Part 6
--Non basta. Dopo ciò arriva, costantemente il periodo della irritazione morale. Allora, sì, allora non solo dubito di amarvi, ma sento che mi diventate così odiosa, che tutto il mio cuore si solleva, si ribella contro di voi. Vi ritengo per una donna completamente falsa, in ogni vostra manifestazione. Fredda, se avete l'aria appassionata; ipocrita, se avete l'aspetto sentimentale; maligna, se scherzate; sleale, se vi abbandonate a delle confidenze; e sovra tutto bugiarda, bugiarda nelle prove di bontà, bugiarda nelle espressioni di equità, bugiarda nella ingenuità, bugiarda nella tenerezza, incapace, incapace di una verità, mai!
--E poi? E poi?
--Improvvisamente il suono della vostra voce, dicente una parola; una lettera scritta da voi ad altri e che io leggo per caso; l'aver conosciuto lo scopo di una vostra passeggiata, di una vostra, visita; il velo delle lacrime nei vostri begli occhi; la morte del sorriso sulle vostre labbra; una impressione simile, un fatto vago e fuggevole, mi ridanno, intiera, tutta la malìa che la vostra anima esercita su me...
--Ma, allora, in tanta incertezza, come siete giunto a credere che mi amate?
--Sentite. Voi sapete che io ho un carattere sentimentale e un temperamento amoroso. L'amore, così, è stato il grande affare della mia vita. Io ho amato varie volte e con entusiasmo, con profondità. Le donne che ebbero tutto me stesso, mi meritavano, non mi meritavano, erano, sovra tutto, degne di tanto amore, io non lo so! So che mi detti ad esse e all'amore, con trasporto. Ebbene, a traverso a questa dedizione della mia persona, dei miei pensieri, dei miei sentimenti, io ho scorto, in un cantuccio del mio spirito, un pensiero solitario, talvolta latente, ma costante: il pensiero di voi. Non già che vi amassi, mentre ne amavo un'altra. No. Ma mi occupavo di voi, ma vi seguivo in tutte le evoluzioni della vostra vita, ma nulla di quello che facevate voi, mi era indifferente. Andando a un convegno d'amore, desideratissimo, se v'incontravo, mi distraevo subito, non per molto, ma mi distraevo: tornando da un convegno d'amore, tranquillo, felice e stanco, se vi rivedevo, per la via, tutto il mio essere aveva una vibrazione. Quando mai mi siete escita di mente? Una curiosità costante di voi, dei vostri fatti, della vostra esistenza ha accompagnato tutti i miei ardori per altre donne, io ho delirato di amore e di dolore, ma non sono mai stato infedele a questo pensiero, a questa curiosità. E se il criterio dell'amore è un abbandono assoluto, incondizionato, se bisogna donarsi tutto, se il lasciare anche una piccola parte di se stesso, è una infedeltà, io ho tradito tutte le donne che ho amate, per voi.
--Per questo soltanto, avete avuto la certezza che mi amavate?
--Non soltanto! Il vostro cuore ha avuto le sue ore di passione, non è vero?
--Sì--ella disse.
--Ne ha avute anche di aberrazione?
--... Sì.
--Quanto ho sofferto, sempre, in queste ore, che gelosia continua, profonda, sanguinante, ho avuto di voi e della persona che amavate! Che tormento lungo e sottile, ad ogni nuovo sospetto, a ogni nuova induzione! Che spasimo segreto, non tanto segreto, però, che non ve ne accorgeste, voi! Dite, ve ne siete accorta?
--Sempre. Ogni volta che ero prossima ad amare qualcuno, l'idea che voi ne avreste sofferto, mi ha turbato molto: qualche volta, vedete, ho rinunciato, perchè sentivo tutta la vostra gelosia.
--Atroce! V'intendevo, io, quando stavate per commettere un altro errore e venivo da voi, e vi parlavo, vi rammentate, vi maltrattavo, talvolta! Ciò vi fermava, lo so. Ma quella volta, quella volta fatale, nulla vi arrestò, nulla poteva arrestarvi ed io che vi amava, forse, dovetti assistere alla vostra caduta. Che orribile cosa, che notti ho trascorse, con questo cruccio nell'anima, vedendovi avvilita, perduta, disonorata, non solo agli occhi del pubblico, che non sarebbe di prima importanza, ma agli occhi miei, agli occhi vostri! Questo, è amore.
