# L'indomani

## Part 8

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--Mi alzo, lo prendo e lo porto ingiro per la camera. Non c'è altro, cara la mia signora. A lei sembra che non debba intendere perchè è piccino, invece intende meglio di noi e si fa intendere. Bisogna vedere quando entra il suo babbo!

--Vostro marito non dorme a casa tutte le notti, nevvero?

--Purtroppo! Quando va al mulino vi dorme anche; così fu jeri; ma oggi lo aspetto, ed anche il piccino lo aspetta. Nevvero che aspetti papà?

Baciucchiando il suo bimbo, la giovane madre si animava. Aveva due labbra fresche e mobili che dovevano conoscere i baci; un riso perlato di donna felice; il collo sciolto, il seno palpitante velato appena; una morbidezza in tutti i movimenti, un calore di membra appagate, di sangue circolante, sano, nella completa espansione del benessere.

Marta domandò ancora:

--Vostro marito vi ama?

Al che l'altra non rispose se non arrossendo e chinando il capo sulle guancie del suo bambino.

Continuava a piovere, e dalla finestra che dava sui campi la massa verde degli alberi luceva, morbida e vaporosa, con dei contorni da pastello. La fattora, rimesso il piccino nella culla, si diede a rattizzare il fuoco:

--Il mio uomo se la prende tutta!

Marta pensava come avrebbe fatto a tornare a casa.

--Per fortuna--sentenziò la fattora, dopo aver data una guardatina di traverso al cielo--non è un'acqua che durerà molto.

E girava dal caminetto alla culla, ed alla soglia dell'uscio, di dove sbirciava nella via con occhiate lunghe, impazienti.

Marta, rannicchiata dietro il canterano sulla prima seggiola che aveva trovata, seguiva tutti quei movimenti, guardando successivamente il caminetto, la culla, la soglia dell'uscio e la gaia sposa che trotterellava nel suo modesto regno con passo franco.

Rapidamente, un'ombra otturò il vano della porta; un uomo, gettando via il cappello intriso d'acqua, si precipitò nella stanza. In un balzo si ebbe sollevato tra le braccia la sua donna, tenendola alla vita con una mano, cercando con l'altra il di lei cuore, mosso da un impeto di sensualità appassionata, e con tale trasfusione di tutto il suo essere che si squarciava per essa il mistero delle parole bibliche: _formerete una sola carne e un solo spirito_. Per un istante si udì il fremito delle labbra congiunte, il rantolo della voluttà; poi la donna si sciolse, vergognosa, additando Marta.

Marta aveva soffocato un grido, come colpita al cuore; e nello stesso momento aveva sentito le sue viscere sollevarsi, muoversi nel suo grembo un essere, e per le sue vene, per la sua carne correre il palpito atteso, la rivelazione di un'altra vita, scoppiata colla rivelazione stessa dell'amore.

Ogni velo era tolto, sciolto ogni dubbio, la sua virginità cadeva in quel punto, ella era fatta donna. Comprendeva, sentiva, desiderava tutto. L'impressione era stata così rapida e violenta, che la presenza di quell'uomo, adesso, le faceva male.

Si rizzò, pallida, volgendo altrove gli occhi.

--Vuol partire con questo tempo?--balbettò la donna.

Voleva partire.

L'uomo si offerse di accompagnarla; non accettò. Allora i due sposi, imbarazzati, le diedero un ombrello, insegnandole la via più breve.

Quel balzo, quella stretta, quel bacio, quel rantolo, Marta portava tutto con sè, l'avrebbe portato l'intera vita. E correva sotto la pioggia, mentre da' suoi occhi scorrevano larghe lagrime, inondata dal cielo, inondata dall'anima sua. Piangeva e rabbrividiva, con una consolazione lontana, una consolazione che le veniva dalle viscere, debole ancora, confusa, eppure deliziosamente soave.

Poco lungi da casa incontrò Alberto che la sgridò con dolcezza, dicendole che era stata imprudente. Egli era agitato, temeva per lei; ma sotto l'ombrello che la riparava, non vide le sue lagrime, no, queste non le vide. Egli aveva d'altra parte una notizia a darle.

--Quale notizia?--disse Marta, distratta.

--Vedrai, vedrai!

Marta tornò a correre, precedendo suo marito, febbrile, ansiosa, tutta fracida per l'acqua presa. Appena entrata nel cortile le apparve davanti sua madre.

