L'Innocente

Part 20

Chapter 20 3,740 words Public domain Markdown

Ella era tenera e commossa; e richiamava la mia tenerezza, si abbandonava a me per essere blandita, per essere cullata, perché io le premessi il cuore e le bevessi le lacrime. Conoscevo quei suoi languori dolenti, quei suoi affanni indefiniti. Ma pensavo, ansioso: "Bisogna che lo non la secondi. Bisogna che io non mi lasci legare. Il tempo fugge. Se ella mi prende, mi sarà difficile distaccarmi da lei. Se ella piange, io non potrò allontanarmi. Bisogna che io mi contenga. Il tempo precipita. Chi rimarrà a guardia di Raimondo? Non mia madre, certo. Probabilmente la nutrice. Tutti gli altri si raccoglieranno nella cappella. Qui metterò Cristina. Io sarò sicuro. Il caso non potrebbe essermi più favorevole. Bisogna che fra venti minuti io sia libero."

Evitai di eccitare la malata, finsi di non comprenderla, non corrisposi alle sue effusioni, cercai di distrarla con oggetti materiali, feci in modo che Cristina non ci lasciasse soli come nelle altre sere d'intimità, mi occupai della cena con esagerata premura.

--Perché stasera non mangi con me?--ella mi chiese.

--Non posso prender nulla, ora; non sto bene. Mangia tu qualche cosa; ti prego!

Per quanti sforzi io facessi non riuscivo a dissimulare interamente l'ansietà che mi divorava. Più volte ella mi guardò con l'intenzione manifesta di penetrarmi. Poi d'un tratto s'accigliò, diventò taciturna. Toccò a pena a pena qualche cibo, bagnò a pena a pena le labbra nel bicchiere. Io raccolsi tutto il mio coraggio allora, per andarmene. Finsi di aver udito il rumore d'una vettura. Mi misi in ascolto, dissi:

--Forse è tornato Federico. Ho bisogno di vederlo subito.... Permetti che vada giù un momento. Rimane qui Cristina.

La vidi alterata nel volto come chi sia per rompere in un pianto. Non aspettai il suo consenso. Uscii in fretta; ma non trascurai di ripetere a Cristina che rimanesse fino a che io non fossi risalito.

A pena fuori, fui costretto a fermarmi per resistere alla soffocazione dell'ambascia. Pensai: "Se non riesco a dominare i miei nervi, tutto è perduto." Tesi l'orecchio, ma non udii se non il rombo delle mie arterie. M'avanzai per l'andito fino alle scale. Non incontrai nessuno. La casa era silenziosa. Pensai: "Tutti già sono nella cappella, anche i domestici. Non c'è nulla da temere." Aspettai due o tre minuti ancora, per ricompormi. In quei due o tre minuti l'intensione del mio spirito cadde. Ebbi uno smarrimento strano. Mi passarono pel cervello pensieri vaghi, insignificanti, estranei all'atto che stavo per compiere. Contai macchinalmente i balaustri della ringhiera.

"Certo Anna è rimasta. La stanza di Raimondo non è lontana dalla cappella. I suoni annunzieranno il principio della Novena." Mi diressi verso la porta. Prima di giungervi, udii il preludio delle cornamuse. Entrai senza esitare. Non m'ero ingannato.

Anna stava in piedi, presso la sua sedia, atteggiata in modo così vivo ch'io subito indovinai ch'ella era allora allora balzata in piedi udendo le cornamuse della sua montagna, il preludio della pastorale antica.

--Dorme?--domandai.

Ella m'accennò di sì col capo.

I suoni continuavano, velati dalla distanza, dolci come in un sogno, un po' rochi, lunghi, lenti. Le voci chiare delle ceramelle modulavano la melodia ingenua e indimenticabile su l'accompagnamento delle cornamuse.

--Va anche tu alla Novena--io le dissi.--Resto io qui. Da quanto tempo s'è addormentato?

