L'Innocente

Part 15

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Mi si offriva il pretesto. Non prevedendo un'assenza tanto lunga, noi avevamo lasciata la casa in condizioni provvisorie. Bisognava dare assetto a molte cose; bisognava disporre tutto in modo che la nostra assenza potesse prolungarsi fuor d'un termine fisso.

Annunziai la mia partenza. Persuasi di questa necessità mia madre, mio fratello, Giuliana. Promisi di sbrigarmi in pochi giorni. Mi preparai.

Alla vigilia, la sera, tardi, mentre chiudevo una valigia, udii battere all'uscio della camera. Gridai:

--Avanti!

Vidi entrare Giuliana, sorpreso.

--Oh, sei tu?

Le mossi incontro. Ella ansava un poco, forse affaticata dalle scale. La feci sedere. Le offersi una tazza di tè freddo con un sottile disco di limone, una bevanda a lei grata un tempo, che era pronta por me. Ella vi bagnò a pena le labbra e me la rese. I suoi occhi rivelavano l'inquietudine. Disse al fine, timidamente:

--Dunque parti?

--Sì--io risposi--domattina, come sai.

Seguì un intervallo di silenzio, lungo. Dalle finestre aperte entrava una frescura deliziosa; su i davanzali batteva la luna piena; giungeva il canto corale dei grilli, simile al suono d'un flauto un po' roco e indefinitamente lontano.

Ella mi domandò, con la voce alterata:

--Quando tornerai? Dimmi la verità.

--_Non so_--risposi.

Seguì un'altra pausa. Il vento leggero ricorreva a volta a volta, e le tende si gonfiavano. Ogni àsolo recava nella stanza, fino a noi, la voluttà della notte d'estate.

--Mi abbandoni?

Nella sua voce era uno scoramento così profondo che i nodi aspri dentro di me si sciolsero a un tratto; e il rammarico e la pietà mi invasero.

--No--risposi--non temere, Giuliana. Ma ho bisogno di una tregua. Non ne posso più. Ho bisogno d'un respiro.

Ella disse:

--Hai ragione.

--Credo che tornerò presto, come ho promesso. Ti scriverò. Anche tu, forse, non vedendomi soffrire, avrai un sollievo.

Ella disse:

--Nessun sollievo mai.

Un pianto soffocato tremava nelle sue parole. Ella soggiunse a un tratto, con un accento di lacerante angoscia:

--Tullio, Tullio, dimmi la verità. Mi odii? Dimmi la verità!

Ella m'interrogava con gli occhi, assai più angosciosi delle sue parole. Parve fissare in me per un istante la sua stessa anima. E quei poveri occhi dilatati, quella fronte così pura, quella bocca convulsa, quel mento smagrito, tutto quel tenue viso dolente a contrasto con la difformità inferiore ignominiosa, e quelle mani, quelle tenui mani dolenti che si tendevano verso di me con un gesto supplichevole, mi fecero pena come non mai, e m'impietosirono e m'intenerirono.

--Credimi, Giuliana, credimi per sempre. Non ho nessun rancore contro di te, non ne avrò mai. Non dimentico che ti debbo il contraccambio; non dimentico nulla. Non ne hai già le prove? Rassicurati. Pensa ora a _liberarti_. E poi.... chi sa! Ma, in qualunque caso, io non ti mancherò, Giuliana. Ora lascia che io parta. Forse qualche giorno di lontananza mi farà bene. Tornerò calmato. Sarà necessaria molta calma, poi. Tu avrai bisogno di tutto il mio aiuto....

Ella disse:

--Grazie. Farai di me quel che vorrai.

Un canto umano ora giungeva nella notte, coprendo il suono roco del flauto silvestre:--forse un coro di trebbiatori, da qualche aia remota sotto la luna.

--Senti?--io dissi.

Ascoltammo. Il vento asolava. Tutta la voluttà della notte d'estate veniva a gonfiarmi il cuore.

--Vuoi che andiamo a sedere di là, sul terrazzo?--chiesi a Giuliana dolcemente.

Ella acconsentì, si levò. Passammo nell'altra stanza, ove non era altro lume che quello del plenilunio. Un gran flutto candido, qualche cosa come un latte immateriale, inondava il pavimento. In quel flutto ella camminò d'avanti a me, per uscire sul terrazzo; e io potei vedere la sua ombra difforme disegnarsi cupa nel chiarore.

