L'innesto: Commedia in tre atti

Part 2

Chapter 23,579 wordsPublic domain

E appunto questa è per me la crudeltà! Non capisci? Che ci sia l’offesa più brutale, senza esserci la colpa! Per me è peggio! Sarebbe offeso il mio onore, se ci fosse la colpa, e potrei vendicarmi! È offeso l’amore! E non intendi che niente è più crudele per il mio amore, che quest’obbligo che gli è fatto, di avere pietà?

NELLI.

Ma il tuo amore appunto, scusa, dovrebbe ispirare a te stesso la compassione!

GIORGIO.

Impossibile! L’amore, no!

NELLI.

Ma sarebbe allora più crudele....

GIORGIO

interrompendo.

Più crudele, sì!

NELLI

seguitando.

di ciò che quella poverina ha patito!

GIORGIO.

Sì, sì! È proprio così! Il non aver compassione sarebbe crudele per lei; ma averne, è crudele per me! E quanto più tu ragioni, e quanto più io riconosco che sono giuste le tue ragioni, tanto più cresce la crudeltà per me! Debbo ragionare, già! Riconoscere che non c’è colpa; che ella è stata offesa più di me, nel suo stesso corpo, e che è là che soffre della violenza, dell’onta, del ludibrio.... E io che voglio? Che pretendo io? Rincarar la dose della crudeltà su lei? lasciarla così in quest’onta? disprezzarla?

NELLI.

Sarebbe ingeneroso!

GIORGIO.

Sarebbe vile!

NELLI.

Vedi? Lo riconosci!

GIORGIO.

Vile, sì, vile! Ma se si rivela così vile l’amore quando si trova come mi trovo io adesso, qua, al limite della sua più viva gelosia, che posso farci io? che posso farci?

Rompe in disperati singhiozzi.

NELLI.

Via, via, Giorgio.... Tu ti strazi inutilmente.... È il primo momento, credi....

GIORGIO.

No! È la selva! È ancora la selva! È sempre la selva originaria! Ma prima almeno c’era l’orrore sacro di quel mostruoso originario, nella natura, nel bruto.... Ora, una villa coi suoi viali e le siepi e i sedili.... Una signora, in cappellino, che vi sta a dipingere, seduta.... Ed ecco il bruto. Ma vestito, oh! Decente. Mi par di vederlo! I baffetti pettinati.... Chi sa se non aveva i guanti! Ma no: l’ha tutta sgraffiata! Non senti quanto è più laido? quanto è più vile? E io che devo esser generoso; mentre qui il sentimento mi rugge come una belva.... Generoso.

Subito, troncando lo scherno.

No, no. Sento che non posso. Non posso, non posso. Ho bisogno d’andarmene. Parto. Me ne vado.

NELLI.

Ma come? ma dove? che dici! E vorresti davvero lasciarla così?

GIORGIO.

Sarei più crudele, restando.

NELLI.

Ma che vuoi fare? dove vuoi andare?

GIORGIO.

Ho bisogno di disperdere, fuggendo come un pazzo, quello che ora provo per questa ignominia!

SCENA X.

DETTI, LA SIGNORA FRANCESCA, IL DOTTOR ROMERI.

FRANCESCA

accorrendo ansiosa, seguita dal dottor Romeri, dall’uscio a sinistra.

Giorgio.... Giorgio....

Raffrenando a un tratto l’ansia alla vista della sovreccitazione del genero.

Che cos’è?... Ah, figliuolo mio.... sì.... povero figliuolo mio.... sì.... sì....

GIORGIO.

Per carità, non mi s’accosti! non mi dica nulla!

ROMERI.

Signora, dia ascolto a me.... Vede?

GIORGIO.

Lei comprende, dottore?

ROMERI.

Ma sì: comprendo che lei in questo momento....

FRANCESCA.

Ma se lo chiama di là! Se non fa altro che chieder di lui!

GIORGIO

con orrore, ritraendosi.

