# L'Innocente

## Part 13

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Seguì un intervallo di silenzio.

--Credi tu--ella mi domandò, con una timidezza penosa--credi tu che la colpa sia grave, quando l'anima non consente?

Bastò quell'accenno alla _colpa_ per rimescolare in me d'un tratto il torbido fondo che s'era quietato; e una specie di rigurgito amaro mi salì alla bocca. Involontariamente mi uscì dalle labbra il sarcasmo. Dissi, facendo segno di sorridere:

--Povera anima!

Apparve sul volto di Giuliana un'espressione di dolore così intensa che io subito provai una fitta di pentimento acutissima. M'accorsi che non avrei potuto farle una ferita più cruda e che l'ironia in quell'ora, contro quella creatura sommessa, era la peggiore delle viltà.

--Perdonami--ella disse con l'aspetto di una donna colpita a morte (e mi parve proprio ch'ella avesse l'occhio dolce, triste, quasi infantile che avevo veduto qualche volta ai feriti adagiati nelle barelle)--perdonami. Anche tu ieri parlasti di anima.... Tu pensi ora: "_Queste sono le cose che le donne dicono, per farsi perdonare._" Ma io non cerco di farmi perdonare. So che il perdono è impossibile, che l'oblio è impossibile. So che non c'è scampo. Intendi? Volevo soltanto farmi perdonare da te i baci che ho presi da tua madre....

Ancora era sommessa la sua voce, debolissima, e pure lacerante come un grido acuto e iterato.

--Mi sentivo su la fronte un peso di dolore così grande che non per me, Tullio, ma per quel dolore, soltanto, per quel dolore accettavo su la fronte i baci di tua madre. E se io ero indegna, quel dolore era degno. Tu puoi perdonarmi.

Ebbi un moto di bontà, di pietà ma non cedetti. Io non la guardavo negli occhi. Il mio sguardo andava involontariamente al grembo, come per scoprire i segni della cosa tremenda; e facevo sforzi enormi per non contorcermi negli accessi di spasimo, per non darmi ad atti insensati.

--Certi giorni differivo d'ora in ora l'esecuzione del mio proposito; e il pensiero di questa casa, di ciò che sarebbe accaduto dopo in questa casa, mi toglieva il coraggio. E così svanì anche la speranza di poterti nascondere la verità, di poterti salvare; perché fin dai primi giorni la mamma indovinò il mio stato. Ti ricordi tu di quel giorno che là alla finestra, per l'odore delle violacciocche, ebbi un disturbo? Fin da allora, la mamma se ne accorse. Imagina i miei terrori! Io pensavo: "Se mi uccido, Tullio avrà la rivelazione dalla madre. Chi sa fin dove giungeranno le conseguenze del male che ho fatto!" E mi divoravo l'anima, giorno e notte, per trovare il modo di salvarti. Quando tu domenica mi domandasti: "Vuoi che andiamo martedì a Villalilla?", io acconsentii senza riflettere, mi abbandonai al destino, mi affidai alla forza del caso, alla ventura. Ero certa che quello sarebbe stato il mio ultimo giorno. Questa certezza mi esaltava, mi dava una specie di demenza. Ah, Tullio, ripensa alle tue parole di ieri e dimmi se comprendi ora il mio martirio.... Lo comprendi?

Ella si chinò, si protese verso di me, come per spingermi dentro l'anima la sua domanda angosciosa; e, tenendo le dita intrecciate, si torceva le mani.

--Non m'avevi mai parlato così; non avevi mai avuta quella voce. Quando là, al sedile, tu mi domandasti: "_È troppo tardi, forse?_", io ti guardai e il tuo viso mi fece paura. Potevo risponderti: "Sì, è troppo tardi?" Potevo spezzarti il cuore a un tratto? Che sarebbe accaduto di noi? E allora volli concedermi l'ultima ebrezza, diventai folle, non vidi più che la morte e la mia passione.

Ella era divenuta stranamente rauca. Io la guardavo; e mi pareva di non riconoscerla, tanto era trasfigurata. Una convulsione contraeva tutte le linee del suo viso; il labbro inferiore le tremava forte; gli occhi le ardevano d'un ardore febrile.