--Ora.

--Va, va dunque alla Novena.

Gli occhi le brillarono.

--Vado?

--Sì. Resto io qui.

Le aprii la porta io stesso; la chiusi dietro di lei. Corsi verso la culla, su la punta dei piedi; guardai da presso. L'Innocente dormiva nelle sue fasce, supino, tenendo le piccole mani chiuse a pugno col pollice in dentro. A traverso il tessuto delle palpebre apparivano per me le sue iridi grige. Ma non sentii sollevarmi dal profondo nessun impeto cieco di odio né d'ira. La mia avversione contro di lui fu meno acre che nel passato. Mi mancò quell'impulso istintivo che più d'una volta avevo sentito correre fino alle estremità delle mie dita pronte a qualunque violenza criminale. Io non obedii se non all'impulso d'una volontà fredda e lucida, in una perfetta consapevolezza.

Tornai alla porta, la riaprii; m'assicurai che l'andito era deserto. Corsi allora alla finestra. Mi vennero alla memoria alcune parole di mia madre; mi balenò il dubbio che Giovanni di Scòrdio potesse trovarsi là sotto, nello spiazzo. Con infinite precauzioni aprii. Una colonna d'aria gelata m'investì. Mi sporsi sul davanzale, ad esplorare. Non vidi nessuna forma sospetta, non udii se non i suoni della Novena diffusi. Mi ritrassi, mi avvicinai alla culla, vinsi con uno sforzo l'estrema ripugnanza; presi adagio adagio il bambino, comprimendo l'ansia; tenendolo discosto dal mio cuore che batteva troppo forte, lo portai alla finestra; l'esposi all'aria che doveva farlo morire.

Non mi smarrii; nessuno dei miei sensi s'oscurò. Vidi le stelle del cielo che oscillavano come se un vento superno le agitasse; vidi i moti illusorii ma terrifici che la luce mobile della lampada metteva nella portiera; udii distintamente la ripresa della pastorale, i latrati d'un cane lontano. Un guizzo del bambino mi fece trasalire. Egli si svegliava.

Pensai: "Ora piange. Quanto tempo è passato? Un minuto, forse; né pure un minuto. Basterà quest'impressione breve perché egli muoia? È stato egli colpito?" Il bambino agitò le braccia d'innanzi a sé, storse la bocca, l'aprì; tardò un poco a emettere il vagito che mi parve mutato, più esile, più tremulo, ma forse soltanto perché sonava in un'aria diversa mentre io l'avevo udito sempre in luoghi chiusi. Quel vagito esile, tremulo, m'empì di sgomento, mi diede a un tratto una paura folle. Corsi alla culla, posai il bambino. Tornai alla finestra per chiuderla; ma prima di chiuderla, mi sporsi sul davanzale, gittai nell'ombra uno sguardo, non vidi null'altro che le stelle. Chiusi. Benché incalzato dal pànico, evitai il rumore. E dietro di me il bambino piangeva, piangeva più forte. "Sono salvo?" Corsi alla porta, guardai nell'andito, origliai. L'andito era deserto; passava l'onda lenta dei suoni.

"Sono salvo dunque. Chi può avermi veduto?" Pensai ancora a Giovanni di Scòrdio, guardando la finestra; ebbi ancora un'inquietudine. "Ma no, giù non c'era nessuno. Ho guardato due volte." Mi ravvicinai alla culla, raddrizzai il corpo del bambino, lo copersi con cura, m'assicurai che nulla era fuor di posto. Ora però avevo una ripugnanza invincibile ai contatti. Egli piangeva, piangeva. Che potevo fare per quietarlo? Aspettai.