Non posso.... ah, non posso, non posso, non posso.

ROMERI.

Vede? Le farebbe più male, signora: creda a me! Ha bisogno anche lui d’aspettare un po’....

GIORGIO.

Che vuole che aspetti più, io!

ROMERI.

Eh, un po’ di tempo....

GIORGIO

con scherno.

E la rassegnazione?

FRANCESCA.

Ma perchè? Ma dunque, tu....

NELLI.

Lasci, signora! Bisogna considerare anche lui....

FRANCESCA.

Sì, figliuolo mio, io ti considero, e come! Ma l’unico rimedio a quello che soffrite....

GIORGIO.

La pietà! Anche lei! Ma tutti, si sa! La pietà!

FRANCESCA.

L’uno dell’altra, sì, subito. Così l’intendo io, che sono una povera ignorante! Non la rassegnazione a un male che non c’è!

GIORGIO.

Come non c’è?

FRANCESCA.

Non c’è! non c’è! E lo deve dire il vostro amore che non c’è! Se tu ami davvero la mia figliuola! Se no, che ami tu? Che ami? Non è vero? Dica lei, signor dottore! Dica, avvocato!

GIORGIO

prorompendo di nuovo in pianto, stringendosi in sè, colle mani premute sul volto.

Io l’amavo.... io l’amavo.... tanto, tanto.... Ma appunto perchè l’amavo tanto.... Voi non capite! Può essere per quella che amavo, la pietà! Ma non più, ora....

FRANCESCA.

Non l’ami più, ora? E perchè?

GIORGIO.

Ma se volete che ne abbia pietà! Quale pietà? Quale? La vostra, la mia, possono ajutarmi? Io ho bisogno d’esser crudele! Lei crede perchè non amo sua figlia? No, sa! Appunto perchè la amo!

FRANCESCA.

Non è vero! Non è vero! Tu non ami lei così!

GIORGIO.

Ma vuole che il mio amore sia come il suo? Il fatto è forse per lei quello stesso che è per me? Quello che sento io non può sentirlo lei!

FRANCESCA.

Va bene! Ma come, come vorresti essere crudele?

GIORGIO.

Come? L’ho detto come! E se lei di là sentisse quello che sento io, dovrebbe esserne contenta.

FRANCESCA.

Ma lei di là ti chiama! Che pensi di fare?

GIORGIO.

Non penso nulla! Ma bisogna che me ne vada, che me ne vada!

FRANCESCA.

E vuoi abbandonarla così?

ROMERI.

Ma sì, è meglio, signora! Lo lasci andare!

FRANCESCA.

Ma può restar sola, così, di là, se sa che lui se n’è andato?

ROMERI.

Rimanga lei qua.

NELLI.

Ecco.... sarebbe opportuno....

FRANCESCA.

E chi glielo dirà? Tu che hai il cuore di farlo, dovresti anche avere il cuore di dirglielo!

GIORGIO

risolutamente.

Vuole che glielo dica io?

ROMERI.

No, per carità, signora!

FRANCESCA.

Ma dunque lei capisce che può morirne, la mia figliuola, a vedersi abbandonata così, in questo momento, da colui che dovrebbe starle più vicino, se avesse un po’ di cuore?

ROMERI.

No, no, non è questo, signora!

NELLI.

Se non riesce a vincere se stesso in questo primo momento....

GIORGIO.

Per me è finita! È finita! Sento che per me è finita! Posso avere la pietà di restare. Ma come resto? Non lo capite? Per gli altri, ecco! Resto. Ma sarà peggio.

NELLI.

No, no! Vedrai, Giorgio....

GIORGIO.

Che vuoi che veda!

NELLI.

Vedrai.... Non voglio dirti nulla, perchè capisco che ogni parola è per te una ferita in questo momento. Senta, signora: lei ha da badare a suo marito? Vada.

FRANCESCA.

Ma come?

NELLI.

Vada; dia ascolto a me, e stia tranquilla. Giorgio rimane.

