Part 18
Uno strano rammarico mi pungeva, ora che l'inferma andava di giorno in giorno migliorando. Mi si moveva in fondo al cuore un vago rimpianto verso i tristi giorni grigi passati dentro l'alcova, mentre giungeva cupa dalle campagne autunnali la monotonia della pioggia. Quelle mattine, quelle sere, quelle notti, benché penose, avevano una loro grave dolcezza. La mia opera di carità mi pareva ogni giorno più bella. Un'abondanza d'amore m'inondava l'anima e sommergeva talvolta i pensieri oscuri, mi dava talvolta l'oblio della cosa tremenda, mi suscitava qualche illusione consolante, qualche sogno indefinito. Provavo io talvolta là dentro un sentimento simile a quello che si prova nell'ombra delle cappelle segrete: mi sentivo in un rifugio contro le violenze della vita, contro le occasioni del peccato. Mi pareva talvolta che le cortine leggère mi separassero da un abisso. M'assalivano repentine paure dell'ignoto. Ascoltavo nella notte il silenzio di tutta la casa intorno a me; e vedevo, con gli occhi dell'anima, in fondo a una stanza remota, al lume d'una lampada, la culla ove dormiva l'intruso, il diletto di mia madre, il mio erede. Mi scoteva un gran brivido di orrore; e rimanevo a lungo sbigottito sotto il balenìo sinistro d'un solo pensiero. Le cortine mi separavano da un abisso.
Ma ora che Giuliana di giorno in giorno andava migliorando, venivano a mancare le ragioni dell'isolamento; e a poco a poco la comune vita domestica invadeva la stanza tranquilla. Mia madre, mio fratello, Maria, Natalia, miss Edith entravano assai più spesso, si trattenevano assai più a lungo. Raimondo s'imponeva alla tenerezza materna. Non era più possibile né a me né a Giuliana evitarlo. Bisognava prodigargli i baci, sorridergli. Bisognava simulare e dissimulare con arte, patire tutte le più raffinate crudeltà del caso, lentamente perire.
Nutrito d'un latte sano e sostanziale, circondato d'infinite cure, Raimondo perdeva a poco a poco quel suo aspetto di cosa ributtante, incominciava a ingrossarsi, a sbiancarsi, a prendere forme più chiare, a tenére bene aperti i suoi occhi grigi. Ma tutti i suoi moti m'erano odiosi, dall'atto delle labbra intorno il capezzolo all'agitazione confusa delle piccole mani. Mai gli riconobbi una grazia, un vezzo; mai ebbi per lui un pensiero che non fosse ostile. Quando ero costretto a toccarlo, quando mia madre me lo porgeva perché io lo baciassi, provavo per tutta la pelle lo stesso raccapriccio che m'avrebbe dato il contatto d'un animale immondo. Tutte lo fibre si ribellavano; e i miei sforzi erano disperati.
Ogni giorno mi recava un supplizio nuovo; e mia madre era il gran carnefice. Una volta, rientrando nella stanza all'improvviso e discostando le cortine dell'alcova, scorsi sul letto il bambino posato a fianco di Giuliana. Non c'era nessuno presente. Eravamo là riuniti noi tre soli. Il bambino, stretto nelle fasce bianche, dormiva tranquillo.
--L'ha lasciato qui la mamma--balbettò Giuliana.
Io fuggii come un pazzo.
Un'altra volta Cristina venne a chiamarmi. La seguii nella camera della culla. Mia madre stava là seduta tenendo su le ginocchia il bambino ignudo.
--Te l'ho voluto far vedere prima d'infasciarlo--ella mi disse.--Guarda!
Il bambino sentendosi libero agitava le gambe e le braccia, stravolgeva in qua e in là gli occhi, si ficcava le dita nella bocca sbavazzando. Ai polsi, ai malleoli, dietro le ginocchia, su gli inguini la carne si arrotondava in anelli, velata di cipria; sul ventre gonfio l'ombelico era ancora sporgente, deforme, bianco di cipria. Le mani di mia madre palpavano con delizia le minute membra, mi mostravano a una a una tutte le particolarità, s'indugiavano su quella pelle nitida e liscia pel bagno recente. E pareva che il bambino ne godesse.
--Senti, senti com'è già sodo!--diceva ella, invitandomi a palparlo.
E bisognò ch'io lo toccassi.
--Senti come pesa!
E bisognò che io lo sollevassi, che io sentissi palpitare quel corpicciuolo tiepido e morbido tra le mie mani invase da un tremito che non era di tenerezza.