--Ah!--gridò. E le cadde nelle braccia.

* * *

Le cortine fiorate del letto, velando la luce, spandevano intorno un'aria raccolta d'alcova, una dolce aria di intimità, che Marta respirava voluttuosamente.

Aveva avuto una febbriciattola, leggera, tuttavia non le permettevano di alzarsi per quel giorno. Pioveva sempre, e nell'uggia del cielo grigio la camera sembrava per il confronto più lieta, coi parati nuovi, i veli della pettiniera candidissimi, i fiocchi azzurri così dolci all'occhio, i cristalli del lavabo lucenti, iridati, entro cui prolungava i suoi giorni un ciuffo di vaniglia, l'ultimo della stagione.

--Come è simpatica questa casa!--disse la mamma.

La signora Oldofredi era ancor giovane, piuttosto piccola e grassoccia, con una distinzione che le veniva dal sorriso, lo stesso sorriso malinconico di Marta; senonchè l'espressione serena di tutto il volto, la calma della persona, annunciavano un abito di filosofica indifferenza alle tempeste della vita, un partito preso di ottimismo ad ogni costo.

Aveva i capelli neri, acconciati con cura, le mani piccole e ben tenute, una sciarpa di trina allacciata con un ampio fiocco sotto la gola. Quando girava il capo le si vedevano scintillare i diamantini appesi all'orecchio.

Stava seduta sulla poltrona accanto al letto, e di lì fissava un paio di pianelle scalcagnate, poste dov'erano i vestiti di Marta.

--Che cosa guardi mamma?

--Sono tue queste pianelle?

--Sì, perchè?

--Non te le avevo comperate nuove, di pelle bianca, con una fodera di raso _bleu marin_ che doveva accompagnare la vestaglia? E a proposito, dov'è la vestaglia?

--La mettevo nei primi tempi--rispose Marta con esitazione--poi mi parve di sciuparla inutilmente.

La signora Oldofredi rimase pensierosa su quell'inutilmente.

--Noi donne--disse poi--dobbiamo avere molta cura della persona, delle vesti, di tutto ciò che indica pulitezza e grazia; specie quando si ha per marito un giovinotto.

--Oh!--interruppe Marta--Alberto non bada a queste cose.

Tacquero, trascinate entrambe dai loro pensieri, divise per modo che dopo un po' di tempo si guardarono in faccia disorientate. Molto c'era da dire da una parte e dall'altra; immenso il desiderio di chiedere, di confidare, ma un pudore ed un orgoglio di donna le tratteneva. La madre si accontentava di guardar Marta intensamente, studiandone il volto affilato, e Marta si lasciava covare da quello sguardo, restando dolce, malinconica, sempre un po' distratta, coll'aria di una persona che assiste a delle visioni.

Per farla parlare, la signora Oldofredi si interessò alle nuove relazioni di sua figlia; ebbe così la descrizione dei coniugi Merelli, di Toniolo, del dottorone. A sua volta le narrò degli amici di città, dei matrimoni fatti o da farsi. Disse di una loro cugina che voleva sposare per forza un sottotenente, che i parenti non acconsentivano, che d'altra parte non vi era neppure la dote militare, che l'ufficialetto pazzo d'amore minacciava di togliersi la vita e che lei, la ragazza, sognava combinazioni incredibili per riunire la somma; l'ultima trovata era di farsi attrice, andare in America...

Marta ascoltava in silenzio.

--Teste esaltate--concluse la signora Oldofredi, accomodandosi il fiocco della sciarpa.--I buoni matrimoni sono quelli combinati dalla ragione. Io, vedi, avevo diciotto anni quando conobbi tuo padre. Non ne ero innamorata proprio niente. Veniva in casa nostra due volte alla settimana a giuocare al sette e mezzo; si usava molto allora. Mi par di vederlo: entrava duro duro, un po' angoloso, miope, salutava con quel cenno vago delle persone che non veggono un palmo più in là del naso: ed era molto meno bello di Alberto, senza confronto. Perdeva spesso al giuoco. Mio padre gli diceva: fortunato in amore! Io ricamavo, lo rammento come fosse adesso, due conigli sopra un fondo di lana rossa; questo ricamo penzolava un po' qui, un po' là, non ero allora quella terribile nemica del disordine che sono adesso... Ebbene, egli guardava il mio lavoro con un interesse, con una attenzione che non avrebbe potuto essere maggiore se la sua vita fosse dipesa da quello. Il fatto è che terminati i conigli, chiese la mia mano. Ed ecco tutto. Vedi che non è un romanzo.

