Part 2
Ma la cosa più seducente, in Chérie, la cosa che vi attrae, che vi prende, che vi tiene, che vi soggioca, è la voce. Qual voce! Bassa e velata, quasi sempre, questa voce dicendo parole più insignificanti, par sempre emozionata: talvolta vivida e sonante, in un'armonia di canto, pare che dia forza e lietezza a chi l'ascolta. La voce di Chérie è insinuante, è toccante, è candida, è amorosa: ella è già scomparsa e quella voce vibra ancora nel vostro cuore, con musicalità sentimentali, e certe frasi dette da quella voce, sembra che contengano delle melodie sconosciute. Ella sa bene questo, Chérie! E conoscendovi, dandovi un lungo sguardo dei suoi immensi occhi color dell'acqua marina, dicendovi: _buona sera_, ella sa di suscitare non so quale piccolo poema nelle anime più inaridite. Molti l'hanno voluta conoscere, solo per udirla a parlare, e, dopo, non hanno saputo staccarsene che a forza. Ella non ha mai cantato, però. Una strana avventura, è accaduta, a Chérie, in un veglione. Una signora della grande società, il cui marito era folle di Chérie, si è mascherata per trovare la sua rivale, per parlarle, per ingiuriarla, forse, per fare uno scandalo, certamente. La dama è entrata nel palco di Chérie e sono rimaste insieme mezz'ora, parlando a bassa voce, sul davanti del palco, guardandosi a traverso i buchi delle mascherine: lo scandalo non vi è stato, giacchè, a un certo momento, la dama si è levata, ha salutato quietamente ed è uscita. Dopo, interrogata, ha detto: _mio marito ha ragione_. Del resto, la dama è un po' strana e Chérie, pare, le abbia risposto con molta dolcezza e con molta umiltà.
Chérie è, relativamente, onesta. Non ha mai due amanti, nello stesso tempo; non ha mai preso, solo per il denaro, un amante brutto, vecchio o ladro; odia i banchieri e gli ebrei; e se le è capitato che il suo amante fosse egualmente ricco, giovane e bello, ella gli ha dato uno o due anni di amore, gli è stata fedele, gli ha fatto spendere una quantità di denaro, lo ha lasciato solo quando costui ha voluto esser lasciato e ha tenuto sempre due o tre mesi di lutto. Le si conoscono anche degli amori di cuore. Essa è ricca, infine. Vi è chi è restato legato, a lei, come si resta difficilmente legati a una Chérie: e chi ha voluto assicurarle una fortuna. Essa dà da vivere a una quantità di parenti poveri, marita le sue cameriere, partecipa segretamente a tutte le questue e a tutte le sottoscrizioni, ha delle devozioni speciali per certi santi e una paura orribile della morte.
La sua casa, d'altra parte, è elegantissima: ella ama le grandi serre, i grandi saloni, i mobili larghi e scolpiti--_che dureranno più di noi_, ella dice, con una lieve malinconia--i quadri antichi. I salottini, i mobilucci, i gingilletti, le statuine le sono antipatici. È troppo alta, per poterli amare, porta sempre dei vestiti o neri, o bianchi: bianco sul nero, talvolta, e nero sul bianco: ha delle scarpette nere senza tacco, con grandi fibbie di argento, di strass: porta dei mantelli ampii, foderati di magnifiche e nobili pelliccie e dei fili di perle, in tutte le grandezze e in tutte le ore, al collo. Sta più volentieri in piedi che seduta, più seduta che sdraiata: e ama di cavalcare, di remare, di ballare. È sana: o pare sana. Sta più volentieri sul mare che sulla montagna. Nel suo mondo la ritengono come una donna sentimentale, troppo, e troppo pretensiosa, quindi. Le piace di cenare, ma odia i discorsi liberi; beve e mangia benissimo, ma ha un inconsiderato amore per i fiori; non è mai triste, ma è capace di guardare la luna con occhi pensosi, Chi, fra le sue amiche, la chiama una _posatrice_, chi una seccatrice: qualcuna confessa che ella è buona.
