# L'Innocente

## Part 19

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Fu una premeditazione fredda, acuta e assidua che assorbì tutte le mie facoltà interiori. L'idea fissa mi possedeva intero, con una forza e una tenacità incredibili. Mentre tutto il mio essere si agitava in un orgasmo supremo, l'idea fissa lo dirigeva allo scopo come su per una lama d'acciaio chiara, rigida, senza fallo. La mia perspicacia pareva triplicata. Nulla mi sfuggiva, dentro e fuori di me. La mia circospezione non si rilasciò mai un istante. Nulla io dissi, nulla io feci che potesse destare sospetto, muovere stupore. Simulai, dissimulai senza tregua, non soltanto verso mia madre, mio fratello, gli altri inconsapevoli, ma anche verso Giuliana.

Io mi mostrai a Giuliana rassegnato, pacificato, talvolta quasi immemore. Evitai studiosamente qualunque allusione all'intruso. Cercai in tutti i modi rianimarla, inspirarle fiducia, indurla all'osservanza delle norme che dovevano renderle la salute. Moltiplicai le mie premure. Volli avere per lei tenerezze così profonde e così obliose che ella potesse in quelle rigustare i sapori della vita più freschi e più sinceri. Ancora una volta ebbi la sensazione di trasfondermi nel corpo fragile dell'inferma, di comunicarle un po' della mia forza, di dare un impulso al suo debole cuore. Pareva che io la spingessi a vivere di giorno in giorno, quasi insufflandole un vigore fittizio, nell'attesa dell'ora tragica e liberatrice. Ripetevo dentro di me: "Domani!" E il domani giungeva, trascorreva, si dileguava senza che l'ora fosse scoccata. Ripetevo: "Domani!"

Ero convinto che la salvezza della madre stesse nella morte del figliuolo. Ero convinto che, scomparso l'intruso, ella sarebbe guarita. Pensavo: "Ella non potrebbe non guarire. Ella risorgerebbe a poco a poco, rigenerata, con un sangue nuovo. Parrebbe una creatura nuova, scevra d'ogni impurità. Ambedue ci sentiremo purificati, degni l'uno dell'altra, dopo una espiazione così lunga e così dolorosa. La malattia, la convalescenza darebbero al triste ricordo una lontananza indefinita. E io vorrei cancellare dall'anima di lei perfino l'ombra del ricordo; vorrei darle il perfetto oblio, nell'amore. Qualunque altro amore umano parrebbe futile al confronto del nostro, dopo questa grande prova." La visione dell'avvenire m'accendeva d'impazienza. L'incertezza mi diveniva intollerabile. Il delitto mi appariva scevro di orrore. Io mi rimproveravo acremente le perplessità nelle quali m'indugiavo con troppa prudenza; ma nessun lampo ancora aveva attraversato il mio cervello, non ero ancor riuscito a trovare il _mezzo_ sicuro.

Bisognava che Raimondo sembrasse morire di morte naturale. Bisognava che anche al medico non potesse balenare alcun sospetto. Dei diversi _metodi_ studiati nessuno mi parve eligibile, praticabile. E intanto, mentre aspettavo il lampo rivelatore; la trovata luminosa, io mi sentivo attratto da uno strano fascino verso la vittima.

Spesso entravo all'improvviso nella stanza della nutrice, palpitando così forte che temevo ella udisse i battiti. Si chiamava Anna; era una femmina di Montegorgo Pausula; esciva da una grande razza di viragini alpestri. Aveva talvolta l'aspetto d'una Cibele di rame, a cui mancasse la corona di torri. Portava la foggia del suo paese: una gonna di scarlatto a mille pieghe diritte e simmetriche, un busto nero a ricami d'oro, da cui pendevano due maniche lunghe dove ella di rado introduceva le braccia. Il suo capo si levava su dalla camicia bianchissima, oscuro; ma il bianco degli occhi e il bianco dei denti vincevano d'intensità il candore del lino. Gli occhi parevano di smalto, rimanevano quasi sempre immobili, senza sguardo, senza sogno, senza pensiero. La bocca era larga, socchiusa, taciturna, illustrata da una chiostra di denti fitti ed eguali. I capelli, così neri che davano riflessi di viola, partiti su la fronte bassa, terminavano in due trecce dietro gli orecchi attorte come le corna dell'ariete. Ella stava quasi di continuo assisa reggendo il poppante, in attitudini statuarie, né triste né lieta.

