# L'indomani

## Part 5

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Tutto ciò che aveva relazione con suo marito interessava Marta moltissimo; le sembrava di attaccarsi maggiormente a lui, di entrare nella sua vita non solo col presente e col futuro, ma ben anco coi ricordi del passato.

Una volta che Alberto si era lagnato di un dolore al ginocchio, Marta gli aveva detto: Sarà la ferita che ti facesti cadendo dall'albero, sul quale eri salito per guardare nel giardino dei vicini.

--Come sai ciò?--aveva chiesto Alberto meravigliato; e Marta si sentì tutta felice per questa presa di possesso nella esistenza anteriore di suo marito.

Certi abitini di Alberto fanciullo, i suoi scartafacci, i libri di testo, sciupati, con scritto in alto _Alberto Oriani_, erano altrettante reliquie che Marta conservava, interrogandole, quasi avesse potuto assorbirne ciò che Alberto vi aveva lasciato di sè stesso, de' suoi giuochi infantili, della sua lieta adolescenza di figlio unico.

Scoprì che a dodici anni egli aveva ricevuto la prima comunione; conto fatto sulle immagini conservate con la data di quel giorno; e che era stato ghiotto, imprudente, disubbidiente; bugiardo mai.

Aveva tentato di avere, per parte d'Appollonia, la descrizione esatta della lavandaia che veniva in casa quando Alberto aveva sedici anni; ma questo desiderio le andò fallito, perchè al tempo in cui Appollonia era entrata in servizio, la signora Oriani si era già decisa da un pezzo a far lavare fuori di casa. Seppe però che donne ne bazzicavano poche, essendo la signora Oriani severissima in fatto di costumi, e che se il signor Alberto aveva qualche pasticcetto doveva pensare a cucinarselo altrove.

Appunto--riflettè Marta intanto che Appollonia cercava la chiave--come mai mia suocera, che era tanto accorta e previdente, si acconciò a prendere una serva giovane quale doveva essere costei allora?

--Appollonia, quanti anni avevi il giorno che venisti in questa casa?

--Ventiquattro, venticinque o ventisei, non lo so neppur io.

--Eri però giovane.

--Oh sì, signora, ero giovane.

Marta non voleva esprimere tutto quanto il suo pensiero, scrutando la fisionomia della serva, sembrandole al disopra di ogni sospetto; e tuttavia dubbiosa, per quell'eccesso di zelo che in ogni cosa dimostrano i novellini.

--E non hai mai pensato a prendere marito?

Tale domanda fu lanciata così a bruciapelo, che Appollonia sollevò gli occhi e trasse le mani dal mucchio di ferravecchi, restando a bocca aperta, tra il vergognoso e il meravigliato: finchè calma, calma, scuotendo il capo e rimettendosi carponi, rispose:

--Chi vuol mai che mi prendesse!

Non v'era in queste parole neppur l'ombra del rammarico, dell'ira o dell'invidia; nessun lampo di desideri assopiti, nessuna puntura di vanità, niente altro che la semplice, serena accettazione del fatto compiuto.

Marta l'ammirò questa volta, non da padrona a serva, ma da donna a donna.

--Prima di tutto--disse, dolcemente, sentendo il bisogno di questa carezza spirituale--non sei nè gobba, nè zoppa, e nemmeno brutta; avresti potuto maritarti tu come qualunque altra...

--Ah! è vero, zoppa no, gobba no; ma pure...

--E quand'anche nessuno ti avesse cercata, potevi ben tu avere il desiderio di collocarti.

Appollonia crollava la testa, sempre curva, ma dalle gote sporgenti sugli zigomi appariva chiaro ch'ella rideva in pelle in pelle.

--Di', Appollonia?

--Nossignora, nossignora, questo desiderio bisogna essere in due per averlo.

--Si può tuttavia avere, da sola, il desiderio di trovare il secondo.

--Ma sarebbe un desiderio inutile.

Marta rimase colpita da una manifestazione di criterio così solido in sì umile creatura.

--Sei una testa forte--disse ridendo.

--Forte, forte--confermò Appollonia dandosi un pugno sul capo, per avvalorare le parole.

--Sicchè ti trovi felice?

--Io sì.

--Ma felice di che?

Parve che Appollonia non comprendesse subito, perchè esitò qualche istante; disse poi risoluta:

--Felice di essere sana e di poter lavorare.

Marta la guardò con stupore.

