# L'indomani

## Part 7

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/l-indomani-22020/index.md

Non aveva la sicurezza audace di colei che ha visto un uomo delirare a' suoi piedi, quella sicurezza che mette un raggio intorno alla fronte, per la gioia del dominio, per l'ebbrezza dei sensi soddisfatti, e quel corteggio di memorie che avvolge come in una nuvola, che solleva al di sopra dei mortali, per cui tutto in lei, incesso, parola, sguardo, rivela la donna amata, la trionfatrice. No. Marta si sentiva debole, mal sicura, diffidava di se stessa, provava l'avvilimento di un soldato che dopo essersi preparato ad una rude battaglia trova il campo libero e il nemico che dorme sotto la bandiera bianca spiegata.

In questo stato d'animo, ogni piccola cosa la irritava, le dava ombra; trovandosi malcontenta non era più nemmeno gentile; non compativa e non tollerava più nulla.

Una sorda antipatia le sorgeva in petto per la sorella di Toniolo, vedendo ch'ella osava servirsi del pane di Alberto, toccarlo sul braccio, parlargli così vicino col volto che i loro capelli quasi si confondevano; e chiamarlo ad ogni momento: «Oriani! Dica Oriani! Non è vero Oriani?»

Aveva una vocetta stridula e volgare, voce da pettegola, a cui ella dava certe inflessioni pretenziose, false come l'oro de' suoi braccialetti e come il biondo della sua zazzera.

Evocarono dei ricordi d'infanzia: «Rammenta quella sera della luminaria? E quando si improvvisò un ballo in farmacia? E quando ella gli aveva cucito l'abito, per ischerzo?» Alberto rideva, eccitato, di buon umore; nella pienezza della sua salute inalterabile, nella felicità del suo cervello tutto al momento presente, senza dubbi, senza curiosità ne per il passato, nè per l'avvenire.

Invece la mente inquieta di Marta continuava a struggersi. Prima di uscir di casa ella aveva baciato Alberto al suo posto prediletto, dietro l'orecchio, facendogli promettere che a tavola, quando ella lo avrebbe guardato, ricorderebbe quel bacio e sarebbe come se ne ricevesse un altro. Ma Alberto la guardava smemorato, si capiva, attratto dalle ciarle della sua vicina, messo in vena allegra dall'ottimo vino, dal pranzo squisito. E di mano in mano che a suo marito cresceva il buon umore, cresceva a lei la tristezza.

Si domandava se quelle erano le gioie della vita; mangiare, bere, discorrere con degli indifferenti, sorridere a delle sciocchezze, divertirsi a delle puerilità.

Già le allusioni più o meno velate correvano or all'uno or all'altro dei due sposi, facendo arrossire la novizia e piombando Toniolo in una vanitosa beatitudine. Merelli sfondava una parete ad ogni parola che gli usciva di bocca. Il dottorone, intento ai piatti, andava dicendo inutilmente: «È troppo presto, è troppo presto.» Il _diapason_ scottante continuava a salire con un crescendo meraviglioso.

Una specie di nebbia avvolgeva la mensa, evaporazione delle vivande, dei doppieri accesi, fiato, sudore, odor di vino e di pasticcio caldo, con una sottile venatura di muschio che partiva dalle due sorelle di Toniolo. Le faccie dei commensali, rubiconde, si confondevano colle piramidi di mele, tagliate a mezzo dalle bottiglie, spostate dall'animazione crescente che faceva muovere i più giovani dalle loro sedie, ritornarvi, ripartirne ancora. La sorella nubile di Toniolo aveva sbucciata una melagrana e girava attorno, offrendola sulla mano, con attitudine civettuola e provocatrice.

Marta vedeva tutto ciò nella impassibilità letargica di un sogno, trovandosi sempre più isolata e più triste. Le venivano in mente cose tragiche: la morte di suo padre, un fanciullo ch'ella aveva visto cadere da una finestra, le crociere degli ospedali, i manicomi; e poi un dolore al cuore ch'ella aveva provato, da giovinetta, e che avrebbe potuto essere vizio cardiaco incurabile. Guardava Alberto con una passione, con uno struggimento di tutto il suo essere che le affilava il volto, che le toglieva qualsiasi altra sensazione. Ad un tratto, in mezzo al vociare generale, colse a volo questa parola «Elvira» che la vicina di suo marito aveva pronunciata con malizia, nascondendosi dietro il ventaglio.