Io entrava. La stanza per lo più era nell'ombra. Io vedevo biancheggiare le fasce di Raimondo su le braccia della cupa femmina possente che mi fissava con quelli occhi d'idolo inanimato senza parlare e senza sorridere.

Rimanevo là, talvolta, a guardare il poppante appeso alla mammella rotonda, singolarmente chiara in confronto del viso, rigata di vene azzurrognole. Poppava ora piano ora forte, ora svogliato ora mosso da un'avidità subitanea. La guancia molle secondava il moto delle labbra, la gola palpitava ad ogni sorso, il naso quasi scompariva premuto dalla mammella gonfia. Mi pareva visibile il benessere sparso per quel tenero corpo dall'onda di quel latte fresco, sano e sostanziale. Mi pareva che ad ogni nuovo sorso la vitalità dell'intruso divenisse più tenace, più resistente, più malefica. Provavo un sordo rammarico nel notare ch'egli cresceva, ch'egli fioriva, ch'egli non portava in sé alcun indizio d'infermità tranne quelle lievi croste biancastre innocue. Pensavo: "Ma tutte le agitazioni, tutte le sofferenze della madre, mentre egli era ancora nel ventre, non gli hanno nociuto? O egli ha veramente qualche vizio organico non ancora manifesto, che potrebbe svilupparsi in séguito e ucciderlo?"

Un giorno, vincendo la ripugnanza, avendolo trovato senza fasce nella culla, lo palpai, lo esaminai dal capo alle piante, misi l'orecchio sul suo petto per ascoltargli il cuore. Egli ritraeva le piccole gambe e poi spingava forte; agitava le mani piene di fossette e di pieghe; si ficcava in bocca le dita terminate da unghie minuscole che sporgevano in fuori per un cerchiolino chiaro. Gli anelli della carne si arrotondavano morbidi ai polsi, ai malleoli, dietro i ginocchi, su le cosce, su gli inguini, sul pube.

Più volte lo guardai anche mentre dormiva, lo guardai a lungo, pensando e ripensando al mezzo, distratto dalla visione interiore del morticino in fasce disteso su la bara tra corone di crisantemi bianchi, tra quattro candele accese. Egli aveva il sonno calmissimo. Giaceva supino, tenendo le mani chiuse a pugno col pollice in dentro. A quando a quando le sue labbra umide facevano l'atto di poppare. Se mi giungeva al cuore l'innocenza di quel sonno, se l'atto inconscio di quelle labbra m'impietosiva, io dicevo a me stesso, come per raffermare il mio proposito: "Deve morire." E mi rappresentavo le sofferenze già patite per lui, le sofferenze recenti, le imminenti, e quanto d'affetto egli usurpava a danno delle mie creature, e l'agonia di Giuliana, e tutti i dolori e tutte le minacce che chiudeva la nuvola ignota sul nostro capo. E così rinfocolavo la mia volontà micidiale, così rinnovavo sul dormente la condanna. In un angolo, all'ombra, stava seduta a custodia la femmina di Montegorgo, taciturna, immobile come un idolo; e il bianco degli occhi e il bianco dei denti non lucevano meno dei larghi cerchi d'oro.

XL.

Una sera (fu il 14 di dicembre), mentre io e Federico tornavamo alla Badiola, scorgemmo d'innanzi a noi sul viale un uomo che riconoscemmo per Giovanni di Scòrdio.

--Giovanni!--gridò mio fratello.

Il vecchio si fermò. Noi ci avvicinammo.

--Buona sera, Giovanni. Che novità?

Il vecchio sorrideva peritoso, impacciato, quasi che noi l'avessimo colto in fallo.

--Venivo--balbettò--venivo.... pel mio figlioccio.

Era timidissimo. Pareva che stesse lì lì per chiedere perdono di quell'ardire.

--Vorresti vederlo?--gli chiese Federico, a bassa voce, come per fargli una proposta in confidenza, avendo certo compreso il sentimento dolce e triste che moveva il cuore di quell'avo abbandonato.

--No, no.... Venivo soltanto per domandare....

--Non vuoi vederlo dunque.

--No.... sì.... troppo disturbo forse.... a quest'ora....

--Andiamo--concluse Federico, prendendolo per la mano come un fanciullo.--Vieni a vederlo.

Rientrammo. Salimmo fino alla stanza della nutrice.

Mia madre era là. Sorrise con benignità a Giovanni. Ci accennò di non far rumore.

--Dorme--disse.

Volgendosi a me, soggiunse con inquietudine:

--Oggi, verso sera, ha tossito un poco.