--Infine questa chiave non si trova--esclamò la serva levandosi in piedi.--Credo che se lei vuol guardare nel cassone, dovrà farlo aprire dal fabbro. Vado a chiamarlo?

--Non preme. Siedi un momento, riposati. Che cosa facevi prima di venir qui? Hai servito in altre famiglie?

Appollonia si passò la mano sulla fronte, quasi per raccogliere idee sparse e molto lontane. Fu ancora Marta che riprese:

--Già, mia suocera doveva conoscerti molto bene, altrimenti non ti avrebbe presa.

--Sicuro che mi conosceva ed aveva conosciuto anche mia madre. Io no.

--Non hai conosciuto tua madre?

--Nossignora.

--E con chi vivevi?

--Con mio padre.

--Voi due soli?

--Noi due soli.

--Che mestiere faceva tuo padre?

--Era contadino.

--Anche tu hai lavorato la campagna?

--E come! Quando ero proprio piccina andavo a scuola, ma ci andai solamente due inverni perchè una vicina mi mandava insieme alle sue figlie, e quando venivo a casa mi dava un po' della sua minestra ed io rifacevo il letto alla meglio.

--Dov'era tuo padre?

--Faceva il giornaliero, un po' qui, un po' là. Alle volte veniva a dormire a casa, ma non sempre; d'estate stava fuori le intere settimane, non lo vedevo che al sabato.

--E alla domenica.

--Alla domenica poco; si sa, egli preferiva andare all'osteria.

--Tu dunque rimanevi sola? Non ti annoiavi?

--Non ne avevo il tempo. L'anno che la mia vicina cambiò casa e che io dovetti rinunciare alla scuola, mi rimasero le faccende da disbrigare, il letto, la minestra; poi, tanto per guadagnare qualche cosa, andavo anch'io a giornata per servizi leggeri. Alla sera cucivo quel po' di roba nostra, rattoppavo i calzoni di mio padre; nei giorni festivi leggevo.

--In complesso facevi una vita tranquilla.

---Oh! sì, per un po' di tempo.

Marta non avvertì queste ultime parole, intenta ad immaginarsi l'Appollonia piccina, tonda, tonda, ruzzolare come una palla dal letto al focolare, dal focolare al lavatoio, pacifica, col suo bel faccione da luna piena.

--E quando tuo padre stava fuori alla notte, dormivi sola?

--Sola.

--Senza aver paura?

--Di che? Eravamo così poveri che la nostra casa non poteva tentare i ladri; andavo a letto già mezz'addormentata e qualche volta non mi ricordavo nemmeno di chiuder la porta. Una notte scoppiò un temporale fortissimo che mi spalancò tutto quanto l'uscio; l'acqua entrava a torrentelli ed alla luce dei lampi io la vedevo che saliva, saliva, portando in giro per la stanza le scarpe nuove di mio padre, tanto inzuppate alla fine che non si poterono più muovere e ci volle poi una settimana per farle asciugare. Fu la sola volta che ebbi paura.

--Avesti paura allora?

--Madonna santa, pareva il finimondo! Mi cacciavo sotto le lenzuola per non vedere e non sentire, ma vedevo e sentivo sempre; e credevo che le anime dei morti venissero a portarmi via in mezzo alle saette. Mio padre, il giorno dopo, mi battè ben bene perchè non ero scesa a chiudere l'uscio. Aveva ragione.

--Ragione di batterti?

--Ma sì.

--E di lasciare in casa una bimba sola?

--Questa non era colpa sua. Doveva pur andare a lavorare. I signori sono i signori e i poveri sono i poveri.

Marta si sentiva la voglia di abbracciarla, e lo avrebbe fatto se il movente di quella sensazione fosse stato solamente la bontà; ma si accorse che in una leggera sfumatura di bontà, il suo cuore tripudiava, sollevato dai propri mali, ed ebbe vergogna di mostrare una sensibilità che in fondo non era altro che egoismo. Ripromettendosi di compensare altrimenti le modeste virtù di Appollonia, si abbandonò per il momento al piacere che le dava quella specie di autobiografia, dove la sua anima sitibonda di ideale, trovava un pascolo inaspettato.

--E hai continuato in tal modo fino...

--Sempre, fin che visse mio padre.

--Lo amavi molto tuo padre?

--Sì; è dovere.

--Ma non si ama solamente ciò che è dovere--insinuò Marta.