Ah dov'era la creatura esile e pieghevole che avrei stretta fra le mie braccia? Dov'era l'amante che avevo rinvenuta sotto i fiori di lilla in un meriggio d'aprile?--Ebbi nel cuore, in un attimo, tutti i rimpianti, tutti i desiderii, tutte le disperazioni.

Giuliana s'era seduta e aveva poggiata la testa al ferro della ringhiera. La sua faccia illuminata in pieno era più bianca di qualunque cosa intorno, più bianca del muro. Ella teneva le palpebre socchiuse. I cigli le spandevano a sommo delle gote un'ombra che mi turbava più d'uno sguardo.

Come avrei potuto parlare?

Mi volsi verso la valle, mi piegai su la ringhiera stringendo il ferro freddo tra le dita. Vidi sotto di me un'immensa massa di apparenze confuse, dove non distinsi se non lo scintillio dell'Assoro. Il canto giungeva or sì or no, secondo l'alito della frescura; e nelle pause si riudiva il suono di quel flauto un po' roco e indefinitamente lontano. Nessuna notte m'era parsa mai tanto piena di dolcezza e d'affanno. Dall'estremo fondo della mia anima irruppe un grido, altissimo se bene non udibile, verso la felicità perduta.

XXIV.

A pena giunsi in Roma, mi pentii d'esser partito. Trovai la città infocata, fiammeggiante, quasi deserta; e n'ebbi sgomento. Trovai la casa muta come un sepolcro, dove le medesime cose, le cose da me ben conosciute, avevano un aspetto diverso, strano; e n'ebbi sgomento. Mi sentii solo, in una solitudine spaventevole; ma non andai in cerca di amici, non volli ricordare né riconoscere amici. Solo mi misi alla caccia di un uomo contro il quale mi spingeva un odio implacabile: alla caccia di Filippo Arborio.

Speravo d'incontrarlo subito in qualche luogo publico. Andai alla trattoria che sapevo da lui frequentata. L'aspettai tutta una sera premeditando il modo dell'affronto. Il passo d'ogni nuovo venuto mi rimescolava il sangue. Ma egli non comparve. Interrogai i camerieri. Da lungo tempo non l'avevano visto.

Feci una visita alla sala d'armi. La sala era vuota, immersa nell'ombra verdognola prodotta dalle persiane chiuse, piena di quel particolare odore che l'innaffio solleva da un pavimento di tavole. Il maestro, abbandonato dagli allievi, mi accolse con grandi effusioni di benevolenza. Io ascoltai attentamente il racconto minuto dei trionfi riportati nelle gare dell'ultima academia. Poi gli chiesi notizie di alcuni amici frequentatori della sala; infine gli chiesi notizie di Filippo Arborio.

--Non è più a Roma, da quattro o cinque mesi--mi rispose il maestro.--Ho sentito dire che è malato, d'una malattia nervosa molto grave, e che difficilmente guarirà. Lo diceva il conte Galiffa. Ma non so altro.

Soggiunse:

--Era molto fiacco, in fatti. Qui da me ha preso poche lezioni. Temeva la stoccata; non poteva vedersi la punta d'avanti agli occhi....

--È ancora a Roma Galiffa?--gli domandai.

--No, è a Rimini.

Dopo alcuni momenti mi accomiatai.

La notizia inaspettata mi aveva colpito. Pensai: "Fosse vera!" E m'augurai che si trattasse d'una di quelle terribili malattie del midollo spinale o della sostanza cerebrale, che conducono un uomo alle infime degradazioni, all'idiotismo, alle più tristi forme della follia e quindi alla morte. Le nozioni apprese dai libri di scienza, i ricordi d'una visita a un manicomio, le imagini anche più precise lasciatemi impresse dal caso speciale di un mio amico, del povero Spinelli, ora mi tornavano alla memoria rapidamente. E rivedevo il povero Spinelli seduto su la gran poltrona di cuoio rosso, pallido d'un pallor terreo, con tutti i lineamenti della faccia irrigiditi, con la bocca dilatata e aperta, piena di saliva e d'un balbettio incomprensibile. E rivedevo il gesto ch'egli faceva ad ogni tratto per raccogliere nel fazzoletto quella saliva continua che gli colava dagli angoli della bocca. E rivedevo la figura bionda e smilza e dolente della sorella che metteva all'infermo un tovagliolo sotto il mento, come a un bambino, e con la sonda faringea gli introduceva nello stomaco i cibi ch'egli non avrebbe potuto inghiottire.