La notizia mi turbò; e il mio turbamento apparve così che mia madre credette di rassicurarmi soggiungendo:

--Ma poco, sai?, a pena, a pena; una cosa da nulla.

Federico e il vecchio già s'erano appressati alla culla e guardavano il piccolo dormente, alla luce della lampada. Il vecchio stava tutto chino. E nessuna cosa d'intorno era candida come la sua canizie.

--Bacialo--gli bisbigliò Federico.

Egli si sollevò, guardò me e mia madre con un'aria smarrita; poi si passò una mano sulla bocca, sul mento dove la barba era mal rasa.

Disse sottovoce a mio fratello col quale aveva maggior confidenza:

--Se lo bacio, lo pungo. Certo, si sveglia.

Mio fratello, vedendo che il povero vecchio diserto si struggeva dal desiderio di baciare il bambino, lo incorò con un gesto. E allora quel grosso capo canuto si piegò su la culla piano piano, piano piano.

XLI.

Quando rimanemmo soli io e mia madre nella stanza, d'avanti alla culla dove Raimondo ancora dormiva col bacio in fronte, ella disse pietosa:

--Povero vecchio! Sai tu che viene quasi tutte le sere? Ma di nascosto. Me l'ha detto Pietro che l'ha veduto gironzare intorno alla casa. Il giorno del battesimo, volle che gli indicassero di fuori la finestra di questa stanza, forse per venire a guardarla.... Povero vecchio! Come mi fa pena!

Io ascoltavo il respiro di Raimondo. Non mi parve mutato. Il suo sonno era tranquillo.

Dissi:

--Dunque oggi ha tossito....

--Sì, Tullio, un poco. Ma non t'impensierire.

--Ha preso freddo, forse....

--Non mi par possibile che abbia preso freddo; con tante cautele!

Un lampo mi attraversò il cervello. Un gran tremito interno mi assalì all'improvviso. La vicinanza di mia madre mi divenne a un tratto insopportabile. Mi smarrii, mi confusi, ebbi paura di tradirmi. Il pensiero mi balenava dentro con tale lucidità, con tale intensità che io temetti: "Qualche cosa dalla mia faccia deve trasparire." Era un timore vano, ma non riuscivo a dominarmi. Feci un passo avanti, e mi chinai su la culla.

Di qualche cosa mia madre s'accorse ma in mio favore, perché soggiunse:

--Come sei apprensivo tu! Non senti che respiro calmo? Non vedi come dorme bene?

Ma pur dicendomi questo, ella aveva nella voce l'inquietudine e non sapeva nascondermi la sua apprensione.

--Sì, è vero; non sarà nulla--risposi comprimendomi.--Rimani qui?

--Finchè non torna Anna.

--Io vado.

Me n'andai. Andai da Giuliana. Ella m'aspettava. Tutto era pronto per la sua cena a cui solevo prender parte affinché la piccola tavola da malata le sembrasse meno uggiosa e il mio esempio e le mie premure la spingessero a mangiare. Io mi mostrai negli atti, nelle parole eccessivo, quasi allegro, diseguale. Ero in preda a una particolare sovreccitazione, e n'avevo un'esatta conscienza, e potevo sorvegliarmi ma non moderarmi. Bevvi, contro la mia consuetudine, due o tre bicchieri del vino di Borgogna prescritto a Giuliana. Volli che ella anche bevesse qualche sorso di più.

--Ti senti un poco meglio; è vero?

--Sì, sì.

--Se tu sarai obediente, io ti prometto che per Natale ti farò levare. Ci sono ancora dieci giorni. In dieci giorni, se tu vorrai, diventerai forte. Bevi ancora un sorso, Giuliana!

Ella mi guardava un po' attonita, un po' curiosa, facendo qualche sforzo per prestarmi tutta la sua attenzione. Ella era già affaticata, forse; le palpebre incominciavano forse a pesarle. Quella positura elevata, dopo un certo tempo, provocava in lei ancora talvolta i sintomi dell'anemia cerebrale.

Bagnò le labbra nel bicchiere che le porgevo.

--Dimmi--io seguitai--dove ti piacerebbe di passare la convalescenza?

Ella sorrise debolmente.

--Su la Riviera? Vuoi che scriva ad Augusto Arici perché ci trovi una villa? Se Villa Ginosa fosse disponibile! Ti ricordi?

Ella sorrise più debolmente ancora.

--Sei stanca? T'affatica forse la mia voce....