--Mio padre però ti amava--disse Marta con una voce profonda che fece trasalire la signora Oldofredi.

--Sì--rispose questa semplicemente.--Io pure gli volevo bene; apprezzavo la sua onestà, le cure gentili di cui mi circondava, il suo affetto nobile, sicuro, e fu una grave disgrazia il perderlo così presto.

--Ti amava d'amore?--domandò Marta bruscamente.

E siccome la mamma esitava, cogli occhi erranti sulle pianelle di Marta e con mille dubbi nel cuore, ella rincalzò con quel suo impeto appassionato:

--Dimmelo mammina, mammuccia, mammolina...

--Oh! Marta--fece la signora Oldofredi chinandosi a baciarla--sei ancora la stessa.

E si pose a ravviarle i capelli sulla fronte, le coltri intorno al collo, e il guanciale, e il piumino, proprio come ad una bimbetta in culla, bevendo il raggio di quei cari occhi mesti, dove ondeggiava un pensiero inafferrabile.

--Vi sono delle parole sulle quali io credo non si arriverà mai a metterci tutti d'accordo, bimba cara. Il sesso, l'età, il temperamento, la educazione, l'ambiente, le circostanze sono altretante cause che modificano il significato della parola amore. Noi generalmente ce lo figuriamo come la quintessenza delle gioie mortali; è naturale, lo vediamo così da lontano finchè siamo fanciulle! È la fiammolina che guizza sulle zolle umide, è la fosforescenza dorata della farfalla, è un gaz, è una polvere alla quale noi diamo i grandi nomi di passione, di delirio, di estasi...

La voce della signora Oldofredi tremava un poco; ella riprese tuttavia sforzandosi di parere calma e padrona di sè:

--E quando si scopre l'inganno, invece di accusare la falsità della nostra immaginazione, ce la prendiamo coll'amore che, poveretto, non può essere diversamente da quello che è sempre stato, un sogno, un miraggio...

--No, mamma, l'amore esiste.--Marta, che dapprima aveva ascoltato quietamente, si rizzò sui guanciali, febbrile, rosea, con quella bellezza improvvisa che le veniva a sbalzi, colla pupilla ardente e dilatata.--L'amore esiste!

Per un istante la madre scrutò fino in fondo il pensiero di sua figlia.

--Facciamo una supposizione--continuò Marta appoggiandosi col gomito sul guanciale--mettiamo una ragazza che abbia passato otto, dieci anni della sua vita, divisa fra questi due pensieri che sono il fondamento della nostra educazione: l'onestà e l'amore. Vuol amare, primo perchè è il suo istinto, poi perchè trova scritto e sente ripetere che l'amore è la massima delle felicità, che la donna è creata per l'amore, ecc. La religione stessa, più castamente, le parla però di amore e fa anzi dell'amore un sacramento. Vuol essere onesta, di quella onestà tutta femminile che è il pudore, la riserbatezza, la sottomissione; onestà che l'uomo non conosce, che è stata inventata unicamente per la donna e che la porta a fuggire con orrore tutto ciò che ha l'apparenza di una colpa. Che fa la ragazza? Ella riunisce le due aspirazioni, i due punti principali del suo catechismo, e dall'unione di due cose ben reali ne esce quel non so che di incorporeo, di vaporoso, di sublime e di ridicolo insieme che si chiama appunto l'ideale.

--Ma...

--Abbi pazienza mamma. Già non si parla di noi, è una supposizione, nevvero? Lasciami dire. Se, entrando nella vita, quella ragazza non trova le due aspirazioni riunite, se vede che l'amore non è sempre il premio e il compagno dell'onestà, che, legati insieme barbaramente come gemelli mostruosi, non sempre vanno d'accordo, non sempre si intendono e viene il momento in cui uno dei due...