Sì, Chérie è sentimentale, buona e anche un poco sciocca, Ha una sentimentalità tutta superficiale e una fantasia molto limitata. Le cose che dice sono, spesso, molto ingenue o molto sceme, ma le dice con grazia e sovra tutto con una voce! Sa qualche verso, ma per lo più, ne sbaglia l'autore: legge, ogni tanto, qualche libro, ma Ohnet è il suo autore preferito. Le piacciono gli eroi poveri e nobili, le eroine che muoiono, anzi che peccare: ma tutto ciò è simile a quello che può sentire una modistina o una onesta fanciulla un po' esaltata. Salvo che nella sua società di donne volgari e mal educate, di creature corrotte e avide, ella sembra un fiore di poesia, talvolta, mentre, poveretta, ha un piccolo cervello e una piccola anima. Per lei si va in rovina, egualmente, ma senza essere urtati in certi bisogni di finezza e di delicatezza; e quanti hanno finito per esserle grati di ciò, malgrado la loro rovina! Qualcuno, si è illuso su lei: ha creduto di trovare in Chérie della passione, della intensità, della profondità: ha supposto che grandi misteri fossero nascosti in quella anima: ha voluto attribuirle un desiderio d'ideale, combattuto dalla sua viltà: ha creduto che ella tenesse a redimersi. Costui ha avuto delle delusioni gravi. Chérie non è nulla di tutto questo: non pensa a nessuna di queste cose: quando gliele dicono, non le capisce: quando gliele ripetono, si sforza per comprendere, ma finisce per seccarsi ed esce in un discorso qualunque. Non bisogna dunque lasciarsi ingannare dalle inflessioni malinconiche della sua voce, quando tramonta il sole: dalle lacrime che velano i suoi grandi occhi, quando vede uno spettacolo pietoso: da certe furtive strette di mano, quando ode un bel discorso eloquente: da certi segni di croce che ella fa, quando lampeggia e tuona. Bisogna pensare sovra ogni altra cosa che ella è una donna fatta per l'amore, che ella è buonina, ma che è anche un poco stupida. Per aggiungere un ultimo tratto, Chérie è quasi sempre allegra: il che è consolante, per chi la conosce e per chi le vuol bene. Ella crede che l'allegria conservi la salute e la beltà; e a trenta anni, per questo, pare molto più giovane.
Questa Chérie, nella istoria di amore che qui racconto, è la complice necessaria del tradimento fatto da Paolo Herz a Luisa Cima.
IV.
Ogni tanto nella buona società, si parlava dell'amore di Luisa Cima e di Paolo Herz:
--Sarà una passione fugace, vedrete--diceva un uomo, che se ne intendeva molto--Paolo si stancherà presto.
--Del resto, sembra che l'ami molto poco--soggiungeva uno scettico.
--E Luisa è proprio una creatura nulla. Che ci trova, poi Paolo?--osservava un'amica di Maria.
Costoro e gli altri sbagliavano assai sul conto di Paolo Herz e del suo amore. Egli era preso seriamente. Non sapeva neppur lui come era accaduto. La prima volta che egli aveva vista Luisa Cima gli era parsa nulla. Varie altre volte, il suo giudizio non si era modificato. Una sera, però, ella teneva nelle mani un fiore di asfodelo, dal lungo gambo: e gli aveva parlato prestamente, ridendo, battendogli sul braccio con quel leggiero fiore, guardandolo con tenerezza e con malizia. Egli aveva ripensato a quel viso espressivo, pallidissimo sorridendo di compassione e di compiacenza. Ed è tutto. Più tardi, negli spasimi della passione mortale, perversamente, Luisa Cima gli aveva narrata la leggenda orientale dell'asfodelo e della montagna. Una montagna esiste, salda, forte, incrollabile, in un paese d'Oriente: non l'hanno vinta nè i cataclismi della natura, nè le mani degli uomini. Ma vi è anche un piccolo fiore fatato, l'asfodelo: esso, gracile, tenuto da una mano gracile, batte sulla montagna: e la montagna trema.