Per cinque minuti buoni, l'incrociarsi dei piatti e dei bicchieri, gli evviva tumultuosi, le impedirono di vedere Alberto; ma quando il di lui viso apparve accanto a quello della bionda incipriata, l'argomento doveva essere cambiato, ed era evidente che si facevano dei complimenti reciproci sulla precedenza nell'assaggiare dell'uva di Corinto.

Marta pensava che sul cavalletto di tortura si può almeno gridare. Al contrario ella doveva stare composta, con un certo qual sorriso di partecipazione alla gioia degli altri e rispondere, tratto tratto, alle parole che per cortesia le rivolgeva il suo cavaliere di destra, e mettere pure in bocca qualche cosa e fingere di bere.

Dal suo cuore gonfio si sprigionavano delle lagrime che ella sentiva affacciarsi alle palpebre. Era così persuasa di essere brutta, sciocca, incapace di farsi amare, che avrebbe in quel momento desiderato di morire; senonchè un amaro rimpianto, il desiderio insoddisfatto delle ebbrezze terrene, la trascinava violentemente verso suo marito, il solo a cui poteva, a cui voleva chiederle; e in questa tenzone odiava tutto il mondo e se stessa.

Pare impossibile--pensò il dottorone riposando le mascelle e le mani, coll'occhio lucido, il torace prominente--come quella donna cambia ad un tratto. Non si direbbe più lei.

Un momento dopo mettendosele vicino, ancora col tovagliolo al mento ma con un raggio diverso nelle pupille, quasi il suo cervello staccandosi improvvisamente dal corpo volasse in regioni eteree, le disse:

--Che follia festeggiare le nozze con inviti e brindisi! È la stessa follia che fa dipingere l'amore rubicondo, paffuto, intento a ridere e a trastullarsi, mentre si dovrebbe cercare l'amore nello scheletro più distrutto della danza macabra; uno che non abbia più nemmeno le occhiaie per tenervi le lagrime, e il petto squarciato da cima a fondo. Così vorrei dipingere l'amore!

--Sì, sì--fece Marta senza comprendere, solo perchè quelle parole tristi rispondevano alla sua tristezza.

Al caffè si ruppero le file. Alberto, sempre gentile, venne a chiedere a sua moglie se avesse pranzato bene.

--È fortunata--disse la signora Merelli mettendosi al fianco di Marta.--Io, nel suo stato, mi sentirei orribilmente; tolta quest'ultima gravidanza, che è andata un po' meglio, tutte male, tutte male!

--Mia moglie non vuol sentir parlare del _suo stato_,--soggiunse Alberto sorridendo--non ci è ancora avvezza. Lei porrebbe darle qualche lezione, signora Merelli!

--Buon Dio!--esclamò la prolifica signora giungendo le mani.--Sono uscita ieri di puerperio. Ma lei sta proprio bene, carina, nevvero che sta bene? Nausee, al mattino, non ne ha?

--Un poco, quasi nulla,--rispose Marta, seguendo collo sguardo suo marito che si allontanava.

--Sarà un maschio allora. E bruciori di stomaco?

--No.

--Segno che non avrà capelli.

--Non avrà capelli?

--Nascendo, s'intende. De' miei figli, solo la Pina e l'Adelina erano calve; gli altri vennero al mondo pelosi come Esaù. Ma che bruciori di stomaco, le dico!... Del resto è fortunata in tutto; non si accorge nemmeno... parola d'onore; sembra una bimba.

Alberto si era appoggiato al caminetto insieme a' suoi amici. Avevano accesi gli sigari e nel benessere sensuale della digestione la loro affettività d'uomo esplodeva con gesti vivaci, con romorosi scoppi di voce e colpi di mano. Lucide le facce, gli occhi scintillanti, essi discorrevano fra loro in un gergo speciale, a sottintesi, urtandosi coi gomiti. Alberto, il più educato, si poneva davanti a Merelli quando parlava, per impedire che le di lui parole giungessero all'orecchio delle signore; Toniolo invece vi si crogiolava, nella voluttà egoistica di un gattino che fa le fusa.

--Sibarita!--mormorò il dottorone--si prepara lo stomaco cogli stimolanti.

