# L'infedele

## Part 4

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--Io vi domandavo un po' di cuore, mia cara!

--Malato?

--Come me lo volete dare. Un pochino, mi basta.

--Tutto, sarebbe troppo, è vero? e lo guardò negli occhi, volendoli scrutare.

--Quello che tu vuoi, cara--esclamò lui, un po' follemente.

--Tutto, per poco tempo, allora?---e di nuovo gli rivolse uno sguardo scrutatore.

--Tutto, sempre, diletta!--esclamò Paolo Herz, che adorava quella donna poichè gli piaceva enormemente.

--Vieni questa sera--ella disse, presto, con una completa, tenera e appassionata dedizione, nella voce.

--A che ora?

--Alle undici.

Fu un soffio, quella voce, sulle due ultime parole; un soffio che era una carezza, un bacio, un abbandono. Egli s'inchinò profondamente, innanzi a lei: le prese la mano, che ella gli stendeva e la baciò appena, sfiorandola sulle dita ripiegate.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Nel cadente pomeriggio di autunno e nella sera, Paolo Herz portò nei sensi e nel cuore una ebbrezza di vita traboccante, come da tanto tempo non aveva mai provata. Una improvvisa primavera era rifiorita nella sua anima e gli parvero persino odorosi e voluttuosi i pallidi crisantemi, e ricche e appassionate perfino le povere rose thea, fiori di novembre, che egli mandò, da tre o quattro fiorai, in casa di Chérie. Tutto un novello calore gli inondava il sangue e gli saliva, a sbuffi, al cervello, come se, debole e convalescente, egli avesse bevuto un bicchiere di vino generoso. Egli andò per le vie a piedi, guardando la gente e sorridendo ad essa, come se la conoscesse: si fermò a una quantità di vetrine, incantato delle cose belle che serravano, e volendo cercarne una bellissima per donarla a Chérie. Un bisogno pazzo lo assaliva di parlare, di ridere, di spendere molto denaro, di vivere largamente, con quella donna accanto, immersa nelle più raffinate e più ardenti eleganze: un rigoglio di giovinezza eccitava tutto il suo organismo e gli dava un bisogno assoluto di esser felice materialmente e moralmente, nelle braccia di quella donna così giovane e così bella, dalla voce così toccante, dalle parole così voluttuosamente tenere e non scevre di malinconia.

Innamoratissimo! In quelle non molte ore che lo dividevano dalle undici di sera, egli ebbe quasi sempre la allucinazione fresca e fiammante, insieme, della persona di Chérie. Ora pareva che lo guardassero quei grandi occhi azzurri, dalla cornea non bianca, tutta a riflessi azzurri, dalle ombre azzurre, sotto le palpebre: e gli sembravano un mare di dolcezza, senza nessuna velatura di malizia, di perfidia, di quelle malaugurate cose odiose, che tante volte appariscono, spesso involontariamente, negli altri occhi femminili. Ora pareva che, innanzi a sè, si muovesse l'alta persona un po' troppo alta, ma così veramente flessuosa: e l'innamoratissimo pensava che, Chérie, quando era sdraiata sul gran divano, sembrava più piccola, pur conservando la grazia e la nobiltà della sua figura. Talvolta, in una allucinazione anche più palpabile, sotto i suoi occhi, a breve distanza, gli sembrava che apparissero e sparissero quelle mani bianche dalle dita troppo cariche di pietre preziose, dalle vene di una delicata tinta fra l'azzurro e il violaceo, dove vi fosse anche del grigio: e più ancora, più ancora, egli ebbe, due o tre volte, la sensazione di quel bacio, di quel solo bacio, che egli aveva dato sulla bella bocca e dalla quale lo aveva ricevuto, trovandovi il senso fuggevole, ma profondo di un aroma misterioso. Egli si sorprese, o piuttosto non si sorprese punto, anzi si dilettò a pronunziare spesso il nome della diletta, con lentezza e con passione, con una costante espressione di desiderio e d'invocazione:

--Chérie, Chérie, Chérie!

Egli andò in una trattoria di prim'ordine, verso le otto; e si ordinò un pranzo squisito. Aveva un grande appetito, egli che non mangiava da tanto tempo che per cibarsi: gli amici si accostarono a lui, scambiò saluti, parole, scherzi con tutti: offrì del _kummel_, delle sigarette. Rise molto.