--Mi condanni?--domandò rauca ed acre.--Mi disprezzi per quel che feci ieri?

Si coprì il viso con le mani. Poi, dopo una pausa, con un accento indefinibile di strazio, di voluttà e di orrore, con un accento venutole chi sa da quale abisso dell'essere, ella soggiunse:

--Iersera, _per non distruggere quel che di te m'era rimasto nel sangue_, indugiavo a prendere il veleno.

Le mani le ricaddero. Ella scosse da sé la debolezza, con un atto risoluto. La sua voce divenne più ferma.

--Il destino ha voluto che io vivessi fino a quest'ora. Il destino ha voluto che tu sapessi da tua madre la verità: da tua madre! Iersera, quando tu rientrasti qui, sapevi tutto. E tacesti, e d'avanti a tua madre mi baciasti la guancia che io ti offrivo. Lascerai che prima di morire io ti baci le mani. Non ti chiedo altro. T'ho aspettato per obbedirti. Sono pronta a tutto. Parla.

Io dissi:

--È necessario che tu viva.

--Impossibile, Tullio; impossibile--ella esclamò.--Hai tu pensato _a quel che accadrebbe se io vivessi_?

--Ho pensato. È necessario che tu viva.

--Orrore!

Ed ella ebbe un sussulto violento, un moto istintivo di raccapriccio, forse perché sentì nelle sue viscere _quell'altra vita_, il nascituro.

--Ascoltami, Tullio. Oramai tu sai tutto; oramai non debbo uccidermi per nasconderti una vergogna, per evitare di ritrovarmi innanzi a te. Tu sai tutto; e siamo qui, e possiamo ancora guardarci, possiamo ancora parlare! Si tratta di ben altro. Io non penso di eludere la tua vigilanza per darmi la morte. Io voglio anzi che tu mi aiuti a scomparire nel modo più naturale che sia possibile per non destare sospetti qui nella casa. Ho due veleni: la morfina e il sublimato corrosivo. Forse non servono. Forse è difficile tener celato un avvelenamento. E bisogna che la mia morte sembri involontaria, cagionata da un caso qualunque, da una disgrazia. Intendi? In questo modo noi raggiungeremo lo scopo. Il segreto rimarrà fra noi due....

Ella ora parlava rapidamente, con una espressione di serietà ferma, come se ragionasse per persuadermi ad accettare un accordo utile non un patto di morte, non una parte di complice nell'attuazione d'un proposito insensato. Io lasciavo ch'ella continuasse. Una specie di fascino strano mi faceva rimaner là a guardare, ad ascoltare quella creatura così fragile, così pallida, così malata, in cui entravano onde di energia morale così veementi.

--Ascoltami, Tullio. Ho un'idea. Federico m'ha raccontato la tua follia di oggi, il pericolo che hai corso oggi su l'argine dell'Assoro, m'ha raccontato tutto. Io pensavo, tremando: "Chi sa per quale impeto di dolore s'è gittato a quel rischio!" E, ancora pensando, m'è parso di comprendere. Ho avuta una divinazione. E tutte le altre tue sofferenze future, mi si sono affacciate all'anima: sofferenze da cui nulla ti potrebbe difendere, sofferenze che aumenterebbero di giorno in giorno, inconsolabili, intollerabili. Ah, Tullio, certo tu le hai già presentite e pensi che non potresti sostenerle. Un solo mezzo c'è per salvare te, me, le nostre anime, il nostro amore; sì, lasciami dire: _il nostro amore_. Lasciami ancora credere alle tue parole di ieri e lasciami ripetere che io ti amo ora come non t'ho amato mai. A punto per questo, a punto perché noi ci amiamo, bisogna che io sparisca dal mondo, bisogna che tu non mi veda più.