--Si ama ciò che si deve amare--rispose Appollonia, candidamente.

--Era buono almeno tuo padre?

--Sì, come uomo.

Queste parole sintetiche fecero ridere Marta. Appollonia soggiunse:

--Nei primi anni le cose andavano discretamente. Mio padre, si sa, ogni uomo ha il suo vizio, beveva; ma beveva soltanto alla domenica. Tornava dall'osteria che sembrava un bambino, rideva, rideva e diceva delle parole senza senso. Io lo chiamavo: «babbino, caro babbino.» Egli mi abbracciava e poi cadeva sul letto. Non c'era niente di male, nevvero? Ma quando il lavoro divenne scarso e che egli non potè andare tutti i giorni a lavorare, me lo vedevo confitto in casa da mattina a sera brontolando, prendendosela con tutti, anche con me, che ero una bocca inutile e che se fossi stata un uomo avrei almeno potuto aiutarlo. Io, naturalmente, non rispondevo nulla, e, sul tardi, se egli usciva per «cacciare i dispiaceri,» come diceva lui, non potevo impedirglielo. Così incominciò a bere tutti i giorni, proprio allora che mancavano i denari!

--Mi pare che non fosse un padre modello! esclamò Marta.

--Bisogna compatirlo. Gli uomini, quando non hanno lavoro, fanno tutti così. Prima non era cattivo; andandogli male i suoi affari gli si guastò il sangue. Gli dicevo bene qualche volta: «Babbino non bere, che sprechi i denari e la salute.» Ma egli mi rispondeva che le donne devono tenere la lingua a casa. Anche questo è giusto. Dunque, più mio padre beveva e meno i padroni volevano prenderlo a giornata; meno egli andava a giornata e più beveva. Le lascio considerare! Dovetti allora lavorare per due; fortuna che la salute c'era. Andavo durante il giorno a falciare, a sarchiare, a battere il grano, a cardare il lino, e molte ore della notte le passavo cucendo abiti per le donne e per i ragazzi, che in questo ci riuscivo benino, ed anche mi piaceva. In complesso non mi lagnavo; tolto di alcune feste in cui vedevo le mie compagne andare alla sagra tutte vestite in ghingheri, ed io non potevo accompagnarle; prima perchè non avevo abito, nè scarpe, nulla; poi chi avrebbe avuto cura della casa e di mio padre? Il mio destino era questo.

--E non ti capitò allora di prendere marito?

--Com'era mai possibile? Avevo due camicie in tutto!

--Nessuno ti fece mai la corte?

--Se non uscivo nemmeno!

--Dovevano sapere che eri una brava ragazza e che saresti stata un'ottima moglie.

--Ma non avevo nulla. E mio padre chi lo avrebbe preso? Si sposa una persona, non se ne sposano due. Del resto le giuro che non avevo affatto voglia di prendere marito; mi bastava mio padre.

--Oh!--fece Marta--non è la stessa cosa.

Appollonia si strinse nelle spalle; la differenza, secondo lei, non valeva la pena di essere discussa.

--Per finire, a che punto arrivò tuo padre?

--Mio padre arrivò al punto che non si moveva più dall'osteria. Standosene là tutto il giorno gli capitava a volte di fare una commissione, di scaricare roba, di tenere un cavallo, tanto per buscare qualche soldo.

--E allora te li portava?

--Oh! nossignora, li beveva per farsi passare il dispiacere di non poter guadagnare di più. Per parte mia ero contenta che trovasse modo di farsi passare i dispiaceri; ma quando mi veniva a casa barcollante che non gli si poteva far intendere una ragione, e mi toccava prenderlo, svestirlo, metterlo a letto senza cavarne un costrutto al mondo, proprio come un bambino appena nato, le confesso che mi sentivo nel cuore uno stringimento e un desiderio di essere al suo posto; al suo posto per fare diversamente, capisce?

--Sì, sì, capisco.

--Ma ognuno ha la sua parte e nessuno può cambiarla. Negli ultimi tempi non andavo più nemmeno a messa; egli veniva a casa a qualunque ora, in quello stato, e se non c'ero io rompeva ogni cosa, bestemmiando, che se ne andava tutto il frutto della messa. Il signor curato lo sapeva e diceva che facevo bene. Finalmente, quando fu la sua ora, si sentì male davvero. L'oste e i vicini dicevano: È ubbriaco! Io capivo che non era ubbriaco questa volta. Lo avevo chiamato «Babbino, babbino» e non rispondeva più. Allora corsi, era di notte, a chiamare il dottore. C'era la neve tanto alta! Il dottore brontolò che non era tempo da disturbare i cristiani. Poveretto! ma anche noi, come si doveva fare? Un po' per uno. E si tornò insieme, nella neve, con un freddo che non si sentiva nemmeno. Quando arrivammo a casa, mio padre rendeva l'ultimo respiro!