--Io possiedo il magico fiore--soggiunse lei ridendo, mostrando tutti i denti fitti e minuti, attraverso le labbra rosee e le gengive esangui.
Ma ciò fu più tardi, molto più tardi! Paolo Herz non ebbe sentore del suo gran periglio, che quando egli era completamente indifeso, senz'arme, senza forza e senza volontà. In realtà, Paolo Herz si lasciò andare a questo amore per Luisa Cima con una spensieratezza baldanzosa di uomo provato dalla passione e che è certo di dominare il proprio destino amoroso. E, in principio, questo amore che in lui doveva mettere radici così profonde e così vitali, non parve, forse, un _flirt_ molto leggiadro e molto fine a cui Luisa si abbandonava con rossori di emozione di novella iniziata, in cui Paolo aveva l'aria di un maestro tranquillo, severo e pieno d'esperienza. Ella manteneva quel suo contegno infantile, di una semplicità assoluta quell'aspetto di creatura debole e vezzosa che si accosta, tremando, alle grandi ore tempestose, che ne è sgomenta ed attratta, che, considerando il pericolo con occhio di dubbio e di paura, pur sembra decisa ad affrontarlo. Quasi quasi, in alcuni momenti, Paolo Herz sentiva una pietà grande di questa donnina che invocava così audacemente e imprudentemente i folli ardori delle supreme febbri, e la guardava con occhio pieno d'indulgenza e di compassione, domandando a se stesso, se non fosse più onesto avvertirla, che le povere bianche dita, dalle unghie così scintillanti, si sarebbero bruciate, a scherzare col fuoco.
La pietà! Era un sentimento che preponderava, nel cuore di Paolo, per Luisa e che, forse, era l'origine di tutti gli altri. Pietà dell'uomo sano per la personcina malatticia, della persona forte per l'essere debole, del carattere saldo e leale per un carattere incerto, puerile, fatto di bizzarre fluttuazioni; pietà per quel volto tenue, per quei capelli troppo morbidi e troppo fini, per quelle cose pallidamente rosee, labbra, gengive, unghie! La pietà, sovra tutto, per questa creatura così piccina e così fragile, che era negata a tutte le lotte gravi dell'esistenza e a tutte le vittorie clamorose, che si doveva contentare di mezzi piaceri, di mezzi amori, di mezzi trionfi, per questa povera piccola cara che a tante, tante cose belle e alte della vita doveva rinunciare. Ah come la perversa leggeva negli occhi di Paolo, il poema amorosissimo di questa pietà, e come sapeva sospingerla e allargarla, come sapeva usarne, perchè questo uomo fosse completamente suo, preso dal pallido viso senza bellezza, dalla piccola persona senza nobiltà di linee, preso da quel tipo così capriccioso e fugace, preso da quella volubilità puerile, preso da quell'insieme di graziose miserie femminili, per la pietà! Come ella sfruttava, a suo favore, questa immensa pietà, facendosi contentare in tutti i suoi capricci, dettando lei tutte le condizioni di quell'amore, imponendo la sua volontà di donna debole, piegando quella volontà di uomo forte, imperiosa nella sua grazia morbosa, inquietante nei suoi turbamenti improvvisi, suggestiva di tutte la stranezze e pallida persuaditrice di ogni bizzarria!