Fu straordinaria l'elevazione morale che rialzò la voce, tutta la persona di lei, in quell'istante. Un gran fremito mi agitò; un'illusione fugace s'impadronì del mio spirito. Credetti che veramente in quell'istante il mio amore e l'amore di quella donna si trovassero di fronte alti d'una smisurata altezza ideale e scevri di miseria umana, non macchiati di colpa, intatti. Riebbi per pochi attimi la stessa sensazione provata in principio quando il mondo reale m'era parso completamente vanito. Poi, come sempre, il fenomeno inevitabile si compì. Quello stato di conscienza non mi appartenne più, si fece obbiettivo, mi diventò _estraneo_.

--Ascoltami--seguitò ella, abbassando la voce, come per tema che qualcuno udisse.--Ho mostrato a Federico un gran desiderio di rivedere il bosco, le carbonaie, tutti quei luoghi. Domattina Federico non potrà accompagnarci perché dovrà tornare a Casal Caldore. Andremo noi due soli. Federico m'ha detto che potrò montare Favilla. Quando saremo su l'argine.... farò quel che tu hai fatto stamani. Accadrà una disgrazia. Federico m'ha detto che è impossibile salvarsi dall'Assoro.... Vuoi?

Se bene ella proferisse parole coerenti, sembrava in preda a una specie di delirio. Un rossore insolito le accendeva la sommità delle gote, e gli occhi le splendevano straordinariamente.

Una visione del fiume sinistro mi passò nello spirito, rapida.

Ella ripetè, tendendosi verso di me:

--Vuoi?

Io m'alzai, le presi le mani. Volevo calmare la sua febbre. Una pena e una pietà immense mi premevano. E la mia voce fu dolce, fu buona; tremò di tenerezza.

--Povera Giuliana! Non t'agitare così. Tu soffri troppo; il dolore ti fa insensata, povera anima! Bisogna che tu abbia molto coraggio; bisogna che tu non pensi più alle cose che hai dette.... Pensa a Maria, a Natalia.... Io ho accettato questo castigo. Per tutto il male che ho fatto, forse meritavo questo castigo. L'ho accettato; lo sopporterò. Ma è necessario che tu viva. Mi prometti, Giuliana, per Maria, per Natalia, per quanto hai cara la mamma, per le cose che io ti dissi ieri, mi prometti che in nessun modo cercherai di morire?

Ella teneva il capo chino. E d'un tratto, liberando le sue mani, afferrò le mie e si mise a baciarmele furiosamente; e io sentii su la mia pelle il caldo della sua bocca, il caldo delle sue lacrime. E, come io tentavo di sottrarmi, ella dalla sedia cadde in ginocchio, senza lasciarmi le mani, singhiozzando, mostrandomi la sua faccia sconvolta, dove il pianto colava a rivi, dove la contrazione della bocca rivelava l'indicibile spasimo da cui tutto l'essere era convulso. E, senza poterla rialzare, senza poter più parlare, soffocato da un accesso violento d'ambascia, soggiogato dalla forza dello spasimo che contraeva quella povera bocca smorta, abbandonato da qualunque rancore, da qualunque orgoglio, non provando se non la cieca paura della vita, non sentendo nella donna prostrata e in me se non la sofferenza umana, l'eterna miseria umana, il danno delle trasgressioni inevitabili, il peso della nostra carne bruta, l'orrore delle fatalità inscritte nelle radici stesse del nostro essere e inabolibili, tutta la corporale tristezza del nostro amore, anch'io caddi in ginocchio d'innanzi a lei per un bisogno instintivo di prostrarmi, di uguagliarmi anche nell'attitudine alla creatura che soffriva e che mi faceva soffrire. E anch'io ruppi in singhiozzi. E ancora una volta, dopo tanto, rimescolammo le nostre lacrime, ahi me!, che erano così cocenti e che non potevano mutare il nostro destino.

XVI.

Chi saprà mai rendere con le parole quel senso di aridità desolata e di stupore, che resta nell'uomo dopo uno spargimento inutile di pianto, dopo un parosismo d'inutile disperazione? Il pianto è un fenomeno passeggero, ogni crisi deve risolversi, ogni eccesso è breve; e l'uomo si ritrova esausto, quasi direi disseccato, più che mai convinto della propria impotenza, corporalmente stupido e triste, d'innanzi alla realtà impassibile.

