Part 5
--Parti con me--ripetette lei, lentamente, con una suggestione continua,--Andremo molto lontano... viaggeremo presto... viaggeremo assai... vedrai tanto mondo diverso... dimenticherai...
--Io porto il mio male in me--soggiunse Paolo, con voce sorda.
--Partiamo, partiamo...--riprese lei, quasi non avesse udito.
--Vuoi tu viaggiare con un agonizzante?
--Non importa--ella rispose, crollando il capo.--Vieni via, Paolo, ti sentirai meglio, il tuo male avrà una pausa.
--Dove, che questo interno tormento non vi sia? Conosci tu questo paese?
--Paolo, io sono una persona che ti vuol bene, non so tante cose. Ti dico, solo: andiamo via. Vedrai... sarò una buona compagna di viaggio... mi fermerò, dove a te piacerà restare... andremo via dai paesi che non ti piacciono... vieni via.
--Qual triste viaggio di nozze tu mi proponi, o Chérie!
--Perchè, triste?
--Perchè lo sposo è morente!
--Morente, di che?
--Di tutto, Chérie.
--Anche di amore?--e lo fissò, negli occhi.
--Anche di amore.--egli rispose, a capo basso.
Ella impallidì un poco: ma si rimise subito.
--Io sarò un'anima tenera per te, Paolo.
--Non ti prendere questo duro incarico, povera creatura; lasciami al mio destino.
--No, no, ti voglio bene, mi sei sempre piaciuto... tentiamo questa salvazione, Paolo...
--Un lugubre compagno di viaggio, Chérie...
--Dimenticherai, dimenticherai...--ella disse, con la sua intonazione malinconiosa, che dava tanto fascino alle sue parole.
--Non dimenticherò, mai--egli dichiarò, aprendo le braccia, con un gesto definitivo.
--Tutto si dimentica--disse Chérie, semplicemente.
--Io non posso.
--Tenta.
--Ho tentato... lo sai... ho tentato--egli disse, con una umiliazione atroce di tutto il suo essere.
--Ebbene?
--Non mi domandare, Chérie! Ella tacque, un poco. Ma poi, ostinatamente, ritornò al suo quieto assalto.
--Partiamo oggi, Paolo.
--No.
--Senti, è meglio che partiamo. Che farai tu, qui?
Egli la guardò, smarrito.
--Che farai questa sera, oggi, domani? Dove andrai? In che posto troverai refrigerio, distrazione, obblìo? Chi ti consolerà?
--Dio! egli esclamò, convulso.
--Senti, vieni via. Fuggi questo paese; fuggi coloro che conosci; fuggi ogni ricordo; fuggi ogni cosa. Oh Paolo, io sono una povera persona sciocca, ma io so, questi dolori che cosa sono, io comprendo, così, che tu sei un infelice, un miserabile... Ne ho visti degli altri... non vi è che partire...
--Gli altri, gli altri! Felici gli altri!
--Sarai felice ancora; vedrai. Ma parti. Solo, qui, non puoi restare.
--Solo? Tu andresti via?
--Si--diss'ella, voltando il viso.--Ho voglia di espatriare.
--Anche tu soffri? Anche tu, poveretta? È possibile?
--No--ella rispose, subito--Non soffro, io. Non sono mica una creatura sentimentale--e sorrise un pochino, fuggevolmente,--Sono un po' malinconica, talvolta: quando mi dicono che ho malato il cuore. In generale, mi annoio spesso. Ora, da qualche tempo, mi annoiavo moltissimo...
Chérie parlava con molta disinvoltura, senza però giungere a dare un'aria di perfetta naturalezza a quello che essa diceva. Le sue mani mettevano in ordine, macchinalmente, degli oggetti di porcellana della Cina, tutti bianchi, in una scansia e così, spesso, ella distoglieva i suoi occhi da quelli di Paolo Herz.
--Tu sei venuto--ella riprese--... io ho subito pensato di partire con te. Giusto... questo ti serve, anche... la cosa sarà utile ad ambedue...
--Tu sei buona--mormorò Paolo Herz, subitamente intenerito.
--Oh, non tanto! Faccio anche il mio interesse... sono una donna interessata...
--Povera Chérie!
--Perchè mi compatisci? Non compatirmi. Va a fare le tue valigie, per partire.
--Così presto?
--Bisogna sempre partire subito, quando si vuol andar via. Se si ritarda, si resta.