* * *
--Voi, dunque, mi amate?--ella domandò ancora.
--Sì. E voi?
--Vi amo.
--Da molto tempo, è vero?--egli chiese.
--Da moltissimo tempo.
--Perchè non me lo avete mai detto?
--Perchè voi siete voi e non un altro.
--Come?
--Ho avuto paura di voi.
--Paura?
--Sì: ho temuto assai di non rendervi felice nell'amore, di non esser felice con voi.
--Triste, triste--egli disse, a sua volta.
--Triste!--ripetette ella, come un'eco--Dal giorno che vi ho conosciuto, sono stata attratta verso voi, continuamente e continuamente respinta, come innanzi a un pericolo sconosciuto. Ho intravveduto sempre, con un senso d'infinita dolcezza, l'idea di appartenervi, l'idea di avervi mio, per tutta la vita, prima come amante, poi, quando la ragione dell'età fosse sopravvenuta, come la migliore vostra amica, come il migliore fra i vostri amici, come l'unico amico. Qual sogno!
--Ebbene?
--Ebbene, ogni volta che la realtà mi pareva si avvicinasse a me, a noi, sempre che questa visione prendeva forma, cominciava a prender forma, un invincibile terrore mi ha impedito di continuare.
--Ma perchè?
--Ve l'ho detto: sospettavo, temevo una reciproca inguaribile infelicità. Troppo diversi fra noi e troppo eguali in alcuni momenti: troppo esigente, io, e certo, troppo esigente, voi; ambedue, spesso, ribelli alle esigenze: innamorati e intanto diffidenti, disdegnosi, chi sa, forse disprezzanti l'uno dell'altro; gelosi e infidi; con un mondo spirituale ora complicato e spaventoso, ora semplice e tormentoso; capaci di ogni sacrificio, ma capaci anche di rinfacciarlo brutalmente e crudelmente; con un passato tumultuoso, ambedue, tumultuoso e risorgente, ahimè, a ogni crisi amorosa; con un dubbio avvenire, senza fede, sovra tutto, senza fede nè in noi, nè nell'amore...
--Questo, formava il vostro sgomento?--gridò, lui.
--Sì--disse lei, piano.
Un minuto di silenzio.
--E come avete vinto questa paura?--egli chiese, rompendo il silenzio.
--Come voi avete vinto il vostro dubbio.
--Cioè?
--Pensando che, infine, vi è una fatalità che lega segretamente le persone che si debbono amare, che si debbono appartenere; e che dopo aver lungamente combattuto, invano, questa fatalità, era ben dolce lasciarvisi andare, senza resistenza, senza forza, oramai, più. Sentendo che vale la pena di rischiare tutte le infelicità, tutti i dolori per un poco di amore, con _quella tale_ persona, tanto desiderata, tanto invocata; sentendo che non si deve morire, senz'aver gustato a _quel tale_ amore che si è troppo sognato e troppo respinto.
--È vero, è vero--egli disse.
--Non avete voi superato il vostro profondo e insistente dubbio, sul vostro amore, proprio per questo?
--Sì.
--Così ho superata la mia paura--confermò lei.
* * *
Ma le parole sincere che essi avevano pronunziate, stavano fra loro, nell'aria, intorno a loro nelle loro menti, nei loro cuori: quello che non si erano mai detto, ora lo sapevano. E altre parole più intime, più cocenti, anche più sincere, le più sincere fra tutte, quelle che stanno chiuse nell'intimo del cuore, che sono la verità istessa dell'anima, il grido ultimo, essi intravedevano, in una rivelazione indistinta, ma dolorosa. E il silenzio fra loro si fece tragico; e si fece tragicamente lungo, ognuno di essi assorbito dal proprio pensiero, da una agitazione muta ed estrema. Forse in quell'assorbimento, ognuno si pentiva di aver parlato, ognuno s'incolpava di aver dichiarato il segreto del proprio spirito, tristemente e inanemente; ma le parole erano state dette, avevano vibrato nella voce, avevano ondeggiato nell'aria, ognuno le aveva udito palpitare nel proprio cervello. Impossibile tornare indietro. Ella fu, che interruppe, per la prima, il silenzio: e la sua voce la scosse, come mai udita; ed egli fu scosso da quella voce, come inaspettata.