--Guarda!
E mia madre sorridendo strinse tra l'indice e il pollice le papille su quel petto delicato che chiudeva la vita tenace degli esseri malefici.
--Amore, amore, amore della nonna!--ella ripeteva, vellicando con un dito il mento del bambino che non sapeva ridere.
La cara testa grigia, che s'era già reclinata col medesimo atto su due culle benedette, ora un poco più canuta si reclinava inconsapevole sul figliuolo d'un altro, su un intruso. Mi pareva che ella non si fosse mostrata così tenera verso Maria, verso Natalia, verso le vere creature del mio sangue.
Ella stessa volle fasciarlo. Gli fece sul ventre il segno della croce.
--Non sei ancora cristiano!
E volgendosi a me:
--Bisogna che fissiamo oramai il giorno del battesimo.
XXXVI.
Il dottor Jemma, cavaliere del Sacro Sepolcro di Gerusalemme, un bel vecchio gioviale, portò a Giuliana in dono matutino un mazzo di crisantemi bianchi.
--Oh, i fiori che io prediligo!--disse Giuliana.--Grazie.
Prese il mazzo, lo guardò a lungo insinuandovi le dita affilate: e una triste rispondenza correva tra il suo pallore e il pallore dei fiori autunnali. Erano crisantemi ampii come rose aperte, folti, grevi; avevano il colore delle carni malaticce, esangui, quasi disfatte, la bianchezza livida che copre le guance delle piccole mendicanti intirizzite dal gelo. Alcuni portavano lievissime venature violacee, altri pendevano un poco nel giallo, delicatamente.
--Tieni--ella mi disse.--Mettili nell'acqua.
Era di mattina; era di novembre; era di poco trascorso l'anniversario d'un giorno nefasto che quei fiori rammemoravano.
_Che farò senza Euridice?..._
Mi sonò nella memoria l'aria di Orfeo, mentre mettevo in un vaso i crisantemi bianchi. Si risollevarono nel mio spirito alcuni frammenti della scena singolare accaduta un anno innanzi; e rividi Giuliana in quella luce dorata e tepida, in quel profumo così molle, in mezzo a tutti quelli oggetti improntati di grazia feminile, dove il fantasma della melodia antica pareva mettere il palpito d'una vita segreta, spandere l'ombra d'un non so che mistero.--Avevano suscitato anche in lei qualche ricordo quei fiori?
Una mortale tristezza mi pesava su l'anima, una tristezza d'amante inconsolabile. L'Altro ricomparve. I suoi occhi erano grigi come quelli dell'intruso.
Il dottore mi disse, dall'alcova:
--Potete aprire la finestra. È bene che la stanza sia molto aerata, che entri molto sole.
--Oh sì, sì, apri!--esclamò l'inferma.
Apersi. In quel punto entrò mia madre con la nutrice che portava su le braccia Raimondo. Io restai fra le tende, mi chinai sul davanzale, guardai la campagna. Udivo dietro di me le voci familiari.
Era sul finire di novembre, era già passata anche l'estate dei morti. Una grande chiarità vacua si spandeva su la campagna umida, sul lineamento nobile e pacato dei colli. Sembrava che per le cime degli oliveti indistinte vagasse un vapore argenteo. Qualche filo di fumo qua e là biancicava al sole. Ora sì ora no il vento portava un crepito di foglie labili. Il resto era silenzio e pace.
Io pensavo: "Perché ella cantava, quella mattina? Perché udendola provai quel turbamento, quell'ansietà? Ella mi pareva _un'altra donna_. Amava ella dunque colui? A quale stato del suo animo rispondeva quell'effusione insolita? Ella cantava, perché amava. Forse anche m'inganno. Ma non saprò mai il vero!" Non era più la torbida gelosia dei sensi ma un rammarico più alto, che mi si partiva dal centro dell'anima. Pensavo: "Quale ricordo ha ella di colui? Quante volte il ricordo l'ha punta? Il figlio è un legame vivente. Ella ritrova in Raimondo qualche cosa dell'uomo che l'ha posseduta: ella ritroverà somiglianze più certe. Non è possibile ch'ella dimentichi il padre di Raimondo. Forse ella lo ha sempre d'avanti agli occhi. Che proverebbe se lo sapesse condannato?"