Ma quel vagito continuo in quella grande stanza solitaria, quel lagno inarticolato della vittima ignara mi straziava così atrocemente che non potendo più resistere m'alzai per sottrarmi in qualche modo alla tortura. Uscii nell'andito, socchiusi la porta dietro di me; rimasi là vigilando. La voce del bambino giungeva a a pena a pena, si confondeva nell'onda lenta dei suoni. I suoni continuavano, velati dalla lontananza, dolci come in un sogno, un po' rochi, lunghi, lenti. Le voci chiare delle ceramelle modulavano la melodia semplice su l'accompagnamento delle cornamuse. La pastorale si spandeva per la grande casa pacifica, giungeva forse alle stanze più remote.--L'udiva Giuliana? Che pensava, che sentiva Giuliana? Piangeva?

Non so perché, m'entrò nel cuore questa certezza: "Ella piange." E dalla certezza nacque una visione intensa che mi diede una sensazione reale e profonda. I pensieri e le imagini che mi attraversavano il cervello erano incoerenti, frammentarii, assurdi, composti di elementi che l'uno all'altro non rispondevano, inafferrabili, d'una natura dubbia. M'assalì la paura della follia. Mi domandai: "Quanto tempo è passato?" E m'accorsi che avevo completamente smarrita la nozione del tempo.

I suoni cessarono. Pensai: "La divozione è finita. Anna sta per risalire. Verrà forse mia madre. Raimondo non piange più!" Rientrai nella stanza, gittai uno sguardo in torno per assicurarmi ancora una volta che non rimaneva alcuna traccia dell'attentato. M'appressai alla culla, non senza un vago timore di trovare il bambino esanime. Egli dormiva, supino, tenendo le piccole mani chiuse a pugno col pollice in dentro. "Dorme! È incredibile. Pare che nulla sia accaduto." Quel che avevo fatto parve assumere l'inesistenza d'un sogno. Ebbi come un mancamento repentino di pensieri, un intervallo vacuo, aspettando.

A pena riconobbi nell'andito il passo greve della nutrice, le andai in contro. Mia madre non la seguiva. Senza guardarla in faccia, le dissi:

--Dorme ancora.

E m'allontanai rapidamente: salvo!

XLV.

Da quell'ora s'impadronì del mio spirito una specie d'inerzia quasi stupida, forse perché ero esausto, sfinito, incapace d'altri sforzi. La mia conscienza perse la sua terribile lucidezza, la mia attenzione s'indebolì, la mia curiosità non fu pari all'importanza degli avvenimenti che si svolgevano. I miei ricordi, in fatti, sono confusi, scarsi, composti d'imagini non bene distinte.

Quella sera rientrai nell'alcova, rividi Giuliana, mi trattenni al suo capezzale per qualche tempo. Durai una gran fatica a parlare. Le chiesi, guardandola negli occhi:

--Hai pianto?

Ella rispose:

--No.

Ma era più triste di prima. Era pallida come la sua camicia. Le chiesi:

--Che hai?

Ella rispose:

--Nulla. E tu?

--Io non mi sento bene. Mi duole tanto il capo....

Una immensa stanchezza mi prostrava; tutte le membra mi pesavano. Reclinai il capo sul lembo del guanciale; rimasi alcuni minuti in quell'atto oppresso da una pena indefinita. Sussultai udendo la voce di Giuliana che diceva:

--Tu mi nascondi qualche cosa.

--No, no. Perché?

--Perché _sento_ che tu mi nascondi una cosa.

--No, no; t'inganni.

--M'inganno.

Tacque. Appoggiai di nuovo il capo sul lembo. Dopo alcuni minuti ella mi disse all'improvviso:

--Tu _lo_ vedi spesso.

Mi sollevai per guardarla, sbigottito.

--Per volontà tua vai a vederlo, vai a cercarlo--ella soggiunse.--Lo so. Anche oggi....

--E bene?

--Ho paura di questo, ho paura per te. Io ti conosco. Tu ti tormenti, tu vai là a tormentarti, vai a divorarti il cuore.... Io ti conosco. Ho paura, Tu non sei rassegnato, no, no; tu non puoi essere rassegnato. Non m'inganni, Tullio. Anche stasera, dianzi, tu sei stato là....