GIORGIO.

Per gli altri! per gli altri!

NELLI.

Va bene, sì, per gli altri!

Alla signora Francesca, facendole segni e occhiate d’intelligenza per significarle che è meglio che marito e moglie restino soli.

Ora andrà a rivestirsi, e passerà la sera con me.

FRANCESCA.

E Laura?

ROMERI.

La signora ha bisogno di esser lasciata tranquilla. Vada lei a dirle che ho obbligato io il signor Banti a tenersi lontano.

FRANCESCA.

Ma sola, impazzirà!

ROMERI.

No, signora. Vedrà che riposerà col rimedio che le ho dato per calmare l’agitazione. Forse a quest’ora riposa. Vada, vada a vedere.

FRANCESCA.

Ecco, sì, vado, vado....

Francesca via per l’uscio a sinistra.

SCENA XI.

DETTI, meno FRANCESCA.

ROMERI.

E vado via anch’io.

Appressandosi e stringendo le mani a Giorgio.

Mi raccomando. Bisogna sempre esser più forti della sciagura che ci colpisce.

GIORGIO.

Questa è peggiore per me d’una morte. Ma se l’immagina, dottore, lei ancora viva, domani, davanti a me?

SCENA XII.

DETTI e FRANCESCA.

FRANCESCA

sopravvenendo lieta dall’uscio a sinistra, col cappello di nuovo in capo.

Sì, sì, riposa, riposa veramente.

ROMERI.

Gliel’ho detto io?

FRANCESCA.

E allora vado, sì! Non posso farne a meno. Sarò qui domattina.

Si appressa a Giorgio.

Addio, Giorgio. E.... non ti dico.... non ti dico nulla, figliuolo mio....

GIORGIO.

A rivederla.

NELLI.

Vengo anch’io con lei, signora.

A Giorgio.

Vuoi che passi a riprenderti?

GIORGIO.

No, no.... Passerò io, se mai, da te.

NELLI.

Quando vuoi. Sono a casa. A rivederci.

Alla signora Francesca e al dottore:

Andiamo, andiamo....

Via con gli altri due per l’uscio in fondo.

SCENA XIII.

GIORGIO solo, poi IL CAMERIERE, in fine LAURA.

GIORGIO

rimane un pezzo assorto nella sua sciagura, esprimendo con la contrazione del volto i sentimenti in contrasto. Poi sorge in piedi, si passa le mani sulla fronte, si volta verso l’uscio a sinistra e ripete:

Non posso.... non posso....

Suona il campanello elettrico e compare il cameriere.

Di’ ad Antonio che tenga pronta la macchina. Andremo in villa.

IL CAMERIERE.

Il signore.... solo?

GIORGIO.

Solo, sì, subito. Tu preparami intanto la valigia.

Il Cameriere, via. Giorgio fa per ritirarsi, quando Laura appare sull’uscio a sinistra, pallida, in una vestaglia violacea, con un velo nero al collo. Giorgio, appena la vede, leva le mani come a parare la pietà che gli ispira, e ha in gola un lamento, che è come un ruglio breve, cupo d’esasperazione e di spasimo. Laura lo guarda e gli s’appressa, lenta, senza dir nulla, ma esprimendo col volto il bisogno che ha di lui, di stringersi a lui; e nel suo avanzarsi, la certezza che egli non fuggirà. Giorgio, come se la vede vicina, rompe in un pianto convulso e ciecamente, in quel pianto, la abbraccia. Ella non muove un braccio: ma è lì, sua. Solo alza il volto come in uno stiramento di tragica aspettazione, che egli cancelli comunque, con la morte o con l’amore, l’onta che la uccide. E come egli, preso già dall’ebbrezza della persona di lei, sempre singhiozzando, le cerca con la bocca le ferite nel collo ancora proteso, piega la guancia appassionatamente sul capo di lui, con gli occhi chiusi.

TELA.

ATTO SECONDO.

