# L'indomani

## Part 4

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--Altra incognita. Le ho già detto, mi pare, che per le donne oneste l'amore non può essere che un dovere o una colpa. Allevate nell'idea fissa del matrimonio, il quale, con la morale odierna è la sola porta d'uscita che esse hanno, non conoscendo l'amore nè l'uomo, ognuna accetta quel marito che il caso, gl'interessi, la mamma o gli amici le pongono davanti; è un _lotto_, una _roulette_, bazza a chi tocca, e chi le piglia se le tiene.

--Oh!--fece Marta.

--La donna non è sempre vittima,--continuò il dottorone animandosi--ella si vendica, come può, quando può. Ella risponde alla mostruosa ingiustizia dell'amore civile coi suoi milioni di isteriche, coi suoi miliardi di adultere. Colpita, colpisce; ingannata, inganna; niente di più logico, Lei vede, cara signora, che rendo piena giustizia al suo sesso, ma siccome non mi riconosco la forza di legislatore, nè di apostolo...

Alberto, dall'altro lato del tavolino, gridò a sua moglie:

--Se dai ascolto a quel chiacchierone, ne esci intontita.

--Permetti, Alberto, io difendevo la causa della donna.

--Causa sballata--vociò Merelli facendo scricchiolare la sedia su cui stava seduto.--Le donne sono tutte furbone, che pelano la gallina senza farla gridare.

--Ciò è tanto più meraviglioso--aggiunse Toniolo--che nel loro caso la gallina è un gallo.

--La donna--riprese il dottorone, con lo stesso accento ispirato col quale aveva, un momento prima, recitato i versi di Prati--è la poesia della vita, è la bellezza...

--Sì, parlatemi della bellezza delle donne!--interruppe Merelli.--Ci vogliono dei babbuini come noi per lasciarci gabellare nei teatri, nei balli, nella penombra delle alcove chiuse, tutta la quantità di ovatta, di gomma elastica, di bianco di bismuto e di kool, che forma la nostra beatitudine, citrulli che siamo!

Piano, all'orecchio di Toniolo, Alberto mormorò:

--È per garantirsi contro il kool e contro il bismuto che egli si attacca alle serve...

--Che cosa dite voialtri?

--Eh! nulla. Si approvava.

--La donna--continuò il dottorone come se nulla fosse--creatura delicata, gentile, anima sensibile messa a contatto della nostra brutalità.....

--Oh! per anima sensibile--rincrudì Merelli--non ho niente in contrario. Quando ero all'università conobbi la moglie di un professore, una deliziosa donnina, una sfumatura, un ideale, proprio di quelle che hanno le ali e le rose. Un mio amico le faceva la corte... infine la dolce creatura lo pregò di regalarle un divano, perchè sullo stesso divano dove essi filavano il perfetto amore, il marito fumava tutti i giorni la sua pipa, e ciò non le pareva delicato...

Tumultuarono tutti. Il dottorone rinunciò all'elogio della donna, sopraffatto dalla voce taurina del suo competitore; ma Alberto, approfittando della prima pausa, domandò:

--Puoi essere così pessimista? Non esistono forse donne che non si dipingono e che si accontentano di un solo divano come di un solo marito?

--Caro Oriani, una volta, in un Museo di Storia Naturale, ho visto un passero con quattro gambe. L'ho visto, ti dico! Ciò è la pura verità. Io persisto tuttavia a credere che i passeri sono bipedi.

A momenti gli facevano un'ovazione. Merelli trionfava, come sempre, rizzandosi sull'alta persona, dominando il crocchio degli amici, rosso e lucente in viso, sentendosi ammirato.

Alberto ebbe il delicato pensiero di avvicinarsi un momento a sua moglie per chiederle sottovoce:

--Stai bene?

--Sì, grazie.

Era però buono Alberto! Ella lo segui con gli occhi mentre tornava al suo posto, attratta da quel viso simpatico, intenerita per il suo atto gentile, e intanto che il discorso si metteva alla politica ella restò muta, alquanto illanguidita sulla sedia di cuoio della farmacia, col desiderio della sua poltroncina e dell'uncinetto che almeno le avrebbe fatto passare il tempo.