--Come lo sai?

--Lo so, lo _sento_.

Il sangue mi s'era ghiacciato.

--Vorresti tu che mia madre sospettasse? Vorresti tu che s'accorgesse d'un'avversione?

Parlavamo sottovoce. Anch'ella aveva l'aria sbigottita. E io pensavo: "Ecco, ora entra mia madre stravolta gridando:--Raimondo muore!--"

Entrarono Maria e Natalia con miss Edith. E l'alcova si rallegrò del loro cinguettio. Parlarono della cappella, del presepe, delle candele, delle cornamuse, minutamente.

Lasciai Giuliana per ritirarmi nella mia camera, protestando il dolor di capo. Come fui sul letto, la stanchezza mi vinse quasi subito. Dormii profondo, molte ore.

La luce del giorno mi trovò calmo tenuto da una strana indifferenza, da una incuriosità inesplicabile. Nessuno era venuto a interrompermi il sonno, dunque nulla di straordinario era accaduto. Gli avvenimenti della vigilia mi apparivano irreali e lontanissimi. Sentivo un distacco immenso tra me e il mio essere anteriore, tra quel che ero e quel che ero stato. C'era una discontinuità tra il periodo passato e il presente della mia vita psichica. E io non facevo alcuno sforzo per raccogliermi, per comprendere il fenomeno singolare. Avevo ripugnanza per qualunque attività; cercavo di conservarmi in quella specie d'apatia fittizia sotto la quale giaceva il viluppo oscuro di tutte le agitazioni trascorse; evitavo d'investigarmi, per non risvegliare quelle cose che parevano morte, che parevano non appartenere più alla mia esistenza reale. Somigliavo un poco a quei malati che, avendo perduta la sensibilità d'una metà del corpo, si figurano d'avere al loro fianco, nel loro letto, un cadavere.

Ma venne Federico a battere alla mia porta. Entrò. Che nuova mi portava? La sua presenza mi scosse.

--Iersera non ci vedemmo--disse.--Tornai tardi. Come stai?

--Né bene né male.

--Iersera ti doleva il capo. È vero?

--Sì: per questo andai a letto presto.

--Sei un po' verde, stamani. Oh, mio Dio, quando finirà la disgrazia? Tu non stai bene, Giuliana è sempre a letto, ho incontrata la mamma or ora tutta sconvolta perché Raimondo stanotte ha tossito!

--Ha tossito?

--Già. Si tratta probabilmente d'un po' di raffreddore; ma la mamma, al solito, esagera....

--È venuto il medico?

--Non ancora. Ma mi pare che tu sia peggio della mamma.

--Sai, qualunque apprensione, quando si tratta di bambini, è giustificabile. Un nulla basta....

Egli mi guardava con i suoi limpidi occhi glauchi, e io ne avevo sgomento e vergogna.

Quando se n'andò, balzai dal letto. Pensavo: "Dunque gli effetti cominciano; dunque non c'è più dubbio. Ma quanto tempo ancora vivrà? È anche possibile che non muoia.... Ah no, è impossibile che non muoia. L'aria era gelata, mozzava il respiro." E rividi dentro di me il bambino respirante, la piccola bocca socchiusa, la fossetta della gola.

XLVI.

Il dottore diceva:

--Non c'è nessun motivo d'inquietudine. Si tratta d'un raffreddore leggerissimo. I bronchi sono liberi.

Egli si chinò di nuovo sul petto denudato di Raimondo ad ascoltare.

--Manca assolutamente qualunque rumore. Potete assicurarvene voi stesso, col vostro orecchio--soggiunse volgendosi a me.

Anch'io appoggiai l'orecchio sul fragile petto, e ne sentii il tepore blando.

--In fatti....

E guardai mia madre che trepidava dall'altra parte della culla.