Dopo una pausa, Marta disse:

--Fu in quell'occasione che ti decidesti di andare al servizio?

--Io veramente non ci pensavo. La signora Oriani venne a trovarmi il giorno del funerale e mi disse: «Che vuoi fare qui sola? Vieni da me.» Non avevo nessuna ragione per rifiutare. Poi mi sono trovata contenta. La signora Oriani è morta presto: anche questo era destino. E così va!

--Quanti anni hai adesso?--chiese Marta.

Appollonia rispose filosoficamente:

--Trentotto, trentanove o quaranta, chi lo sa!

* * *

Finalmente la vecchia cassa era stata aperta. Da molto tempo Marta chiedeva a suo marito che cosa contenesse, ma egli non sapeva dirglielo.

Ora, rovesciato il coperchio, apparvero alla rinfusa oggetti disparati: lembi di cortine, pezzi di frangia, un sacchetto di chiodi, due o tre libri, lettere, guanti usati e due spalline della guardia nazionale.

Si capiva che tutta quella roba era stata gettata là a casaccio, per disfarsene, abbandonata ai topi, alle tignuole ed alla muffa.

I libri erano: due volumi scompagnati di Walter Scott, una grammatica francese e una strenna, di quelle che usavano una volta, rilegate in cartoncino filettato d'oro, con la prefazione alla gentile lettrice e le vignette riparate dalla carta velina. Marta amava queste vecchie strenne; le aveva guardate da piccina, nelle sere invernali, aprendole prima adagio adagio, con precauzione, soffiando sulla carta velina per poterla voltare senza sciuparla e gettando dei piccoli gridi ammirativi ad ogni pagina illustrata. Più tardi vi aveva cercato le forme dell'amore nei sonetti romantici, nelle leggende delle castellane e dei paggi biondi, in certe frasi appassionate ed oscure. Diana di Poitiers le era comparsa innanzi così bella e poetica come Giulietta, come Desdemona, come Margherita. Al solo vedere una strenna le tornavano a memoria i versi che ella aveva imparati più volentieri di tutti gli altri, che l'avevano fatta piangere di tenerezza, quando aveva diciotto anni.

Oh! fanciulla, qual mesto contento Mi discenda nell'alma non sai. Se dischiudi l'angelico accento, Se mi fissi o mi stringi la man... Ah! se m'ami tu pur sentirai Quel che sento d'esprimerti invan!

Quando a notte l'impero del cielo Si distende su tutto il creato, E palliata di candido velo La tua cara sembianza m'appar, E il mio nome con giubilo ascolta, E la bocca mi sento baciar...

Sorge allora più ardito il desìo, Più gagliardo nell'alma romita; E sul labbro, bell'angelo mio, Questa voce dal core mi vien: Ah! se tutta trascorrer la vita, Me beato, potessi al tuo sen!

Le sembrava ancora la più bella poesia del mondo, l'aveva recitata un giorno al dottorone, sperando di commoverlo, ma egli aveva risposto: Non creda ai poeti; essi cantano d'amore nello stesso modo che i becchini seppelliscono i morti, per professione.

Nelle pagine della strenna c'era un foglietto, staccato, come si vedeva, da una lunga lettera. La carta era sottile, rasata; la calligrafia femminile, diceva; «mai, mai lo dimenticherò, mai! Esso è qui sulle mie labbra, più ancora che non sia nel mio cuore; perchè sulle labbra me lo hai messo tu e ribaciandole lo risento.» Il rimanente era stracciato.

Quel brano di lettera bruciava nelle mani di Marta. Quantunque non vi fosse un dato positivo, ella sapeva già a chi era stata diretta, e i pochi o molti anni trascorsi, non modificavano l'impressione violenta ch'ella provava leggendo le parole d'amore scritte da un'altra a suo marito. Un'altra!