M'avvidi ch'ella stava per cadere in deliquio.

La sostenni, le tolsi i guanciali che la rialzavano, l'adagiai mettendole il capo più in basso, la soccorsi nei modi consueti. Dopo un poco, parve ch'ella riacquistasse i sensi. Mormorò come in sogno:

--Sì, sì, andiamo....

XLII.

Un'irrequietudine strana mi teneva. Talvolta era come un godimento, come un assalto di gioia confusa. Talvolta era come un'impazienza acutissima, una smania insofferibile. Talvolta era come un bisogno di vedere qualcuno, d'andare in cerca di qualcuno, di parlare, di espandermi. Talvolta era come un bisogno di solitudine, di correre a rinchiudermi in un luogo sicuro per rimanere solo con me stesso, per guardarmi bene a dentro, per sviluppare il mio pensiero, per considerare e studiare tutte le particolarità dell'evento prossimo, per prepararmi. Questi moti diversi e contrarii, ed altri innumerevoli moti indefinibili inesplicabili, si avvicendavano nel mio spirito rapidamente, con una straordinaria accelerazione della mia vita interiore.

Il lampo che aveva attraversato il mio cervello, quel guizzo di luce sinistra, pareva che avesse illuminato a un tratto uno stato di conscienza preesistente se bene immerso nell'oscurità, pareva che avesse risvegliato uno strato profondo della mia memoria. Sentivo di _ricordarmi_ ma, per quanti sforzi io facessi, non giungevo a rintracciare le origini del ricordo né a scoprirne la natura. Certo, mi ricordavo. Era il ricordo d'una lettura lontana? Avevo trovato descritto in qualche libro un caso analogo? O qualcuno, un tempo, m'aveva narrato quel caso come occorso nella vita reale? O pure quel sentimento del _ricordo_ era illusorio, non era se non l'effetto d'una associazione d'idee misteriosa? Certo, mi pareva che il _mezzo_ mi fosse stato suggerito da qualcuno estraneo. Mi pareva che qualcuno a un tratto fosse venuto a togliermi da ogni perplessità dicendomi: "_Bisogna che tu faccia così, come fece quell'altro nel tuo caso._" Ma chi era _quell'altro_? In qualche modo, certo, io dovevo averlo conosciuto. Ma, per quanti sforzi io facessi, non riuscivo a distaccarlo da me, a rendermelo obiettivo. M'è impossibile definire con esattezza il particolare stato di conscienza in cui mi trovavo. Io avevo la nozione completa d'un fatto in tutti i punti del suo svolgimento, avevo cioè la nozione d'una serie di azioni per cui era passato un uomo nel ridurre ad effetto un dato proposito. Ma quell'uomo, il predecessore, m'era ignoto; e io non potevo associare a quella nozione le imagini relative senza mettere me stesso nel luogo di colui. Io dunque vedevo me stesso compiere quelle speciali azioni già compiute da un altro, imitare la condotta tenuta da un altro in un caso simile al mio. Il sentimento della spontaneità originale mi mancava.

Quando uscii dalla stanza di Giuliana, passai qualche minuto nell'incertezza girando per gli anditi alla ventura. Non incontrai nessuno. Mi diressi verso la stanza della nutrice. Origliai alla porta; udii la voce sommessa di mia madre; mi allontanai.

Ella non s'era mossa forse di là? Il bambino aveva avuto forse qualche accesso di tosse più grave? Io conoscevo bene il catarro bronchiale dei neonati, la malattia terribile dalle apparenze ingannevoli. Mi ricordai del pericolo corso da Maria nel suo terzo mese di vita, mi ricordai di tutti i sintomi. Anche Maria da principio aveva alcune volte sternutato, tossito leggermente: aveva mostrato molta tendenza al sonno. Pensai: "Chi sa! Se aspetto, se non mi lascio trascinare, forse _il buon Dio_ interviene a tempo, io sono salvo." Tornai in dietro; origliai di nuovo; udii ancora la voce di mia madre; entrai.

--Dunque, come sta Raimondo?--chiesi, senza nascondere il mio tremito.

--Bene. È quieto; non ha più tossito: ha il respiro regolare, il calore naturale. Guarda. Sta poppando.

Mia madre mi parve in fatti rassicurata, tranquilla.

Anna, seduta sul letto, dava il latte al bambino che lo beveva con avidità, mettendo di tratto in tratto un piccolo rumore con le labbra nel suggere. Anna aveva il volto reclinato, gli occhi fissi al pavimento, un'immobilità bronzea. La fiammella oscillante della lampada le gittava luci ed ombre su la gonna rossa.