La signora Oldofredi scandagliò l'abisso e non la lasciò terminare; ma trascinata dall'impeto che Marta frenava invano, ella pure si sentì donna, ella pure colle guancie arrossate, l'occhio ardente, le labbra che tremavano urtandosi al placido sorriso abituale, ella pure illuminata da una arcana bellezza, esclamò:

--L'amore è una illusione! Credi tu che vi sarebbe tanta attività nel mondo, che l'arte produrrebbe i suoi capolavori, che la pietà innalzerebbe i suoi monumenti, che il patriottismo darebbe i suoi eroi e la religione i suoi martiri, se l'amore come lo intendi tu esistesse? Perchè si coltivano tanti fiori nei vasi e si tengono dei canerini in gabbia, perchè si riempiono le case di ricami e di lavori all'uncinetto, perchè leggiamo i romanzi e i giornali di mode, perchè andiamo ai concerti, perchè vi è sì gran numero di istituzioni filantropiche dove le donne sono patronesse, ispettrici, visitatrici, se l'amore fosse una realtà, se l'amore potesse bastare almeno alla vita di una donna?

--Eppure--ripetè Marta scuotendo il capo--è l'amore che ispira l'arte, è l'amore che riscalda la carità...

--Sono i disinganni dell'amore, è l'impotenza, l'assoluta impossibilità di estrinsecare nell'amore, nel solo amore, quella tendenza al sublime che c'è in noi. Oh! ma tutto il mondo perirebbe, non vi sarebbe più posto per nulla, per nulla capisci, se il lampo dell'amore potesse durare?

Marta fu colpita dalla luce straordinaria che brillava negli occhi di sua madre, rivelandole un fondo di ardore che ella non avrebbe mai sospettato; come l'eco di battaglie lontane, di lotte, di pianti, di morti, su cui era passata la grande, la benefica ala del tempo; e sentì di amarla doppiamente; si sentì sua eguale, sua compagna.

Forse l'amore non è per tutti, forse è il più gran dolore della vita, forse non dura, forse è un miraggio; ma ella aveva visto, aveva visto!.. e cogli occhi gonfi di lagrime, mormorò, quasi parlando a se stessa:

--Esiste.

Nel silenzio raccolto dell'alcova quest'unica parola cadde con un mormorìo solenne di responso.

--Senti--disse la signora Oldofredi prendendole le mani e abbassando la voce in ragione inversa dall'emozione crescente--facciamo un'altra supposizione. Mettiamo una donna, una giovane donna libera di sè, e mettiamo pure che ella incontri sulla sua via l'amore.

--Dunque c'è.

--Ma Dio!--gemette la signora Oldofredi con tutta l'anima negli occhi--c'è il desiderio, il sogno, l'illusione! C'è l'istante del delirio, c'è la febbre che fa dimenticare tutto, lo spasimo per cui il piacere rasenta il freddo della morte; ma poichè tutto ciò passa, poichè non resta nulla dei più sinceri trasporti, poichè gli amanti finiscono col diventare stranieri l'uno all'altro e incontrarsi senza che più nulla trasalisca del loro cuore nè dei loro sensi, bisogna rinnegare l'amore, bisogna dire l'amore non esiste! Credi a me... credi, credi.

Colle mani strette nelle mani si guardarono in fondo all'anima, misurando le loro disperazioni; la madre violentata per non poter dire di più, la figlia temendo di indovinare troppo.

--Allora--fece Marta, tergendosi la fronte quasi un sudore improvviso l'avesse bagnata--non c'è nulla.

In quel momento si arrestò ascoltando. La stessa sensazione che l'aveva fatta trasalire il giorno prima nella casuccia dei due contadini, si rinnovava. Sentiva le sue viscere commoversi sotto un impulso di persona viva, colla strana rivelazione di un altro essere in se stessa. Sembrava una piccola mano che battesse contro il suo seno, una piccola mano che voleva dire: Aprimi, io sono l'amore e la verità.

--Gli uomini--continuò la signora Oldofredi, presa nella foga vertiginosa delle proprie parole--conoscono presto l'amore, lo valutano per quello che è e passano oltre, attratti dalla ambizione, dagli affari, della vita pubblica. Ma anche noi non possiamo vivere nella continua illusione dell'amore; per questo abbiamo la religione e la maternità. È ancora l'amore, ma l'amore che si trasforma; l'ideale risale al cielo, mentre la parte materiale di noi si anima e vive della nostra stessa carne...