--Tu dici che _bisogna_ andar via?--egli chiese, guardandola, coi suoi torbidi occhi pieni d'incertezza.
--Sì, sì, sì.
--Dove andremo?
--Dove ci porterà il primo treno che troveremo, e poi un altro treno; e poi un altro...
--Fin dove?
--Chi lo sa!
--Che faremo, laggiù?
--Niente, Paolo; nulla più di qui.
--Ma io dovrò vivere, pensare, agire, Chérie, comprendi questo? Io sono inetto a ciò, adesso.
--Non ti capisco--ella mormorò, chinando gli occhi.--Ma qualunque paese sarà migliore di questo.
--Io non posso amarti!--gridò Paolo vincendo la sua ripugnanza a dire una cosa atroce.
Ella lo guardò: sorrise appena: poi disse, con quel suo tono di mistero, che facea parere molto più profonde le cose che ella dicea.
--Chi lo sa!
--Chérie, io sono un infame e un inetto!
--Paolo, Paolo, taci... tu esalti i tuoi nervi... tu aumenti il tuo turbamento...
--Chi tradisce, è un infame, Chérie, non vi può essere pietà, per chi tradisce. Io ho tradito.
--Calmati... calmati--e gli prese le mani, come si prendono le mani di un ammalato, che vaneggia.
--Che vuoi, Chérie, ho tradito, ho commesso un tradimento odioso... io mi sento perduto...
E smorto, sconvolto, egli la fissò, come se non la vedesse, come se non la riconoscesse, come se non fosse stata proprio lei, a essere lo strumento del tradimento.
--Perduto, perduto, perduto...--ripeteva lui, follemente.
--Pace, Paolo, non pensare a ciò...
--Come, non pensare? È lo stesso come dire a chi ha un morto, in casa, di non pensarci più.
--Paolo, chi è morto, dunque?
--Il decoro del mio amore è morto, è morta la sua dignità, è finita la sua forza e la sua saldezza, io ho tradito!
E questo grido, continuò a escirgli dal cuore lungo, aspro; egli non sapeva che ripetere questa parola del tradimento, in tutti i tuoni. Ella lo ascoltò, per un pezzo, meravigliata più che dolente: due o tre volte, le palpebre dei grandi belli occhi azzurri battettero, come per rattenere le lacrime. Ma egli non vide, questo: gittato sovra un divano, battendo la testa sui cuscini, egli esalava il suo dolore e l'orrore di se stesso. Così, vagamente, ella intese che era meglio parlargli del suo strazio e gli chiese:
--Paolo, non era... non era _tutto_ finito?
--Tutto, che? Di che parli?--domandò lui, trasognato.
--L'amore... fra te e Luisa Cima...
Egli levò la testa, a quel nome e con voce tetra:
--_Tutto_ non era finito...
--Come? T'amava ella, ancora?
--No. Non mi amava, più.
--Da qualche tempo... mi pare...
--Sì, da vario tempo. Forse, non mi ha mai amato.
--Perchè? Non dire questo... non lo dire di nessuna donna--ella mormorò, con bontà.
--Mai, Chérie, mai! Non la conosci! Non la sai! Mi ha mentito, non mi ha mai amato!
--Tutti mentiscono un poco, nell'amore--ella soggiunse, a occhi bassi, appena appena rimproverandogli, così, la sua menzogna della sera scorsa.
Egli non comprese.
--Poichè non ti amava, da tanto tempo, non eri tu libero?
--No--egli disse, tetramente, Ero legato.
--Come?
--Legato da un giuramento.
--A Lei?
--A me stesso.
--Non ti capisco--ella disse, ancora, guardandosi le perfette mani.
--Io l'amavo...
--Ebbene?
--E l'amo.
--Ah!--diss'ella, senz'altro.
--L'amo sempre, l'amerò sempre, non amerò mai altra donna, è così, nessun'altra!
E si guardò intorno, con occhi fuori, come se qualcuno gli impedisse, gli contrastasse questo amore e che egli fremesse di dichiararlo a tutti quanti. Invece, Chérie lo guardò, con occhi pieni di una grande pietà, una pietà non profonda, forse, ma grande, una pietà che taceva molte cose, ma che per questo era una grande pietà. Adesso, si era seduta e teneva le mani in grembo: la beltà di quel dolce volto non parea fosse stata turbata, solo era piena di una pietà grande: pietà non sapiente, forse, non magistrale, non alta, ma umile, ma tenera, ma femminile. Ella non gli chiese conto della notte: ella sentiva che, egli stesso, si pentiva troppo amaramente di quello che aveva fatto.