Ma temendo di sospingere troppo l'ebrezza che lo teneva dal pomeriggio, non volle bere vino e liquori: viceversa, fumò molto, cercando addormentar l'impazienza dei suoi nervi, volendo dimenticare l'ora del convegno, per ricordarla, ad un tratto, quando fosse prossima, con immensa delizia. Innamoratissimo, anche quando uscì nel freddo e nell'ombra della via e rientrò nella sua casa deserta: egli ardeva di passione, come un giovanotto ventenne al suo primo convegno d'amore e si andò a guardare nello specchio, per vedere se era abbastanza bello per quella bellissima donna.

Due ore ancora, lo dividevano dal convegno di Chérie. Egli aveva già fatto per le vie dei giri rapidi e lieti, incantato della serata di autunno, seguendo con lo sguardo le donne che passavano, udendo con delizia dei piccoli brani di colloqui d'amore, da qualche coppia che passava. Era il momento in cui tutti si recavano ai teatri, ai caffè, ai ritrovi serali: e gli pareva di scorgere, a Paolo Herz, nel volto di tutti quanti, come un desiderio intenso e frettoloso, un pallor d'ansietà, la voglia di arrivar presto dove era il proprio amore, il proprio vizio, la propria consuetudine. Egli stesso, ogni tanto, fremeva d'impazienza: ma era una impazienza voluttuosa e tranquilla, insieme; qualche cosa di profondamente desideroso, ma di placido nella certezza della imminente soddisfazione. Pure, quell'andare per le vie, tutto solo e rapido nella sua estasi, a un certo punto gli spiacque. Temette che quell'ardore giovanile onde vibravano gaiamente le sue vene, svanisse al contatto troppo prolungato dell'aria notturna: egli voleva conservare, intatta, tutta la rinnovata fiamma messagli nel sangue, nei nervi, nel cuore da Chérie. Rientrò a casa sua; avrebbe aspettato, sdraiato, tentando di leggere--avrebbe potuto leggere?--tentando di sognare--oh, avrebbe certo sognato!--sino all'ora di recarsi direttamente dalla bella e ammaliante donna.

Subito, in casa, fece accendere dal suo servo tutti i lumi: non amava le penombre, quel suo rigoglio di vita: aveva necessità di chiarore largo, di visioni nitide e precise. Si gittò in una poltrona, prese un libro: ma i suoi occhi s'immobilizzarono sovra le righe nere, senza intenderle: e ancora la snella figura vestita di bianco gli riapparve nell'aureola bionda e scintillante dei suoi capelli arruffati di bimba, col collo un po' gracile fra i merletti della vestaglia e il passo ritmico, ondeggiante senza rumore.

--Chérie, Chérie--egli mormorò in preda a uno struggimento di tenerezza.

E immediatamente un ricordo lo colpì. Questo innamoramento così improvviso e completo, questo vivido abbandono dello spirito, e questo ardore dei sensi, egli l'avea provato un'altra volta. Aveva venti anni allora, e una giovinezza appena sfiorata da certi amoretti fugaci, da certi capricci molto intensi, ma molto brevi. Una bellissima donna gli era apparsa, allora: ma quasi vicina ai quarant'anni, espertissima della vita e delle sue passioni, ella aveva guardato con indulgenza, niente altro, il trasporto amoroso di Paolo Herz. In verità egli aveva delirato per questa donna, più vecchia di lui di circa venti anni; egli si era rotolato sul letto, singhiozzando e mordendo i cuscini nel dolore dell'amore non corrisposto; egli aveva voluto morire, perchè Beatrice Somma non voleva amarlo. Infine un giorno la bella donna si decise: fu per pietà, fu per lassezza di combattere, fu perchè il suo cuore aveva subito un estremo assalto di tenerezza?

Chi sa! Ella disse di sì. Si rammentava bene, Paolo Herz, che ebbrezza era stata la sua, noi giorno del primo appuntamento, e come egli aveva avuto la febbre vorace dell'impazienza, spezzando il suo orologio, andando per le vie come folle. Poi... che era accaduto, poi? In un momento di maggiore impeto d'amore, donna Beatrice gli aveva detto, malinconicamente:

--Non giurare, non giurare: verrà giorno in cui non saprai se io sia morta o viva.

Lo sapeva egli, forse, se donna Beatrice Somma fosse morta o viva? La sua passione, soddisfatta, era durata assai poco: ella l'aveva veduta finire, con viso calmo in apparenza, ma forse straziata da questo ultimo errore che aveva commesso. Era partita donna Beatrice; sparita. Morta o viva? Aveva delirato per lei: per lei aveva desiderato la morte: ma non ne sapeva nulla.