Spiazzo innanzi alla villa Banti a Monte Porzio. La villa si erge a sinistra, con vestibolo a loggiato. In fondo, e a destra, è tutto alberato. Autunno.

SCENA PRIMA.

LAURA e IL GIARDINIERE FILIPPO.

Laura è su una sedia a sdrajo, pallida, un po’ molle d’un languore ardente d’inesausta passione; presta ascolto con interesse e, insieme, con un certo turbamento che vorrebbe dissimulare, a ciò che le dice il vecchio giardiniere, il quale le sta presso, in piedi, con un sacchetto a tracolla, un fascetto di ramoscelli sotto il braccio e l’innestatojo in mano.

FILIPPO.

Ma l’arte ci vuole! Se non ci hai l’arte, signora, tu vai per dar vita a una pianta, e la pianta ti muore.

LAURA.

Perchè può anche morirne, la pianta?

FILIPPO.

E come! Si sa! Tu tagli — a croce, mettiamo — a forca — a zeppa — a zampogna — c’è tanti modi d’innestare! — applichi la buccia e la gemma, cacci dentro uno di questi talli qua;

Mostra uno dei ramoscelli che tiene sotto il braccio.

leghi bene; impiastri e impeci — a seconda —; credi d’aver fatto l’innesto; aspetti.... — che aspetti? Hai ucciso la pianta. — Ci vuol l’arte, ci vuole! Ah, forse perchè è l’opera d’un villano? d’un villano che, Dio liberi, se con la sua manaccia ti tocca, ti fa male? Ma questa manaccia.... Ecco qua. Qua c’è una pianta. Tu la guardi: è bella, sì; te la godi, ma per vista soltanto: frutto non te ne dà! Vengo io, villano, con le mie manacce; pare che in un momento t’abbia distrutto la pianta: ho strappato, tagliato, inciso.... — aspetta un poco — e senza che tu ne sappia niente, ti faccio dare il frutto: — Che ho fatto? Ho preso una gemma da un’altra pianta e l’ho innestata qua. — È agosto? — A primavera ventura tu avrai il frutto. — E sai come si chiama quest’innesto?

LAURA

sorride triste.

Non so.

FILIPPO.

A occhio chiuso! Questo è l’innesto a occhio chiuso, che si fa d’agosto. Perchè c’è poi quello a occhio aperto, che si fa di maggio, quando la gemma può subito sbocciare.

LAURA

con infinita tristezza.

Ma la pianta?

FILIPPO.

Ah, la pianta, per sè, bisogna che sia in succhio, signora! Questo, sempre. Chè se non è in succhio, l’innesto non lega!

LAURA.

In succhio? Non capisco....

FILIPPO.

Eh, sì, in succhio.... Vuol dire.... come sarebbe?... in amore, ecco! Che voglia.... che voglia il frutto che per sè non può dare!

LAURA

interessandosi vivamente.

L’amore di farlo suo, questo frutto? del suo amore?

FILIPPO.

Delle sue radici che debbono nutrirlo; dei suoi rami che debbono portarlo....

LAURA.

Del suo amore, del suo amore.... Senza saper più nulla, senza più nessun ricordo donde quella gemma le sia venuta, la fa sua, la fa del suo amore?

FILIPPO.

Ecco.... così! così!

Si sente da lontano, a destra, la voce di Zena, che chiama: “_Filippo! Filippo!_„

Ah, ecco la Zena col suo figliuolo. Vado ad aprirle!

Corre via, tra gli alberi, a destra.

LAURA

resta assorta e ripete tra sè, lentamente, con angoscia d’intenso e disperato desiderio:

Del suo amore.... del suo amore....

SCENA II.

DETTI e LA ZENA.

FILIPPO

dall’interno.

E vieni avanti! che paura hai?

Rientra in iscena per la destra seguito dalla Zena, che veste a modo delle contadine della campagna romana.

Eccola qua. Si vergogna, la sciocca.

ZENA.

No. Che m’ho da vergognare? Buon giorno, signora.