Marta non udiva, delle parole di sua madre, che il bisbiglio. Colle mani raccolte sul grembo, le palpebre socchiuse, il corpo abbandonato nei guanciali, aveva l'apparenza della più gran calma, ma un brivido la scuoteva internamente, un brivido e una puntura. Vedeva ancora quell'amplesso, quel bacio... come dubitarne, se tutto il suo essere ne era stato scosso, se all'improvvisa rivelazione aveva compreso, lei già donna, il mistero della virginità, quel mistero che è il segreto di Dio e che l'amore solo comunica agli uomini?

Lievi lagrime brucianti sfuggivano dalle sue palpebre.

--Marta! Marta!--chiamava la mamma, curva su di lei, divinatrice amorosa della lotta che si combatteva nel di lei cuore.

Marta, senza parlare, ripeteva fra sè: Sarà il raggio che sfolgora e muore, sarà l'illusione che passa, sarà il sogno, il delirio di un istante; pure esiste. Raggio che non scalda tutti i cuori, sogno che non rallegra tutte le notti...

Ma intanto la piccola mano ripeteva con insistenza: Apri, io sono l'amore e la verità.

E Marta rivedeva, in una specie di visione magnetica, la bella campagna estiva, gli alberi frondosi ramificanti sopra lo sfondo azzurro e un meschino insetto che tendeva i suoi fili d'argento. Spezzato un filo gettava l'altro, e un altro ancora e ancora, sempre avanti, la tela prendeva proporzioni gigantesche, i fili abbracciavano tutto il creato, salivano ad altezze vertiginose, toccavano il cielo.

Era la vasta tela della vita umana, il lavoro ogni giorno rinnovato di chi soffre e combatte; il lavoro temerario che poggia nel vuoto guardando arditamente la luce; lo sforzo immane di milioni di esseri, intelligenze torturate, cuori spasimanti, schiavi in pena, tutti sorgenti dalle loro catene, tutti lanciando il loro filo d'argento al misterioso Ignoto. E i fili si spezzano, e la tela si strappa e la felicità dondola sempre sospesa all'impalpabile bava di un aracnide. Che importa?

Tutto muore, tutto nasce, tutto cambia, tutto si rinnova, le tombe scoperchiate servono di culla, i cuori insanguinati e piangenti danno nuovo sangue e nuove lagrime alla vita.

Avanti, coraggio!

FINE.

LIBRERIA EDITRICE GALLI

DI

=Milano C. CHIESA e F. GUINDANI Milano=

RACCOLTA DEI MIGLIORI ROMANZI MODERNI ITALIANI

UGO VALCARENGHI

I RETORI

LE CONFESSIONI DI ANDREA

Seconda edizione.--Un bel volume in-16 __L. 3.__

__Diamo alcuni giudizi dei più importanti Periodici su questo Romanzo, che forma il primo volume della Serie «I RETORI.»__

«....La prefazione è splendida, e credo fermamente sia quanto di più notevole si sia scritto da molti anni a questa parte intorno agli intenti del romanzo.

«... Predomina nel romanzo la ricerca decisa, quasi febbrile, della verità. Il Valcarenghi ha avuto il coraggio di dominare coll'idea il sentimento, e di studiare a fondo l'anima propria non badando ai dolori, agli strazi di vedere mille illusioni andarsene, dinanzi alla necessità ineluttabile del vero scientifico.

«....Il romanzo del Valcarenghi sintetizza in modo chiaro e semplice quello cui pochi hanno accennato appena, e che infine è nella coscienza di molti. _Neera_, Gerolamo Rovetta, Antonio Fogazzaro, _Bruno Sperani_, Filippo Turati, _Memini_ non hanno potuto leggere le _Confessioni di Andrea_, senza provare una commozione profonda.

«....Il romanzo italiano, per vivere, ha bisogno di giovani, che, come il Valcarenghi nutrano forti convinzioni e principii veramente positivi.»

_Rivista di Filosofia Scientifica_ (Agosto 1888).

«Nelle _Confessioni di Andrea_, il Valcarenghi esce ardito, gagliardo... egli vuole smascherare gli ipocriti della società; vuole ribellarsi contro le convenzioni sociali.

«....L'Andrea, il suo protagonista, si confessa con sincerità brutale: non giustifica nemmeno sè stesso quando erra nei suoi pazzi amori, quando si mostra negli espedienti dell'egoismo; la sua anima non è corrotta sino all'eccesso, ma è spesso cinica, in qualche momento fa orrore, si svela tutta nelle sue convulsioni, e nello stesso tempo tende inesorabile a smascherare le altre, mostrandone le bassezze.

