L'Innocente

Part 16

Chapter 16 3,738 words Public domain Markdown

Mi avanzai verso il santuario, con cautela. Prevedendo il caso che mia madre dormisse, camminavo piano per non disturbarla. Discostai le portiere, mi affacciai dalla soglia. Udii infatti un respiro di dormiente. Vidi mia madre addormentata su una poltrona accanto alla finestra; vidi, fuor della spalliera d'un'altra poltrona, i capelli di Giuliana. Entrai.

Stavano l'una di contro all'altra, e in mezzo a loro stava un tavolo basso con sopra una canestra piena di cuffie minuscole. Mia madre teneva ancora fra le dita una di quelle cuffie, in cui riluceva un ago. Il sonno era venuto a inchinarle il capo, nell'atto del lavoro. Col mento sul petto, ella dormiva; sognava forse. La gugliata bianca era rimasta a mezzo, ma ella filava forse nel sogno un filo più prezioso.

Giuliana anche dormiva, ma con la testa abbandonata alla spalliera, con le mani posate lungo i bracciuoli. I suoi lineamenti s'erano come distesi nella dolcezza del sonno; ma la sua bocca conservava una piega triste, un'ombra d'afflizione: socchiusa, mostrava un poco della gengiva esangue; ma alla radice del naso, tra i sopraccigli, rimaneva il piccolo solco scavato dal grande dolore. E la fronte era madida: una stilla rigava lenta una tempia. E le mani, più bianche della mussolina da cui escivano, parevano confessare con la loro posa esse sole una immensa stanchezza. Su nessuna di queste spirituali apparenze io mi fermai come sul grembo che conteneva ormai l'essere già completo. E ancora una volta, astraendo da quelle apparenze, astraendo da Giuliana, sentii vivere quella creatura isolata come se null'altro in quel momento vivesse accanto a me, intorno a me, null'altro. E ancora una volta non fu una sensazione illusoria ma reale e profonda; fu un raccapriccio che mi agitò tutte le fibre.

Girai gli occhi; e rividi tra le dita di mia madre la cuffia in cui riluceva l'ago; rividi nella canestra tutti quei merletti leggèri e quei nastri rosei e cilestri che tremolavano al soffio del vento. Mi si strinse il cuore così forte che credetti mancare. Quanta tenerezza rivelavano le dita di mia madre sognante su quella gentile cosa bianca che doveva coprire il capo del figliuolo non mio!

Restai là qualche minuto. Quel luogo era veramente il santuario della casa, il penetrale. Su una parete pendeva il ritratto di mio padre, che somigliava molto a Federico; su l'altra, il ritratto di Costanza, che somigliava un poco a Maria. Le due figure, esistenti dell'esistenza superiore che danno le memorie dei cari ai cari scomparsi, avevano gli occhi magnetici e seguaci, una specie d'onniveggenza. Altre reliquie dei due scomparsi santificavano quel luogo. In un angolo, su un plinto, stava chiusa in cristalli, coperta d'un velo nero, la maschera formata sul cadavere dell'uomo che mia madre amava d'un amore più forte della morte. E pure nulla era lugubre là dentro. Una sovrana pace vi regnava e pareva diffondersi per tutta la casa come da un cuore si diffonde la vita, armonicamente.

XXIX.

Ricordo la gita a Villalilla, con Maria e Natalia e miss Edith, in una mattina un po' velata. È un ricordo velato, in fatti, indistinto, confuso, come d'un lungo sogno straziante e dolce.

Il giardino non aveva più le sue miriadi di grappoli turchinicci, non aveva più la sua delicata selva di fiori né il suo profumo triplice armonioso come una musica, né il suo riso aperto, né il clamore continuo delle sue rondini. Non altro aveva di lieto se non le voci e le corse delle due bambine inconsapevoli. Molte rondini erano partite; altre partivano. Eravamo giunti in tempo per salutare l'ultimo stormo.

Tutti i nidi erano abbandonati, vacui, esanimi. Qualcuno era infranto, e su gli avanzi della creta tremolava qualche piuma esile. L'ultimo stormo era adunato sul tetto lungo le gronde, e aspettava ancora qualche compagna dispersa. Le migratrici stavano in fila su l'orlo del canale, talune rivolte col becco altre col dorso, per modo che le piccole code forcute e i piccoli petti candidi si alternavano. E, così aspettando, gittavano nell'aria calma i richiami. E di tratto in tratto, a due, a tre, giungevano le compagne in ritardo. E s'approssimava l'ora della dipartita. I richiami cessavano. Un'occhiata di sole languida scendeva su la casa chiusa, su i nidi deserti. Nulla era più triste di quelle esili piume morte che qua e là, trattenute dalla creta, tremolavano.