Nè solo la sicura e schietta forza di quest'uomo doveva esser vinta dalla debolezza di quella donna, rinnovando anche una volta, come per migliaia di anni, le antiche favole delle seduzioni ebree e greche, ma la fantasia e i sensi di Paolo Herz dovevano subire le lusinghe più inaspettate, dovevano esser tormentati e carezzati da un'insaziabile curiosità. Colui che aveva assunto per la sua età, per la sua conoscenza della vita, per la sua esperienza dell'amore, la posizione di maestro, di guida, di consigliere, in questo che egli chiamava, senza saper di dire così bene, l'ultimo amore della sua vita, si trovò innanzi a una scolara stupefaciente. Vi era in Luisa Cima un così singolar miscuglio di corruzione spirituale e di giovanile poesia, di candore e di menzogna, di gelido calcolo e di squisita grazia, che Paolo Herz passava di sorpresa in sorpresa, che tornava a casa, dopo i convegni di amore, disgustato, incantato, irritato, estasiato, sempre in preda a una esaltazione. Ella si mostrava a lui in tutte le sue faccie, in tutti gli aspetti di un temperamento egoistico e imperioso ella era impertinente e affettuosa, mai soddisfatta, gelosissima, civettissima, narrando tutte le sue conquiste, violando tutte le delicatezze dell'amore, senza scrupoli, senza carità, disumana, o pure talmente ammaliatrice, che lasciava il suo amante confuso nell'ebbrezza, ebbrezza orribile, ma che importa? Ebbrezza!
Quando egli si accorse che, a trentasei anni, essendo uscito salvo, incolume da due o tre violente passioni, avendo penetrato l'anima femminile in tutte le condizioni e in tutti i paesi con lo sguardo freddo dell'osservatore, avendo saputo molte, troppe, delle verità dell'esistenza, avendo la piena coscienza del proprio valore e del proprio diritto, quando si accorse, dico, che egli apparteneva, spirito e sensi, a quella piccola donna, dalla testina bruna su cui parea si levasse il ciuffetto lucido di penne di un uccellino, e che egli era un suo prigioniero per la vita e per la morte, era tardi, era troppo tardi. Sentì il peso del ferro, ai polsi, ma non più il vigore per iscuoterlo. Atroce scoperta e atroce giornata! Ella era stata, in quel giorno, assolutamente perfida, assolutamente cattiva, con lui: e invano egli aveva voluto, sorridendo, diradare questa mala volontà perversa che animava Luisa Cima. Il piccolo idolo giapponese, ridendo di un crudel riso, mostrava i suoi dentini minuti e le pallide gengive, crollava la testina, scuoteva le spalle e diventava anche più malvagia. Paolo Herz ebbe un moto d'ira, il primo. Partì da quella casa, pensando che ella non lo avrebbe richiamato. No. Canticchiava ella, come un fanciulletto. Suppose che, giunto a casa sua, un biglietto lo avrebbe richiamato. No. Si torturò tutto il pomeriggio, non uscendo, attendendo questo appello. No. Anzi qualcuno gli disse che Luisa Cima era andata alla passeggiata, e che dei giovanotti l'accompagnavano e che ella rideva.
--Rideva?
--Sì, rideva--ripetette l'amico.
Alla sera, come l'ora avanzava, solo, desolato, disperato, Paolo Herz andò alla casa di Luisa Cima affrontando tutti i rischi di questa visita in un'ora insolita. Per fortuna, ella era sola, leggeva, bevendo una tazza di the. Il suo viso era sereno, nè avevano traccie di lacrime i suoi occhi: già egli non l'aveva mai vista piangere. Ella rosicchiava dei biscotti inglesi. Muto, imbarazzato, con un dolor vivo nel volto, Paolo Herz la guardava: ed ella non comprese, non volle comprendere: egli dovette dirle tutta la sua spasimante giornata, di cui Luisa si meravigliava molto, con un'aria di disinvolta innocenza: e infine, quando egli scoppiò in rimproveri e delle lacrime di collera gli sgorgarono dagli occhi, ella trovò modo di dargli tutti i torti e lo obbligò a chiederle perdono. Obbligò? Fu lui che, contrito, compunto, persuaso di aver maltrattato un angelo bianco e piccino, convinto di essere il più ingiusto e il più villano fra gli uomini, s'inginocchiò innanzi a Luisa per impetrare la sua grazia. Con quale stento gli fu accordata, come cadde dall'alto, come parve proprio una degnazione sovrana! Ma la ottenne. Era tardi, quando uscì da quella casa, folle di gioia. Il cielo stellato brillava sul suo capo; i sentori della primavera olezzavano intorno a lui; la terra pareva elastica, sotto il suo passo: e a un tratto, il cielo gli parve funebre, un odore di morte gli salì al cervello e la terra roteò sotto di lui, ed egli intese che era perduto, si sentì perduto, perduto.