La sposina intanto, circondata dalle donne, si lasciava ammirare ed invidiare, facendo girare gli anelli sulle dita, più stordita che contenta, rispondendo a monosillabi.

--Che bel matrimonio nevvero?

Marta si voltò. La bionda incipriata le stava alle spalle, col suo fare lezioso, di protezione.

--Bellissimo--rispose Marta.

--Anche lei è sposa da poco tempo nevvero?

--Sei mesi.

--Io conosco molto suo marito; siamo cresciuti insieme. È un simpatico giovane!

Obbedendo alle leggi naturali, Marta le avrebbe dato uno schiaffo; ma frenandosi e dominandosi, riuscì ad abbozzare un sorriso.

La buona signora Merelli intervenne, chiedendo alla sorella di Toniolo se fosse guarita da una nevralgia che aveva sofferto.

--Sì, sì, sono guarita perfettamente. Ma nevvero che molte ragazze sarebbero state felici di sposare Alberto Oriani?

--Senza dubbio; eppure egli ha preferito questa sposina, nè io so dargli torto--tornò a dire dolcissimamente la signora Merelli.

--Già, le ragazze del paese non hanno i vezzi delle cittadine,--esclamò con enfasi la sorella di Toniolo.--A proposito, non si è saputo più nulla dell'Elvira, la maestra?

A questa improvvisa e inopportuna domanda, la signora Merelli stette per perdere le staffe, osservando che Marta impallidiva. Tossì, tuttavia, si spianò le gale dell'abito, e disse col suo bel candore:

--E chi ci pensa più? Manca da tanti anni!

--Oh! questo non serve--rimbeccò l'altra malignamente,--quando si sono lasciati certi ricordi dietro a sè... Non dicevano che avesse avuto un figlio?

--Quante calunnie!

La signora Merelli, indignata, tese la mano quasi per attestare l'innocenza dell'assente, Marta afferrò quella mano, e alzandosi, e trascinando con sè l'ottima creatura, uscì dalla stanza, soffocata dai singhiozzi.

Alberto che l'aveva vista uscire, le tenne dietro subito.

--Non si spaventi--disse la signora Merelli--fa un po' caldo in sala, e poi tutti quegli sigari! Per quanto si stia bene, lo creda a me, qualche cosa si soffre sempre...

--Ti senti male?--chiese Alberto con premura.

Marta gli si appese al braccio, negando col capo; e quando la signora Merelli, vedendola al sicuro ritornò nella sala da pranzo, ella mosse verso il cortile, proprio come se provasse un senso di soffocazione.

Il cortile della farmacia era messo a giardino, con delle scalinate di fiori e degli arrampicanti piantati dentro a botti vuote. La luna lo batteva in pieno, rischiarando ogni angolo colla sua luce fredda ed eguale di doccia.

Marta si gettò nelle braccia di suo marito scoppiando in lagrime.

--Ma Dio, Marta, che hai?

--Dimmi che mi ami, dimmi che mi ami...

Alberto pensava che se lo avessero sorpreso nel cortile, abbracciato con sua moglie, sarebbe diventato lo zimbello degli amici.

--Via--disse con un leggero accento di rimprovero---sono scene da bambina, torna in te, sii ragionevole. Siamo qui per divertirci e non per piangere.

Ella raddoppiava le lagrime, avviticchiata al suo collo, tremando, spasimando.

--Marta... insomma!

Pensò poi che fossero fenomeni nervosi inerenti alla prima fase della gestazione, e per il rispetto che professano gli uomini a questo misterioso travaglio femminile, replicò con dolcezza annoiata:

--Lo sai bene che ti amo.

--Dimmelo ancora!

--Ti amo.

Ma ella non si staccava, sospirando sempre, aspettando che un guizzo, un fremito passasse dal corpo di lui al suo, dandole la sensazione di un'anima sola, rispondendo a ciò che ella stessa provava, la vita, la rivelazione attesa... ed egli se ne stava ritto, rassegnato, e la luna li illuminava entrambi freddamente serena.

--Camminiamo, ti passerà.

Marta non disse più nulla. Docilmente si lasciò infilare la mano nel braccio di suo marito e fecero due o tre giri intorno alle botti degli arrampicanti.