--Non fa troppo caldo qui dentro?--dissi, provando un po' di soffocazione.

La camera in fatti era caldissima. In un angolo, su la cupola d'un braciere si scaldavano alcune pezzuole, una fascia. Si udiva anche un gorgoglio d'acqua in bollore. Si udiva a quando a quando il tintinno dei vetri sotto le ventate che fischiavano o rugghiavano.

--Senti che tramontana si rivolta!--mormorò mia madre.

Io non avvertii più gli altri rumori. Ascoltai il vento, con un'attenzione ansiosa. Mi corse qualche brivido per le ossa, quasi che m'avesse penetrato un filo di quel freddo. Andai verso la finestra. Nell'aprire uno scuretto, le dita mi tremavano. Appoggiai la fronte contro il vetro gelido e guardai di fuori, ma l'appannatura prodotta subito dall'alito m'impediva di vedere. Levai gli occhi e scorsi a traverso il vetro più alto scintillare il cielo stellato.

--È sereno--dissi, uscendo dal vano della finestra.

Avevo dentro di me l'imagine della notte adamantina e micidiale, mentre gli occhi mi correvano a Raimondo che pendeva ancora dalla poppa.

--Ha mangiato stasera Giuliana?--mi domandò mia madre, con un accento amorevole.

--Sì--le risposi, senza dolcezza; e pensai: "In tutta la sera tu non hai trovato un minuto per venire a vederla! Non è la prima volta che la trascuri. Hai dato il cuore a Raimondo."

XLIII.

La mattina dopo, il dottor Jemma osservò il bambino e lo dichiarò perfettamente sano. Non diede alcuna importanza al fatto della tosse addotto da mia madre. Pur sorridendo delle cure e delle apprensioni eccessive, raccomandò la cautela in quei giorni di freddo crudo, raccomandò la massima prudenza per le lavande e pel bagno.

Ero presente mentre egli parlava di queste cose d'avanti a Giuliana. Due o tre volte i miei occhi s'incontrarono con quelli di lei, in lampi fuggevoli.

Dunque non veniva aiuto dalla _Provvidenza_. Bisognava operare, bisognava profittare del momento opportuno, affrettare l'evento. Io mi risolsi. Aspettai la sera, deliberato a compiere il delitto.

Raccolsi quanto di energia ancora mi rimaneva, aguzzai la mia perspicacia, studiai tutte le mie parole, tutti i miei atti. Nulla io dissi, nulla io feci che potesse destare sospetto, muovere stupore. La mia circospezione non si rilasciò mai un istante. Non ebbi un istante di debolezza sentimentale. La mia sensibilità interiore era compressa, soffocata. Il mio spirito concentrava tutte le sue facoltà utili nel preparativo per arrivare allo scioglimento di un problema materiale. Bisognava che nella sera per alcuni minuti io fossi lasciato solo con l'intruso, e in certe date condizioni di sicurtà.

Durante il giorno entrai più volte nella stanza della nutrice, Anna era sempre al suo posto, come una custode impassibile. Se io le rivolgevo qualche domanda, ella mi rispondeva con monosillabi. Aveva una voce roca, d'un timbro singolare. Il suo silenzio, la sua inerzia mi irritavano.

Per lo più ella non s'allontanava se non nell'ora dei suoi pasti. Ma era sostituita per lo più da mia madre o da miss Edith o da Cristina o da qualche altra donna di servizio. In quest'ultimo caso io avrei potuto facilmente liberarmi della testimone, dandole un ordine. Ma rimaneva sempre il pericolo che qualcuno sopraggiungesse all'improvviso nel frattempo. E inoltre io ero in balìa della ventura, non potendo io stesso scegliere la persona subentrante. Era probabile che tanto in quella sera quanto nelle sere successive fosse mia madre. D'altronde, mi pareva impossibile prolungare indefinitamente le mie vigilanze e le mie ansietà, stare in agguato per un tempo incerto, vivere nell'aspettazione continua dell'ora funesta.

Mentre ero là perplesso, entrò miss Edith con Maria e Natalia. Le due piccole Grazie, animate dalla corsa all'aria aperta, chiuse nei loro mantelli di zibellino, con su' capelli il tòcco della stessa pelliccia, con le mani guantate, con le guance invermigliate dal freddo, a pena mi videro si gettarono su di me allegre e leggère. E per alcuni minuti la stanza fu piena del loro cinguettio.