Come sollevato da un colpo di vento subitaneo, da una raffica, lo stormo si levò con un gran frullo di ali, sorse nell'aria in guisa d'un vortice, rimase un istante a perpendicolo su la casa; poi, senza incertezze, quasi che davanti gli si fosse disegnata una traccia, si mise compatto in viaggio, si allontanò, si dileguò, disparve.

Maria e Natalia, ritte in piedi su un sedile per seguire più a lungo con lo sguardo le fuggitive, tendevano le braccia e gridavano:

--Addio, addio, addio, rondinelle!

Ho di tutto il resto un ricordo indistinto, come d'un sogno.

Maria volle entrare nella casa. Io stesso aprii la porta. Là, su per quei tre gradini, Giuliana m'aveva seguito furtiva, leggera come un'ombra, e m'aveva allacciato e m'aveva bisbigliato: "Entra, entra." Nell'andito ancora pendeva il nido fra le grottesche della volta. "Ora sono tua, tua, tua!" ella aveva bisbigliato, senza distaccarsi dal mio collo ma girando flessuosamente per venirmi sul petto, per incontrare la mia bocca.--L'andito era muto, le scale erano mute; il silenzio occupava tutta la casa. Là avevo udito il rombo cupo e remoto, simile a quello che conservano in loro certe conchiglie profonde. Ma ora il silenzio era simile a quello delle tombe. Là stava sepolta la mia felicità.

Maria, Natalia cianciavano senza tregua, non cessavano mai d'interrogarmi, si mostravano curiose di tutto, andavano ad aprire i cassetti dei canterani, gli armarii. Miss Edith le seguiva per moderarle.

--Guarda, guarda che ho trovato!--gridò Maria correndomi in contro.

Aveva trovato in fondo a un cassetto un mazzo di spigo e un guanto. Era un guanto di Giuliana; era macchiato di nero su la punta delle dita; nel rovescio, presso all'orlo, portava una scritta ancora leggibile: "_Le more: 27 agosto 1880. Memento!_" Mi tornò chiaro alla memoria, in un lampo, l'episodio delle more, uno dei più lieti episodii della nostra felicità primitiva, un frammento d'idillio.

--Non è un guanto della mamma?--mi domandò Maria.--Rendimelo, rendimelo. Voglio portarlo io alla mamma....

Ho di tutto il resto un ricordo indistinto, come d'un sogno.

Calisto, il vecchio guardiano, mi parlò di tante cose; e io non capii quasi nulla. Più volte mi ripeté un augurio:

--Un maschio, un bel maschio, e Dio lo benedica! Un bel maschio!

Quando noi fummo fuori, Calisto chiuse la casa.

--E questi benedetti nidi?--egli disse scotendo la bella testa canuta.

--Non li toccare, Calisto.

Tutti i nidi erano abbandonati, vacui, esanimi. Le ultime ospiti erano partite. Un'occhiata di sole languida scendeva su la casa chiusa, su i nidi deserti. Nulla era più triste di quelle esili piume morte che qua e là, trattenute dalla creta, tremolavano.

XXX.

Il termine s'approssimava. La prima metà di ottobre era trascorsa. Il dottor Vebesti era stato avvertito. Da un giorno all'altro potevano sopraggiungere le doglie estreme.

La mia ansietà cresceva di ora in ora, diveniva intollerabile. Spesso ero assalito da qualche impeto di follia simile a quello che un giorno mi aveva travolto su l'argine dell'Assoro. Fuggivo lontano dalla Badiola, restavo lunghe ore a cavallo, costringevo Orlando a saltare le siepi e i fossi, lo spingevo al galoppo per sentieri perigliosi. Tornavamo, io e il povero animale, grondanti, sfiniti, ma sempre incolumi.

Il dottor Vebesti giunse. Tutti, alla Badiola, trassero un respiro, ripresero fiducia, sperarono bene. Giuliana soltanto non si rianimò. Più d'una volta io sorpresi nei suoi occhi il passaggio d'un pensiero sinistro, la cupa luce dell'idea fissa, l'orrore d'un presentimento lugubre.