Egli non sapeva che cosa dirle. L'umidità della sera, forse, le avrebbe dato noia? Ma doveva sentirla anche lei. Non era un gusto, davvero, aver lasciata una stanza calda, un crocchia di amici, un buon bicchiere e delle ciarle e degli scherzi, per passeggiare tondo tondo in un cortile.

--Ti senti meglio?--domandò infine.

Marta fece un movimento impercettibile colle spalle, schiuse le labbra senza poter parlare ed appoggiò il cuore, che le batteva violentemente, contro il braccio di lui.

Egli stette ancora un momento incerto, guardò l'uscio della sala da cui usciva uno sprazzo di luce allegra, guardò sua moglie, le botti, il cortile deserto, e:

--Se rientrassimo?...

* * *

Le avevano ordinato delle lunghe passeggiate. Accompagnava qualche volta Alberto al podere, qualche altra gli andava incontro, prima del desinare, ma senza entusiasmo.

Era diventata indifferente, pressochè apata; ella stessa non si riconosceva più. Non aveva nessun desiderio, le dava noia il vestirsi, l'adornarsi; si guardava raramente nello specchio.

Le sue belle camicie da sposa, le vite scollate guarnite di trine, le calze a ricami giacevano nel cassettone, legate ancora coi nastrini color di rosa, come gliele aveva accomodate la mamma. Portava la biancheria liscia, semplice, quella che si stira più in fretta, che non avrebbe data a lei o all'Appollonia una briga inutile.

Le sembrava che la sua giovinezza fosse finita e sentendo parlare delle amarezze, dei disinganni dell'esistenza si riconosceva saggia, si infervorava sempre più nel concetto serio che la felicità è un'illusione.

Accudiva alle sue domestiche faccende, lavorava, era premurosa, gentile con Alberto. Seguiva le variazioni del tempo per far asciugare le frutta, per riporre le uova; andava spesso in cucina a trovare l'Appollonia, le faceva raccontare qualche episodio dimenticato della sua infanzia e l'ascoltava con interesse.

La casa non doveva essere il suo regno, il suo orizzonte, il suo tutto? Ella procurava di animare i mobili e le stoviglie, si metteva a cucinare qualche intingolo per vedere di soddisfarsi alla fine, di trovare un appoggio al suo continuo bisogno di un perchè. Era stata fantastica, ideale, ed aveva avuto torto; ora cercava la felicità terra terra, non doveva essere così? Non l'avevano tutti così?

Alberto raggiava. Le faceva dei complimenti sinceri, la chiamava il modello delle mogli, e il vedere lui contento non doveva essere la sua parte di felicità per lei stessa? Era dunque felice appieno.

Ma perchè non aveva mai voglia di ridere? Perchè non le veniva sulle labbra una nota di canto? e nessun impeto giulivo le faceva mai balzare il cuore? Tutto era scolorito e monotono in lei, principio di una anemia generale, del torpore che assale i viaggiatori smarriti nelle nevi, che non soffrono, che non si lagnano, che muoiono dolcemente nella tranquilla evanescenza di un sogno...

Il medico le dava la sicurezza che era incinta. Ella aveva avuto, qualche mese prima, dei leggeri disturbi di digestione, che erano scomparsi, e null'altra sensazione fisica abbastanza sensibile le rammentava questo fatto che la lasciava indifferente al pari di tutto il resto. Le grandi cose che aveva udite sulla maternità dovevano essere, come quelle udite sull'amore, esageratissime; oppure ella era una disgraziata priva di sensi e di viscere, sospetto che le veniva tratto tratto e che la rendeva orribilmente triste.

Perchè sarebbe madre? Se non aveva mai trasalito, mai, in ciò che il mondo chiama l'amore, se questo amore ella non lo capiva, se un estraneo si era avvicinato a lei senza infonderle il brivido della creazione, perchè ella avrebbe dato il proprio sangue e la propria carne, ed avrebbe rischiato di toccare le soglie dell'eternità senza conoscere quelle del piacere?

Se i figli sono frutti dell'amore, ogni frutto fa supporre la precedenza di un fiore; ma ella sentivasi arida; niente del suo io pensante rispondeva alle inconscie funzioni del suo io meccanico. Un profondo avvilimento la degradava a' suoi propri occhi; il germe caduto nel suo grembo poteva fecondare una Giuditta qualsiasi, e sarebbe stato egualmente il frutto dell'amore.

No, l'amore non esiste!

Ella era giunta a questo.

