L'innesto: Commedia in tre atti

Part 3

Chapter 33,686 wordsPublic domain

Tua, tua, sì! Ah, non puoi immaginarti come, ora! E pure vorrei ancora di più! Ma non so come!

GIORGIO.

Ancora di più?

LAURA.

Sì, ancora più tua — ma non è possibile! Tu lo sai, è vero? lo sai che di più non è possibile?

GIORGIO.

Sì, Laura.

LAURA.

Lo sai? Di più, si morirebbe. Eppure ne vorrei morire.

GIORGIO.

No! Che dici?

LAURA.

Per me dico; per non esser più io.... non so, una cosa che senta ancora minimamente di vivere per sè.... ma una cosa tua, che tu possa fare più tua, tutta del tuo amore, del tuo amore, intendi? tutta in te, così, del tuo amore, come sono!

GIORGIO.

Sì, sì, come sei! come sei!

LAURA.

Tu lo senti, è vero? lo senti che sono così, tutta del tuo amore? e che non ho per me più niente, niente, nè un pensiero, nè un ricordo per me, di nulla più.... tutta, assolutamente tua, per te, del tuo amore?

GIORGIO.

Sì, sì!

Laura, che ha proferito le parole precedenti con la più immedesimata intensità, che è quasi il succhio della pianta di cui le ha parlato il giardiniere, si fa pallidissima, sorridendo di un sorriso che vanisce nella beatitudine di un deliquio, e gli appoggia la fronte sul petto.

Laura?

LAURA.

Ah?

GIORGIO.

Oh Dio! Laura! Che hai?

LAURA.

Nulla.... nulla....

Sorride, levando il volto.

Vedi? Nulla.

GIORGIO.

Ma ti sei fatta pallida!

LAURA.

No; non è niente.

GIORGIO.

Sei tutta fredda! Siedi, siedi!

LAURA.

Ma no.... Non mi dare ajuto.... Tu non capisci....

GIORGIO.

Che cosa?

LAURA.

Che è così.... che è così....

GIORGIO.

Che cosa è così?

LAURA.

Che io sono tutta del tuo amore — così!

GIORGIO.

Ma sì, siedi.... siedi qua...

LAURA.

L’ho toccata qua sul tuo petto.... per un attimo, congiunta...

GIORGIO.

Che cosa?

LAURA.

Sì, col tuo amore e col mio, congiunta, sul tuo petto per un attimo — la vita.

GIORGIO.

Ma che dici?

LAURA

ha un brivido violento che la scuote tutta e di nuovo la costringe ad aggrapparsi a lui.

Oh Dio!

GIORGIO

sorreggendola.

Ma tu ti fai male! Che hai?.... Che hai?....

LAURA.

Niente. Un po’ di freddo. Un po’ di smarrimento.

GIORGIO.

È troppo, vedi! Ti sei troppo....

LAURA

subito, con ardore quasi eroico.

Sì, ma voglio così!

GIORGIO.

No, così è male! No.

Le prende il volto fra le mani.

Tu sei il mio amore; ma io non voglio, non voglio che tu ne abbia male!

LAURA

bevendo la dolcezza delle parole di lui.

No?

GIORGIO.

No, non voglio! Vedi? I tuoi occhi....

S’interrompe vedendosi guardato in un modo che gli fa perdere la voce.

LAURA

seguitando a guardarlo, quasi provocante.

Di’.... parla, parla....

GIORGIO

ebbro.

Dio mio, Laura....

LAURA

ridendo, gaja.

I miei occhi? Ma guarda, guarda.... Non vedi che ci sei tu?

GIORGIO.

Lo vedo. Ma tu ridi....

LAURA.

No, no, non rido più!

GIORGIO.

È per te, bada!

LAURA.

Sì. Basta. Siamo buoni, ora! Siedi, siedi qua anche tu: ti faccio posto!

Nella sedia a sdrajo.

GIORGIO.

No, siedo qua allora!

Indica lo sgabello.

LAURA

si alza dalla sedia a sdrajo.

No, qua.... e io, così.

Gli siede sulle ginocchia.

GIORGIO.

Sì, sì.

LAURA.