La stessa calligrafia minuta, ineguale, la stessa carta sottile leggermente azzurra, traversata da lineette dalle quali le parole saltellavano or sotto or sopra, quasi nervose e indomite, riappariva man mano che Marta toglieva gli oggetti dalla cassa; foglietti spiegazzati, strappati, tra le cui pieghe si annidavano gli insetti minuscoli che vivono di carta, su cui erano cadute delle macchie ignote dilatando l'inchiostro, gonfiando le parole; foglietti che avevano l'apparenza di lebbrosi, esalanti un odore stantìo di rose secche e di muffa.

Qui--pensava Marta--qui è la giovinezza d'Alberto, i suoi entusiasmi, i suoi palpiti, i suoi ardori, i baci che io aspetto invano.

Afferrava le lettere febbrilmente, volendo leggere subito, stentando a mettere insieme le pagine, impazientandosi per le frequenti lacune. Non pensò neppure un istante a portarle a suo marito; al contrario, chiuse l'uscio per non essere disturbata, e sedendosi sopra un mucchio di panni incominciò a fare lo spoglio per ordine, un ordine relativo perchè mancavano quasi tutte le date. La firma invece c'era intera: Elvira. Non fu più possibile neppure il dubbio sulla persona a cui erano indirizzate: fin dalla seconda lettera il nome d'Alberto era scritto e ripetuto con una compiacenza raffinata, con una calligrafia migliore, quasi che su quel nome la mano inquieta si fosse arrestata per prolungare la dolcezza di scriverlo.

Un'altra lettera, più fresca, chiusa ancora nella sua busta, col suggello rotto, ma intelligibile negli arabeschi di un piccolo stemma; la carta sostenuta, perlacea, sparsa di stelline; la calligrafia di una eguaglianza perfetta: «Se tutto quello che mi avete detto è vero, se io sono ancora per voi la più adorabile delle donne, venite oggi alle cinque. Sarò sola.»

Nessuna firma.

Dopo un movimento di dispetto, gettò questa lettera in un canto. Il suo interesse era per le prime, per quella Elvira appassionata che non nascondeva il suo nome, che lo ostentava invece nella franchezza prepotente del vero amore.

Adagino, con pazienza, riusciva a metterle insieme, le mani frattanto le tremavano e la sua testa era in fiamme.

Fu distratta un'altra volta da un bigliettaccio mal piegato, male scritto, con qualche errore di ortografia: «Ti ho aspettato in piazza e non sei venuto. Non vengo più.»

Questo le fece male. Il fatto di una donnaccia che dava del tu al suo Alberto, e che da lui era stata guardata, preferita, amata forse--e senza forse amata nel modo che amano gli uomini--questo fatto, che pure in genere conosceva, la ripiombava nelle sue amare riflessioni, nei suoi eterni dubbi. Come potrebbe egli intenderla, se ella non riusciva a intender lui?

Messe l'una sopra l'altra, le lettere d'Elvira formavano un piccolo pacco.

La prima, l'unica che avesse una mezza data, era questa:

I.

22 febbraio.

Gentile signore o amico mio? Amico mio è più dolce, il mio cuore lo suggerisce subito e la mia penna lo scrive ben volontieri. Ma è poi vero? Siete, sarete voi il mio amico per sempre? Sono così turbata, così commossa che non oso dirvi tutto quello che sento. Forse faccio male ad amarvi, ma Dio mi è testimonio che sono sincera e credo voi pure animato dagli stessi miei sentimenti. Ditemelo, ditemelo!

=Elvira=.

II.

_Amico mio,_

Sì, io vi chiamo amico mio; oramai non potrei più riprendermi questo cuore che è vostro, ma voi rispondete al mio affetto? La vostra lettera era fredda, e di uomo distratto... scusatemi, Alberto; caro Alberto, non vorrei recarvi dispiacere colle mie esigenze. Egli è che mi rende tanto felice il pensiero di essere amata da voi!

La famiglia che mi tiene in pensione non fa altro che lodarvi; se sapeste come ne sono orgogliosa! Non potreste entrare in relazione con questi miei ospiti? Ci vedremmo allora più spesso...

Lo so che non sono degna di voi, che meritate ben più dell'amore di una povera maestra, ma vi dò tutto quello che ho, tutto, tutto, o mio sogno!

Mancava il secondo foglio di questa lettera.

III.

_Diletto Alberto,_

Perchè non mi scrivete? Ho passato una notte agitatissima, senza chiuder occhio. Alle undici e mezzo vi ho sentito passare sotto le mie finestre insieme ai vostri amici; ridevate forte e, non so perchè, quelle risa mi scendevano sul cuore come colpi di martello.