E m'indugiai nell'imaginare i progressi della paralisi, nel formare dentro di me imagini di colui a similitudine di quelle che mi dava il ricordo del povero Spinelli. E me lo rappresentavo seduto su una gran poltrona di cuoio rosso, pallido d'un pallor terreo, con tutti i lineamenti della faccia irrigiditi, con la bocca dilatata e aperta, piena di saliva e d'un balbettio incomprensibile. E lo vedevo fare ad ogni tratto sempre il medesimo gesto per raccogliere in un fazzoletto quella saliva continua che gli colava dagli angoli della bocca....
--Tullio!
Era la voce di mia madre. Mi volsi, andai verso l'alcova.
Giuliana stava supina, molto abbattuta, silenziosa. Il dottore esaminava sul capo del bambino un principio di crosta lattea.
--Faremo dunque il battesimo dopo domani--disse mia madre.--Il dottore crede che Giuliana dovrà rimanere ancora qualche tempo a letto.
--Come la trovate, dottore?--domandai al vecchio, accennando l'inferma.
--Mi pare che ci sia un po' di sosta nel miglioramento--rispose, scotendo la bella testa canuta.--La trovo debole, molto debole. Bisogna accrescere la nutrizione, fare qualche sforzo....
Giuliana interruppe, guardandomi con un sorriso stanchissimo:
--M'ha ascoltato il cuore.
--E bene?--io chiesi, volgendomi subito al vecchio.
Mi parve di vedergli passare su la fronte un'ombra.
--È un cuore sanissimo--rispose subito.--Non ha bisogno che di sangue.... e di tranquillità. Su, su, animo! Come va l'appetito stamani?
L'anemica mosse le labbra a un atto quasi di disgusto. Fissava la finestra aperta quel lembo di cielo delicato.
--È una giornata fredda, oggi?--domandò con una specie di timidezza, ritraendo le mani sotto le coperte.
E rabbrividì visibilmente.
XXXVII.
Il giorno dopo, io e Federico andammo a visitare Giovanni di Scòrdio, Era l'ultimo pomeriggio di novembre. Andammo a piedi, a traverso i campi arati.
Camminavamo in silenzio, pensosi. Il sole inclinava all'orizzonte, lento. Una polvere d'oro impalpabile fluttuava nell'aria quieta sul nostro capo. La terra umida aveva un color bruno vivace, un aspetto di possanza tranquilla, quasi direi una pacata consapevolezza della sua virtù. Dalle glebe saliva un fiato visibile, simile a quello spirante dalle narici dei buoi. Le cose bianche in quella luce mite assumevano una straordinaria bianchezza, una candidezza di neve. Una vacca di lontano, la camicia d'un agricoltore, un telo spaso, le mura d'una cascina risplendevano come in un plenilunio.
--Sei triste--mi disse Federico dolcemente.
--Sì, amico mio: molto triste. Dispero.
Seguì ancora un lungo silenzio. Dalle fratte stormi d'uccelli si levavano frullando. Giungeva fioco lo scampanìo d'una mandra lontana.
--Di che disperi?--mi chiese mio fratello, con la stessa benignità.
--Della salvezza di Giuliana, della mia salvezza.
Egli tacque; non proferì nessuna parola di consolazione. Forse il dolore lo stringeva, dentro.
--Ho un presentimento--soggiunsi.--Giuliana non si leverà.
Egli tacque. Passavamo per un sentiero alberato; e le foglie cadute stridevano sotto i nostri piedi; e, dove le foglie non erano, il suolo risonava come per cavità sotterranee, cupo.
--Quando ella sarà morta--soggiunsi--io che farò?
Uno sgomento repentino m'assalse, una specie di pànico; e guardai mio fratello che taceva accigliato, mi guardai d'in torno per la muta desolazione di quell'ora diurna; e mai come in quell'ora sentii il vuoto spaventevole della vita.
--No, no, Tullio--disse mio fratello--Giuliana _non può morire_.
Egli affermava una cosa vana, senza valore alcuno d'innanzi alla condanna del Destino. E pure egli aveva pronunziato quelle parole con una semplicità che mi scosse, tanto mi parve straordinaria. Così talvolta i fanciulli pronunziano a un tratto parole inaspettate e gravi che ci colpiscono nel mezzo dell'anima; e pare che una voce fatidica parli per le loro labbra inconsapevoli.
--Leggi nel futuro?--gli domandai, senz'ombra d'ironia.
--No. Ma questo è il mio presentimento; e io ci credo.