No, buoni! Di’, sei passato dalla mamma?

GIORGIO.

Sì, ma non l’ho trovata.

LAURA.

Non hai veduto neanche Giulietta?

GIORGIO.

Era uscita con la mamma.

LAURA.

E non t’hanno detto nulla a casa?

GIORGIO.

No, nulla. Perchè?

LAURA.

Perchè ho telefonato di qua alla mamma.

GIORGIO.

Tu? Stamattina?

LAURA.

Sì.

GIORGIO.

Per me? Volevi forse qualche cosa?

LAURA.

No. Mi sono sentita un po’ male.

GIORGIO.

Ah sì? Quando?

LAURA.

Poco dopo che sei andato via tu. Quando mi sono levata. Ma nulla, sai? È passato!

GIORGIO.

Che ti sei sentito?

LAURA.

Nulla, ti dico. Non so. Mi son sentita mancare, appena mi sono alzata. Un momento, sai? Ecco, come dianzi!

GIORGIO.

E hai telefonato alla mamma per il medico?

LAURA.

No! Che medico! Per te. Per dire a te, che tornassi presto. La mamma mi rispose, che avrebbe fatto venire il dottor Romeri con te.

GIORGIO.

Ma non m’ha detto niente nessuno!

LAURA.

Meglio così! È stata una pensata della mamma. Io mi sono opposta. Le ho ripetuto dieci volte che non ce n’era bisogno! Ma sai com’è la mamma? Ho paura che ce la vedremo spuntare da un momento all’altro, qua, col dottor Romeri.

GIORGIO.

E sarà bene! così vedrà....

LAURA.

Ma no! Che vuoi che veda! Io avevo bisogno, che tornassi tu, presto! Sei tornato. Basta.

GIORGIO.

Ma forse il medico....

LAURA.

Che vuoi che mi faccia il medico? Bada: se viene, non mi faccio neanche vedere!

GIORGIO.

Ma perchè?

LAURA.

Perchè no! Non mi faccio vedere. O se no, guarda: gli parlo così

Eseguendo.

con la faccia nascosta sotto la tua giacca. E gli dico....

GIORGIO

sorridendo.

Che è per causa mia?

LAURA

dopo una pausa, in ascolto sul petto di lui.

Aspetta!

GIORGIO.

Che fai?

LAURA.

Un bàttito forte, lento; un bàttito piccolo piccolo, lesto, èsile....

GIORGIO.

Che dici?

LAURA.

Il cuore e l’orologio!

GIORGIO.

Bella scoperta!

LAURA.

Possibile che misurino lo stesso tempo? Il mio cuore batte certo più del tuo! Oh! Dio, no! Che brutto cuore!

GIORGIO

ridendo.

Brutto? Perchè?

LAURA.

Non te l’avevo mai sentito battere, il cuore! Ma sai come ti batte placido, forte, lento....

GIORGIO.

E come vuoi che batta?

LAURA.

Come? Se io sapessi che tu ascolti il mio, sarebbe un precipizio! Mentre il tuo, niente: non si commuove!

GIORGIO.

Sfido! Parli del medico che non vuoi vedere....

LAURA.

No; invece parlavo del medico a cui volevo accusarti!

GIORGIO.

Già! Ma con la faccia nascosta! Perchè tu sai bene che non sono io!

Non ha finito di proferir queste parole, che si turba vivamente, come se esse, rispetto al male di cui Laura soffre, d’improvviso abbiano acquistato un valore davanti a lui, altro da quello che egli intendeva dar loro.

LAURA.

Non sei tu? Come non sei tu?

GIORGIO

con sempre crescente turbamento.

No, io....

LAURA

levandosi dalle ginocchia di lui.

Giorgio, che pensi?

GIORGIO

con sempre crescente turbamento, alzandosi.

Oh Dio, nulla....

Poi, cupo.

Tu credi che il dottor Romeri debba venire?

LAURA.

Non so.... Ma perchè?...

GIORGIO.

Perchè è bene che venga! Voglio che venga!

LAURA.

Ma, Dio mio, Giorgio, io ho scherzato....

GIORGIO.

Lo so, lo so!