Le doglie del parto incominciarono; durarono per un giorno intero con qualche intervallo di riposo, ora più forti ora più deboli, ora sopportabili ora laceranti. Ella stava in piedi appoggiata a un tavolo, addossata a un armario, stringendo i denti per non gridare; o si sedeva su una poltrona e rimaneva là quasi immobile, col viso tra le mani, emettendo di tratto in tratto un gemito fioco: o mutava continuamente di luogo, andava da un angolo all'altro, si soffermava qua e là per stringere un qualunque oggetto tra le dita convulse. Lo spettacolo della sua sofferenza mi dilaniava. Non potendo più reggere, uscivo dalla stanza, mi allontanavo per qualche minuto; poi rientravo, quasi involontariamente, attirato; e restavo là a guardarla soffrire, senza poterla aiutare, senza poterle dire una parola di conforto.

--Tullio, Tullio, che cosa orribile! Ah, che cosa orribile! Non ho mai sofferto tanto, mai, mai.

Era verso sera. Mia madre, miss Edith, il dottore erano discesi nella sala da pranzo. Io e Giuliana eravamo rimasti soli. Non avevano ancora portato i lumi. Entrava il crepuscolo violaceo d'ottobre; il vento scoteva i vetri a quando a quando.

--Aiutami, Tullio! Aiutami!--ella gridò, fuori di sé per lo spasimo, tendendo le braccia verso di me, guardandomi con gli occhi dilatati ove il bianco era straordinariamente bianco in quella penombra che rendeva livido il viso.

--Dimmi tu! Dimmi tu! Come potrei fare per aiutarti?--balbettavo, smarrito, non sapendo che fare, accarezzandole i capelli su le tempie con un gesto in cui avrei voluto mettere un potere soprannaturale.--Dimmi tu! Dimmi tu! Che cosa?

Ella non si lamentava più; mi guardava, mi ascoltava, come dimentica del suo dolore, quasi attonita, colpita forse dal suono della mia voce, dall'espressione del mio smarrimento e della mia angoscia, dal tremito delle mie dita su i suoi capelli, dalla desolata tenerezza di quel gesto inefficace.

--Tu mi ami; è vero?--ella disse, non cessando di guardarmi come per non perdere nessun segno della mia commozione.--Tu mi perdoni tutto.

Ella proruppe, esaltandosi di nuovo:

--Bisogna che tu mi ami, bisogna che tu mi ami molto, ora, perché domani non ci sarò più, perché stanotte morirò, forse stasera morirò; e tu ti pentiresti di non avermi amata, di non avermi perdonata, oh certo ti pentiresti....

Ella pareva tanto sicura di morire che io rimasi agghiacciato dal terrore subitamente.

--Bisogna che tu mi ami. Vedi: può essere che tu non abbia creduto a quel che ti dissi una notte, può essere che tu non mi creda ora; ma certo mi crederai quando non ci sarò più. Allora ti si farà la luce, allora conoscerai la verità; e ti pentirai di non avermi amata a bastanza, di non avermi perdonata....

Un nodo di pianto la soffocò.

--Sai tu perché mi dispiace di morire? Perché muoio senza che tu sappia quanto t'ho amato.... quanto t'ho amato _dopo_, specialmente.... Ah che castigo! Meritavo questa fine?

Ella si nascose la faccia tra le mani. Ma subito si scoperse. Mi fissò, pallidissima. Pareva che un'idea più terribile ancora l'avesse fulminata.

--E se io morissi--balbettò--se io morissi _lasciando vivo...._

--Taci!

--Tu intendi....

--Taci, Giuliana!

Io ero più debole di lei. Il terrore m'aveva sopraffatto e non mi lasciava né pure la forza di proferire una parola consolante, di opporre a quelle imaginazioni di morte una parola di vita. Anch'io ero sicuro dell'atroce fine. Guardavo, nell'ombra violacea, Giuliana che mi guardava; e mi parve di scorgere in quel povero viso estenuato i segni dell'agonia, i segni d'un disfacimento già avanzato e inarrestabile. Ed ella non potè soffocare una specie di ululo che non aveva nulla di umano; e si aggrappò al mio braccio.

--Aiutami, Tullio! Aiutami!

Stringeva forte, assai forte, ma non a bastanza per me che avrei voluto sentirmi penetrare nel braccio le sue unghie, smanioso di uno spasimo fisico che mi accomunasse allo spasimo di lei. E, tenendo puntata la fronte contro il mio omero, metteva un mugolio continuo. Era quel suono che rende irriconoscibile la voce nostra nell'eccesso della sofferenza corporea, quel suono che agguaglia l'uomo che soffre al bruto che soffre: il lamento istintivo d'ogni carne addolorata, umana o bestiale.