Ancora una volta mi venne dal buon fratello un lampo di confidenza; ancora una volta per lui s'allargò un poco il duro cerchio che mi serrava il cuore. Il respiro fu breve. Nel resto del cammino egli mi parlò di Raimondo.
Come giungemmo in vicinanza del luogo ove abitava Giovanni di Scòrdio, egli scorse nel campo la figura alta del vecchio.
--Guarda! È là. Va seminando. Gli portiamo l'invito in un'ora solenne.
Ci appressammo. Io tremavo forte, dentro di me, come se mi accingessi a una profanazione. Andavo in fatti a profanare una bella e grande cosa; andavo a chiedere la paternità spirituale di quel vecchio venerabile per un figliuolo adulterino.
--Guarda che figura!--esclamò Federico soffermandosi e indicando il seminatore.--Ha l'altezza d'un uomo, e pure sembra un gigante.
Ci soffermammo dietro un albero, sul limite del campo a guardare. Intento all'opera, Giovanni non ci aveva ancora veduti.
Egli avanzava pel campo dirittamente, con una lentezza misurata. Gli copriva il capo una berretta di lana verde e nera con due ali che scendevano lungo gli orecchi all'antica foggia frigia. Un sàccolo bianco gli pendeva dal collo per una striscia di cuoio, scendendogli davanti alla cintura pieno di grano. Con la manca egli teneva aperto il sàccolo, con la destra prendeva la semenza e la spargeva. Il suo gesto era largo, gagliardo e sapiente, moderato da un ritmo eguale. Il grano involandosi dal pugno brillava talvolta nell'aria come faville d'oro, e cadeva su le porche umide egualmente ripartito. Il seminatore avanzava con lentezza, affondando i piedi nudi nella terra cedevole, levando il capo nella santità della luce. Il suo gesto era largo, gagliardo e sapiente; tutta la sua persona era semplice, sacra e grandiosa.
Entrammo nel campo.
--Salute, Giovanni!--esclamò Federico, andando incontro al vecchio.--Sia benedetta la tua semenza. Sia benedetto il tuo pane futuro.
--Salute!--io ripetei.
Il vecchio tralasciò l'opera; si scoperse il capo.
--Copriti, Giovanni, se non vuoi che ci scopriamo--disse Federico.
Il vecchio si coprì, confuso, quasi timido, sorridendo. Domandò, umile:
--Perché tanto onore?
Io dissi, con una voce che mi sforzai di rendere ferma:
--Sono venuto a pregarti di tenere a battesimo il mio figliuolo.
Il vecchio mi guardò attonito, poi guardò mio fratello. La sua confusione crebbe. Egli mormorò:
--A me tanto onore!
--Che mi rispondi?
--Sono il tuo servo. Dio ti renda merito dell'onore che vuoi farmi oggi e Dio sia lodato per questa gioia che dà alla mia vecchiaia. Tutte le benedizioni del cielo scendano sul tuo figliuolo!
--Grazie, Giovanni.
E gli stesi la mano. E vidi che quei tristi occhi profondi s'inumidirono di tenerezza. Il cuore mi si gonfiò d'un'angoscia smisurata.
Il vecchio mi domandò:
--Come lo chiami?
--Raimondo.
--Come tuo padre, di felice memoria. Quello era un uomo! E voi gli somigliate.
Disse mio fratello:
--Sei solo a seminare il grano.
--Solo. Io lo getto e io lo ricopro.
E indicò l'erpice e il bidente che rilucevano su la terra bruna. D'in torno si vedevano i semi non anche ricoperti, i buoni germi delle spiche future.
Disse mio fratello:
--Continua dunque. Ti lasciamo alla tua opera. Tu verrai domattina alla Badiola. Addio, Giovanni. Sia benedetta la tua semenza.
Ambedue stringemmo quelle mani infaticabili, santificate dalla semenza che spargevano, dal bene che avevano sparso. Il vecchio fece l'atto d'accompagnarci verso la callaia. Ma si soffermò, esitante. Disse:
--Vi chiedo una grazia.
--Parla, Giovanni.
Egli aprì il sacco che gli pendeva dal collo.
--Prendete un pugno di grano e gettatelo nel mio campo.
Io pel primo affondai la mano nel frumento, ne presi quanto potei, lo sparsi. Mio fratello m'imitò.
--Questo ora vi dico--soggiunse Giovanni di Scòrdio, con la voce commossa, guardando la terra seminata.--Dio voglia che il mio figlioccio sia buono come il pane che nascerà da questa semenza. Così sia.