V.
Ogni tanto, nei giorni lunghi e agitati, eppure monotoni e tetri dell'abbandono, Paolo Herz si metteva a calcolare mentalmente per quanto tempo Luisa Cima lo avesse amato. Nella realtà delle parole, ella gli aveva detto di volergli bene, per più di un anno, di seguito: ma l'infelicissimo amante abbandonato, si rendeva adesso, un conto ben preciso delle menzogne di Luisa e riducendo, riducendo, togliendo tutto il periodo preliminare in cui Luisa Cima lo aveva amato un pochino, togliendo tutto l'estremo periodo in cui la perversa donna lo aveva amato sempre meno, sempre meno, egli, nella realtà dei fatti aveva limitato questo amore a quattro mesi, dall'aprile al luglio, dalle prime rose agli ultimi papaveri. Quattro mesi! Che sono, innanzi alla vita di un uomo? Un soffio fugace: il tempo di un bacio, di un sorriso, di uno sguardo incantato e incantevole, null'altro. In quei quattro mesi, come se fosse stata travolta dal vortice della focosa e indomata passione di Paolo Herz, la donna era stata veramente sua, in una di quelle unioni profonde, così rare, così preziose e che vincono per sempre le anime che comprendono l'amore. Forse, Luisa non aveva fatto che subire l'impeto sentimentale e il trasporto sensuale di Paolo Herz, essendo ella creatura di tempra e di fibra molto più tenue, molto più inerte; forse, ella era stata solo l'eco di quella voce calda e vibrante di passione, alla cui armonia, dice il divino poeta germanico, rispondono i cieli commossi e palpitano le lontanissime stelle: forse ella non era stato che l'istrumento sonoro e vuoto di quella magnifica sinfonia. Ma per quattro mesi, in una primavera estasiante di luce e di profumi, in un'estate ardente di cui ogni notte era indimenticabile, l'illusione era stata perfetta e niun acido corrosivo di riflessione amara, di ricordo doloroso, di rimpianto inconsolabile poteva mordere questo periodo di amore. Egli non indagava. Sentiva di essere stato amato; sentiva di aver tenuto fra le braccia un essere vivo e innamorato, fremente di leggiadria e di entusiasmo, giocondo e felice; sentiva che una giovinezza seducente, piena di una delicata poesia, gli era appartenuta, esclusivamente, e gli aveva data una ragione suprema all'esistenza. Quando già, in lui, gli anni avevano fatto il loro lavoro di stanchezza, di delusione, di segreto affralimento; quando tanti piccoli e teneri ideali erano tramontati, in lui; quando, anche lui, portava nel suo cuore il cimitero delle speranze più balde, questa donna, questa Luisa Cima, nei cui incerti occhi rideva il sorriso della tenerezza e della furberia, questa donnina breve e snella, e fine, e infinitamente cara, gli aveva dimostrato che gli anni si obliano, quando si ama; che tutte le delusioni spariscono, quando si nutre la illusione dell'amore e che non vi sono morti, dove vive l'amore. Quattro mesi! Niente: e tutto.