I soliti sintomi della bronchite mancavano. Il bambino era tranquillo, aveva qualche lieve accesso di tosse a lunghi intervalli, prendeva il latte con la frequenza consueta, dormiva d'un sonno grave ed eguale. Io stesso, ingannato dalle apparenze, dubitavo: "Dunque il mio tentativo è stato inutile. Pare ch'egli non debba morire. Che vita tenace!" E mi tornò il rancore primitivo contro di lui, più acre. Il suo aspetto calmo e roseo mi esasperò. Avevo dunque sofferto tutte quelle angosce, m'ero esposto a quel pericolo per nulla! Si mesceva alla mia collera sorda una specie di stupore superstizioso per la straordinaria tenacità di quella vita: "Credo che non avrò il coraggio di ricominciare. E allora? Sarò io la sua vittima; e non potrò sfuggirgli." E il piccolo fantasma perverso, il fanciullo bilioso e felino, pieno d'intelligenza e d'istinti malvagi, mi riapparve; di nuovo mi fissò con i suoi duri occhi grigi, in atto di sfida. E le scene terribili nell'ombra delle stanze deserte, le scene che aveva un tempo create la mia imaginazione ostile, mi si ripresentarono; di nuovo assunsero il rilievo, il movimento, tutti i caratteri della realtà.

Era una giornata bianca, con un presentimento di neve. L'alcova di Giuliana mi parve ancora un rifugio. L'intruso non doveva uscire dalla sua stanza, non poteva venire a perseguitarmi fin là dentro. E io m'abbandonai tutto alla mia tristezza senza nasconderla.

Pensavo, guardando la povera malata: "Ella non guarirà, non si leverà." Le strane parole della sera innanzi mi tornavano alla memoria, mi turbavano. Senza dubbio, l'intruso era per lei un carnefice com'era per me. Senza dubbio, ella non poteva pensare ad altro che a lui, morendone a poco a poco. Tutto quel peso su quel cuore così debole!

Con la discontinuità delle imagini che si svolgono nel sogno, si risollevavano nel mio spirito alcuni frammenti della vita passata: ricordi d'un'altra malattia, d'una lontana convalescenza. Mi indugiai a ricomporre quei frammenti, a ricostrurre quel periodo così dolce e così doloroso in cui avevo gittato il seme della mia sventura. La diffusa bianchezza della luce mi rammentava quel pomeriggio lento che io e Giuliana avevamo passato leggendo un libro di poesia, chinandoci insieme su la stessa pagina, seguendo con gli occhi la stessa riga. E io rivedevo il suo indice affilato sul margine e il segno dell'unghia.

_"Accueillez la voix qui persiste Dans son naïf épithalame. Allez, rien n'est meilleur à l'âme Que de faire une âme moins triste!"_

"Io le presi il polso; e chinando il capo lentamente, fino a porre le labbra nel cavo della sua mano, mormorai:

--Tu.... potresti dimenticare?

Ella mi chiuse la bocca, e pronunziò la sua gran parola:

--Silenzio."

Rivivevo quel lembo di vita, in sensazione reale e profonda; e continuavo, continuavo a rivivere, giungevo alla mattina della prima levata, alla mattina terribile. Riudivo la voce ridente e interrotta; rivedevo il gesto dell'offerta, e lei stesa nella poltrona dopo il colpo improvviso, e il séguito. Perché la mia anima non poteva più distaccare da sé quelle imagini? Era vano, era vano il rimpianto. "_Troppo tardi_."

--A che pensi?--mi chiese Giuliana che forse fino allora, durante il mio silenzio, non d'altro aveva sofferto che della mia tristezza.

Io non le nascosi il mio pensiero. Ella disse, con una voce che le usciva dall'intimo petto fioca ma più penetrante d'un grido:

--Ah, io avevo i cieli per te nella mia anima!

Soggiunse, dopo una pausa lunga in cui ella forse aveva assorbito nel cuore le lacrime che non apparivano:

--Ora, io non posso consolarti! Non c'è consolazione per te né per me; non ci potrà esser mai.... Tutto è perduto.