XXXVIII.
La mattina dopo, la cerimonia del battesimo si compi senza festa, senza pompa, per riguardo allo stato di Giuliana. Il bambino fu portato nella cappella per la comunicazione interna. Mia madre, mio fratello, Maria, Natalia, miss Edith, la levatrice, la nutrice, il cavaliere Jemma andarono ad assistere. Io rimasi al capezzale dell'inferma.
Una grave sonnolenza la teneva. Il respiro le esciva affannato dalla bocca semiaperta, pallida come la più pallida delle rose fiorite all'ombra. L'ombra occupava l'alcova. Io pensavo, guardandola: "Dunque non la salverò? Avevo allontanata la morte; ed ecco, la morte ritorna. Certo, se non accade un mutamento repentino, ella morirà. Prima, quando riuscivo a tener lontano da lei Raimondo, quando riuscivo a darle qualche illusione e qualche oblio con la mia tenerezza, pareva ch'ella volesse guarire. Ma da che ella vede il figliuolo, da che è ricominciato il supplizio, va di giorno in giorno perdendosi, dissanguandosi peggio che se l'emorragia le continuasse. Io assisto alla sua agonia. Ella non mi ascolta più, non m'obedisce più, come prima. Da chi le verrà la morte? Da _lui_. Egli, egli l'ucciderà, sicuramente...." Un'onda di odio mi sorse dalle radici più profonde, mi parve affluire alle mani tutta con un impulso micidiale. Vidi il piccolo essere malefico che si gonfiava di latte, che prosperava in pace, senza alcun pericolo, circondato d'infinite cure. "Mia madre ama più lui che Giuliana! Mia madre si occupa più di lui che di questa povera morente! Ah, bisogna che io lo tolga di mezzo, ad ogni costo." E la visione del delitto già consumato mi balenò dentro: la visione del morticino in fasce, del piccolo cadavere innocuo su la bara. "Il battesimo è il suo viatico. E Giovanni lo regge su le sue braccia...."
Una curiosità subitanea mi punse. Lo spettacolo doloroso mi attirò. Giuliana era ancora assopita. Uscii dall'alcova adagio; uscii dalla stanza; chiamai Cristina, la misi a guardia; poi mi diressi verso il coretto, a passo veloce, con un'ansia che mi soffocava.
L'usciuolo era aperto. Scorsi un uomo inginocchiato d'innanzi alla grata. Riconobbi Pietro, il vecchio servitore fedele, quello che m'aveva veduto nascere ed aveva assistito al mio battesimo. Egli si levò, con un po' di pena.
--Rimani, rimani, Pietro--gli dissi sotto voce, mettendogli una mano su la spalla per costringerlo a inginocchiarsi di nuovo.
E m'inginocchiai al suo fianco, appoggiai la fronte alla grata, guardai nella cappella sottoposta. Vedevo tutto, con una chiarezza perfetta; udivo le formule rituali.
La cerimonia era già incominciata. Seppi da Pietro che il bambino aveva già ricevuto il sale. Era ministro il parroco di Tussi, don Gregorio Artese. Questi e il patrino recitavano ora il Credo: l'uno a voce alta, l'altro a voce bassa di séguito. Giovanni reggeva il bambino sul braccio destro, su la mano che il giorno innanzi aveva seminato il frumento. La sinistra posava tra i nastri e i merletti candidi. E quelle mani ossute, asciutte, brune, che parevano fuse in un bronzo animato, quelle mani incallite su gli strumenti dell'agricoltura, santificate dal bene che avevano sparso, dalla vasta opera che avevano fornita, ora nel reggere quell'infante avevano una delicatezza e quasi una timidezza così gentili che io non potevo desistere dal guardarle. Raimondo non piangeva; moveva di continuo la bocca piena d'una bava liquida che gli colava pel mento sul bavaglio trapunto.
Dopo l'esorcismo, il parroco bagnò il dito nella saliva e toccò i piccoli orecchi rosei proferendo la parola miracolosa:
--_Ephpheta._
Quindi toccò le nari dicendo:
--_In odorem suavitatis...._
Quindi intinse il pollice nell'olio dei Catacumeni; e, mentre Giovanni teneva supino su le sue braccia l'infante, unse a questi in modo di croce il sommo del petto; e, come Giovanni lo rivolse prono, unse il sommo del dorso tra le scapole, in modo di croce, dicendo:
--_Ego te linio oleo salutis in Christo Jesu Domino nostro...._
E con un fiocco di bambagia deterse le parti che aveva unte.