Pensavo: "Ho tutto da guadagnare. Se avessi un duello con un avversario così celebre, se lo ferissi gravemente, se l'uccidessi, il fatto, certo, non rimarrebbe segreto; correrebbe su tutte le bocche, sarebbe divulgato, comentato da tutte le gazzette. E potrebbe anche venire in chiaro la causa vera del duello! In vece questa malattia provvidenziale mi salva da ogni pericolo, da ogni fastidio, da ogni pettegolezzo. Io posso ben rinunziare a una voluttà sanguinaria, a un castigo inflitto con la mia mano (e sono poi certo dell'esito?), quando so paralizzato dalla malattia, ridotto all'impotenza l'uomo che detesto. Ma la notizia sarà vera? E se si trattasse d'un disturbo transitorio?" Mi venne una buona idea. Saltai in una vettura e mi feci condurre alla libreria, dell'editore. Nella strada consideravo mentalmente (con un vóto sincero) i due disturbi cerebrali più terribili per un uomo di lettere, per un artefice della parola, per uno stilista:--l'afasia e l'agrafia. E avevo la visione fantastica dei sintomi.

Entrai nella libreria. Da prima non distinsi nulla, con gli occhi abbacinati dalla luce esterna. Udii una voce nasale, dall'accento straniero, che mi chiedeva:

--Il signore desidera?...

Scorsi dietro il banco un uomo d'età inconoscibile, biondiccio, scarno, dilavato, una specie d'albino; e mi rivolsi a lui, indicandogli i titoli di alcuni libri. Ne comprai parecchi. Poi domandai l'ultimo romanzo di Filippo Arborio. L'albino mi porse _Il Segreto_. Allora m'atteggiai ad ammiratore fanatico del romanziere.

--Questo è l'ultimo?

--Sì, signore. La nostra casa ne ha annunziato un nuovo, da qualche mese:--_Turris eburnea_!

--Ah, _Turris eburnea_!

Il cuore mi diede un balzo.

--Ma credo che non potremo publicarlo.

--Perché mai?

--Il romanziere è molto malato.

--Malato! Di che male?

--D'una paralisi bulbare progressiva--rispose l'albino distaccando le tre parole terribili l'una dall'altra, con una certa affettazione di saccente.

"Ah, il male di Giulio Spinelli!"

--Il caso è grave, dunque.

--Gravissimo--sentenziò l'albino.--Ella sa che la paralisi non si arresta.

--Ma ora è al principio.

--Al principio; ma su la natura del male non c'è più dubbio. L'ultima volta che fu qui, io l'udii parlare. Già pronunziava con difficoltà alcune parole.

--Ah, voi l'udiste?

--Sì, signore. Aveva già la pronunzia indecisa, un po' tremolante in alcune parole....

Io incitavo l'albino con l'estrema attenzione, quasi ammirativa, che prestavo alle sue risposte. Credo ch'egli mi avrebbe volentieri distinte le consonanti contro le quali s'era incagliata la lingua del romanziere illustre.

--E ora dov'è?

--È a Napoli. I medici l'hanno sottoposto a una cura elettrica.

--Ah, a una cura elettrica!--ripetevo io con uno stupore ingenuo, come un uomo ignaro, volendo solleticare la vanità dell'albino e prolungare la conversazione.

Veramente, nella libreria stretta e lunga come un corridoio spirava un filo di frescura, per un riscontro. La luce era mite. Un commesso dormiva in pace, su una sedia, col mento sul petto, all'ombra d'un globo terraqueo. Nessuno entrava. Il libraio aveva qualche lato ridicolo che mi divertiva, così bianchiccio com'era, con quella bocca di rosicante, con quella voce nasale. E in una quiete di biblioteca era assai gradevole sentir dichiarare con tanta sicurezza l'infermità incurabile dell'uomo detestato.

--I medici hanno dunque speranza di salvarlo--dicevo, per incitare l'albino.

--Impossibile.

--Dobbiamo sperare che sia possibile, per la gloria delle lettere....

--Impossibile.

--Ma io credo che, nella paralisi progressiva, si dieno casi di guarigione.

--No, signore, no. Egli potrà vivere ancora due, tre, quattro anni; ma non guarire.

--E pure, io credo....