LAURA.

Buon giorno.

La guarda, forzandosi a dissimulare la disillusione.

Ah, sei tu la Zena?

ZENA.

Io, signora, sì. Eccomi qua.

FILIPPO.

Vedi come s’è fatta brutta.... vecchia?

LAURA.

No, perchè?

ZENA.

Siamo poveretti, signora.

FILIPPO.

Quanti anni hai? Non devi averne più di venticinque!

ZENA.

Tu mi guardi, signora? Eh, tu che non sai, hai forse ragione di meravigliarti. Ma tu, brutto vecchiaccio, che fai il signore qua in villa e sei tutto storto lì, che vuoi mettere? le fatiche tue con le mie?

FILIPPO.

Oh! oh! Gran fatiche, sì!

ZENA.

E cinque figliuoli, signora, chi li ha fatti? Li ha fatti lui?

FILIPPO

accorgendosi soltanto ora.

E come? Sei venuta senza il ragazzo? T’avevo detto di portarlo con te, chè la signora voleva conoscerlo....

ZENA.

Non l’ho portato, signora.

LAURA.

Perchè non l’hai portato?

ZENA.

Ma.... perchè mi lavora il ragazzo, col padre.

FILIPPO.

E non potevi chiamarlo un momento?

ZENA.

Già, davanti al padre, per dirgli che la signora lo voleva qua....

FILIPPO.

E che c’era di male?

ZENA.

Dopo le chiacchiere che ci sono state?

FILIPPO.

Ma va’! Vuoi che tuo marito pensi ancora a quelle chiacchiere?

ZENA.

Non ci pensa, se qualcuno non ce lo fa pensare! — Ma poi che c’entra il ragazzo qua? — Tu che volevi dal ragazzo, signora? — Noi non abbiamo più parlato, da allora.

LAURA.

Lo so, lo so, Zena. T’ho fatto chiamare perchè volevo io, ora, parlare con te. Da sola.

ZENA.

E di che?

LAURA.

Tu va’, Filippo; va’ per le tue faccende.

FILIPPO.

Vado, sì, signora. Ma la Zena, in coscienza — lasciamelo dire per il male che le voglio — la Zena.... — io sono vecchio e so tutto, di quando lei era qua coi padroni antichi, che aveva appena sedici anni e il signorino non ne aveva neanche venti — non fu mai lei a parlare!

ZENA.

Ecco! La verità, signora!

FILIPPO.

Fu la madre, fu la madre.

ZENA.

Ma nessuno ci pensa più, adesso! Neppure mia madre!

LAURA.

Lo so, ti dico! Non è per questo, Zena. — Vai, vai Filippo.

FILIPPO.

Ecco, ecco, me ne vado, sì. — Scusami, signora, se ho parlato. Me ne vado.

Via per la sinistra.

SCENA III.

LAURA e LA ZENA.

ZENA

subito, risentita.

È forse venuto qualcuno a mia insaputa, signora, a parlarti di quel ragazzo?

LAURA.

No, Zena: nessuno, t’assicuro.

ZENA.

Signora, dimmelo! Perchè una parola ebbi allora, quando avrei potuto approfittarmene, se non avessi avuto coscienza — io sola, sai? contro tutti! — e una parola ho anche adesso!

LAURA.

Ma no, no, non è venuto nessuno: stai tranquilla. È venuto in mente a me. Così. Perchè mi sono ricordata che, prima di sposare, mi fu detto che mio marito qua, in villa, da giovane....

ZENA.

Ma che vai pensando più, signora!

LAURA.

Aspetta. Io voglio sapere. Voglio parlare con te, Zena. Siedi, qua, accanto a me....

Indica uno sgabello.

ZENA

sedendo, impacciata.

Ma sai che mi pare tu voglia parlarmi di un altro mondo, ormai, signora?

LAURA.

Sì, perchè tu eri tanto ragazza, allora.

ZENA.