Io dissi:

--Chi sa!

E ci guardammo; ed era manifesto che ambedue pensavamo in quel punto alla medesima cosa: alla possibile morte di Raimondo.

Esitai un istante; e poi volli domandarle, alludendo al dialogo avvenuto una sera sotto gli olmi:

--Hai pregato Iddio?

La voce mi tremava forte.

Ella rispose (l'udii a pena):

--Sì.

E chiuse gli occhi, e si voltò sul fianco, affondò la testa nel guanciale, si ritrasse, si ristrinse in sé stessa sotto le coperte, come presa da un gran freddo.

XLVII.

Verso sera andai a rivedere Raimondo. Lo trovai su le braccia di mia madre. Mi parve un poco più pallido; ma era ancora molto tranquillo, respirava bene, non aveva alcun segno sospetto.

--Ha dormito fino a ora!--mi disse mia madre.

--T'inquieti di questo?

--Sì, perché non ha mai dormito tanto.

Io guardavo il bambino fissamente. I suoi occhi grigi erano senza vivezza, sotto la fronte sparsa di leggere croste biancastre. Egli moveva di continuo le labbra, come biasciando. A un tratto, riversò un po' di latte grumoso sul bavaglio.

--Ah, no, no, questo bambino non sta bene--esclamò mia madre, scotendo il capo.

--Ma ha tossito?

Come per rispondermi, Raimondo si mise a tossire.

--Senti?

Era una piccola tosse fioca, non accompagnata da nessun rumore degli organi interni. Durò pochissimo.

Io pensai: "Bisogna aspettare." Ma, come risorgeva in me il presagio funesto, la mia avversione contro l'intruso diminuiva, si placava la mia acredine. M'accorgevo che il mio cuore rimaneva stretto e misero, incapace di esultanze.

Mi ricordo di quella sera come della più triste ch'io abbia mai passata nel corso della mia sventura.

Nel dubbio che Giovanni di Scòrdio fosse pei dintorni, uscii dalla casa, m'inoltrai pel viale dove l'avevamo incontrato io e mio fratello quell'altra volta. Nel chiarore del crepuscolo era l'annunzio della prima neve. Lungo la fila degli alberi si stendeva un tappeto di foglie. I nudi rami stecchiti frastagliavano il cielo.

Guardavo innanzi a me, sperando di scorgere la figura del vecchio. Pensavo alla tenerezza del vecchio pel suo figlioccio, a quel desolato amore senile, a quelle grosse mani callose e rugose che avevo visto ingentilirsi e tremare su le fasce bianche. Pensavo: "Come piangerebbe!" Vedevo il morticino in fasce disteso su la bara tra corone di crisantemi bianchi, tra quattro candele accese; e Giovanni inginocchiato piangere. "Mia madre piangerà, sarà disperata. Tutta la casa cadrà nel lutto. Il Natale sarà funebre. Che farà Giuliana quando io comparirò sul limitare dell'alcova, a piè del letto, e le annunzierò:--È morto--?"

Ero giunto al limite del viale. Guardai; non vidi nessuno. La campagna s'immergeva nell'ombra, silenziosa; un fuoco rosseggiava su la collina, in lontananza. Tornai in dietro, solo. A un tratto, qualche cosa di bianco mi tremolò d'avanti agli occhi, si dileguò. Era la prima neve.

E più tardi, mentre stavo al capezzale di Giuliana, riudii le cornamuse che proseguivano la Novena, _alla medesima ora_.

XLVIII.

La sera passò, la notte passò, la mattina seguente passò. Nulla di straordinario accadde. Ma, nella sua visita al bambino, il medico non nascose che esisteva un catarro delle narici e dei bronchi maggiori: un'affezione leggèra, senza importanza. M'accorsi però ch'egli voleva dissimulare una certa inquietudine. Diede alcune istruzioni, raccomandò la massima cautela, promise di tornare nella giornata. Mia madre non aveva requie.