Ma dietro questo tutto delirava lo spirito di Paolo Herz, nell'abbandono e il suo corpo soffriva, come se fosse crocefisso. Giacchè ella lo aveva lasciato. Così. Non aveva voluto più saperne di lui. Aveva finto per poco tempo, verso la fine. Era crudele, Luisa: ma molto logica, nella sua crudeltà. Quando non si ama più, non si ama più. Mancò ai convegni. Non rispose alle lettere. Non volle capire l'interrogazione disperata degli occhi di Paolo Herz, quando lo incontrava fra le persone: lo sfuggì, per quanto le era possibile, innanzi a una persecuzione ostinata, accanita che egli la faceva. Infine, ebbero un colloquio. Fredda muta, ma tranquilla, ella lo sogguardava, con gli occhi limpidi, dallo sguardo nitido e duro.
--Di' che non mi ami più!--gridò lui, in un accesso di furore, pronunciando la frase per lui terribile--Di' che non mi ami, non mentire più, bugiarda, bugiarda!
--Non mento, Paolo. Non ti amo più.
Esterrefatto, egli tacque. E nelle due o tre altre volte, quando annoiata, gelida, infastidita volgarmente, ella venne a lui, la stessa verità nuda e semplice sgorgava da quelle rosee labbra.
--Non ti amo. Non ti amo.
--Ma perchè, ma perchè?--gridava Paolo, folle di collera e di dolore.
--Così.
--Non sai la ragione?
--Non la so. Non ti amo, ecco.
--Sei una scellerata, sei un'infame.
--Sarà: ma non ti amo.
Che dire? Che fare? Chi non ama, non ama. L'uomo tradito, almeno, può uccidere. Ma chi non è più amato, non ha neppure il diritto di uccidere, egli ha avuto la sua parte di bene, quando è finita, non vi è più nulla da chiedere, nulla da pretendere. Che fare? Imporre l'amore? Come, come? Esso non s'impone, che quando l'altro non ha cominciato ad amare ancora; non già, quando ha finito. Creare dal niente, con un miracolo, si può: far risorgere un un morto, no. Che fare? Domandare la pietà della menzogna, la carità dell'inganno? Luisa Cima non possedeva nè il dono della carità, nè quello della pietà: e si seccava di mentire, allo scopo odioso di prolungare una falsa posizione. Che fare? Provocare in duello qualcuno? Chi? Perchè? Luisa Cima non aveva trovato il successore, ancora. L'occhio avido e geloso di Pietro Herz che la sorvegliava, dappertutto, non aveva ancora scovato il rivale. Ella svolazzava, lieta, tenera, brillante, capricciosa, e libera, libera, sovra tutto, godendo tutta la sua libertà, con una voluttà che ella non nascondeva. Che fare? Uccidersi? Ma Paolo Herz, ardentissimamente innamorato, non finiva mai di sperare che Luisa Cima sarebbe ritornata a lui, un giorno, più tardi, più tardi.
--Tanto l'amerò--pensava che ella s'intenerirà, E poi, si ricorderà... --quale amore simile al nostro?
Tenace e inutile speranza. Ella non voleva tornare, ella non era tenera che superficialmente e tenera solo quando amava: ella si ricordava, sorridendo e non rimpiangendo; il suo arido cuore non si dilatava, nella nostalgia, mai! Ella non riceveva più le lettere di Paolo Herz, restituendogliele chiuse; ella non andava, dove lo poteva incontrare, o vi andava serena in tanta indifferenza, da essere scoraggiante; ella resistette a qualunque tentativo, dei più folli nell'audacia, che egli facesse, per avere un colloquio; ella non sapeva, non voleva sapere quante notti egli passasse sotto le sue finestre, vegliando, con gli occhi rossi dalle lacrime, col passo di un fantasma. Nulla!
Del resto, non aveva ella ragione, innanzi alla ragione, di agire così? Torto poteva averlo; Luisa Cima, innanzi al cuore umano e alle sue arcane leggi: ma ella si rideva di questo cuore umano, come di un fiore rettorico.