Allora depose la stola paonazza, il colore della doglia e della tristezza; e prese la stola bianca in segno di gioia, ad annunziare che la macchia originale stava per essere cancellata. E chiamò Raimondo per nome, e gli rivolse le tre domande solenni. E il patrino rispose:
--_Credo, credo, credo._
La cappella era singolarmente sonora. Da una delle alte finestre ovali entrava una zona di sole andando a ferire una lapide marmorea del pavimento sotto il quale erano i sepolcri profondi ove molti dei miei maggiori dormivano in pace. Mia madre e mio fratello stavano l'una accanto all'altro, dietro a Giovanni; Maria e Natalia si sollevavano su la punta dei piedi per giungere a vedere il piccolo, curiose, di tratto in tratto sorridendo e bisbigliando fra loro. Giovanni si volgeva un poco, qualche volta, a quei bisbigli, con un atto benigno in cui si mostrava tutta l'ineffabile tenerezza senile verso i fanciulli traboccante da quel gran cuore di avo abbandonato.
--_Raymunde, vis baptizari?_--domandò il ministro.
--_Volo_--rispose il patrino, ripetendo la parola suggerita.
Il chierico presentò il bacile d'argento ove luccicava l'acqua battesimale. Mia madre tolse la cuffia al battezzando, mentre il patrino lo porgeva prono all'abluzione. Il capo rotondo, su cui potei distinguere le eruzioni biancastre della crosta lattea, penzolò verso il bacile. E il parroco, attingendo l'acqua con un vascolo, la versò tre volte su quel capo, facendo ogni volta il segno della croce.
--_Ego te baptizo in nomine Patris, et Filii, et Spiritus sancti._
Raimondo si mise a vagire forte; più forte mentre gli asciugavano il capo. E, come Giovanni lo risollevò, io vidi quel viso arrossato dall'afflusso di sangue e dallo sforzo, aggrinzato dai moti della bocca, macchiato di bianchiccio anche su la fronte. Ed ebbi dai vagiti pur sempre la stessa sensazione di laceramento doloroso, la stessa esasperazione d'ira. Nulla di lui m'irritava quanto la voce, quanto quel miagolio ostinato che mi aveva ferito così crudamente la prima volta nell'alba lugubre d'ottobre. Era per i miei nervi un urto intollerabile.
Il prete intinse il pollice nel sacro Crisma ed unse la fronte al battezzato, recitando la formula rituale che i vagiti coprivano. Quindi gli impose la veste bianca, il simbolo dell'Innocenza.
--_Accipe vestem candidam...._
Diede quindi al patrino il cero benedetto.
--_Accipe lampadem ardentem...._
L'Innocente si quietò. I suoi occhi si fissarono su la fiammella che tremolava in cima al lungo cero dipinto. Giovanni di Scòrdio reggeva sul braccio destro il nuovo cristiano e nella mano sinistra il simbolo del fuoco divino, con un'attitudine semplice e grave, guardando il sacerdote che recitava la formula. Egli avanzava di tutto il capo gli astanti. Nessuna cosa d'in torno era candida come la sua canizie, né pure la veste dell'Innocente.
--_Vade in pace, et Dominus sit tecum._
--_Amen._
Mia madre prese dal braccio del vecchio l'Innocente, se lo strinse al petto, lo baciò. Mio fratello anche lo baciò. Tutti gli astanti, l'un dopo l'altro, lo baciarono.
Pietro, al mio fianco, ancora in ginocchio, piangeva. Sconvolto, fuori di me, balzai in piedi, uscii, attraversai di corsa gli anditi, entrai all'improvviso nella stanza di Giuliana.
Cristina mi domandò sotto voce, sbigottita:
--Che è accaduto, signore?
--Nulla, nulla. È sveglia?
--No, signore. Pare che dorma.
Discostai le cortine, entrai adagio nell'alcova. Da prima nell'ombra non scorsi se non il biancore del guanciale. M'appressai, mi chinai. Giuliana teneva gli occhi aperti, e mi guardava fissamente. Forse indovinò al mio aspetto tutte le mie angosce; ma non parlò. Richiuse gli occhi, come per non riaprirli più.
XXXIX.
Incominciò da quel giorno l'ultimo periodo precipitoso di quella lucida demenza che doveva condurmi al delitto. Incominciò da quel giorno la premeditazione del mezzo più facile e più sicuro per far morire l'Innocente.