Oh, una ragazzaccia senza testa! E non ero mica così....

LAURA.

Me l’immagino. Dovevi esser bella....

ZENA.

Bruttaccia non ero.

LAURA.

Ed eri già fidanzata, è vero?

ZENA.

Sissignora. Con questo che ora è mio marito.

LAURA.

Ah!

ZENA

con gli occhi bassi, alza un po’ le spalle e sospira.

Eh, signora, che vuoi?

Breve pausa.

LAURA

quasi con timidezza.

E lui lo sapeva?

ZENA

impronta, ma senz’impudicizia.

Chi? Il signorino?

LAURA.

Sì; che eri fidanzata?

ZENA.

Sissignora, come non lo sapeva? Ma era un ragazzo anche lui, il signorino.

LAURA.

Sì, ma dimmi....

ZENA.

Signora, sono una poveretta; ma credi che se male feci allora, lo feci soltanto a me, e non volli che ne fosse fatto ad altri senza ragione!

LAURA.

Ti credo, Zena; lo so. Ma dimmi: ecco, io voglio sapere. “Senza ragione„, hai detto. Ne eri proprio, dunque, così sicura tu?

ZENA.

Di che? Che il ragazzo non era del signorino?

LAURA.

Ecco, sì. Perchè, tu sai, tante volte.... avresti potuto tu stessa essere in dubbio.

ZENA

la guarda, sorpresa, scontrosa; poi si alza.

Perchè mi fai codesto discorso, signora?

LAURA.

No. Perchè ti turbi? Siedi, siedi....

ZENA.

No, non siedo più.

LAURA.

Vorrei saperlo perchè.... perchè sarei.... sarei contenta che tu mi dicessi....

ZENA

la guarda, sorpresa, scontrosa; poi si alza.

Che il ragazzo era del signorino?

LAURA.

Tu non hai nessun dubbio?

ZENA

seguita a guardarla male, poi, come per richiamarla a sè:

Signora....

LAURA

ansiosa.

Di’ di’....

ZENA.

Tu dovresti esser contenta, mi pare, di quello che ho sempre detto!

LAURA.

Se ne sei proprio certa....

ZENA

seguita a guardarla male, poi, come per richiamarla a sè:

Bada, signora, che la povertà è cattiva consigliera.

LAURA.

Ma no: perchè io anzi, ora, alla tua coscienza mi rivolgo, Zena!

ZENA.

La mia coscienza, lasciala stare. Parlò allora, la mia coscienza, e disse quello che doveva dire.

LAURA.

Proprio la tua coscienza? Ecco, vorrei saper questo! Eri così giovine, inesperta.... E, forse per timore....

ZENA

ride, quasi con ischerno.

Ma sai che tu mi stai parlando adesso, come mi parlò mia madre, allora, quando s’accorse del signorino? Proprio così mi disse: ragazza.... inesperta.... se non avevo almeno qualche dubbio.... se non negavo per timore....

LAURA.

Anche tua madre, vedi?

ZENA.

Ma di mia madre lo capisco. Il male me l’ero già fatto, con quell’altro; se ne voleva approfittare. Ma tu perchè, signora, adesso, dopo nove anni, mi vieni a riparlare di quel ragazzo?

LAURA.

Perchè.... perchè so, ecco.... so che tuo marito pretese, allora, del denaro, per sposarti.

ZENA.

Ah, per questo? Ma si sa, signora! Non era povero per niente.... Mia madre lo mise su, facendo sapere a tutti del signorino. Non mi voleva più sposare, pur sapendo bene che il figliuolo era suo. C’era da spillar danaro, qua, dai signori; e se ne volle anche lui approfittare. E bada che se ora viene a sapere che a te piacerebbe

La guarda in un modo ambiguo e provocante.

— chi sa perchè.... — che io avessi ancora qualche dubbio....

LAURA.

Ah! Tu mi fai pentire d’aver voluto parlare con te a cuore aperto, per uno scrupolo che non puoi neanche intendere!