--Voi, mi amate?--ella domandò.
Egli non rispose: pensava.
--Mi amaste? mi amate?--richiese, ella, subito.
--Non so--egli disse.
--Non potete saperlo?
--Non posso.
--Non potete esser più forte del vostro dubbio?
--No. E voi, mi amate?
--Forse--ella disse,--ma non debbo amarvi.
--Non osate?
--Non oso.
Ancora, il silenzio.
--Addio, dunque, Massimo.
--Addio, Maria.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L'attesa.
Nella notte purissima e chiara il plenilunio scintillava. Dalla terrazza del mio albergo io vedeva a destra, a sinistra i campi arati che dormivano sotto la tranquilla luce lunare; in capo alla viottola fiancheggiata di querciuoli, dopo una discesa di cinquanta passi dall'albergo, dormiva, tutta bianca, con due finestre nere, la piccola stazione; lontano, dopo una spiaggia deserta, dormiva la grande linea dell'Adriatico. Dietro le mie spalle, inerpicato sulla collina, il paesello dormiva. La profonda pace della notte era intorno a me. Io solo vegliavo, inquieto, febbricitante, esaltato, passeggiando su e giù, mentre la mia ombra si allungava, si accorciava, scompariva, mentre nulla poteva calmarmi. Io aspettava lei. Da tre giorni io l'aspettava nell'unico albergo, in quella piccola stagione intermedia, che niuno conosce. Ella doveva venire, passare con me una giornata e partirsene. Io l'aspettava.
Per questa giornata io fremeva ed impallidiva da due mesi, lavorando, ridendo, vivendo sotto l'imperio dell'idea fissa. Da due mesi ella palpitava come un uccello morente, nel disordine delle sue lettere; da due mesi, noi mentivamo atrocemente alle persone che ci erano state più care. Ogni azione, ogni pensiero, ogni speranza erano concentrate in quella giornata luminosa e ardente. Per andare, io ingannava un'altra donna, mia madre, mia sorella, i miei amici; io faceva venti ore di viaggio, io rimaneva sei giorni nell'albergo del paesello: per venire ella ingannava un uomo, ingannava suo padre, i suoi fratelli, i suoi cognati, sua suocera, i suoi servi, i suoi amici, si esponeva a viaggiar sola, bella e graziosa, per trenta ore di viaggio, in mezzo ai pericoli, venendo ad un pericolo di morte. Che importava tutto questo?--Io l'amava e l'aspettava, ella veniva a me perchè m'amava. L'ultima settimana prima del giorno, era stato un turbine quello che ci aveva travolti; eppure, in tanto disordine di ogni cosa brillava netta, lucida, matematica tutta la combinazione del viaggio. Io conosceva a mente il mio itinerario ed il suo, e lo ripeteva sottovoce, come se avessi potuto dimenticarlo. Quei nomi di paesi, quelle ore ritornavano macchinalmente sulle mie labbra. Eppure una orribile paura mi accompagnava di sbagliare un treno, di non trovarmi, di perdere la testa, e due ore innanzi io era alla stazione, fingendo leggere, disinvolto, bevendo dei grandi bicchieri d'acqua per calmare la mia febbre. Chi ha viaggiato con me? Non so, guardavo in volto le persone senza vedere nulla. Sentivo nelle orecchie un rumorìo di voci, uno stridìo di ferro, squilli di campanelle, fischi, ma non comprendeva nulla. Non ho dormito mai, mai. Mi assopivo, talvolta nell'abbandono, nella stanchezza dei nervi troppo tesi, ma l'anima vegliava, un sussulto mi scuoteva. Quanti giornali ho trascorso, quanti libri ho sfogliato? Non mi ricordo. So che arrivato al paesello, dove ella doveva venire, mi son sentito stringere il cuore. Forse, non sarebbe venuta. Che ne sapeva io? Era così strano il modo come ci eravamo amati, così singolare il modo come ci amavamo! Non mi conosceva, non la conoscevo. Da un momento ad un altro, lei che non era nulla, era diventata tutto per me. Che donna era? Forse, non sarebbe venuta. Forse l'avrebbero trattenuta. Invano cercavo dominare questo senso invincibile di sgomento. Pure l'albergatore, un cortese e famigliare, uomo che non vedeva mai nessun forastiero, non si accorse di nulla; è vero, io era pallido, gli occhi miei vagavano, distratti, le mie mani avevano la febbre, ma sorridevo, scherzavo anche. Nei tre giorni avevo visitato il paesello, la sua