Questo inaspettato ricordo gli fu increscioso. Malgrado la pienezza dell'entusiasmo amoroso che aveva per Chérie, vi era in un cantuccio del suo spirito un segreto terrore che questo entusiasmo si diminuisse o svanisse, per qualche ragione misteriosa, per qualche insidia. Aveva paura di un'insidia, che gli togliesse quel vivace germoglio di tenerezza, quel fiore di simpatia irresistibile, quell'ampiezza di vita morale e fisica che lo esaltava, da varie ore. Scacciò la immagine di donna Beatrice Somma, quasi con un atto meccanico, passandosi le dita sulla fronte si raccolse un momento e tutta la scena del pomeriggio, con Chérie, gli riapparve, da quel sorriso buono e amichevole dell'entrata, fino a quel bacio varie volte conteso e infine concesso; da quelle vaghe parole di conforto, che ella gli aveva detto con una voce così ammaliante, sino a quel sì, che consentiva, e che era stato un alito, più che una parola. Subito, riarse del trasporto più violento, con un'allucinazione amorosa replicata e sempre più nitida: e maledisse l'ora che non fuggiva abbastanza presto, consumando, invece, in lui, tutto questo entusiasmo.

--Chérie, Chérie, Chérie--andava dicendo, per la casa, mentre riprendeva i guanti e il bastone, mentre si rimetteva il soprabito.

Andò a piedi, piano. La città, adesso, era molto meno popolata: tutti erano nei teatri, e nei ritrovi, quelli che facevano ora tarda: e quelli che rientravano presto, erano rientrati. Nella via, a capo basso, egli pensava alla imminente notte di amore che andava a ritrovare, lassù, presso una creatura squisita nel piacere e nell'amore, così bella e così fine: così buona nel fondo del suo carattere e così inconscia del male che commetteva. Un batticuore gli cresceva nel petto: così nel giorno in cui era andato da donna Beatrice Somma e che rimproverato dolcemente da costei, che fosse più tardi del convenuto, egli aveva infranto il suo orologio, sotto il piede rabbioso! Lo stesso palpito: e dopo, non aveva egli desiderato, tenacemente, che nessun orologio esistesse più, perchè donna Beatrice non conoscesse mai l'ora, mai più, e non si accorgesse dei suoi continui ritardi? Che fastidiose memorie!

Il villino di Chérie era immerso nell'ombra: egli suonò il campanello del cancello: esso si schiuse, senza che nessuno comparisse ad aprirlo. Cautamente egli camminò sul terreno del viale: palpitava, d'ansietà. Nessuno, nell'immensa anticamera vuota: egli lasciò il cappello e il soprabito e penetrò nel salone, pieno di tenui penombre. Chérie era sdraiata sullo stesso largo divano, come al mattino: era tutta vestita di nero, di una seta molle e opaca, una vestaglia a forma di tunica, le cui ampie maniche si rovesciavano, lasciando le braccia nude sino alle spalle. Non un anello nelle perfette mani, incrociate dietro la testa. Ella lo salutò, egli era pallidissimo: pallidissimo.

VII.