Ogni tanto ella ritrovava la sua voce per ripetere:

--Aiutami!

E mi comunicava le vibrazioni violente del suo strazio. E io sentivo il contatto del suo ventre ove il piccolo essere malefico si agitava contro la vita della madre, implacabile, senza darle tregua. Un'onda di odio mi sorse dalle radici più profonde, mi parve affluire alle mani tutta con un impulso micidiale. Era intempestivo l'impulso; ma la visione del delitto già consumato mi balenò dentro. "Tu non vivrai."

--Oh, Tullio, Tullio, soffocami, fammi morire! Non posso, non posso, intendi?, non posso più reggere; non voglio più soffrire.

Ella gridava esasperata, guardandosi intorno con occhi di pazza, come per cercare qualche cosa o qualcuno che le desse l'aiuto che io non potevo darle.

--Càlmati, càlmati, Giuliana.... Forse è venuto il momento. Coraggio! Siediti qui. Coraggio, anima! Ancora un poco! Sono io qui, con te. Non aver paura.

E corsi a suonare il campanello.

--Il dottore! Che venga subito il dottore!

Giuliana non si lamentava più. Ella pareva a un tratto aver cessato di soffrire o almeno d'accorgersi del suo male, colpita da un nuovo pensiero. Visibilmente, ella considerava qualche cosa dentro di sé; era assorta. Io ebbi appena il tempo di notare la mutazione istantanea.

--Ascolta, Tullio. Se mi venisse il delirio....

--Che dici?

--Se dopo, nella febbre, mi venisse il delirio e io morissi delirando....

--E bene?

Ella aveva tale accento di terrore, le sue reticenze erano così affannose che io tremavo a verga a verga come preso dal pànico, non comprendendo ancora dove ella volesse giungere.

--E bene?

--Tutti saranno là, intorno a me.... Se nel delirio io parlassi, io _rivelassi_.... Intendi? Intendi? Una parola basterebbe. E nel delirio non si sa quel che si dice. Tu dovresti....

Mia madre, il dottore, la levatrice sopraggiunsero, in quel punto.

--Ah dottore--sospirò Giuliana--credevo di morire.

--Coraggio, coraggio!--fece il dottore, con la sua voce cordiale.--Senza paura. Tutto andrà bene.

E mi guardò.

--Credo--soggiunse sorridendo--che vostro marito stia peggio di voi.

E mi accennò la porta.

--Via, via. Non bisogna star qui.

Incontrai gli occhi inquieti, sbigottiti e pietosi di mia madre.

--Sì, Tullio; è meglio che tu vada--ella disse.--Federico t'aspetta.

Guardai Giuliana. Senza curarsi degli altri, ella mi guardava fissamente, con gli occhi lucidi, pieni d'un bagliore straordinario. Era in quello sguardo tutta l'intensione dell'anima disperata.

--Non mi moverò dalla stanza accanto--dichiarai con fermezza, seguitando a guardare Giuliana.

Mentre uscivo, scorsi la levatrice che disponeva i guanciali sul letto del travaglio, sul letto di miseria; e rabbrividii, come a un soffio di morte.

XXXI.

Fu tra le quattro e le cinque del mattino. Le doglie s'erano protratte fino a quell'ora, con qualche intervallo di riposo. Verso le tre il sonno m'aveva colto, all'improvviso, sul divano dove stavo seduto, nella stanza contigua. Cristina mi svegliò; mi disse che Giuliana voleva vedermi.

Nella confusione del risveglio, balzai in piedi ancora abbacinato dal sonno.

--Ho dormito? Che accade mai? Giuliana....

--Non si spaventi. Non è accaduto nulla. I dolori si sono calmati. Venga a vedere.

Entrai. Vidi subito Giuliana.

Ella era adagiata su i guanciali, pallida come la sua camicia, quasi esanime. Incontrai subito i suoi occhi, perché erano volti alla porta in attesa di me. I suoi occhi mi sembrarono più larghi, più profondi, più cavi, cerchiati d'un maggior cerchio d'ombra.

--Vedi--ella disse con una voce spirante--sto ancora così.

E non cessò di guardarmi. I suoi occhi, come quelli della principessa Lisa, dicevano: "Aspettavo un aiuto da te, e tu non mi aiuti, né pur tu!"