Padre, fratello, amico, socio, marito, tutti sinonimi; uno poteva valere l'altro, non l'amante. L'amante restava ancora per lei il giovinetto imberbe che aveva sospirato sotto le sue finestre, che le aveva rapito un fiore e stretta la mano, per cui ella recitava, struggendosi di voluttà, i versi della vecchia strenna:

O fanciulla qual mesto contento Mi discenda nell'alma non sai.

Una visione, una fantasia che non aveva corpo, nulla.

Del resto che cosa vedeva altrove? Gavazzini, dopo aver rapita la cara donna e bevuto il dolce liquore delle sue vene, occhieggiava le donne degli altri, fra due liti intime. Merelli dava bensì dei frutti d'amore annuali alla angelica moglie, ma teneva le serve giovani e belle. Toniolo, morta la prima sposa pigliava la seconda, con molte consolazioni frammezzo e il contrappeso di una buona dote. Trasporto momentaneo, eccitazione, sensualità, cupidigia, calcolo; amore, come lo aveva sognato lei, mai!

Ma Romeo, ma Paolo, ma il fatto quotidiano dei bracieri di carbone accesi nella soffitta di una modistina, ma i cadaveri trovati sui talami, stretti insieme, bocca su bocca?

Romanzi.

Ma i delinquenti dell'amore? ma gli eroi dell'amore?

Mattoidi.

E le storie di tutti i secoli?

Leggende.

E i poemi di tutti i popoli?

Fantasia.

Così era giunta a recidere ogni aspirazione; l'anima sua nello schianto, come pianticella orbata de' suoi rami, non sembrava più cosa vitale.

Vegetava in una esistenza da vecchierella, sentendo già i brividi di novembre, coprendosi molto, avvicinandosi al fuoco. Tolto il leggero arrotondarsi della vita, le altre membra sembravano spersonirsi, la pelle perdeva la lucentezza della gioventù; accanto alle labbra si disegnava in permanenza una piega triste e gli occhi s'incavavano, velati, e i muscoli apparivano meno elastici, meno pronti all'appello di una volontà che sonnecchiava; un tutto insieme di lampada a cui l'olio manchi, di macchina guasta ne' suoi più delicati congegni.

Appollonia le aveva ben detto di non uscire quel giorno, che il tempo minacciava pioggia. Marta non le credette o credette di poter giungere al podere prima che il tempo si guastasse. Erano gli ultimi bei giorni dell'autunno, bisognava pure approfittarne innanzi di chiudersi in casa a fare l'invernata; e poi aveva presa l'abitudine di quella giterella, e l'abitudine, nella sua esistenza quasi monastica, teneva già un posto importante.

Modesta modesta nel suo abito grigio, con un tocco di lontra in testa ed uno scialletto sul braccio, Marta si allontanava sul sentiero coperto di foglie secche, sparendo e ricomparendo col suo passo aereo, mentre le serviva di sfondo ora una colonna d'edera addossata sul tronco di una quercia, ora il pennacchio onduleggiante delle acacie che sfioccavano via per l'aria le piccole foglie gialle.

Vi erano degli alberi dorati come le treccie di una Margherita ideale; altri ancora che ricordavano i bagliori di una fiamma morente; ed alcuni strisciati in rosa, con gradazioni tenere di carne, di corallo pallido, sfumati, diafani, con una morbidezza di velo e d'ali d'angelo cadute.

Tutta la materialità dell'amore e della fecondazione sembrava sparita dai campi mietuti, dalle piante che non avevano più nè fiori, nè frutti, che lasciavano pendere le foglie a guisa di pensieri vacui, di illusioni isterilite; nè dai nidi pigolavano le rondini oramai lontane; solo il freddo passero saltellando sui rami denudati, salmeggiava la vanità di tutte le cose.

E Marta passava col suo lieve fardello, creatrice inconsapevole in mezzo alla natura che moriva, sentendosi penetrare nell'anima una dolce e tranquilla malinconia.

Sui lembi del cielo errava il suo sguardo, così come errava la sua mente perduta nei ricordi, vaneggiando dietro il filo fantasioso che riunisce una nuvola al colore di un abito, al profilo di un volto conosciuto, ad una iniziale; per cui rinascono all'improvviso memorie disparate, e scene e detti; e si riodono suoni di voce dimenticati.