Chérie dormiva, fra la bionda aureola dei suoi capelli, un po' diffusi sul guanciale: la lampada veneziana, presa da un palazzo ducale, ardeva ancora nei suoi foschi vetri di un verde oscuro, quando già il sole era alto. Dormiva, quietamente, con la bocca un po' schiusa e umida, sui denti bianchi e brillanti. In piedi, presso il gran letto a colonne, nello stile di Enrico II, Paolo la guardava dormire. Forse la luce verde dava riflessi lividi a quel volto di uomo, o pure egli era livido? Ella sorrise, nel sonno: mosse lievemente la testa, come se volesse parlare ed egli si chinò su lei, quasi a raccogliere il segreto di quel sogno. Ma, subito, si rigettò indietro: aveva trasalito, come ad un avvertimento interiore. Stava da tempo così: non osava svegliare la placida dormiente, tutta rosea nel suo sonno giovanile, spirante la leggiadrìa delle creature fatte per l'amore e a cui l'amore dà tanto fascino. Ma quell'ombra, quella luce verdastra, quei grandi mobili austeri fra cui la bionda amava di vivere, come a contrasto di quella sua beltà fresca e vivida, lo opprimevano: fuori vi era la luce, vi era il sole ed egli si sentiva soffocare. Due o tre volte, aspettando che ella si svegliasse, gli era venuta una voglia frenetica di fuggire. Scappar via, solo, scappare lontano, andare a gittarsi in un posto deserto, fuori dei viventi, lontano da Chérie, non volendola vedere più, non osando sostenere il suo sguardo! Questo progetto folle e ardente lo riarse, due o tre volte; ma una volontà fuori di lui, almeno egli credeva fuori di lui, lo teneva inchiodato, nella calante mattinata, di fronte a quel letto, innanzi a quella bella donna profondamente presa dal sonno. Che avrebbe detto, ella, trovandosi sola allo svegliarsi? Avrebbe forse creduto a una villania o ad una pazzia? Avrebbe ella supposto che egli fosse andato a uccidersi? Così, egli pensava: e restava, inchiodato, immobile, incapace di dare le spalle a quel caro volto fresco, a quei capelli biondi, sparsi sulla batista dell'origliere; restava, vinto egualmente dal ribrezzo di sè, dalla paura, dalla pietà. A un tratto, l'idea di parlare con Chérie, di dirle qualche cosa, gli fu insopportabile; fissava con occhio attento quella bocca bella socchiusa, da cui sarebbero uscite, forse fra un minuto, le parole di saluto, di interrogazione, a cui avrebbe dovuto rispondere ed ebbe un moto di orrore. Facendo uno sforzo supremo, si voltò, per andarsene, ma urtò in un mobile, qualche cosa tintinnò, Chérie si risvegliò, subito, levando la testa:

--Paolo? Paolo?

Egli si riaccostò al letto, senza rispondere. In silenzio, ella si sollevò sul letto, gli gittò le braccia al collo e con una carezza tutta gentilezza, mise la sua guancia presso alla sua.

--Che fai?--gridò Paolo non sapendo reprimere un brivido di terrore, ma non osando respingerla.

--Ti amo, questo faccio--ella disse, non accorgendosi ancora di nulla--Ho dormito troppe ore...

--Hai sognato?--egli domandò, con una voce strana.

--No: non sogno mai. E tu?

--Non ho dormito, io.

--Allora, tu mi ami di più. Che vergogna per me!

E rise, di un bel riso sonoro. Egli non potette neppure sorridere. Ella chiese:

--Che hai?

Ma nello stesso tempo, ancora, pose infantilmente la sua guancia presso quella di Paolo: questa volta, egli si rigettò indietro. Una espressione di pena sfiorò il volto di Chérie: ella spalancò i larghi occhi azzurri, interrogando:

--Perdonami--disse Paolo, con una subitanea tenerezza--perdonami... è quel gesto...

Si fermò, sentendo che stava per dire tutto.

--Che gesto?

--Nulla, nulla.

--Mi vuoi bene?

--Sì.

--Molto?

--Immensamente.

--Fino a quando?

--Fino a... sempre!

Ma la voce di lui era monotona, come fosse stata per sempre privata di espressione; e parlava a occhi bassi.

--Apri un poco, perchè io veda la tua faccia--ella chiese, con un lieve sospetto.

--No--egli rispose, immediatamente.

--Vuoi restare all'oscuro?

--Sì, sì.

--Il sole ti piaceva una volta, mi ricordo.

--Non ora, più. L'ombra è amica.

--Tu sei triste, Paolo.

--Un poco.

--E perchè, dunque?

--Forse, perchè sono stato troppo felice--egli rispose, in tono enigmatico.

Ma Chérie credette solo al senso amoroso della frase e fece un moto di soddisfazione.

--Avevi dimenticato la felicità?

--Oh sì!--gridò lui, con accento desolato.

--E adesso, adesso--interrogò Chérie, con ansietà.

Egli non rispose.

--Apri la finestra--chiese lei, di nuovo, curiosa di scorgere bene il volto del suo novello amante.

--No, Chérie, per amor di Dio, non apriamo! La luce mi farebbe morire.

Vi era tanta desolazione paurosa, in questa esclamazione, che Chérie si turbò.

--Spegniamo anche la lampada, allora--ella suggerì, cedendo alla strana emozione di Paolo.

E toccando un bottone, nascosto dietro la cortina di lampasso del letto, la lampada si spense. Ombra perfetta. Stavano, così: egli in piedi, presso la sponda del letto: ella, sollevata sui cuscini, tenendogli le braccia al collo, ma senza stringerlo, senza toccare il suo volto.