--Il dottore?--domandai a mia madre, ch'era là con un'aria abbattuta.

Ella mi accennò una porta. Io mi diressi verso quella. Entrai. Vidi il dottore presso a un tavolo su cui erano varii medicinali, una busta nera, un termometro, fasce, compresse, fiaschi, alcuni tubi di forma speciale. Il dottore aveva tra le mani un tubo elastico a cui stava adattando un catetere; e dava istruzioni a Cristina, sotto voce.

--Ma dunque?--io gli chiesi bruscamente. Che c'è?

--Nulla di allarmante, per ora.

--E tutti questi preparativi?

--Precauzioni.

--Ma quanto durerà ancora quest'agonia?

--Siamo alla fine.

--Parlatemi franco; vi prego. Prevedete una disgrazia? Parlatemi franco.

--Non si annuncia per ora nessun pericolo grave. Temo però una emorragia; e prendo le mie precauzioni. L'arresterò. Abbiate fiducia in me e siate calmo. Ho notato che la vostra presenza agita molto Giuliana. In quest'ultimo breve periodo ella ha bisogno di tutte le forze che le rimangono. È necessario che voi vi allontaniate. Promettetemi d'obedirmi. Entrerete quando vi chiamerò.

Ci giunse un grido.

--Ricominciano i dolori--egli disse.--Ci siamo. Calma, dunque!

E si diresse verso la porta. Io lo seguii. Ambedue ci avvicinammo a Giuliana. Ella m'afferrò il braccio e me lo strinse come in una morsa. Le restava dunque ancora quella forza?

--Coraggio! Coraggio! Ci siamo. Tutto andrà bene. È vero, dottore?--balbettai.

--Sì, sì. Non c'è tempo da perdere. Lasciate, Giuliana, che vostro marito esca di qui.

Ella guardò il dottore e me, con gli occhi spalancati. Lasciò il mio braccio.

--Coraggio!--ripetei soffocato.

La baciai su la fronte molle di sudore, mi volsi per andarmene.

--Ah, Tullio!--ella gridò dietro di me con un grido lacerante che significava: "Non ti vedrò più."

Io feci l'atto di tornare a lei.

--Via, via--ordinò il dottore, con un gesto imperioso.

Volli obedire. Qualcuno serrò l'uscio dietro di me. Rimasi qualche minuto là, in piedi, ad ascoltare; ma le ginocchia mi vacillavano, ma il battito del cuore soverchiava qualunque altro strepito. Andai a gittarmi sul divano; mi misi il fazzoletto tra i denti, affondai la faccia in un cuscino. Soffrivo anch'io uno strazio fisico, simile forse a quello d'un'amputazione mal praticata e lentissima. Gli urli della partoriente mi giungevano a traverso l'uscio. E ad ognuno di quelli urli io pensavo: "Questo è l'ultimo." Negli intervalli udivo un mormorio di voci feminili: forse i conforti di mia madre, della levatrice. Un urlo più acuto e più inumano degli altri. "Questo è l'ultimo." E balzai in piedi esterrefatto.

Non potevo dare un passo. Alcuni minuti trascorsero; trascorse un tempo incalcolabile. Come lampi velocissimi, m'attraversarono il cervello pensieri, imagini. "È nato? E se ella fosse morta? E se ambedue fossero morti? la madre e il figlio? No, no. Ella certamente è morta; ed egli è vivo. Ma perché nessun vagito? L'emorragia, il sangue...." Vidi il lago rosso, e, in mezzo, Giuliana boccheggiante. Vinsi il terrore che m'irrigidiva e mi slanciai contro l'uscio. L'apersi, entrai.

Udii subito la voce del chirurgo che mi gridava aspra:

--Non v'accostate! Non la scuotete! Volete ucciderla?

Giuliana pareva morta, più pallida del suo guanciale, immobile. Mia madre stava china sopra di lei reggendo una compressa. Grandi macchie di sangue rosseggiavano sul letto, macchie di sangue tingevano il pavimento. Il chirurgo preparava un "irrigatore" con una sollecitudine calma ed esatta:--le sue mani non tremavano, se bene la sua fronte fosse corrugata. Un bacino d'acqua bollente fumigava in un angolo. Cristina aggiungeva acqua con una brocca in un altro bacino, tenendovi immerso il termometro. Un'altra donna portava nella stanza contigua un fascio d'ovatta. C'era nell'aria l'odore dell'ammoniaca e dell'aceto.