--Avevo giurato... avevo giurato di restar fedele a quest'amore solitario... sempre... e avevo tenuto il giuramento... per tanto tempo... e ora, ora, ora!
Si prese la testa fra le mani, per nascondere le lacrime che gli salivano agli occhi.
Vedendo quell'uomo piangere, Chérie si curvò su lui, gli liberò il volto dal velo delle mani, gli passò delicatamente il suo fazzoletto sugli occhi, con un atto materno. E non seppe dire altro che la parola che si dice agli sconsolati, a coloro cui è morto qualcuno:
--Non piangere, non piangere così...
Ma una suprema debolezza aveva atterrato Paolo Herz, sorgente da tutta la sentimentalità quasi muliebre del suo spirito: egli piangeva come un misero, come un bimbo, come una donna, preso, appena appena ogni tanto, da un accesso virile di collera. La istessa pietà di Chérie che egli intravvedeva vagamente, quasi senza intendere da chi venisse e come e perchè, aumentava il suo irrefrenabile dolore.
--Ma non piangere, non piangere tanto, infine...--mormorava lei, seguitando a comprendere poco e non sentendo che la compassione semplice per un dolore grande e ignoto.
--Ah io sono infelice... un povero infelice... il più povero e il più infelice uomo della terra... quello che non ha pane, che non ha tetto, che chiede l'elemosina, nella via, è meno miserabile di me... io ho perduto tutto... tutto è finito...
Chérie pensava, naturalmente. «Ma se ella non lo amava più, da tempo, che cosa è dunque finito? chi ha tradito Paolo?» Però nulla ella diceva, di ciò, intuendo un mistero dell'anima, che non poteva nè misurare, nè apprezzare. Prono sul divano, singultando, Paolo continuava a dire:
--Tutto è finito... tutto è finito.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Fu un pallido uomo, distratto, smemorato, senza volontà e senza forza, quello che seguì Chérie, nel viaggio malinconico che essi intrapresero a traverso l'Europa. Paolo Herz si lasciava condurre, di treno in treno, di città in città, di albergo in albergo, come una creatura inerte, incapace di reagire, poichè era incapace di agire. La loro vita era singolarissima. Tutte le cose esterne del viaggio erano regolate da un servo che prendeva gli ordini da Chérie, alla mattina: e tutto si compiva, senza fretta, senza rumore, con la taciturnità e la compostezza di persone che portano seco un malato. Egli, forse, fisicamente, malato non era; ma tutte le corde dell'energia infrante, spenta ogni iniziativa, il suo spirito era prostrato nell'invincibile abbattimento, da cui non si risorge, salvo una crisi violenta. E niuna cosa e niuna persona, più, poteva dare all'anima e ai sensi di Paolo Herz la scossa che li doveva vivificare o uccidere. Egli si lasciava condurre dappertutto, docile, obbediente, senza mai un atto di ribellione, senza una parola di rifiuto: Chérie regolava la sua vita; e come un fanciullo, come un malato, egli viveva secondo Chérie. Ma, un fanciullo senza sorrisi e un malato senza speranze, obbediva alla bellissima donna, dalla florida chioma bionda e dai begli occhi azzurri: mai gli usciva dalle labbra una parola, che desse segno di una sua risurrezione. In pubblico, veramente, egli non sembrava che un uomo triste senza essere acerbamente addolorato, taciturno per sua elezione, non tetro: egli accompagnava la donna nelle passeggiate, nei teatri, nei pubblici ritrovi, correttissimo, smorto, parlando con lei due o tre volte, in una serata. Non aveva neppure l'aria di annoiarsi: aveva l'aria di vivere, senza vedere e senza sentire la vita.
Ma quando restavano soli, solissimi, in un vagone, in un salotto di albergo, Chérie e Paolo, egli lasciava che la sua fisonomia esprimesse tutta l'angoscia che premeva, perennemente, il suo cuore. Senza dir verbo egli si abbandonava sovra una sedia, esausto dallo sforzo di vivere: tutta la sua orribile miseria, lo mordeva, nella carne e nel cuore; ed egli provava lo spasimo dell'irreparabile.