Non so da che mi venissero quella leggerezza d'animo nel prendermi gioco del mio informatore e quella curiosa compiacenza nell'assaporare un mio sentimento crudele. Certo, io godevo. E l'albino, punto dalla mia contraddizione, senza opporre altro, montò su una scaletta di legno posta contro uno scaffale elevato. Gracile com'era, pareva uno di quei gatti randagi, scarsi di carne e di pelo, che si spenzolano all'orlo dei tetti. Montando, urtò col capo un nastro ch'era teso da un angolo all'altro della libreria pel riposo delle mosche. Un nuvolo di mosche gli turbinò intorno con un ronzio fierissimo. Egli discese portando un volume: l'autorità da addurre in favore della morte. E le mosche implacabili discendevano con lui.

Mi mostrò il frontespizio. Era un trattato di patologia speciale medica.

--Ora sentirà.

Cercò nelle pagine. Poiché il volume era intonso, discostò con le dita due fogli congiunti; e aguzzando i suoi occhi bianchicci, lesse per entro: "_La prognosi della paralisi bulbare progressiva è sfavorevole...._" Soggiunse:

--Ora è persuaso?

--Sì. Ma che peccato! Un'intelligenza così rara!

Le mosche non si quietavano. Facevano tutte insieme un ronzio irritante. Assalivano me, l'albino, il commesso addormentato sotto il globo terraqueo.

--Quanti anni _aveva_?--chiesi io, sbagliando involontariamente il tempo del verbo, come se parlassi d'un defunto.

--Chi, signore?

--Filippo Arborio.

--Trentacinque anni, credo.

--Così giovine!

Avevo una strana voglia di ridere, una voglia puerile di ridere sul naso all'albino e di lasciarlo là stupefatto. Era una eccitazione singolarissima, un po' convulsiva, non mai provata, indefinita. Mi agitava lo spirito qualche cosa di simile a quella ilarità bizzarra e irrefrenabile che ci agita qualche volta tra le sorprese d'un sogno incoerente. Il trattato era rimasto aperto sul banco; e io mi chinai a guardare su una pagina una vignetta: un volto umano contorto da una smorfia atroce e grottesca. "_Emiatrofia sinistra della faccia._" E le mosche implacabili ronzavano, ronzavano senza posa.

Ma una preoccupazione mi tornò. Domandai:

--L'editore non ha ricevuto ancora il manoscritto della _Turris eburnea_?

--No, signore. L'annunzio fu dato; ma non esiste se non il titolo.

--Solo il titolo?

--Sì, signore. L'annunzio in fatti è stato soppresso.

--Grazie. Vi prego di mandarmi questi libri a casa, dentr'oggi.

Diedi il mio indirizzo e uscii.

Sul marciapiede ebbi una sensazione particolare di smarrimento. Mi pareva d'aver lasciato dietro di me un lembo di vita artificiale, fittizia, falsa. Quel che avevo fatto, quel che avevo detto, quel che avevo provato, e la figura dell'albino, e la sua voce, e il suo gesto: tutto mi pareva artificiale, assumeva l'inesistenza d'un sogno, il carattere d'una impressione avuta da una lettura recente, non dal contatto della realtà.

Montai in vettura; tornai a casa. La sensazione vaga si dissipò. Mi raccolsi per riflettere. Mi assicurai che tutto era reale, indubitabile. Si formarono facilmente dentro di me imagini dell'infermo a similitudine di quelle che mi dava il ricordo del povero Spinelli. Mi punse una nuova curiosità. "Se andassi a Napoli per vederlo?" E mi rappresentai lo spettacolo miserevole di quell'uomo intellettuale degradato dal morbo, balbuziente come un mentecatto. Non provavo più alcuna gioia. Ogni eccitazione d'odio era estinta. Una tristezza cupa mi piombò sopra.--La ruina di quell'uomo non influiva sul mio stato, non riparava alla mia ruina. Nulla era mutato in me, nella mia esistenza, nella previsione del mio avvenire.

E ripensai il titolo dell'annunziato libro di Filippo Arborio: _Turris eburnea_. I dubbii mi si affollarono nello spirito.--Si trattava d'un riscontro puramente casuale con l'appellativo della nota dedica? O lo scrittore aveva inteso creare un personaggio letterario a simiglianza di Giuliana Hermil, narrare la sua avventura recente?--E di nuovo la torturante interrogazione mi si ripresentò.--In che modo s'era svolta quell'avventura dal principio alla fine?