Pensate a me almeno? Scrivetemi subito una riga, una parola.

=Elvira.=

Ve ne scongiuro, _subito_, _subito_.

IV.

Mercoledì.

Impazzisco, Alberto! Non una parola durante otto giorni interi. So che siete in paese; vi ho visto ieri andando a messa; eravate lontano, vi ho riconosciuto egualmente, e voi non mi avete sentita?

Ho passato questi otto giorni correndo dalla porta alla finestra, sempre nell'aspettativa di una vostra lettera, non vivendo d'altro!

Forse siete in collera perchè non vi ho ancora dato l'appuntamento che mi chiedeste? Ma come fare? Se ci trovassimo per istrada lo saprebbero tutti e nei paesi sono così maldicenti! Perchè non venite a casa? Tuttavia ci penserò, ci penserò tanto che pure troverò il modo di poter stare insieme con voi almeno un istante.

Anche di questa lettera mancava la fine.

V.

_Mio Alberto_,

Che gioia insperata! Vedervi, stringervi la mano, udirvi parlare, respirare l'aria stessa respirata da voi... oh! che bel giorno ieri! Lo ripenso continuamente, senza posa, intanto che lavoro, intanto che faccio scuola, intanto che mangio o che parlo o che taccio, che passeggio o che dormo, sopratutto quando dormo perchè il mio sonno non è che un lungo colloquio con voi.

Non chiamatemi più _esagerata_ perchè mi fa dispiacere. Vi amo come sento, ma vi amo sinceramente, con slancio, senza restrizioni. Voi non mi avete promesso nulla ed io nulla attendo e nulla vi chiedo se non questo: lasciate che vi ami! Ho fede che il mio amore scuoterà la freddezza dell'animo vostro. Io per voi mi sento il coraggio di affrontare qualunque ostacolo; mostratemi una meta e mi divida pure da essa tempo, persone o destino, io moverò a quella contro tutto e contro tutti, per voi!

Alberto, prendete queste due piccole violette che ho legate insieme con uno de' miei capelli, che ho baciate, che ho tenute sul mio cuore e che vi mando perchè le mettiate sul vostro; così come vorrebbe esserci la vostra, tutta vostra

=Elvira=.

Le due violette si trovavano ancora in mezzo al foglio, fermate con un piccolo taglio nella carta. Il capello non c'era più.

Non sapendo precisamente dove collocare il frammento che incominciava con le parole «mai, non lo dimenticherò mai!», Marta lo pose subito dopo questa lettera, argomentando per il tono più intimo delle seguenti che gli amanti dovevano essersi avvicinati.

VI.

_Mia vita_,

Non ho che te! Non penso ad altro, non voglio niente altro. Tu dici che non puoi ammogliarti ora, che m'importa? Sfido le ipocrisie del mondo, voglio il tuo amore, non il tuo nome, non la tua casa, non i tuoi beni, non la pace e la salvaguardia che mi verrebbero da te, ma te solo, te, te, te!

Aspetto tue lettere con la sete di Agar nel deserto. Mille e mille baci.

VII.

_Alberto_,

Credevo di non avere più lagrime, ma soltanto nello scrivere il tuo nome adorato esse mi sgorgano profondamente dal cuore, dal midollo delle ossa. Non so bene da dove vengano, ma con esse tutto il mio corpo si sfibra; e mi pare che non acqua, ma sangue cada da' miei poveri occhi.

Tu non lo credi, nevvero? Oh! se lo credessi, non potresti lasciarmi in queste angustie! Amor mio, vita mia, sei pur buono, e perchè mi fai tanto soffrire? Quando penso che sono stata nelle tue braccia, che il mio cuore ha palpitato sovra il tuo, che le nostre labbra si unirono, che per un istante l'universo e Dio non esistettero più per noi, per me... mi domando se vivo ancora, o Alberto!

Come le mie braccia sono vuote! E come fredde le mie labbra! Oh se potessi morire...

=Elvira= tua.

In margine a questa lettera, scritto a matita, c'era un conticino da trattoria.

VIII.

(_Frammento_).

..... eternamente tua.

Hai ricevuto la fotografia? Aspettai inutilmente un tuo bigliettino. Nel momento di mandartela non potei scrivervi altro che il nome, in fretta, fra una piega dell'abito; cercalo.