--Sei contento, ora?--ella domandò, pianissimo.

--Sono tranquillo.

Un profondo silenzio regnava in quella stanza, piena di tenebre; si udivano i due respiri, quello di Chérie calmo, eguale, lieve come quello di un fanciullo, quello di Paolo Herz più forte, un po' affannoso, talvolta.

--Ti do noia, così--ella chiese dopo qualche tempo, sembrandole che Paolo avesse il petto oppresso.

--No, cara.

--Mi vuoi bene?

--Sì, cara.

--Ripeti: Chérie, io ti adoro.

--Chérie, io ti adoro.

--Ed è vero? è vero?

Nessuna risposta.

--Paolo?

--Amore?

--Rispondi, dunque!

--A che?

--Ti avevo chiesto, se era vero che mi adorassi.

--Non avevo udito--disse Paolo, con voce anche più sorda.

La donna disciolse il cerchio delle sue braccia, mutamente e ricadde sul letto. Pian piano, nell'ombra egli ne cercò una mano, che giaceva abbandonata sul letto: la strinse, la trovò fredda. Allora cadde in ginocchio, avanti a quel letto, col capo nascosto fra le coltri, singhiozzando senza versare una lacrima, gridando, convulso:

--Ah Chérie, perdonami, perdonami, io soffro tanto, io soffro, io soffro!

E prostrato, con le braccia buttate sul letto, stringendo nervosamente quella mano che si era fatta gelida, con la bocca contro la stoffa della coltre, egli continuò a gemere, a gridare, confusamente, il suo ignoto dolore. Ella non gli disse nulla: aveva distesa l'altra mano e gli carezzava i capelli, così, come a un bimbo che gridi per un male, a cui non vi è rimedio.

--Chérie, Chérie, perdonami, consolami, sono un infelice, sono un miserabile!--seguitava lui, singultando aridamente, battendo la testa sul letto.

--Poveretto, poveretto--disse lei, con un tono vago di pietà, con la sua affascinante voce di canto--Che hai?

--Ho male, ho male, soffro, Chérie soffro come se morissi e come se non potessi morire...

--Dimmi che hai... dimmelo...

--Tanto male, tanto male... Non puoi sapere, Chérie... che male, qui, dentro di me, che mi soffoca...

--Non puoi dirmi il tuo male? Non posso io consolarti, guarirti?

--Vorrei... vorrei che tu potessi!--egli gridò, non osando più nascondere il suo segreto.

--Ma non posso, è vero? Non posso guarirti?--ella chiese, con un po' di malinconia nella cara voce armoniosa.

--L'ho sperato! L'ho sperato...--e pronunziò la frase, la prima volta con un'aspirazione, la seconda con una delusione immensa.

--Dimmi il tuo male, dimmelo--ella mormorò, insistendo, con molta dolcezza, con una certa tristezza.

--Non me lo domandare! Paolo esclamò, con tono di sbigottimento, quasi che l'idea di rivelare la segreta miseria della sua vita gli facesse orrore.

--Non è per curiosità--ella soggiunse, piano. Ti assicuro che non è per curiosità. È per interesse... di te...--e finendo queste parole, leggermente, la voce le tremò.

--Chérie, Chérie, quanto sei buona! Ma non dimandare, te ne prego!

--Forse... ti farebbe bene...

--No, no, lasciami soffrire, così senza conforto, non ne merito, non ne sono degno... tu sei una persona buona, semplice...

--E scema--ella completò, fra l'ironia e la tristezza.

--... io sono un essere malato... cattivo... laido...--egli continuò, con voce sdegnata, quasi parlasse a se stesso e non rispondesse più a lei.

Chérie non rispose. Di nuovo la sua mano si arrestò sui capelli di Paolo Herz, con una carezza fugace. Lo sentì trasalire, allontanandosi. Allora, subito, ella gli disse, con intonazione freddissima:

--Te ne prego, Paolo, apri quella finestra.