Io primo terminai di piangere; io primo riebbi negli occhi la luce; io primo feci attenzione alla positura della mia persona, a quella di Giuliana, alle cose circostanti. Eravamo ancora in ginocchio l'uno di fronte all'altra, sul tappeto; e ancora qualche singulto scoteva Giuliana. La candela ardeva sul tavolo, e la fiammella si moveva a quando a quando come inchinata da un soffio. Nel silenzio il mio orecchio percepì il piccolo rumore d'un orologio che doveva essere nella stanza, posato in qualche luogo. La vita scorreva, il tempo fuggiva. La mia anima era vuota e sola.

Passata la veemenza del sentimento, passata quell'ebrietà di dolore, le nostre attitudini non avevano più significato, non avevano più ragion d'essere. Bisognava che io mi alzassi, che io sollevassi Giuliana, che io dicessi qualche cosa, che quella scena avesse una chiusura definitiva; ma io provavo per tutto ciò una strana ripugnanza. Mi pareva di non essere più capace del minimo sforzo materiale e morale. M'incresceva di trovarmi là, in quelle necessità, in quelle difficoltà, costretto a quella continuazione. E una specie di rancore sordo incominciò a muoversi vagamente in fondo a me, contro Giuliana.

M'alzai. L'aiutai ad alzarsi. Ciascun singulto, che ancora a quando a quando la scoteva, aumentava in me quel rancore inesplicabile.

È proprio vero dunque che qualche parte d'odio si cela in fondo ad ogni sentimento che accomuna due creature umane, cioè che ravvicina due egoismi. È proprio vero dunque che questa parte d'odio immancabile disonora sempre i nostri più teneri abbandoni, i nostri migliori impeti. Tutte le belle cose dell'anima portano in loro un germe di corruzione latente, e devono corrompersi.

Io dissi (e temevo che la voce mio malgrado non fosse a bastanza dolce):

--Càlmati, Giuliana. Ora bisogna che tu sii forte. Vieni, siedi qui. Càlmati. Vuoi un poco d'acqua da bere? Vuoi qualche cosa da odorare? Dimmi tu.

--Sì, un poco d'acqua. Cerca là, nell'alcova, sul tavolo da notte.

Ella aveva ancora una voce di pianto; e si asciugava la faccia con un fazzoletto, seduta su un divano basso, di contro al grande specchio d'un armario. Il singulto le durava ancora.

Entrai nell'alcova per prendere il bicchiere. Nella penombra scorsi il letto. Era già preparato: un lembo delle coperte era rialzato e discostato, una lunga camicia bianca era posata presso il guanciale. Subito il mio senso acuto e vigile percepì il fievole odore della batista, un odore svanito d'ireos e di mammola che conoscevo. La vista del letto, l'odore noto mi diedero un turbamento profondo. In fretta versai l'acqua ed uscii per portare il bicchiere a Giuliana che aspettava.

Ella bevve qualche sorso, a riprese, mentre io, in piedi d'avanti a lei, la guardavo notando l'atto della sua bocca. Disse:

--Grazie, Tullio.

E mi rese il bicchiere non vuotato se non a metà. Come avevo sete, io bevvi il resto dell'acqua. Bastò quel piccolo fatto irriflessivo per aumentare in me il turbamento. Sedetti anch'io sul divano. E tacemmo, ambedue assorti nel nostro pensiero, separati da un breve spazio.

Il divano con le nostre figure si rifletteva nello specchio dell'armario. Senza guardarci noi potevamo vedere i nostri volti ma non bene distinti perché la luce era scarsa e mobile. Io consideravo fissamente nel fondo vago dello specchio la figura di Giuliana che prendeva a poco a poco nella sua immobilità un aspetto misterioso, l'inquietante fascino di certi ritratti feminili oscurati dal tempo, l'intensa vita fittizia degli esseri creati da una allucinazione. Ed accadde che a poco a poco quell'imagine discosta mi sembrò più viva della persona reale. Accadde che a poco a poco in quell'imagine io vidi la donna delle carezze, la donna di voluttà, l'amante, l'infedele.

Chiusi gli occhi. L'Altro comparve. Una delle note visioni si formò.