E riudii le parole gridate da Giuliana nella notte indimenticabile: "T'amo, t'ho amato sempre, sono stata sempre tua, sconto con quest'inferno un minuto di debolezza, intendi?, _un minuto di debolezza...._ È la verità. Non senti che è la verità?"

Ahimé, quante volte noi crediamo sentire la verità in una voce che mentisce! Nulla ci può difendere dall'inganno. Ma se quella che io avevo sentita nella voce di Giuliana era la verità pura, allora dunque veramente ella era stata sorpresa da colui in un languore dei sensi, nella mia casa stessa, ed aveva patita la violazione in una specie d'inconsapevolezza, e risvegliandosi aveva provato orrore e disgusto dell'atto irreparabile, e aveva scacciato colui e non l'aveva più riveduto?

Questa imaginazione, in fatti, non aveva contro di sé nessuna delle apparenze; le quali a punto davano a supporre che qualunque legame tra Giuliana e colui fosse stato troncato da gran tempo decisamente.

"Nella mia casa stessa!" io ripensavo, intanto. E nella casa muta come un sepolcro, nelle stanze deserte e piene d'afa, ero perseguitato dall'imagine inevitabile.

XXV.

Che fare? Rimanere ancora in Roma ad aspettare un'esplosione di follia dal mio cervello, in mezzo a quel fuoco, sotto quella rabbiosa canicola? Partire per il mare, per la montagna, andare a bevere l'oblio fra la gente, nei ritrovi eleganti d'estate? Risvegliare in me l'antico uomo voluttuario, alla ricerca di un'altra Teresa Raffo, di una qualunque amante vana?

Due o tre volte m'indugiai nel ricordo della Biondissima; che pure m'era caduta interamente dal cuore e anche, per un lungo periodo, dalla memoria. "Dove sarà ella? Sarà ancora legata con Eugenio Egano? Che proverei nel rivederla?" Era una curiosità fiacca. M'accorsi che il mio desiderio unico e profondo e invincibile era di tornare laggiù, alla mia casa di pena, al supplizio.

Presi con la massima sollecitudine i provvedimenti necessarii; feci una visita al dottor Vebesti, telegrafai alla Badiola il mio ritorno; e partii.

L'impazienza mi divorava; un'ansia acuta mi pungeva, quasi che io andassi in contro a straordinarie novità. Il viaggio mi parve interminabile. Disteso su i cuscini, oppresso dal caldo, soffocato dalla polvere che penetrava per gli interstizi, mentre il romore monotono del treno si accordava al canto monotono delle cicale senza sopire il mio fastidio, io pensavo agli eventi prossimi, consideravo le possibilità future, cercavo di scrutare la grande ombra. Il _padre_ era mortalmente colpito. Quale sorte attendeva il _figlio_?

XXVI.

Nessuna novità, alla Badiola. La mia assenza era stata brevissima. Il mio ritorno fu festeggiato. Il primo sguardo di Giuliana mi espresse un'infinita gratitudine.

--Hai fatto bene a tornar subito--mi disse mia madre sorridendo.--Giuliana non aveva requie. Ora non ti moverai più, speriamo.

Soggiunse, accennando al ventre dell'incinta:

--Non vedi un progresso? Oh, a proposito, ti sei ricordato dei merletti? No? Smemorato!

Subito, fin dai primi momenti, ricominciava il supplizio.

A pena io e Giuliana rimanemmo soli, ella mi disse:

--Non speravo che tu tornassi tanto presto. Come ti sono grata!

Nell'attitudine, nella voce ella era timida, umile, teneramente. Mi apparve anche più vivo il contrasto fra il suo volto e il resto della sua persona. Era per me visibile di continuo sul suo volto una particolare espressione penosa che rivelava in lei la continua insofferenza della deturpante e disonorante gravezza da cui il suo corpo era afflitto. Quell'espressione non l'abbandonava mai; era visibile anche a traverso le altre espressioni transitorie che, per quanto forti, non valevano a cancellarla; era inerente e fissa; e m'impietosiva, e mi scioglieva i rancori, e mi velava la brutalità troppo talora manifesta nei momenti d'ironica perspicacia.

--Che hai fatto in questi giorni?--io le chiesi.

--T'ho aspettato. E tu?

--Nulla. Ho desiderato di tornare.

--Per me?--ella mi domandò, timida e umile.

--Per te.

Ella socchiuse le palpebre, e un barlume di sorriso le tremolò sul volto. Sentii che io non ero mai stato amato come in quell'ora.