LAURA.

Vuoi che possa accusarti, se non per ischerzo?

GIORGIO.

Ma no, Laura: non è per questo!

LAURA.

E che cosa è allora?

GIORGIO.

Ma.... se tu stai male....

LAURA.

No! no! io non ho niente! io ho te! Ecco: te — e non ho niente altro, che non mi venga da te! Se godo, se soffro, se muojo — sei tu! Perchè io sono tutta così, come tu mi vuoi, come io mi voglio, tua. E basta! Tu lo vedi, tu lo sai!

GIORGIO.

Sì, sì....

LAURA.

E dunque — basta! Che male vuoi che abbia?

Si sente di nuovo vacillare.

Dio.... vedi?

GIORGIO.

Di nuovo?

LAURA.

No.... È un po’ di stanchezza.... Sorreggimi....

SCENA VI.

DETTI, FILIPPO, poi LA SIGNORA FRANCESCA, infine GIORGIO e ROMERI.

FILIPPO

di corsa, da destra.

Signora! signora! Viene la mamma con un altro signore!

Via.

GIORGIO.

Ah! Ecco il medico.

LAURA.

No, no! Giorgio! non voglio vederlo!

GIORGIO.

E io voglio invece che tu lo veda!

Si avvia verso il fondo per andare incontro al dottore.

LAURA.

No.... no.... Vai, vai. Portalo su in villa, di là! Io non mi faccio vedere.

FRANCESCA

entrando.

Buon giorno, Giorgio.

GIORGIO

per uscire in fretta.

Buon giorno. Il dottore?

FRANCESCA.

Eccolo!

LAURA.

No, per carità! Di là, Giorgio! Portatelo via di là!

Giorgio via.

SCENA VII.

LAURA e FRANCESCA.

FRANCESCA

stordita.

Ma che cos’è?

LAURA

eccitata.

Ah! non dovevi, mamma, non dovevi!

FRANCESCA.

Che cosa?

LAURA.

Portare quel medico! Hai fatto male, male! Un male incalcolabile, mamma!

FRANCESCA.

Ma perchè? Mi hai telefonato, che t’eri sentita male....

LAURA.

Io non ho nulla! non ho nulla!

FRANCESCA.

Bene! tanto meglio!

LAURA.

Ma che meglio! Che vuoi che intenda, che sappia, che rimedio vuoi che abbia, un medico, per quello che io sento, per quello che io soffro, e che non voglio, non voglio, capisci? che sia un male, e che con la presenza di quel medico che hai portato acquisti per lui un’immagine di male! Ancora di quel male, che mi fu fatto!

FRANCESCA.

Non vuoi? Ma che forse...? Che dici, Laura? Oh Dio.... Che forse, tu?

LAURA

convulsa, afferrando la madre.

Sì, sì, mamma! Sì!

FRANCESCA.

Ah, Dio! E lui? tuo marito? lo sa?

LAURA.

Ma è appunto questo il male che tu hai fatto, mamma!

FRANCESCA.

Io?

LAURA.

Sì! Ch’egli lo sappia, che egli lo pensi ora, come un male a cui si possa portar rimedio: un rimedio più odioso del male.

FRANCESCA.

Ma se dici che è....

LAURA.

Non è! non è! E io lo so bene che non è! Lo sento!

FRANCESCA.

Come? Che senti? Io ho paura che tu, figliuola mia, sii troppo esaltata e che....

LAURA.

Ti pare che vaneggi? No! Non posso spiegartelo con la ragione, ma l’ho saputo, qua, ora, mamma, che è così! E non può essere che così!

FRANCESCA.

Che cosa, figlia mia? Io non ti capisco!

LAURA.

Questo! Questo ch’io sento. La ragione non lo sa; forse non può ammetterlo. Ma lo sa la natura, che è così! Il corpo, lo sa! Una pianta — qua, una di queste piante! Sa che non potrebbe essere senza che ci sia amore! Me lo hanno spiegato or ora. Neanche una pianta potrebbe, se non è in amore; se non vuole il frutto che per sè non può dare! Vedi com’è? Non sono esaltata! No, mamma. Io so questo: che in me, in questo mio povero corpo — quando fu — in questa mia povera carne straziata, mamma, doveva esserci amore. E per chi? Se amore c’era, non poteva esserci che per lui, per mio marito.