Io pensavo: "Ella non ha finora mai alluso direttamente alla sua caduta, al modo della sua caduta. Una sola frase significante ella ha proferito:--Credi tu che la colpa sia grave _quando l'anima non consente_?--Una frase! E che ha voluto ella significare? Si tratta d'una delle solite distinzioni sottili che servono a scusare e ad attenuare tutti i tradimenti e tutte le infamie. Ma, in somma, quale specie di relazione è corsa tra lei e Filippo Arborio, oltre quella carnale innegabile? E in quali circostanze ella s'è abbandonata?" Un'atroce curiosità mi pungeva. Le suggestioni mi venivano dalla mia stessa esperienza. Mi tornavano alla memoria, precise, certe particolari maniere di cedere usate da alcune delle mie antiche amanti. Le imagini si formavano, si mutavano, si succedevano lucide e rapide. Rivedevo Giuliana, quale l'avevo veduta in giorni lontani, sola nel vano d'una finestra, con un libro su le ginocchia, tutta languida, pallidissima, nell'attitudine di chi sia per venir meno, mentre un'alterazione indefinibile, come una violenza di cose soffocate, passava ne' suoi occhi troppo neri.--Era stata sorpresa da colui in uno di quei languori, nella mia casa stessa, ed aveva patita la violazione in una specie d'inconsapevolezza, e risvegliandosi aveva provato orrore e disgusto dell'atto irreparabile, e aveva scacciato colui e non l'aveva più riveduto? O pure aveva consentito a recarsi in qualche luogo segreto, in un piccolo appartamento remoto, forse in una delle camere mobiliate per ove passano le sozzure di cento adulterii, e aveva ricevuto e prodigato sul medesimo guanciale tutte le carezze, non una sola volta, ma più volte, ma molti giorni di seguito, ad ore stabilite, nella sicurtà procuratale dalla mia incuranza? E rividi Giuliana d'avanti allo specchio nel giorno di novembre, la sua attitudine nell'appuntare il velo al cappello, il colore del suo abito, e poi il suo passo leggero "sul marciapiede dalla parte del sole."--Quella mattina era andata a un ritrovo forse?

Io soffrivo una tortura senza nome. La smania di sapere mi torceva l'anima; le imagini fisiche mi esasperavano. Il rancore contro Giuliana diveniva più acre; e il ricordo delle voluttà recenti, il ricordo del letto nuziale di Villalilla, quel che di lei m'era rimasto nel sangue, alimentavano una cupa fiamma. Dalla sensazione che mi dava la vicinanza del corpo di Giuliana, da uno speciale tremito io m'accorsi che ero già caduto in preda alla ben nota febbre della gelosia sessuale e che per non cedere a un impeto odioso bisognava fuggire. Ma la mia volontà pareva colpita da paralisi; io non ero padrone di me. Rimanevo là, tenuto da due forze contrarie, da una repulsione e da una attrazione interamente fisiche, da una concupiscenza mista di disgusto, da un oscuro contrasto che io non potevo sedare perché si svolgeva nell'infimo della mia sostanza bruta.

L'Altro, dall'istante in cui era comparso, era rimasto di continuo innanzi a me. Era Filippo Arborio? Avevo proprio indovinato? Non m'ingannavo?

Mi voltai verso Giuliana all'improvviso. Ella mi guardò. La domanda repentina mi rimase strozzata nella gola. Abbassai gli occhi, piegai il capo: e, con la stessa tensione spasmodica che avrei provato nello strapparmi da una parte del corpo un lembo di carne viva, osai chiedere:

--Il nome di _quell'uomo_?

La mia voce era tremante e roca, e faceva male a me medesimo.

Alla domanda inaspettata, Giuliana trasalì; ma tacque.

--Non rispondi?--incalzai, sforzandomi di comprimere la collera che stava per invasarmi, quella collera cieca che già la notte innanzi nell'alcova era passata sul mio spirito come una raffica.

--Oh mio Dio!--ella gemette angosciosamente, abbattendosi sul fianco, nascondendo la faccia in un cuscino.--Mio Dio, mio Dio!

Ma io volevo sapere; io volevo strapparle la confessione ad ogni costo.