«....In ogni pagina stride e quasi sghignazza uno scrittore che ha stomaco di ferro e non ha peli sulla lingua; uno scrittore che ha molte idee, filosofeggia molto, troppo, e che farà strada!»

=C. R. Barbiera=, nell'_Illustrazione Italiana_ (8 Gennaio 1888).

«Il libro del Valcarenghi sarà certamente molto discusso, perchè è un libro ardito e coraggioso: tanto coraggioso che, veramente, nelle 370 pagine di cui si compone, non corre che una tenuissima favola. Sarà molto probabilmente giudicato nei modi i più diversi: ma la discussione e la disparità dei giudizi saranno la miglior soddisfazione dell'autore; il quale, dopo tutto, ha dimostrato ed affermato bene un fatto, quello di volere e di saper fare un libro con intendimenti serii, con viste larghe, con profondità di pensiero.»

_Gazzetta del Popolo della Domenica_ di Torino (8 Aprile 1888).

«Le _Confessioni d'Andrea_ iniziano una serie, un ciclo di romanzi, che meglio e più propriamente potrebbero chiamarsi studi sociali. Il Valcarenghi mira con essi ad interessare i suoi lettori con lo studio assiduo e paziente dei vizii, dell'ambiente, delle consuetudini ed ipocrisie sociali che corrompono il carattere, la coscienza, quanto v'ha di più nobile nel sentimento umano. Egli cerca di fondere nell'artista il filosofo ed il sociologo, per dare dei mali della società una descrizione fotografica, esatta; per studiarne in seguito, con amore e verità, i rimedii.

«.... Questo volume nuovo del Valcarenghi, di gran lunga si lascia addietro i suoi precedenti: e per esso e con esso s'avanza in prima fila fra i migliori cultori del romanzo italiano.»

=M. Mariani=, nella _Cronaca Rossa_ di Milano (22 Aprile 1888).

«....Un uomo che mette a nudo il proprio egoismo con una schiettezza rara, in omaggio alla verità.... Chi non sente gemere un cuore d'artista e di galantuomo sotto le pagine spietate? E quella larga nota di dolore che sale acuta, persistente da ogni pagina, non è dessa la moralità tutta, tutta la bontà e la efficacia dell'opera d'arte?...»

=Neera=, nel _Fanfulla della Domenica_ (15 Aprile 1888).

«....Già più d'una volta ebbi a lodare, ed anche in queste stesse colonne, dei libri sinceri; principalmente perchè sinceri. Eccone un altro da aggiungere al numeroso stuolo.

«....Innamoratomi alla prefazione, bellissima, lo divorai tutto in un fiato....»

=Filippo Turati=, nell'_Italia_ (4 Aprile 1888).

«....Malgrado le lacune e le sovrabbondanze, le _Confessioni d'Andrea_ sono un romanzo forte pel concetto e bello di pagine, nelle quali l'esecuzione corrisponde al concetto.

«....Le _Confessioni d'Andrea_ si leggono con profitto e con diletto dalla prima all'ultima pagina.»

=G. Depanis=, nella _Gazzetta letteraria_ di Torino (7 Aprile 1888).

UGO VALCARENGHI

SOTTO LA CROCE

ROMANZO

Un bel volume, in-16 L. 3.

«Dopo _Baci perduti_: _Sotto la Croce_; vale a dire, dopo le scene della vita borghese, il romanzo. Questo prova che il Valcarenghi non si è fermato sul successo di quel primo lavoro, ma che ha voluto far qualche cosa di più seriamente pensato.

«L'argomento è una storia triste, ma vera, uno dei romanzi umani che leggiamo nella vita d'ogni giorno. I fatti si succedono naturali ed i caratteri, per lo più, sono disegnati con cura e sempre conseguenti a lor stessi. Anche la forma è generalmente buona.

«..... _Sotto la Croce_, non ostante difetti parziali, è sempre un romanzo di merito e di merito grande.»

_Gazzetta letteraria_ (20 Febbraio 1886).

«...Questo romanzo segna un gran progresso sui precedenti lavori dell'Autore che è giovanissimo.

«Il libro si legge con interesse, non per curiosità dello svolgimento, bensì per la naturalezza del racconto e per la verità della rappresentazione.»

=A. Fogazzaro=, nella _Provincia di Vicenza_ (18 Marzo 1886).