La donna non gli domandava nulla. Decisa a compire sino all'estremo il suo ufficio d'infermiera ella restava le lunghe ore, accanto a lui, silenziosa, vigile, seduta in una poltrona, così immobile e così taciturna che egli dimenticava perfettamente la sua presenza. Ma ella vegliava! Nel vagone, ella lo vedeva agitarsi, levarsi, aprire e chiudere i cristalli, incapace di trovar pace, seguendo con occhio smarrito la fuga delle campagne e dei villaggi, innanzi al treno, guardando giù, con qualche cosa di disperato, nello sguardo. Nell'albergo, ella lo vedeva inquieto, senza requie, andare e venire, non potendo liberarsi del suo indicile tormento. Sino a tardi, essa aspettava: poi si levava, andava, a lui, gli diceva, dandogli la mano:
--Buona notte.
Macchinalmente egli rispondeva:
--Buona notte.
Ironico augurio! Ella giovane, senza preoccupazione altro che quella pietosa, per il suo amico, stanca del viaggio, si addormentava del suo bel sonno senza sogni: egli combatteva ogni notte una battaglia con l'insonnia. In quelle ore di solitudine, Paolo Herz era avvilito da un profondo senso di degradazione. Il tradimento che aveva commesso, così brutalmente, obbedendo al cieco istinto sensuale che si era avvolto nella luce lusinghiera di un novello, giovane, fresco amore, questo tradimento compiuto con entusiasmo fisico, con un delirio di tutto il suo essere terreno, gli sembrava, ogni giorno più, una deturpazione, una violazione del più prezioso tesoro che egli conservasse nel suo cuore: il suo amore. Si sentiva vile, sporco, cinico, macchiato dall'indelebile peccato della carne, simile a qualunque animale senza intelletto e senza cuore; faceva orrore a se stesso.
Giacchè poteva Luisa Cima non averlo amato mai, o averlo abbandonato crudelmente, dopo un breve capriccio; poteva egli essersi disperato di questo abbandono, nelle lunghe cogitazioni delle sue ore solinghe; poteva egli aver sentito la fine della sua esistenza di amante; ma questo era un fatto fuor di sè, che egli subiva, che egli pativa, come Gesù sofferse la Passione. In quella orrenda disperazione il _suo_ amore restava puro, schietto, alto: amore doloroso, amore straziato, amore spasimante, ma senza peccato, senza decadenza, senza degradazione. Luisa Cima aveva potuto togliergli la sola felicità della corrispondenza amorosa, gli aveva levato il bacio e lo sguardo, il sorriso e la parola: egli non aveva più un'amante, egli non era più un amante: ma egli era un innamorato! Ciò che viveva nel suo cuore, l'amore, era intangibile: la piccola donna dal viso appena roseo dagli occhi neri, dolci e maliziosi, la perfida donna dai capelli neri, morbidi, fini, lucidi, come se fossero bagnati, poteva infrangere tutto, fare una rovina di tutto, ma non toccare l'amore nell'anima di Paolo Herz. Oh quello era collocato in un posto sicuro, chiuso, messo nell'arca santa che niun mortale può violare, nell'arca del pensiero e del sentimento! Ella avrebbe potuto spezzare la fronte di Paolo Herz, attraversargli il cuore con un pugnale, non vincere quell'idea e quell'affetto. Questo orgoglio aveva sostenuto Paolo, nelle lotte atroci contro l'abbandono: questa fierezza del suo amore, che era _suo_, che niuno poteva levargli, mai, che niuno poteva nè offendere nè ferire!
Ebbene, egli stesso, volontariamente, aveva aperto la porta del tabernacolo, spezzata la santa reliquia e rovesciato l'altare: egli aveva rinnegato non l'amore di Luisa Cima ma il suo: egli aveva tradito, non Luisa Cima, ma se stesso: egli aveva disperso al vento, per sempre, tutto il suo tesoro. Giammai più, giammai egli avrebbe ritrovato la fermezza fiera, il candore appassionato, la nobiltà ardente, la fedeltà incrollabile, che erano le virtù alte di questo amore. Aveva tradito: aveva tradito. Le parole sacre della passione che sono sacre, sol perchè dette nella sincerità e nella profondità di questo sentimento, egli le aveva dette a un'altra mentendo: le sue labbra avevano baciate, delirando di amore, quelle di un'altra donna, e il suo delirio era falso, era un inganno dei sensi: egli si era dato a una donna e aveva avuto una donna, ma _un'altra_! Il tradimento era più brutto, più sporco, più laido, perchè compiuto così, non contro l'amante, ma contro l'amore, non contro Luisa, ma contro sè. L'incanto era spezzato; ogni santa magia era distrutta: ed egli era un essere volgare e vile, un essere povero e infelice, una creatura senza dignità e senza orgoglio, senza rifugio e senza conforto.