Con gesto di vittoria, quasi allegra.

E allora!

FRANCESCA.

Che dici? Ah, questo è un nuovo martirio, figliuola mia! Ne sei certa? proprio certa?

LAURA.

Sì. Ma è così! è così! È per forza così! Frutto dell’amore ch’era in me; nel mio corpo!

FRANCESCA.

Ma lui, dimmi un po’, tuo marito, lo sa?

LAURA.

Credo che già lo sappia. Ma ora, là, con quel medico.... Ah! proprio questo, vedi, non doveva avvenire! Che egli lo sapesse così!

FRANCESCA.

Ma se già lo sa, figlia mia!

LAURA.

Volevo che sentisse anche lui, naturalmente, quello che io sento! E che s’unisse a me, s’immedesimasse in me, fino a sentirlo, ecco, e volerlo in me, con me, quello che io sento e voglio!

FRANCESCA.

Oh Dio! Ho paura, figliuola mia, che....

LAURA

subito, interrompendo.

Zitta!... Eccoli.... Andiamo, andiamo su!

Si trascina via la madre.

Non voglio farmi vedere, non voglio farmi vedere!

GIORGIO

chiamando dal fondo.

Laura.... Laura....

LAURA.

No, Giorgio! T’ho detto no! Vieni, mamma!

Via con la madre.

SCENA VIII.

GIORGIO e IL DOTTOR ROMERI.

GIORGIO.

Venga, dottore.

ROMERI.

Eccomi, eccomi.

GIORGIO

seguitando con calma grave e contenuta il suo discorso col dottore.

Mi piegai allora; mi vinsi, come dovevo. Era una sciagura! Forse anche a lei, dottore, la mia violenza....

ROMERI

interrompendo.

No; io per me....

GIORGIO.

Se non a lei, potè parer troppa ad altri, che non erano in grado di sentire in quel punto come me....

ROMERI.

Ciascuno sente a suo modo!

GIORGIO.

Ma fu, del resto, in quello stesso primo momento una violenza anche per me. Tanto vero, che appena la vidi, dottore, appena ella mi venne innanzi, la mia violenza cadde di colpo, e io la raccolsi tra le braccia, non per dovere di pietà, no, ma perchè dovevo, dovevo per il mio stesso amore fare così. E le giuro che non ci ho più pensato, nemmeno una volta. Siamo stati un mese qua, insieme, come due nuovi sposi.

Cambiando tono ed espressione.

Ma ora, ora, dottore, se è vero questo....

ROMERI.

Eh, comprendo....

GIORGIO.

Passar sopra a una sciagura, sì, l’ho fatto. Ma oltre, no!

ROMERI.

Speriamo ancora che non sia!

GIORGIO.

Non lo so. Ma lo temo! Se fosse.... lei mi comprende?

ROMERI.

Comprendo, comprendo!

GIORGIO.

E allora vada, la prego. E glielo dica, se mai:

Lento, spiccato, quasi sillabando.

io non potrei transigere. Vada. Aspetto qua.

TELA.

ATTO TERZO.

Una sala della villa. Uscio in fondo. Uscio laterale a destra. Finestra a sinistra. Immediatamente dopo il secondo atto.

SCENA PRIMA.

IL DOTTOR ROMERI, LA SIGNORA FRANCESCA.

Al levarsi della tela il dottor Romeri è solo, presso l’uscio a destra in attesa. Poco dopo, l’uscio s’apre ed entra la signora Francesca.

FRANCESCA.

Non vuole; dice che non vuole, dottore: assolutamente!

ROMERI.

Ma sa che il marito lo desidera?

FRANCESCA.

Gliel’ho detto. Se n’è irritata di più.

ROMERI.

Ma perchè?

FRANCESCA.

Anche con me stamattina, del resto, quando le dissi per telefono che avrei portato lei qua in villa.

ROMERI.

È curioso!

FRANCESCA.

Dice che non ce n’è bisogno.