Ella ricordava un salottino parato con una stoffa a grandi fiori sanguigni, con certi divanucci bassi di una forma affatto speciale, con un velario che mascherava il soffitto e sembrava proteggere quel nido elegante dai contatti plebei. Ricordava sopratutto un trespolo, poggiato in un canto, sul quale bruciava un qualche cosa di odoroso, evaporando nuvolette cineree che si innalzavano misteriosamente verso le pieghe del velario, lasciandosi dietro un profumo sottile e caldo di persona viva. Una donna giaceva, coricata a mezzo, sopra uno dei divanini; ma di quella donna rammentava appena gli occhi nerissimi e un anello che portava sul mignolo della mano; anello bizzarro formato di sette pezzi; un diamante, un rubino, uno smeraldo, un topazio, un zaffiro, una perla nera e un dente--un piccolissimo dente di bimbo, bianco e lucente come un'opale. Marta, che era allora una fanciullina, non aveva visto altro. Conobbe più tardi esser quella una compagna di collegio di sua madre, che aveva avuto grandi sventure ed amori tragici, di cui il mondo sparlava e che sua madre non nominava mai senza volgere gli occhi al cielo e dire: Poveretta!

Poveretta! ripeteva Marta a vent'anni di distanza. Non sapeva nulla della sua vita e de' suoi errori, non ricordava nulla di lei, altro che gli occhi ed un anello; era forse morta a quest'ora! Il segreto del piccolo dente legato insieme alle pietre preziose, quel segreto che aveva tanto colpita la sua immaginazione giovinetta, stava al sicuro nel pudore e nell'oblio della tomba; eppure le sembrava di averla conosciuta, di comprendere i suoi dolori; ed aveva un desiderio ardente di assolverla, di rivederla nella purezza fredda di quel giorno di novembre, assorgere fra le nuvole, e di là sorridere a lei co' suoi occhi neri.

Ed altre visioni ancora, rotte, fuggenti; lembi di conversazioni, ritornelli di canzoni ignote, battute di _walzer_; e certi sguardi che non sapeva più a chi avessero appartenuto, e scoppi di risa di bocche invisibili; tutto il suo mondo interno che si agitava, che usciva a far parte del mondo esteriore, fondendosi col cielo, coll'aria, colle foglie cadenti, col silenzio dei prati, colla tavolozza inimitabile delle masse d'alberi, col respiro misterioso della terra e delle acque.

Venivano a lei i lamenti degli alberi sfrondati, dei nidi deserti; venivano le voci occulte dei fili d'erba, le timidi voci dei fiori còlti e dimenticati; e ad essi ritornavano i sospiri della sua giovinezza, i sogni, i rimpianti, le larve abbrunate.

Camminava senza sentire la terra, come portata da un amplesso; e non s'era nemmeno accorta che il tempo s'andava rannuvolando sempre più, tanto che giunta al podere incominciava già a cadere qualche goccia.

--Mio marito?--chiese subito.

Alberto non l'aspettava con quel tempo; egli era già partito da mezz'ora, prendendo le scorciatoie attraverso i campi.

--Ed ora?

--Ora non le resta altro che entrare in casa.

Così disse allegramente la fattora, una sposina anche lei, ma che aveva preceduto Marta nel riempire una piccola culla di vimini, intorno alla quale si affaccendava con grandi ansie.

Marta conosceva appena la fattora; per solito incontrava Alberto sull'aia, gli prendeva il braccio e non guardava altro. Fu sorpresa della gaiezza di quel volto, della luce strana che le brillava negli occhi, dell'aria disinvolta, padrona di sè.

Entrò.

Il bambino piangeva. La fattora se lo prese tra le braccia, cullandolo, baciandolo lieve lieve sulla fronte, mormorando parole tronche, senza senso, dolcissime.

Ella dunque avrebbe fatto allo stesso modo? E quello era l'amor materno?

--Lo amate molto questo piccino?

--Se lo amo! Cara gioia... Proverà, proverà... non le dico altro...

Marta guardava il fantolino, rosso, rosso, con due occhietti tondi senza sguardo ed una bocca continuamente umida. Per fermo egli non doveva comprendere nulla.

--Dorme alla notte?

--Qualche volta sì, qualche volta no, secondo.

--E quando non dorme piange?

--Sicuro!

--E voi allora che cosa fate?