Oh notti atroci! Egli espiava, in quelle notti, la notte del suo peccato: egli la espiava in tutte le forme, le più crudeli: egli si odiava e si disprezzava: egli che si era creduto grande e puro, innanzi alla perfida Luisa Cima, adesso si sentiva mille volte più basso di lei. Le ragioni naturali della vita erano infrante: i legami che uniscono l'uomo all'esistenza, la speranza nelle cose e negli uomini, la fede in se stesso, erano sciolti, per sempre. Aveva tradito! Possedeva una cosa bella, onesta, superba, e l'aveva insultata e calpestata; da se stesso, aveva espulso dal suo cuore ogni sorgente di tenerezza e di orgoglio e l'aveva contaminata. Traditore, infedele, impuro, egli, in certi momenti, accostandosi allo specchio, nel vedere il suo pallido viso, aveva ribrezzo!
Nelle atroci notti, oramai, una fatale convinzione si faceva posto nel suo spirito. Come uomo, egli era distrutto: distrutto come amante. Mai più, mai più avrebbe potuto accostarsi ad una donna, desiderandola, volendola; l'idea di un simile fatto, gli metteva un terrore folle, la crisi di un ferito che vede il ferro chirurgico. Due o tre volte, ingenuamente, Chérie, che nel suo buon senso, credeva alle forze semplici della vita, lo aveva guardato con gli occhi seduttori, con gli occhi che invitavano: due o tre volte era stata provocante, sperando di guarire così Paolo Herz. Ma aveva visto un tale sgomento in lui, gli era parso così tremante, così pallido, che la donna, non comprendendo più nulla, aveva chinato il capo, un po' umiliata, si era ritirata nella sua stanza, tutta pensosa. Mai più, nessuna donna, dopo Luisa Cima! e mai più, in sè, nessun amore, dopo che egli aveva così ignobilmente tradito il suo. Eternamente solo, solo nel ricordo dell'abbandono e solo con la testimonianza della propria turpitudine: una solitudine senza decoro, senza serenità, senz'ombra di conforto. Confortarsi in chi? In che cosa? Tutto era finito: tutto, anche l'idealità sublime del suo amor solingo. Col tradimento, tutto era finito.
Egli si levava da questi notti con gli occhi cavi e brucianti, con uno smarrimento di coscienza, che lo faceva parer vaneggiante. Chérie lo sogguardava, sempre più sorpresa. Adesso, non si parlavano più. Non si davano neppure la mano. Egli cercava di isolarsi, assorbito dalla sua fissazione sentimentale, uscendone solo per considerare Chérie con spavento, poichè ella era stata la causa del tradimento. Ella domandava a se stessa: «perchè gli faccio paura?» Ma non glielo chiedeva, oramai intimidita e stanca. La infermità morale di Paolo Herz sfuggiva a qualunque cura ella potesse tentare, e la poveretta aveva finito per annoiarsi mortalmente e sovra tutto, per sentirsi inutile e noiosa. Viaggiavano da quattro mesi, insieme: e il tentativo era stato troppo lungo. Una sera, a Vienna, glielo disse:
--Paolo?
--Chérie?
--Non ti pare che sia meglio finire?
--Che cosa?
--Questo viaggio, insieme.
--Ah!... sì.
--Io vorrei restare, ancora, con te--ella aggiunse, gentilmente--ma non serve a nulla.
--Non serve a nulla.
--Me ne vado, allora, Paolo?
--Sì.
--Tu resti?
--Non so.
--Che farai?
--Non so.
--Vuoi che io resti, Paolo?
--No.
--Trovi che ho torto? Che faccio male?
--No, Chérie: tu hai ragione e fai benissimo.
--Mi serbi rancore?
--No: non ti serbo rancore.
--Mi vuoi bene, un poco, allora?--disse ella, scioccamente.
Egli rabbrividì: tremò. E disse:
--No, niente.
Così, si lasciarono.
Dissidio.
--Dunque, mi amate?--ella domandò.
--Io vi amo. E voi?--egli chiese.
--Anche io vi amo.
Ma perchè non erano felici, dopo quella confessione? Perchè quella permanente nube di tristezza in entrambi?