ROMERI

con lieta sorpresa, come alleggerito da un gran peso.

Ah! Non ce n’è bisogno?

FRANCESCA.

E pare che lo abbia detto già anche a Giorgio....

ROMERI

con lieta sorpresa, come alleggerito da un gran peso.

Ma tanto meglio, allora! Avvertiamone subito suo genero, che sta in pensiero!

Fa per avviarsi.

FRANCESCA.

Aspetti, dottore! Sta in pensiero Giorgio? Di che?

ROMERI.

Ma.... Lei lo comprende, signora!

FRANCESCA.

Eh, se è per questo, temo purtroppo che non ci possa esser dubbio.

ROMERI

stordito, senza più raccapezzarsi.

Ah sì? E come?

FRANCESCA.

Sì, dottore.

ROMERI.

Ma allora?

FRANCESCA.

S’è dunque affacciato a Giorgio il sospetto che...?

ROMERI.

Dio mio, sì, signora!

FRANCESCA.

Ma perchè?

ROMERI.

Perchè.... perchè, signora mia, può affacciarsi anche a lei.... anche a me.... a tutti....

FRANCESCA.

Ma no, scusi: non c’è poi mica da stabilire una certezza!

ROMERI.

Basta il dubbio, signora!

FRANCESCA.

E se mia figlia non ne avesse?

ROVERI.

Dica che non vorrebbe averne!

FRANCESCA.

Precisamente. Non vuole, non vuole averne!

ROVERI.

Eh! se si trattasse soltanto di volontà....

FRANCESCA.

Ma dunque anche lei crede, dottore...?

ROVERI.

Lasci star me. La signora dovrebbe ispirare a suo marito la sua stessa certezza. Pare non ci sia riuscita. Il solo fatto, scusi, che gli ha nascosto sinora il suo stato, dimostra, del resto — mi sembra — che quel sospetto si sia affacciato anche a lei.

FRANCESCA.

No! Non ha nascosto niente! Il dubbio sul suo stato data da questa mattina soltanto!

ROMERI.

E perchè s’oppone allora, così, al desiderio del marito?

FRANCESCA.

Ma perchè per lei è naturale!

ROMERI.

E vorrebbe che apparisse naturale anche a lui?

FRANCESCA.

Ecco: proprio così!

ROMERI.

Temo, signora, che la sua figliuola pretenda troppo.

FRANCESCA.

No, non pretende, non pretende! È che non può ammettere....

ROMERI.

Dica piuttosto che non vuole.

FRANCESCA.

E non le sembra naturale che non voglia? Le ripugna ammetterlo!

ROMERI.

Comprendo. Ma comprenda anche lei, signora, che allo stesso modo ripugna al marito il dubbio, anche il più lontano. Tanto più che, lei lo sa, è avvalorato, questo dubbio, dal fatto che in sette anni non ha avuto figliuoli.

FRANCESCA.

Sì, è vero! Dio mio! Dio mio!

ROMERI.

Bisognerebbe che ella si provasse a farlo intendere alla sua figliuola.

FRANCESCA.

Io?

ROMERI.

Suo genero mi ha detto già esplicitamente, che non potrebbe transigere a nessun patto.

FRANCESCA.

Ma, e lei, dottore?

ROMERI.

Io.... Sa lei, signora, che sono stato medico militare e che mi sono dimesso?

FRANCESCA.

Sì, lo so.

ROMERI.

Sa perchè mi sono dimesso?

FRANCESCA.

No.

ROMERI.

Perchè alla nostra professione son fatti doveri, a cui non si fanno corrispondere uguali diritti.

FRANCESCA.

E che intende dire, dottore?

ROMERI.

Intendo dire, signora, che mi trovai una volta — e mi bastò — davanti a un caso, in cui l’esercizio del mio dovere sentii che diventava addirittura mostruoso.

FRANCESCA.

Ma sì, sarebbe difatti mostruoso!

ROMERI.