ZENA.

E chi sa? Forse t’intendo, signora; non ti pentire!

LAURA.

Che cosa intendi?

ZENA.

Eh, siamo furbi noi contadini! Vedo che ti piacerebbe che tuo marito avesse avuto un figlio con me. Ebbene, io ti dico questo soltanto: che io, contadina, il figlio lo diedi a chi ne era il padre vero. — Ah, eccolo qua, il signorino....

Si trae indietro, a testa bassa.

SCENA IV.

GIORGIO e DETTE.

Laura, appena vede entrare Giorgio, balza in piedi tutta fremente e corre ad aggrapparsi a lui in una crisi di pianto.

LAURA.

Giorgio! Giorgio! Ah Giorgio mio!

GIORGIO

soprappreso, premuroso, non badando a Zena.

Ebbene? Che cos’è?

LAURA.

Niente.... niente....

GIORGIO.

Ma tu piangi?

LAURA.

Niente.... no....

GIORGIO.

Come no? Che è stato?

LAURA.

Niente, ti dico.... Così! La sorpresa.... Non t’aspettavo così presto di ritorno....

ZENA.

Io me ne vado, signora. Addio, eh?

LAURA.

Sì, sì, va’, puoi andare, Zena!

Zena, via per la destra.

SCENA V.

LAURA e GIORGIO.

GIORGIO

sorpreso, addolorato.

Ma come? tu parlavi con.... Che forse è venuta a dirti qualche cosa?

LAURA

subito, negando con forza.

No, no! Ma che! Nulla! Non ci pensa più!

GIORGIO.

E perchè è venuta qua, allora?

LAURA.

No, non è venuta lei; l’ho fatta chiamare io.

GIORGIO.

Tu? E perchè?

LAURA.

Per un capriccio.... per una curiosità....

GIORGIO.

Hai fatto male, Laura! Non dovevi farlo.

LAURA.

Ne parlò Filippo.... così, per caso.... E mi venne desiderio di conoscerla, ecco. Ma come l’ho veduta....

GIORGIO.

Ti avrà detto però qualche cosa....?

LAURA.

No, niente! Sai pure che negò sempre!

GIORGIO.

Sfido! Volevano fare un ricatto!

LAURA.

Lei, no! La madre. Me lo disse, difatti.

GIORGIO.

Ma tu perchè, allora, hai pianto?

LAURA.

Non per lei! non per lei! È stato.... te l’ho detto.... non so perchè, appena t’ho visto all’improvviso.... È per quello che io sento, Giorgio.... E vedi che rido, ora, poichè tu sei qua di nuovo, con me....

GIORGIO.

Hai pur detto tu stessa che non m’aspettavi così presto di ritorno....

LAURA.

Sì, è vero. Ma ho tanto sofferto, sai? a restar sola! Ho bisogno di te, tanto! Che tu mi tenga così, stretta così, senza più staccarti da me, mai, mai!

GIORGIO.

Ma io sono andato per te, Laura mia....

LAURA.

Lo so, sì, è vero!

GIORGIO.

Vedi come sono fredde queste tue manine? T’ho portato da ricoprirti bene. Siamo scappati qua tutt’a un tratto. È volato più di un mese. È venuto il freddo....

LAURA.

Ma staremo qua ancora! Sarà più bello, ora, qua, soli soli.... Tu non hai paura del freddo, è vero?

GIORGIO.

No, cara.

LAURA.

Non devi aver paura con me....

GIORGIO.

Ma io ho avuto paura di te, cara!

LAURA.

Non dirmi “cara„ così!

GIORGIO.

Come vuoi che ti dica?

LAURA.

Laura.... come sai dirlo tu.

GIORGIO.

Ebbene, Laura....

LAURA.

Così! Mi piace guardarti le labbra quando stacchi le sillabe.

GIORGIO.

Perchè? Come le stacco?

LAURA.

Non so.... Così....

GIORGIO.

Laura mia....

LAURA.