chiesa gotica, la sua manifattura di lana sopra un fiumicello là, presso: ma i paesani che si volgevano a guardare questo viaggiatore tranquillo ed attento, non sapevano niente della lotta spaventosa che mi rodeva. Con un vetturino facevo lunghe passeggiate in carrozza e mi lasciavo narrare i suoi guai, tutte le vicende della sua vita. Anche la cameriera dell'albergo ed il servitore mi avevano fatte tutte le loro confidenze; essi avevano trovato un placido ascoltatore che approvava col capo, senza capire, rosicchiato, minato, tormentato da un sol pensiero. Diventavo stupido. La notte smorzavo il lume nella mia stanza, passeggiavo sul terrazzo, guardando la via ferrata.--Verrà di là--pensavo fra me. E come un'allucinazione mi prendeva, mi pareva che sbuffante e rumoreggiante il treno arrivasse col suo occhio verde e col suo occhio rosso che mi guardavano, che una potenza malefica m'inchiodasse sul terrazzo, ch'io vedessi di lontano la diletta dell'anima affacciarsi allo sportello, cercarmi, non trovarmi, ricadere indietro, disperata, ripartirsene senza che io, nella più orribile contrazione del dolore, potessi fare un passo o dare un grido. L'incubo si sedeva sul mio petto, me desto. Erano state lunghe, eterne quelle ore dei tre giorni, io le aveva vedute avanzare pigre e stanche, ma le ore dell'ultima notte, chiamate invano, supplicate invano, non venivano. Ella doveva arrivare alle sei del mattino. Dalle otto della sera prima, io agonizzava nell'impazienza. Non una lettera, non un telegramma. Non poteva farmene, non doveva farmene, avevamo stabilito così. Viaggiava lei verso me? Dove era lei in quel momento? Calcolando, potevo saperlo. E se non venisse? Tutte le più alte, le più inflessibili deduzioni matematiche sono capovolte da un picciolissimo fatto. Passeggiavo, fumavo, morsicchiando la mia sigaretta, lasciando che si spegnesse, gittandola nella via, accendendone un'altra. Nella sera, ad uno ad uno si spegnevano i lumi del paesello. Passò un treno alle nove; era un diretto, non fermò. Alle dieci un altro; fermò per due minuti; era l'ultimo. La stazione era il mio faro, la mia compagnia. Illuminata, mi riscaldava il cuore come un raggio di sole. Certo i due impiegati, i facchini, il capostazione dovevano essere molto stanchi, poichè smorzarono subito e se ne andarono a letto. Mi parve di rimanere solo, abbandonato, in un deserto, senza luce, senz'acqua. Rientrai in camera, tutto angustiato. Dinanzi ad una fioca stearica d'albergo, in piedi, fremendo, rilessi le sue lettere inquiete, agitate, febbricitanti, che mi davano la follia. Sarebbe venuta. Sarebbe venuta la regina di Saba nei dômi azzurri della mia fantasia. Io le tendeva le braccia, ella veniva. Poi mi mettevo a pensare se quel salottino e quella camera d'albergo erano degne di ricevere la sua persona. Piccole stanze, messe con un lusso un po' rustico, un po' cittadino. Ma come Cristo, vi erano tutte le stazioni della Passione. Gliele avrei fatte vedere: Vedi, qui ho pianto, pensando che tu non saresti venuta. Qui ho sperato che questo calice mi sarebbe risparmiato. Qui ho agonizzato, nel dubbio della mia fatale Getsemani. Qui ho singhiozzato, credendomi tradito da te. Qui ho disperato, credendo che non saresti più venuta. Questa è stata la mia tomba per tre giorni. E qui, qui, amore mio immenso, sono risorto.--E pieno di una esaltazione, uscivo sul terrazzo a gesticolare, come un lungo burattino preso da pazzia. Forse, non sarebbe venuta. Mi sedetti in un angolo, appoggiando le braccia sul muretto, e il capo sulle braccia. Ma non dormivo, no. La boccettina del cloralio era quasi vuota sulla mia tavola. La vuotai. Mi distesi sul letto per dormire. Non dormivo. Presi un libro: le _Massime_ di Larochefoucauld. Tristi massime, ironiche massime, piene di realtà. Ma la passione è fuori della vita reale. Mi conturbarono. Fumai di nuovo. Avevo la gola secca, le fauci riarse, le guaucie mi bruciavano. Prendevo le sue lettere, profumate, fresche, e me le metteva sul volto, sperando averne qualche refrigerio.