No, signora, lei non intende in qual senso io lo dica. È proprio il contrario. Un soldato, in caserma — sono ormai tant’anni — in un accesso di furore, sparò contro un suo superiore; poi rivolse l’arma contro se stesso per uccidersi anche lui. Rimase ferito mortalmente. Ebbene, signora: di fronte a un caso come questo, nessuno pensa al medico a cui è fatto l’obbligo di curare, di salvare — se può — quel ferito; come se il medico fosse soltanto uno strumento della scienza e nient’altro; come se il medico non avesse poi per se stesso, come uomo, una coscienza per giudicare se — ad esempio — contro al dovere che gli è imposto di salvare, egli non abbia il diritto di non farlo, o il diritto almeno di disporre poi della vita che egli ha restituito a un uomo che se l’era tolta per punirsi da sè con la maggiore delle punizioni: uccidendosi! Nossignori! Il medico ha il dovere di salvare, contro la volontà patente, recisa di quell’uomo. E poi? quando, io gli ho restituita la vita? perchè gliel’ho restituita? Per farlo uccidere, a freddo, da chi ha imposto a me un dovere che diventa infame, negandomi ogni diritto di coscienza sull’opera mia stessa? Questo, signora, per dirle che io ho riconosciuto sempre, e voglio riconoscere, nei casi della mia professione, di fronte ai doveri che mi sono imposti, anche i diritti che la mia coscienza reclama.

FRANCESCA.

E allora lei si presterebbe...?

ROMERI.

Sì, signora: senza la minima esitazione. Dato il caso — s’intende — che la signora volesse consentire.

SCENA II.

DETTI e GIORGIO.

Giorgio s’è presentato sull’uscio della sala durante le ultime battute del dialogo ed è stato in ascolto.

GIORGIO

facendosi avanti.

E che non vorrebbe forse consentire?

FRANCESCA.

No, no! Non sappiamo ancora, Giorgio!

GIORGIO.

Ma dunque è sicuro?

ROMERI.

Pare di sì.

GIORGIO.

Come, e lei?

Allude a Laura.

ROMERI.

Ma non l’ho ancora veduta.

FRANCESCA

per calmarlo, quasi supplichevole.

Forse ella crede, Giorgio....

GIORGIO

subito, interrompendola.

Crede? Che crede? Se è sicura, come può ancora esitare? Io lo esigo!

ROMERI

scrollandosi, seccato, anzi sdegnato.

Ma no, scusi!

GIORGIO

con forza, duramente.

Sì, lo esigo! Lo esigo!

ROMERI

fiero, reciso.

Lei non può esigerlo così!

GIORGIO.

Come no? Posso ammettere ch’ella esiti?

ROMERI.

Ma deve dirlo lei, spontaneamente. Non mi presterei io, nè si presterebbe nessuno, altrimenti!

GIORGIO.

Ma il mio stupore è questo, che lei non l’abbia già chiesto, non lo chieda subito!

FRANCESCA.

Non è mica una cosa da nulla per una donna, Giorgio! A te basta esigerlo!

GIORGIO.

Come! Ma per se stessa, io dico, dovrebbe chiederlo subito, a qualunque costo! Dovrebbe esser nulla per lei, di fronte all’orrore d’un simile fatto! Ma come? Crederebbe forse che io potrei sorpassare ancora, cedere, chiudere gli occhi, accettare? Ah! perdio! Ma dov’è? Dov’è?

Smaniando, fa per andare nella camera di Laura.

FRANCESCA

cercando d’impedirglielo.

No, per carità, Giorgio!

ROMERI

forte, con fermezza.

Non così! Non così!

GIORGIO

alludendo a Laura.

Che dice? Posso sapere almeno che cosa dice? O vorrebbe forse darmi a intendere che il suo amore....

SCENA III.

LAURA e DETTI.

LAURA

entrando dall’uscio a destra.

Che il mio amore?...

Al suo apparire, alle sue parole restano tutti sospesi, interdetti.

Di’, di’! Finisci!

GIORGIO.

Laura, io ho bisogno di saper subito che tu non ti opponi.

LAURA.

A che cosa?

FRANCESCA

cercando d’interporsi.

Ma se non sa ancor nulla! Non le abbiamo ancora parlato!

GIORGIO.

Lasciatemi allora spiegare con lei, vi prego!

LAURA.

Sì, è meglio!