Disse, dopo una pausa, guardandomi con gli occhi umidi:

--Grazie.

L'accento, il sentimento espresso mi ricordarono un altro _grazie_: quello da lei proferito in un mattino lontanissimo della convalescenza, nel mattino del mio primo delitto.

XXVII.

E così ricominciò la mia fatica alla Badiola e continuò trista, senza episodii notevoli, mentre l'ora s'indugiava nel quadrante solare aggravata dalla monotonia delle cicale che frinivano su gli olmi. _Hora est benefaciendi!_

E nel mio spirito si avvicendarono i soliti fermenti, le solite inerzie, i soliti sarcasmi, le solite vane aspirazioni, le solite crisi contraddittorie: l'abondanza e l'aridità. E più d'una volta, considerando quella cosa grigia neutra mediocre fluida e onnipossente che è la vita, pensai: "Chi sa! L'uomo è, sopra tutto, un animale accomodativo. Non c'è turpitudine o dolore a cui non s'adatti. Può anche essere che io finisca con un accomodamento. Chi sa!"

Mi sterilivo a furia d'ironie. "Chi sa che il figlio di Filippo Arborio non sia, come si dice, _tutto il mio ritratto_. L'accomodamento allora sarà anche più facile." E ripensavo alla triste voglia di ridere che m'era venuta una volta sentendo dire d'un bimbo (che io sapevo sicuramente adulterino) alla presenza dei legittimi coniugi:

--Tutto suo padre!--E la somiglianza era straordinaria, per quella misteriosa legge che i fisiologi chiamano _eredità d'influenza_.

Per quella legge il figlio talvolta non somiglia né al padre né alla madre, ma somiglia all'uomo che ha avuto con la madre un contatto anteriore alla fecondazione. Una donna maritata in seconde nozze, tre anni dopo la morte del primo marito, genera figli che hanno tutti i lineamenti del marito defunto e non somigliano in nulla a colui che li ha procreati.

"Può essere dunque che Raimondo porti la mia impronta e sembri un Hermil autentico" pensavo. "Può essere che io riceva speciali congratulazioni per avere impresso con tanto vigore all'Erede il suggello gentilizio!"

"E se l'aspettazione di mia madre, di mio fratello fosse delusa? Se Giuliana desse alla luce una terza femmina?" Questa probabilità mi quietava. Mi pareva che avrei avuta una repulsione minore verso la neonata e che avrei potuto forse anche sopportarla. Ella col tempo si sarebbe allontanata dalla mia casa, avrebbe preso un altro nome, avrebbe vissuto in mezzo a un'altra famiglia.

Intanto, come più s'avvicinava il termine, l'impazienza diveniva più fiera. Ero stanco di aver sempre avanti agli occhi quel ventre enorme che cresceva senza misura. Ero stanco di dibattermi sempre nella medesima sterile agitazione, tra i medesimi timori e le medesime perplessità. Avrei voluto che gli eventi precipitassero, che in fine una qualunque catastrofe si producesse. Qualunque catastrofe era preferibile a quell'orribile agonia.

Un giorno, mio fratello domandò a Giuliana:

--E bene? Quanto tempo ancora?

Ella rispose:

--Ancora un mese!

Io pensai: "Se la storia del minuto di debolezza è vera, ella deve conoscere il giorno preciso del concepimento."

Eravamo in settembre. L'estate era per morire. Era prossimo l'equinozio d'autunno, il più dolce tempo dell'anno, quel tempo che sembra portare in sé una specie di ebrietà aerea diffusa dalle uve mature. L'incanto mi penetrava a poco a poco, mi ammolliva l'anima; qualche volta mi dava un bisogno smanioso di tenerezze, di espansioni delicate. Maria e Natalia passavano lunghe ore con me, sole con me, nelle mie stanze o fuori per la campagna. Io non le avevo mai amate d'un amore così profondo e così gentile. Da quelli occhi impregnati di pensiero a pena consciente mi scendeva qualche volta nell'intimo spirito un raggio di pace.

XXVIII.

Un giorno andavo in cerca di Giuliana, per la Badiola. Erano le prime ore del pomeriggio. Non avendola trovata nelle sue stanze, non avendola trovata altrove, entrai nell'appartamento di mia madre. Le porte erano aperte; non si udivano voci né rumori; le tende leggère delle finestre palpitavano; s'intravedeva pei vani il verde degli olmi; una lene aura di rezzo spirava fra le pareti chiare.