Dal terrazzo, vestito, tutto pronto, cavando l'orologio nella penombra della luna tramontata e del giorno che sorgeva, vidi aprirsi una ad una le case dei contadini. Nell'albergo, dormivano ancora. Pure, sapendo che col treno delle sei e mezzo aspettavo mia moglie, si alzarono. Mi nascosi, vergognandomi di farmi vedere così premuroso. Ma dalla finestra, vedevo sempre la stazione, che s'era svegliata anche lei. Sotto la porta, un facchino si stirava le braccia. Uscii, non ne potevo più. Nel crepuscolo mattinale la serva spazzava, in basso, la stanza da pranzo. Le dissi che andavo a passeggiare. Sorrise. Non capii quel sorriso. Ero inebetito. Come l'ora si appressava, cresceva in me la sicurezza che non sarebbe venuta. Non viene, non viene--mormoravo. Me ne andai sulla via maestra, parallela alla via ferroviaria. Andavo incontro al treno, come un pazzo, come un bambino. Poi la via maestra faceva un gomito; tornai indietro, alla stazione. Presi una tazza di caffè, poi un vermouth nel piccolo caffè, parlai col padrone. Era l'alba, ma grigia. Forse il sole non sarebbe uscito, forse essa non sarebbe venuta. Anzi era certo che non veniva. Aspettavo per scrupolo di coscienza, quasi per dovere. Avrei potuto andarmene, perchè non veniva. D'un tratto odo un debole fischio, un suono di campanella, mi precipito fuori, in tempo per vedere un treno nero, bagnato d'umidità. Il sangue, mi va al cuore, ma oso domandare:
--È il diretto?
--No, è un _merci_. Ci vogliono tre quarti d'ora pel diretto.
--È segnalato alcun ritardo?
--No, per ora.
Ella non verrà. Me ne vado nel giardinetto della stazione dove crescono le rose delle quattro stagioni ed i gelsomini cremisi, in ritardo. Una lucertola mi guarda con i suoi occhietti sospettosi, una buona, simpatica e nervosa lucertola. Vorrei narrarle la mia disperazione, perchè ella non verrà. Un carabiniere è ritto sotto la porta; non mi guarda. Vorrei dirgli quanto son disperato, poichè ella non verrà. Gli ultimi minuti; prima che il treno arrivi, io li vivo triplicatamente, giunto al culmine di ogni sensazione. Viene il treno, la campanella è stridula, le orecchie mi tintinnano. Il sole appare vittorioso all'orizzonte e il fumo bianco della macchina s'indora. Ella non vi è. Non mi avanzo, rimango immobile, morendo in piedi. Scendono contadini dalla terza classe; dei signori una vecchia, un bambino dalla seconda. Ella non vi è. D'un tratto, lontano, nella penultima carrozza di prima classe, allo sportello non fa che apparire e scomparire un volto smorto.
Mi trovo la forza di aprire la portiera. In una mano ghiacciata, è appoggiata una manina tremante. Non ci parliamo, ma ci guardiamo, camminiamo accanto. Quei due esseri pallidi, senza voce, tremanti come bimbi, sono un uomo a trent'anni forte e coraggioso, una donna di spirito e di coraggio. Alla porta le faccio una domanda insulsa, inutile.
--Hai il biglietto?