GIORGIO.

Attenda un po’ di là, dottore.

LAURA

subito, severamente.

E anche tu, mamma!

La signora Francesca e il dottor Romeri si ritirano per l’uscio in fondo.

SCENA IV.

LAURA e GIORGIO.

LAURA.

Parlavi del mio amore, così, davanti....

GIORGIO

subito, compiendo la frase.

Davanti a tua madre e al dottore!

LAURA.

Anche la madre, in questo caso, diventa un’estranea. Non dico quell’altro. Avevi l’aria di buttarmelo in faccia!

GIORGIO.

Ma sì, perchè non credo, non voglio credere, che tu ora possa, o voglia avvalertene!

LAURA.

Dio! Giorgio, ma guardami! Tu non puoi più guardarmi?

GIORGIO.

No! Se è vero questo, no! che tu vorresti far questo! Io voglio sapere — e subito, subito, senza tante parole — quello che tu vuoi fare!

LAURA.

Che debbo fare? Dipende da te, Giorgio. Dal tuo animo.

GIORGIO.

Come! E tu hai bisogno che te lo dica io, qual è il mio animo? Quale può essere? Non lo comprendi? Non lo vedi? Non lo senti?

LAURA.

Sento che tu mi sei tutt’a un tratto nemico. Come.... come se io....

GIORGIO.

Dunque tu dici di no?

LAURA

abbattendosi a sedere, disperatamente, dice quasi tra sè.

Ah Dio! ah Dio! Non è bastato dunque a nulla?

GIORGIO

la guarda, come sbalordito, un pezzo; poi:

Che cosa non è bastato? Che dici? Voglio che tu mi risponda!

LAURA.

Tu dunque non hai dimenticato solo una cosa? E dimentichi tutto?

GIORGIO.

Ma che vuoi che pensi io in questo momento?

LAURA.

Non puoi neanche pensare che per me è proprio tutto il contrario?

GIORGIO.

Il contrario? che cosa?

LAURA

come assorta lontano, trucemente, con lentezza.

Ch’io non ho memoria, nè immagine: nulla! Io non vidi! io non seppi nulla! _Nulla_, capisci?

GIORGIO.

Sta bene. E poi?

LAURA.

E poi....

S’interrompe in un silenzio opaco. Poi dice:

Niente. Se hai perduto tu, invece, la memoria di tutto.

GIORGIO.

Ah, del tuo amore, è vero? Ma è proprio così, dunque? Tu m’hai circondato del tuo amore, tu mi hai avviluppato nelle tue carezze, sperando ch’io credessi?

LAURA

con un grido.

No!

Poi con nausea:

Ah!

GIORGIO.

E allora?

LAURA.

Non ho ragionato, io: io ho amato; io sono quasi morta d’amore per te; mi sono fatta tua come nessuna donna mai al mondo è stata d’un uomo; e tu lo sai; tu non hai certo potuto non sentirlo questo, che ho voluto averti tutto in me; che mi sono voluta tutta di te....

GIORGIO.

E con questo? con questo?

LAURA

gridando.

Non ho ragionato, ti dico!

GIORGIO.

Ma che hai sperato?

LAURA.

Ma d’aver cancellato.... d’aver distrutto....

GIORGIO.

Che cosa? Come?

LAURA.

Niente.

Alzandosi.

Tu hai ragione. È stata la mia follia.

GIORGIO.

Ma sì, una follia! Tu lo vedi bene!

LAURA.

Sì. E ne esco, ecco. Ne sono già uscita. Ma bada! Tu non puoi più parlarmi, ora, come si parla a una folle!

GIORGIO.

Ma io voglio appunto che tu ragioni, Laura!

LAURA

freddissimamente.

E poi?

GIORGIO.

Ma che si faccia.... pur troppo....

LAURA.

Solo per un ragionamento, è vero? e dopo che m’hai buttato in faccia con disprezzo, con orrore, tutto ciò che t’ho dato di me? e che tu hai potuto stimare un calcolo vile.... un laido inganno.... un espediente....

GIORGIO.

No, no, Laura! Ma se l’hai chiamata tu stessa una follia?

LAURA.