--Ti ricordi--seguitai--ti ricordi tu di quella mattina che entrai nella tua stanza all'improvviso, su i primi di novembre? Ti ricordi? Entrai non so perché: perché tu cantavi. Cantavi l'aria di Orfeo. Eri quasi pronta per uscire. Ti ricordi? Io vidi un libro su la tua scrivania, l'apersi, lessi sul frontespizio una dedica.... Era un romanzo:--_Il Segreto_.... Ti ricordi?

Ella rimaneva abbattuta sul cuscino, senza rispondere. Mi chinai verso di lei. Tremavo d'un ribrezzo simile a quello che precede il freddo della febbre. Soggiunsi:

--È forse colui?

Ella non rispose, ma si sollevò con un impeto disperato. Pareva demente. Fece l'atto di gettarsi su me, poi si trattenne.

--Abbi pietà! Abbi pietà!--proruppe.--Lasciami morire! Questo che tu mi fai soffrire è peggiore di qualunque morte. Tutto ho sopportato, tutto potrei sopportare; ma questo non posso, non posso.... Se io vivrò, sarà per noi un martirio di tutte l'ore, ed ogni giorno più sarà terribile. E tu mi odierai: tutto il tuo odio mi verrà sopra. Lo so, lo so. Ho già sentito l'odio nella tua voce. Abbi pietà! Lasciami prima morire!

Pareva demente. Aveva il bisogno smanioso di aggrapparsi a me; e, non osando, si torceva le mani per trattenersi, con un orgasmo di tutta la persona. Ma io la presi per le braccia, l'attirai a me.

--Non saprò dunque nulla?--le dissi quasi su la bocca, divenuto anch'io demente, incitato da un istinto crudele che rendeva rudi le mie mani.

--T'amo, t'ho amato sempre, sono stata sempre tua, sconto con quest'inferno un minuto di debolezza, intendi?, _un minuto di debolezza_.... È la verità. Non senti che è la verità?

Ancora un attimo lucido; e poi l'effetto d'un impulso cieco, selvaggio, inarrestabile.

Ella cadde sul cuscino rovescia. Le mie labbra soffocarono il suo grido.

XVII.

Molte cose quella stretta violenta aveva soffocate. "Selvaggio! Selvaggio!" Io rivedevo le lacrime mute che avevano riempito a Giuliana il cavo degli occhi; riudivo il rantolo ch'ella aveva emesso nel sussulto supremo, un rantolo d'agonizzante. E mi ripassava per l'anima un'onda di quella tristezza, non somigliante a nessun'altra, che dopo l'atto m'era piombata sopra. "Ah, veramente selvaggio!" La prima suggestione del delitto non era entrata in me proprio allora? Non s'era affacciata alla mia conscienza, durante la furia, un'intenzione micidiale?

E ripensavo alle amare parole di Giuliana: "Ho la vita tenace". Non la tenacità della sua vita mi pareva straordinaria ma quella dell'_altra vita_ ch'ella portava dentro; e contro quella a punto io m'esasperavo, contro quella incominciavo a macchinare.

Non erano ancora manifesti nella persona di Giuliana i segni esterni: l'allargamento dei fianchi, l'aumento del volume nel ventre. Ella si trovava dunque ancora ai primi mesi: forse al terzo, forse al principio del quarto. Le aderenze che univano il feto alla matrice dovevano esser deboli. L'aborto doveva essere facilissimo. Come mai le violente commozioni della giornata di Villalilla e di quella notte, gli sforzi, gli spasimi, le contratture, non l'avevano provocato? Tutto m'era avverso, tutti i casi congiuravano contro di me. E la mia ostilità diveniva più acre.

Impedire che il figlio nascesse era il mio segreto proposito. Tutto l'orrore della nostra condizione veniva dalla antiveggenza di quella natività, dalla minaccia dell'intruso. Come mai Giuliana, al primo sospetto, non aveva tentato ogni mezzo per distruggere il concepimento infame? Era stata ella trattenuta da un pregiudizio, da una paura, da una ripugnanza instintiva di madre? Aveva ella un senso materno anche per il feto adulterino?