Entrando nell'alcova, io dissi a Giuliana, sotto voce, senza guardarla in viso:

--Sta peggio.

Non parlammo più, per lungo tempo. A quando a quando io m'alzavo e andavo alla finestra per guardare la neve. Giravo per la camera, in preda a un'ansietà insostenibile. Giuliana teneva il capo affondato nel guanciale, stava quasi tutta nascosta sotto le coperte. Se m'avvicinavo, ella apriva gli occhi e mi dava uno sguardo rapido dove io non potevo leggere.

--Hai freddo?

--Sì.

Ma la stanza era tiepida. Tornavo sempre alla finestra per guardare la neve, la campagna imbiancata su cui continuavano a cadere i fiocchi lenti. Erano le due dopo mezzogiorno. Che avveniva nella stanza del bambino? Nulla di straordinario, certo, perché nessuno veniva a chiamarmi. Ma l'ansietà mi cresceva così che risolsi di andare a vedere. Aprii l'uscio.

--Dove vai?--mi gridò Giuliana sollevandosi sul gomito.

--Vado _di là_, un momento. Vengo subito.

Ella rimaneva sollevata sul gomito, pallidissima.

--Non vuoi?--le chiesi.

--No: resta con me.

Ella non si lasciava ricadere sul guanciale. Uno strano sbigottimento le alterava il volto; i suoi occhi vagavano inquieti, come dietro a qualche ombra mobile. M'avvicinai, io stesso la riadagiai supina, le toccai la fronte, le domandai con dolcezza:

--Che hai, Giuliana?

--Non so. Ho paura....

--Di che?

--Non so. Non ne ho colpa; sono malata; sono così.

Ma i suoi occhi vagavano invece di fissarmi.

--Che cerchi? Vedi qualche cosa?

--No, nulla.

Le toccai di nuovo la fronte. Aveva il calor naturale. Ma la mia imaginazione incominciava a turbarsi.

--Vedi, non ti lascio; resto con te.

Sedetti, aspettai. Lo stato del mio animo era una sospensione angosciosa nell'attesa di un evento prossimo. Io ero sicuro che qualcuno sarebbe venuto a chiamarmi. Tendevo l'orecchio a qualunque lieve strepito. Udivo di tanto in tanto sonare nella casa i campanelli. Udii il rumore sordo d'una vettura su la neve. Dissi:

--Forse è il medico.

Giuliana non fiatò. Aspettai. Passò un tempo indefinito. A un tratto, udii un rumore di porte che s'aprivano, un suono di passi che s'avvicinavano. Balzai in piedi. Giuliana si sollevò, nel tempo medesimo.

--Che sarà?

Ma io già sapevo quel che era, io sapevo perfino le parole precise che mi avrebbe dette la persona entrando.

Cristina entrò. Appariva stravolta ma cercava di dissimulare la sua agitazione. Balbettò, senza avanzarsi verso di noi, rivolgendosi a me con lo sguardo:

--Senta una parola, signore.

Uscii dall'alcova.

--Che c'è?

Sotto voce, ella aggiunse:

--Il bambino sta male. Corra.

--Giuliana, vado di là un momento. Ti lascio Cristina. Torno subito.

Uscii. Arrivai di corsa nella stanza di Raimondo.

--Ah, Tullio, il bambino muore!--gridò mia madre disperata, curva su la culla.--Guardalo! Guardalo!

Mi curvai anch'io su la culla. Era avvenuto un cambiamento repentino, inaspettato, inesplicabile in apparenza, spaventevole. La piccola faccia era diventata d'un colore cinereo, le labbra s'erano illividite, gli occhi s'erano come appassiti, appannati, spenti. La povera creatura pareva sotto l'azione d'un veleno violento.

Mi raccontava mia madre, con la voce interrotta: