro a vedere; poi torno.

Guardai il bambino tra le mani del medico, guardai mia madre; uscii dalla stanza; corsi a Giuliana. D'innanzi alla porta mi fermai: "Che le dirò? Le dirò il vero?" Entrai, vidi che Cristina era nel vano della finestra; mi presentai nell'alcova, che le cortine ora chiudevano. Ella stava rattratta sotto le coperte. Essendomi avvicinato, m'accorsi ch'ella tremava come nel ribrezzo della febbre.

--Giuliana, vedi: sono qui.

Ella si scoperse, e volse la faccia verso di me. Mi domandò sotto voce:

--Vieni _di là_?

--Sì.

--Dimmi tutto.

Io m'ero chinato su lei; e ci parlavamo da vicino, sommessamente.

--Sta male.

--Molto?

--Sì, molto.

--Muore?

--Chi sa! Forse.

Ella con un moto subitaneo mise fuori le braccia e mi si avviticchiò al collo. La mia guancia premeva la sua; e io la sentivo tremare, sentivo la gracilità di quel povero petto malato; e dentro mi balenavano, mentre stavo così stretto da lei, visioni della stanza lontana: vedevo gli occhi del bambino appassiti appannati opachi, le labbra livide; vedevo scorrere le lacrime di mia madre. Nessuna gioia era in quell'allacciamento. Il mio cuore era serrato; la mia anima era disperata ed era _sola_, così china su l'abisso oscuro di quell'altra anima.

XLIX.

Quando la sera cadde, Raimondo non viveva più. Tutti i segni d'una intossicazione acuta di acido carbonico erano in quel corpicciuolo incadaverito. La piccola faccia era livida, quasi plumbea; il naso era affilato; le labbra avevano una cupa tinta cerulea; un po' di bianco opaco s'intravedeva di sotto alle palpebre ancora semichiuse; su una coscia, presso l'inguine, appariva una chiazza rossastra. Pareva che fosse già incominciato il disfacimento, tanto era miserabile l'aspetto di quella carne infantile che poche ore innanzi tutta rosea e tenera le dita di mia madre avevano accarezzata.

Mi rombavano negli orecchi i gridi, i singhiozzi, le parole insensate che mia madre proferiva mentre Federico e le donne la trasportavano fuori.

--Nessuno lo tocchi, nessuno lo tocchi! Io voglio lavarlo, io voglio fasciarlo.... io....

Nulla più. I gridi erano cessati. Giungeva a quando a quando uno sbattere di usci. Ero là, solo. Anche il medico era nella stanza; ma io ero solo. Qualche cosa di straordinario avveniva in me; ma io non ci vedevo ancora.

--Andate--mi disse il medico, dolcemente, toccandomi una spalla--andate via di qui. Andate.

Io fui docile; obedii. M'allontanavo per l'andito con lentezza, quando mi sentii di nuovo toccare. Ed era Federico; e mi abbracciò. Ma io non piansi, non provai una commozione forte, non compresi le parole ch'egli proferiva. Udii però nominare Giuliana.

--Conducimi da Giuliana--gli dissi.

Misi il braccio sotto il suo, mi lasciai condurre come un cieco.

Quando fummo dinnanzi alla porta, gli dissi:

--Lasciami.

Egli mi strinse forte il braccio; poi mi lasciò. Entrai solo.

L.

Nella notte il silenzio della casa era sepolcrale. Un lume ardeva nell'andito. Io camminavo verso quel lume, come un sonnambulo. Qualche cosa di straordinario avveniva in me; ma io non ci vedevo ancora.

Mi fermai, quasi avvertito da un istinto. Un uscio era aperto: un chiarore trapelava per la tenda abbassata. Varcai la soglia; scostai la tenda; mi avanzai.

La culla era nel mezzo della camera, fra quattro candele accese, parata di bianco. Mio fratello seduto da un lato, Giovanni di Scòrdio dall'altro vegliavano. La presenza del vecchio non mi recò stupore. Mi parve naturale ch'egli fosse là; non gli chiesi niente; non dissi niente. Credo che un poco sorrisi a loro che mi guardavano. Non so veramente se le mie labbra sorrisero, ma io n'ebbi intenzione come per significare: "Non vi prendete pena di me, non cercate di consolarmi. Vedete: io sono calmo. Possiamo tacere." Feci qualche passo; andai a mettermi a piè della culla, tra le due candele; portai a piè della culla la mia anima pavida umile debole, interamente orbata della sua vista primitiva. Mio fratello e il vecchio erano ancora là, ma io ero solo.

Il morticino era vestito di bianco: della stessa veste battesimale, o mi parve. Il viso e le mani soltanto erano scoperti. La piccola bocca, che col vagito aveva tante volte esasperato il mio odio, sotto il suggello misterioso era immobile. Il silenzio medesimo che era in quella piccola bocca era dentro di me, era intorno a me. E io guardavo, guardavo.

Allora, dal silenzio, una gran luce si fece dentro di me, nel centro della mia anima. _Io compresi._ La parola di mio fratello, il sorriso del vecchio non avevano potuto rivelarmi quel che mi rivelò in un attimo la piccola bocca muta dell'Innocente. _Io compresi_. E allora m'assalì un terribile bisogno di confessare il mio delitto, di palesare il mio segreto, d'affermare al conspetto di quei due uomini:--Io l'ho ucciso.

Ambedue mi guardavano; e io m'accorsi che ambedue erano ansiosi per me, per la mia attitudine d'innanzi al cadavere, che ambedue aspettavano la fine di quella mia immobilità ansiosi. Dissi allora:

--Sapete voi chi ha ucciso quest'innocente?

La voce nel silenzio ebbe un suono così strano che parve irriconoscibile anche a me medesimo; mi parve che non fosse mia. E un terrore subitaneo m'agghiacciò il sangue, m'irrigidì la lingua, m'oscurò la vista. E mi misi a tremare. E sentii che mio fratello mi sorreggeva, mi toccava la fronte. Avevo negli orecchi un rombo così forte che le sue parole mi giungevano indistinte, interrotte. Compresi ch'egli mi credeva perturbato da un parosismo febrile e che cercava di condurmi via. Mi lasciai condurre.

Mi condusse alla mia stanza sorreggendomi. Il terrore mi teneva ancora. Vedendo una candela che ardeva sola su un tavolo, trasalii. Non mi ricordavo d'averla lasciata accesa.

--Spògliati, mettiti a letto--mi disse Federico, traendomi con tenerezza per le mani.

Mi fece sedere sul letto, mi toccò di nuovo la fronte.

--Senti? La febbre ti cresce. Cominciati a spogliare. Su, via!

Con una tenerezza che mi ricordava quella di mia madre, egli mi aiutava a svestirmi. Mi aiutò a coricarmi. Seduto al mio capezzale, mi toccava a quando a quando la fronte per sentire la mia febbre; mi domandava, sentendomi ancora tremare:

--Hai molto freddo? Non ti cessano i brividi? Vuoi che ti copra meglio? Hai sete?

Io consideravo, rabbrividendo: "Se avessi parlato! Se avessi potuto continuare! Sono stato proprio io, con le mie labbra, che ho pronunziato quelle parole? Sono stato proprio io? E se Federico, ripensando, riflettendo, fosse preso da un dubbio? Ho domandato:--Sapete voi chi ha ucciso quest'innocente?--e null'altro. Ma non avevo io l'aspetto d'un assassino confesso? Ripensando, Federico dovrà certo chiedersi:--Che voleva egli intendere? Contro chi andava la sua strana accusa?--E la mia esaltazione gli sembrerà oscura. Il medico!.... Bisognerebbe ch'egli pensasse:--Ha voluto alludere al medico, forse.--E bisognerebbe ch'egli avesse qualche altra prova della mia esaltazione, ch'egli seguitasse a credermi perturbato dalla febbre, in uno stato di delirio intermittente." Mentre così ragionavo, imagini rapide e lucide mi attraversavano lo spirito e avevano un'evidenza di cose reali, tangibili: "Ho la febbre, e alta. Se sopravvenisse il vero delirio e inconscio io rivelassi il segreto!" Mi sorvegliavo con un'ansietà paurosa. Dissi:

--Il medico, il medico.... non ha saputo....

Mio fratello si chinò su di me, mi toccò di nuovo, inquietamente, sospirando.

--Non ti tormentare, Tullio. Càlmati.

E andò a bagnare una pezzuola nell'acqua fredda, me la mise su la fronte che ardeva.

Il passaggio delle imagini rapide e lucide continuava. Rivedevo, con una terribile intensità di visione, l'agonia del bambino.--Era là agonizzante, nella culla. Aveva il viso cinereo, d'un colore così smorto che su i sopraccigli le croste del lattime parevano gialle. Il suo labbro inferiore depresso non si vedeva più. Di tratto in tratto egli sollevava le palpebre divenute un po' violette e sembrava che le iridi vi aderissero perché le seguivano nel sollevarsi e vi si perdevano sotto mentre appariva il bianco opaco. Il rantolo fioco di tratto in tratto cessava. A un certo punto, il medico diceva, come per un ultimo tentativo:

--Su, su, trasportiamo la culla vicino alla finestra, alla luce. Largo, largo! Il bambino ha bisogno di aria. Largo!

Io e mio fratello trasportavamo la culla che pareva una bara. Ma alla luce lo spettacolo era più atroce: a quella fredda luce candida della neve diffusa. E mia madre:

--Ecco muore! Vedete, vedete: muore! Sentite: non ha più polso.

E il medico:

--No, no. Respira. Finché c'è fiato, c'è speranza. Coraggio!

E introduceva tra le labbra livide del morente un cucchiaino d'etere. Dopo qualche attimo, il morente riapriva gli occhi, torceva in alto le pupille, metteva un vagito fioco. Avveniva una leggera mutazione nel suo colore. Le sue narici palpitavano.

E il medico:

--Non vedete? Respira. Fino all'ultimo non bisogna disperare.

Ed agitava l'aria su la culla con un ventaglio: poi premeva con un dito il mento del bambino per abbassargli il labbro, per aprirgli la bocca. La lingua, che era aderente al palato, si abbassava come una valvoletta; e io intravedevo i fili del muco che si distendevano tra il palato e la lingua, la materia biancastra accumulata nel fondo. Un moto convulso rialzava verso il viso quelle piccole piccole mani divenute violette specialmente nella palma, nelle piegature delle falangi, nelle unghie; quelle mani già incadaverite che mia madre toccava ad ogni momento. Nella destra il mignolo stava sempre discosto dalle altre dita e aveva un lieve tremito all'aria; e nulla era più straziante.

Federico cercava di persuadere mia madre a uscire dalla stanza. Ma ella si chinava sul viso di Raimondo, fin quasi a toccarlo; spiava ogni segno. Una delle sue lacrime cadeva sul capo adorato. Ella subito l'asciugava col fazzoletto, ma s'accorgeva che nel cranio la fontanella s'era abbassata, era divenuta cava.

--Guardate, dottore!--gridava esterrefatta.

E i miei occhi si fissavano su quel cranio molle, sparso di crosta lattea, giallognolo, simile a un pezzo di cera segnata nel mezzo da un incavo. Tutte le suture erano visibili. La vena temporale, cerulea, si perdeva sotto la crosta.

--Guardate! Guardate!

La lieve reviviscenza fittizia provocata dall'etere si spegneva. Il rantolo aveva ora un suono particolare. Le manine cadevano lungo i fianchi, inerti; il mento si faceva più depresso; la fontanella si faceva più profonda, senza alcun palpito. E a un tratto il morente dava segno d'uno sforzo; il dottore subito gli sollevava il capo. E usciva dalla boccuccia paonazza un po' di liquido biancastro. Ma nello sforzo del vomito la pelle della fronte tendendosi, apparivano a traverso la cute le macchie scure della stasi. Mia madre gittava un grido.

--Andiamo, andiamo. Vieni via con me--le ripeteva mio fratello, tentando di trascinarla.

--No, no, no.

E il medico dava un altro cucchiaino di etere. E l'agonia si prolungava, e lo strazio si prolungava. Le manine si risollevavano ancora, le dita si movevano vagamente; tra le palpebre socchiuse le iridi apparivano e sparivano ritraendosi come due fiorellini appassiti, come due piccole corolle che si richiudessero flosce raggrinzandosi.

Cadeva la sera, innanzi all'agonia dell'Innocente. Su i vetri della finestra era come un chiarore d'alba; ed era l'alba che saliva dalla neve in contro alle ombre.

--È morto? È morto?--gridava mia madre, non udendo più il rantolo, vedendo apparire intorno al naso un lividore.

--No, no; respira.

Avevano accesa una candela; e la reggeva una delle donne; e la fiammella gialla oscillava a piè della culla. Mia madre subitamente scopriva il corpicciuolo per palparlo.

--È freddo, tutto freddo!

Le gambe s'erano affloscite, i piedini erano diventati paonazzi. Nulla era più miserevole di quello straccetto di carne morta, d'avanti a quella finestra su cui cadeva l'ombra, al lume di quella candela.

Ma ancora un suono indescrivibile, che non era un vagito né un grido né un rantolo, esciva dalla boccuccia quasi cerulea, insieme con un po' di bava bianchiccia. E mia madre, come una pazza, si gittava sul morticino.--

Così rivedevo tutto, a occhi chiusi; aprivo gli occhi, e rivedevo tutto ancora, con una intensità incredibile.

--Quella candela! Leva quella candela!--gridai a Federico, sollevandomi sul letto, atterrito dalla mobilità della fiammella pallida.--Leva quella candela!

Federico andò a prenderla, andò a metterla dietro un paravento. Poi tornò al mio capezzale; mi fece ricoricare; mi mutò la pezzuola fredda su la fronte.

E a quando a quando, nel silenzio, udivo il suo sospiro.

LI.

Il giorno dopo, se bene io fossi in uno stato di estrema debolezza e di stupore, volli assistere alla benedizione del parroco, al trasporto, a tutto il rito.

Il cadaverino era già chiuso in una cassetta bianca, ricoperta da un cristallo. Aveva su la fronte una corona di crisantemi bianchi, aveva un crisantemo bianco tra le mani congiunte, ma nulla eguagliava la bianchezza cerea di quelle mani esigue ove soltanto le unghie erano rimaste violette.

Eravamo presenti io e Federico e Giovanni di Scòrdio e alcuni famigliari. I quattro ceri ardevano lacrimando. Entrò il prete con la stola bianca, seguito dai chierici che portavano l'aspersorio e la croce senz'asta. Tutti c'inginocchiammo. Il prete asperse d'acqua benedetta il feretro dicendo:

--_Sit nomen Domini...._

Poi recitò il salmo:

--_Laudate pueri Dominum...._

Federico e Giovanni di Scòrdio si sollevarono, presero la bara. Pietro apriva d'innanzi a loro le porte. Io li seguivo. Dietro di me venivano il prete, i chierici, quattro familiari con i ceri accesi. Passando per gli anditi silenziosi, giungemmo alla cappella, mentre il prete recitava il salmo:

--_Beati immaculati...._

Come la bara fu dentro la cappella, il prete disse:

--_Hic accipiet benedictionem a Domino...._

Federico e il vecchio deposero la bara sul piccolo catafalco, in mezzo alla cappella. Tutti c'inginocchiammo. Il prete recitò altri salmi. Quindi fece l'invocazione perché l'anima dell'Innocente fosse chiamata al cielo. Quindi asperse di nuovo la bara con acqua benedetta. Uscì, seguito dai chierici.

Allora ci sollevammo. Tutto era già pronto per la sepoltura. Giovanni di Scòrdio prese la cassa leggiera su le sue braccia; e i suoi occhi si fissarono sul cristallo. Federico scese pel primo nel sotterraneo, dietro di lui scese il vecchio portando la cassa; poi scesi io con un familiare. Nessuno parlava.

La camera sepolcrale era ampia, tutta di pietra grigia. Nelle pareti erano scavate le nicchie, talune già chiuse da lapidi, altre aperte, profonde, occupate dall'ombra, aspettanti. Da un arco pendevano tre lampade, nutrite d'olio d'oliva; e ardevano quiete nell'aria umida e grave, con fiammelle tenui ed inestinguibili.

Mio fratello disse:

--Qui.

E indicò una nicchia che si apriva sotto un'altra già chiusa da una lapide. Su quella lapide era inciso il nome di Costanza; e vagamente le lettere rilucevano.

Allora Giovanni di Scòrdio tese le braccia su cui posava la cassa, perché noi guardassimo ancora una volta il morticino. E noi guardammo. A traverso il cristallo quel piccolo viso livido, quelle piccole mani congiunte, e quella veste e quei crisantemi e tutte quelle cose bianche parevano indefinitamente lontani, intangibili, quasi che il coperchio diafano di quella cassa su le braccia di quel gran vecchio lasciasse intravedere come per uno spiracolo un lembo d'un mistero soprannaturale tremendo e dolce.

Nessuno parlava. Quasi pareva che nessuno respirasse più.

Il vecchio si volse alla nicchia mortuaria, si curvò, depose la cassa, la spinse adagio verso il fondo. Poi s'inginocchiò e rimase per alcuni minuti immobile.

Vagamente biancheggiava al fondo la cassa deposta. Sotto le lampade la canizie del vecchio era luminosa, così china sul limitare dell'Ombra.

_Convento di Santa Maggiore. Francavilla al mare: Aprile--luglio 1891._

FINE.

NOTA DEL TRASCRITTORE:

Nel libro viene usato l'accento acuto sulla e finale, in contrasto colla prassi dell'epoca. In alcune pagine il tipografo si è confuso ed ha usato la prassi corrente ("perchè") o ha ecceduto, usando É come terza persona del verbo essere. Tali errori sono stati conservati senza menzione.

Alcuni refusi sono stati corretti, anche in conformità delle altre occorrenze:

ORIGINALE CORREZIONE

di grazia feminile di grazia femminile intrapresa? Se Giuliana intrapresa? "Se Giuliana "Perché poggiare tutto l'edifizio Perché poggiare tutto l'edifizio le immagini truci le imagini truci Bignava palesare tutto, Bisognava palesare tutto, Ah, ma la notte che viene --Ah, ma la notte che viene ed occcupò tutto il campo ed occupò tutto il campo la femina di Montegorgo la femmina di Montegorgo --Quando se n'andò, Quando se n'andò,

in generale:

cosi così Cosi Così