Lo ha, me lo mostra. Passiamo. Ce ne andiamo nel polverìo della via, senza osare di darci il braccio. L'albergatore dalla soglia, ci sorride. Ella sorride con gli occhi pieni di lagrime, io non sento che il profumo acuto dei suoi guanti, il suo profumo...
* * *
Tu hai potuto dimenticare, io ho potuto dimenticare. Poichè questo caso mostruoso, inaudito, è stato possibile, sogghigniamo e diciamo pure che la vita nella sua più alta espressione, che è l'amore, non è che un vano e miserabile sogno.
Zig-Zag.
Io conosco un curioso signore che possiede, in un cassetto sempre chiuso di una sua scrivania, un piccolo museo amoroso, vale a dire quella tale raccolta di oggettini insignificanti per sè, ma espressivi per la persona che li riunì, a testimonianza e a ricordo dei suoi fatti d'amore. Sin qui, ciò è molto comune: giacchè è collezionista di tal genere, chiunque sia un poco sensibile, un poco sentimentale, chiunque si sia abbastanza occupato dell'amore, nella sua vita. Cassetti, cofanetti, scrigni che serrino simili preziosità tutte personali, si trovano dapertutto, anche nelle case di donne molto austere e di uomini molto serii: il bisogno di provare a se stessi che si conobbe l'amore, che si ebbe un passato tenero e passionale, determina la conservazione di tali memorie. E il curioso signore sarebbe un signore qualunque, somigliante a un altro qualunque signore e a moltissimi altri signori qualunque, col suo cassettino, ermeticamente chiuso: ma la sua singolarità è questa. Egli ha due piccoli musei. Il primo è custodito nel cassetto superiore, a destra dell'antica scrivania, il secondo nel cassetto superiore, a sinistra del medesimo mobile: cassetti eguali, che si aprono con la medesima chiave: la chiave, non grande, è sospesa all'anello dell'orologio, ma sempre nascosta nel taschino del panciotto. Del resto, il curioso signore apre assai raramente i due musei dell'amore; bisogna che egli si trovi in una di quelle lunghe giornate di pioggia autunnale, senza voglia di fare nulla di bene o male, senza desiderio di vivere: o in una di quelle dolci notti solitarie e insonni, fervide di fantasmi nell'anima: o in qualche minuto di convulsione spirituale, in cui tutto nel presente può dare la disperazione e solo il passato può dare la calma. In queste rarissime occasioni, il curioso signore cava la chiave e schiude il primo cassetto; ma quando le sue mani hanno toccato, i suoi occhi hanno visto, il suo naso ha aspirato, allora egli, subito, apre anche il secondo. Più tardi, molto più tardi, quando la lenta e penosa rassegna dei due musei è compiuta, uno dopo l'altro egli serra, con un cheto girare di chiave, i due cassetti; il trattamento sentimentale è di una perfetta eguaglianza e di una assoluta giustizia.
Nel primo cassetto stanno i ricordi delle donne che egli ha amate. Vi è una cintura di seta, molto scolorita; apparteneva a una bellissima donna quarantenne di cui egli si era innamorato, verso i venti anni. Questa donna era stata molto amica di sua madre e veniva spesso in casa, sempre vestita con grande eleganza, un po' imbellettata, moltissimo profumata, con certi fruscî inebbrianti di gonne di seta, lasciando vedere i suoi piedini calzati di calze di seta trasparenti e di minute scarpette. Il giovanotto l'aveva amata con grande timidezza dapprima, fuggendola, nascondendosi dietro le porte, per guardarla, tremando di gioia o di terrore, se ella gli toccava la mano: la passione, sensuale, del resto, facendosi più violenta, egli era giunto alla dichiarazione, alla lettera di amore, alle insistenze disperate. Questa donna lo aveva respinto, ostinatamente: prima aveva avuto l'aria di non accorgersi di lui, poi lo aveva avvilito con una continua illusione, con un continuo disprezzo. Per avere quella cintura egli l'aveva fatta rubare da un servo compiacente: la signora aveva creduto a una dispersione, e il folle innamorato passava le sue notti covrendo di baci roventi quella molle seta, cingendosela al collo, fingendo che fossero le braccia della donna inutilmente amata. Costei, a un certo punto, era partita: egli aveva spasimato ancora un pezzo, e infine si era consolato.