--Sai, sono arrivati i montanari--m'annunziò Maria.--Stasera comincia la novena di Natale, nella cappella. Se tu vedessi il presepe che ha fatto Pietro! Sai che la nonna ci ha promesso l'Albero? È vero, miss Edith? Bisogna metterlo nella stanza della mamma.... La mamma sarà guarita per Natale; è vero? Oh, falla guarire!

Natalia s'era fermata a guardare Raimondo; e di tratto in tratto rideva alle smorfie di lui che agitava le gambe senza posa come se volesse liberarsi dalle fasce. Le venne un capriccio.

--Voglio tenerlo in braccio!

E strepitò per averlo. Raccolse tutta la sua forza per reggere il peso; e il suo volto divenne grave, come quando ella faceva da madre alla sua bambola.

--Ora io!--gridò Maria.

E il fratellastro passò dall'una all'altra, senza piangere. Ma a un certo punto, mentre Maria lo portava in giro sorvegliata da Edith, pericolò, fu per sfuggirle dalle mani. Edith lo sostenne, lo riprese, lo restituì alla nutrice che pareva profondamente assorta, lontanissima dalle persone e dalle cose che la circondavano.

Seguendo un mio pensiero segreto, io dissi:

--Dunque stasera comincia la novena....

--Sì, sì, stasera.

Io guardavo Anna che parve scuotersi e prestare un'attenzione insolita al discorso.

--Quanti sono i montanari?

--Cinque--rispose Maria che sembrava minutamente informata di tutto.--Due cornamuse, due ceramelle e un piffero.

E si mise a ridere ripetendo molte volte di seguito l'ultima parola per incitare la sorella.

--Vengono dalla tua montagna--dissi volgendomi ad Anna.--Ce n'è forse qualcuno di Montegorgo....

Gli occhi di lei avevano perduta la loro durezza di smalto, s'erano animati, rilucevano umidi e tristi. Tutto il volto appariva alterato dall'espressione d'un sentimento straordinario. E io compresi ch'ella soffriva e che la nostalgia era il suo male.

XLIV.

S'approssimava la sera. Scesi alla cappella, vidi i preparativi della Novena: il presepe, i fiori, le candele vergini. Uscii senza sapere perché; guardai la finestra della stanza di Raimondo. Camminai a passi rapidi su e giù per lo spiazzo, sperando di domare il tremore convulso, il freddo acuto che mi penetrava le ossa, le contratture che mi serravano lo stomaco vacuo.

Era un crepuscolo glaciale, polito, quasi direi tagliente. Un lividore verdastro si dilatava su l'orizzonte lontano, in fondo alla valle plumbea ove s'internava l'Assoro tortuoso. Il fiume luccicava, solo.

Uno sgomento repentino m'invase. Pensai: "Ho paura?" Mi pareva che qualcuno, invisibile, mi guardasse l'anima. Provavo lo stesso malessere che danno talvolta gli sguardi troppo fissi, magnetici. Pensai: "Ho paura? Di che? Di compiere l'atto o di essere scoperto da qualcuno?" Mi sgomentavano le ombre dei grandi alberi, l'immensità del cielo, i luccichii dell'Assoro, tutte quelle voci vaghe della campagna. Sonò l'Angelus. Rientrai, quasi di fuga, come inseguito.

Incontrai mia madre nell'andito non ancora illuminato.

--Di dove vieni, Tullio?

--Di fuori. Ho passeggiato un poco.

--Giuliana t'aspetta.

--A che ora comincia la Novena?

--Alle sei.

Erano le cinque e un quarto. Mancavano tre quarti d'ora. Bisognava vigilare.

--Vado, mamma.

Dopo qualche passo la richiamai.

--Federico non è tornato?

--No.

Salii alla stanza di Giuliana. Ella m'aspettava. Cristina preparava la piccola tavola.

--Dove sei stato fino a ora?--mi chiese la povera malata, con un lieve tono di rimprovero.

--Sono stato là, con Maria, con Natalia.... Sono stato a vedere la cappella.

--Già, stasera comincia la Novena--ella mormorò tristamente, accorata.

--Di qui potrai sentire forse i suoni.

Ella restò pensosa per qualche istante. Mi sembrò molto triste, d'una di quelle tristezze un po' molli che rivelano un cuore gonfio di pianto, un bisogno di lacrime.

--A che pensi?--le chiesi.

--Mi ricordo del mio primo Natale alla Badiola. Te ne ricordi tu?