--Avete molto tardato a dirmelo--ella soggiunse.
--Moltissimo. Anche voi, del resto.
--Anche io--ella replicò.--Perchè tardaste tanto?
--Perchè non ero perfettamente certo di amarvi: e non volevo ingannare nè me, nè voi.
--Dubitavate? Non vi piacevo, io, forse?--ella disse.
--Mi piacevate e mi piacete immensamente. I vostri occhi così vivaci e tanto spesso pieni di malinconia, la vostra bocca sempre così fresca e dove il sorriso assume tante forme novelle e bizzarre, mi attirano irresistibilmente: io adoro le vostre perfette mani e quando immagino che esse possano passare sui miei capelli, con una lenta carezza, fremo di un lungo brivido: tutta la vostra persona esercita su me il fascino, che non si vince, dei corpi giovani e belli, fatti per l'amore...
--Ebbene?
--Ebbene, tutto ciò, talvolta, non esiste più. Vengono giorni, vengono periodi, in cui non mi piacete punto. Nè lo sguardo vostro, nè il vostro riso arrivano sino a me; mi sembrano pallidi, smorti, o, forse, io non li sento, sono diventato sordo e cieco alla loro espressione. La vostra persona mi pare quella di un manichino e non la bella forma di una creatura umana. In questi periodi, io potrei stare vicino a voi, voi sola con me, lontani ambedue da ogni rumore, da ogni fastidio, in quella compagnia, infine, che ogni amante ardentemente desidera e io non vi prenderei una mano per baciarla, non vi direi una parola d'amore...
--È strano... è strano...--ella mormorò.
--Vi è di peggio. Debbo io dire anche il peggio? Non vi offendete, voi?
--Non mi offendo. Dite.
--Càpitano dei periodi anche peggiori. Sono quelli in cui tutto in voi mi dispiace. Dopo la indifferenza, un senso di disgusto, d'irritazione tutta fisica. I vostri occhi mi sembrano sfrontati, perversi, sempre duri, come se giammai vena di dolcezza li possa attraversare; la vostra bocca ha qualche cosa di odioso, di sovranamente antipatico, nel parlare, nel sorridere; ogni vostro movimento mi sembra volubile o goffo; e tutta voi, per me, mancate di armonia, siete una dissonanza, urtate i miei nervi e vi debbo fuggire, se non voglio essere maleducato, villano con voi.
--Così?
--Così.
--E poi?
--Poi, non so come, giacchè la transizione mi sfugge, viene il giorno, viene l'ora in cui voi, a un tratto, mi riapparite in tutta la vostra seduzione. Sarà, forse, un vestito che vi va bene; un significato più tenero degli occhi; qualche cosa di più mite nel sorriso; una posa più stanca, più abbandonata del vostro bel corpo; un tocco fuggevole della vostra cara mano nella mia... non so! Allora l'antica incantatrice mi prende, mi riprendo ed io sono suo.
--Solo per questo non eravate certo di amarmi?
--Anche per altre ragioni.
--Vi ascolto.
--Non vi rattristeranno, esse?
--Sì: ma non importa.
--L'istesso fenomeno del mondo fisico, fra me e voi, si è sempre riprodotto nel mondo morale. Vi ho ammirata sempre, lo sapete, perchè il vostro carattere ha qualche cosa di assolutamente personale, perchè sotto il vivido sfavillare dello spirito, ho ritrovato un senso equo della vita, perchè a traverso gli erramenti naturali del cuore, il vostro onore mi è parso buono e perchè in mezzo a tutte le inevitabili influenze di corruzione, avete tanta ingenuità infantile. Ciò è così nuovo in una donna moderna ed è così inaspettato, in voi, che sono stato e sono innamorato della vostra anima...
--Ma non sempre innamorato?
--Non sempre! Ciò che voi dite, in certi momenti, mi pare senza colore e senza sapore, come il cinguettìo di un uccellino senza cervello e io mi domando, se dietro la vostra bianca fronte, havvi veramente un pensiero. Mi sembra che il vostro spirito sia quello comune a qualunque altra donna, senza intelligenza: e che la vostra bontà sia quella debolezza naturale del cuore muliebre, quella volgare impotenza a odiare, a fare il male, che si scambia tante volte, fallacemente, con la bontà. La vostra sentimentalità mi pare insipida e la vostra ingenuità mi fa l'effetto di una puerilità scema...
--Triste!