Egli obbedì, subito. Tutta la gaia luce meridiana entrò nell'austera stanza e la riempì di pulviscolo d'oro. Qual viso era quello di Paolo! Pallido di un pallore terreo e con gli occhi rossi e le tempie rosse, come se invece di lacrime, fosse salita colà un'onda di sangue, con lo sguardo torbido e smarrito, tutti i suoi anni parean passati dalla bella virilità, all'accasciamento e allo sconforto di un'età più lontana. Chérie, sgomenta, si ricordò il bel volto fine un po' consumato, ma leggiadro, ma arso dalla fiamma di una giovanile passione, che ella aveva veduto la sera innanzi. Una notte, dunque, aveva fatto quel cangiamento? Una notte. Egli la guardava, come perduto.

--Va di là--gli disse lei--va in salone. Aspettami.

Gli aveva parlato con più dolcezza, ora: ma sempre come se comandasse. Senza rispondere, egli volse le spalle ed uscì.

Quando fu solo, fra le piante verdi dalle larghe foglie, di quel salone che era anche una serra, fra quelle sete ricamate di fiori esotici e di animali favolosi, fra quei vasi alti e sottili ove si elevavano dei fiori dal lungo stelo, fra quei mobili molli e profondi, dove pareva così soave sdraiarsi e non pensare, sognare e non dormire, in una luce temperata, ma limpida, coi rumori della città che giungevano assordati, ma giungevano, solo, come indifeso contro il mondo, come con l'anima dolorosa nuda innanzi agli occhi della gente, Paolo Herz ebbe un altro impeto di disperazione, un accesso di follia. Caduto sovra una poltrona, con la faccia fra le mani, tutto il suo essere sentimentale, si contorceva di spasimo e interrotti lamenti escivano dalle sue labbra. La luce, l'aria, la beltà e la pace delle cose intorno, pareva che lo irridessero, che l'offendessero: ed egli si copriva gli occhi per non vedere, si copriva il volto per non farsi vedere. Da chi? Dalla luce, dall'aria, dalle belle e pacifiche cose che lo circondavano. Un bisogno novello, istintivo, di fuggire, come un animale sanguinante, in una tana profonda e sconosciuta lo assalse. L'ora passava, _ella_ sarebbe venuta, adesso: non era più notte: ella avrebbe veduto la sua figura sconvolta: ella avrebbe udito ancora gli urli della sua inesprimibile disperazione.

Ma mentre gli tumultuava dentro il desiderio della fuga, di una fuga lunga, senza termine, la sua volontà mancava di qualunque forza: si sentiva fiacco: si sentiva, meccanicamente, dominato dall'ordine di Chérie:

--Ella mi ha detto: aspettami--pensava, con un pensiero che si manteneva estraneo a tutto l'altro movimento della sua anima.

E aspettava. Ella apparve dopo qualche tempo. Aveva indossato un suo vestito di seta a righe minute bianche e nere, di un taglio assai succinto: e i biondi capelli erano raccolti in un grosso nodo ricciuto, a metà testa, traversati da due spilloni d'oro matto. Ella aveva sempre lo stesso volto sereno e giovanile, ma guardandolo bene, non so quale nova fermezza vi si leggea. Ella andò a lui, gli si sedette dappresso, ma non vicinissima e gli parlò:

--Paolo?

--Chérie?

--Sei più tranquillo, ora?

--Sì.

--Vuoi ascoltarmi? Puoi?

--Sì, sì.

--Tu sei malato, Paolo: tu dicevi il vero, ieri: sei molto malato.

--Molto, molto, molto--diss'egli, con un'insistenza di voce e di espressione, guardandola coi suoi occhi smarriti.

--Vuoi tentare di guarire? Vuoi?--gli domandò lei, con la sua voce cantante e seduttrice.

--Oh non è possibile, non è possibile!

--Tentare, soltanto?

--Oh Chérie, non mettermi alla disperazione!

--Tentare... tentare...

--E come? Come?

--Partiamo insieme--ella le disse, levando il bel viso florido e guardandolo coi suoi grandi occhi nuotanti nell'azzurro.

--Partire, per dove?

--Dovunque, lontano... partire...

--Partire, come, quando?

--Oggi, fra poche ore, insieme.

--Chérie, Chérie, è impossibile!--egli esclamò, dolorosamente.

--Perchè, impossibile? Chi vuol partire, parte!

--Chérie!

--Non sei libero?

--Sì sono libero.

--Non hai tu denaro?

--Sì, sì, ho del denaro.

--Hai qualche obbligo, qualche legame?

--No, nessuno.

--Niente ti vincola?

--Niente.

--Ebbene, parti con me.

--Chérie, Chérie...--gridò lui, come se tutto il suo essere spasimasse.