Le minime particolarità della scena, abbracciata con un solo sguardo, mi rimasero impresse indelebilmente.

--A 50 gradi--disse il dottore, volgendosi verso Cristina.--Attenta!

Io cercavo intorno, non udendo il vagito. Qualcuno mancava là dentro.

--E il bambino?--chiesi tremando.

--È di là, nell'altra stanza. Andate a vederlo--mi rispose il dottore.--Rimanete là.

Gli indicai Giuliana con un gesto disperato.

--Non temete. Qua l'acqua, Cristina.

Entrai nell'altra stanza. Mi giunse all'orecchio un vagito fievolissimo, a pena udibile. Vidi su uno strato d'ovatta un corpicciuolo rossastro, qua e là violaceo, sotto le mani scarne della levatrice, che lo stropicciavano nel dorso e nelle piante dei piedi.

--Venga, venga, signore; venga a vedere--disse la levatrice continuando a stropicciare.--Venga a vedere che bel maschio. Non respirava; ma ora non c'è più pericolo. Guardi che maschio!

Ella rivoltò il bambino, lo coricò sul dorso, mi mostrò il sesso.

--Guardi!

Afferrò il bambino e lo agitò nell'aria. I vagiti divennero un po' più forti.

Ma io avevo negli occhi un scintillio strano che m'impediva di veder bene; avevo in tutto l'essere una ottusità strana che m'impediva la percezione esatta di tutte quelle cose reali e violente.

--Guardi!--mi ripetè ancora la levatrice coricando di nuovo su l'ovatta il bambino che vagiva.

Ora vagiva forte. Respirava, viveva! Mi chinai su quel corpicciuolo palpitante che odorava di licopodio; mi chinai a guardarlo, a esaminarlo, per riconoscere la somiglianza aborrita. Ma la piccola faccia turgida, ancora un po' livida, con i globi oculari sporgenti, con la bocca gonfia, col mento obliquo, difforme, quasi non aveva aspetto umano; e non m'ispirò se non ribrezzo.

--A pena nato--balbettai--a pena nato, non respirava....

--No, signore. Un po' d'apoplessia....

--Come mai?

--Aveva il cordone attorcigliato intorno al collo. E poi, forse il contatto del sangue nero....

Ella parlava attendendo alla cura del bambino; e io guardavo quelle mani scarne che lo avevano salvato e che ora avviluppavano delicatamente il cordone ombelicale in una pezzetta spalmata di burro.

--Giulia, dammi la fascia.

E, fasciando il ventre del bambino, soggiunse:

--Questo oramai è assicurato. Dio lo benedica!

E le sue mani esperte presero la testina molliccia come per plasmarla. Il bambino vagiva sempre più forte; vagiva con una specie di rabbia, agitandosi tutto, conservando quell'apparenza apoplettica, quel rossore paonazzo, quell'aspetto di cosa ributtante. Vagiva sempre più forte come per darmi una prova della sua vitalità, come per provocarmi, per esasperarmi.

Viveva, viveva. E la madre?

Rientrai nell'altra stanza, all'improvviso, demente.

--Tullio!

Era la voce di Giuliana, debole come quella d'un'agonizzante.

XXXII.

La corrente continua di acqua ad alta temperatura aveva arrestata l'emorragia, in circa dieci minuti. Ora la puerpera riposava nel suo letto, dentro l'alcova. Era giorno chiaro.

Io stavo seduto al capezzale; e la consideravo in silenzio, dolorosamente. Ella non dormiva, forse. Ma l'estrema debolezza le toglieva ogni moto, ogni segno di vita; la faceva sembrare esanime. Considerando il suo funereo pallore di cera, io vedevo ancora quelle macchie di sangue, tutto quel povero sangue sparso che aveva inzuppato i lenzuoli, attraversato i materassi, arrossato le mani del chirurgo. "Chi le renderà tutto quel sangue?" Iniziavo un gesto istintivo per toccarla, poiché mi pareva che ella dovesse essere diventata fredda, di gelo. Ma mi tratteneva il timore di disturbarla. Più d'una volta, nella mia contemplazione continua, assalito da una paura repentina, feci l'atto di levarmi per andare a chiamare il dottore. Pensando, rivolgevo tra le dita un fiocco di bambagia, lo disfilavo minutamente; e, di tratto in tratto, per una inquietudine invincibile, lo avvicinavo con infinita cautela alle labbra di Giuliana e dal palpito dei fili leggeri misuravo la forza del respiro.