Nella politica si riscaldarono, qual più qual meno, secondo i temperamenti. Il pletorico Merelli gridava come un ossesso; gli veniva dietro il dottorone nervoso ed entusiasta; più calmo Alberto, quantunque allegrissimo, e Toniolo quasi indifferente, approvando col capo ciò che dicevano gli altri, i pollici nei taschini, l'occhio vagante. Ma tutti insieme riempivano la stanza, con le loro persone massicce, la voce alta, gli scarponi che si agitavano sotto il tavolino, il fumo dei sigari che s'innalzava, addensandosi sempre più.

Il volto di Alberto, sul quale Marta teneva sempre gli sguardi, scompariva tra le spalle poderose di Merelli e il torace ampio, squilibrato del dottorone; ella lo scorgeva come un punto luminoso, velato leggermente dal fumo, e ne raccoglieva ogni parola, ne seguiva ogni gesto, pascendosi di un'occhiata che cadesse dalla sua parte, raccogliendo le briciole dello spirito e della cordialità che Alberto distribuiva agli amici.

Erano suonate le undici da un pezzo ed ella, nella muta contemplazione, si sfibrava, presa dalla noia e da un principio di sonno, con la visione lontana del suo letto, della sua dolce casa.

Ma si erano messi a discorrere delle colonie d'Africa e venne la mezzanotte. Merelli sbraitava nella esuberanza del suo temperamento sanguigno, per cui Toniolo mormorò piano, sorridendo:

--Ce ne vorrebbero due al giorno delle Ninette per quello lì!

Marta si sentì sollevata quando Alberto, levandosi in piedi, annunciò che si partiva.

Non volle il braccio di nessuno; appena uscita si avvinse a suo marito, carezzevole, amorosa, con certi scatti da bambino freddoloso, tenendo voltata la faccia per sfiorare con le labbra la manica di Alberto.

Merelli e il dottore lasciarono che i due sposi andassero a casa soli.

A mezzo d'una via, una donna, uscendo frettolosa da una porticina, attraversò loro la strada, passando così presso ad Alberto da urtarlo. Marta sentì il contraccolpo di quell'urto, vide la donna che si era fermata mezzo minuto, audacemente, accanto a loro, ed Alberto che aveva fatto un movimento indietro, ed ancora la donna che era scomparsa rapida, rompendo l'oscurità della notte con la striscia chiara del suo abito.

Tutto il sangue di Marta le affluì al cuore.

--È Giuditta!--esclamò stringendo con violenza il braccio di suo marito.

Alberto non rispose subito.

--Dimmi la verità, è lei?

--Ma che!

--Pure la conosci...

--No, ti dico. Non l'ho nemmeno guardata.

--Ma potrebbe esser lei?

--Non so...

A che insistere? Tacque.

Ma ricalcando le orme della donna, sembrava a Marta che la sconosciuta avesse lasciato qualche cosa dietro a sè, nell'aria rotta dalla sua persona, sui sassi battuti dal suo piede; un miasma che saliva, nauseante, che l'avvolgeva tutta, la prendeva alla gola con un'ondata di impurità, soffocandola, strozzandola; e nella acutezza della sensazione le sembrava di udire laggiù, fra le tenebre della notte, il ghigno beffardo di colei che aveva posseduto suo marito, perchè era lei, lo sentiva!

* * *

Le lettere che Marta inviava a sua madre, parlavano tutte di felicità. Si esaltava scrivendo dell'amore che Alberto aveva per lei, e si diceva il suo tesoro, la sua vita; parole che Alberto da sua parte non aveva mai pronunciate, ma di cui ella inebbriavasi al punto che quando aveva scritto, versando sulla carta l'amore di cui era compresa, rimaneva sollevata, immaginando che Alberto provasse tutto ciò che ella stessa sentiva. Scriveva: «i suoi baci appassionati, le sue tenere carezze,» e rileggeva poi quegli aggettivi che le davano una dolce commozione, una specie dei piaceri immaginari che gustano i bevitori d'oppio.

E come l'oppio, questa eccitazione del cervello la prostrava veramente e indeboliva i suoi nervi.

Molte volte dopo d'aver scritto a sua madre che «si adoravano,» Alberto entrava e non si scambiavano neppure un bacio; lui serenamente freddo, lei distratta, paralizzata nella realtà dalle false sensazioni subite prima.

Tutto il fisico di Marta si risentiva di questo stato patologico. Era magra, coll'occhio spento; soffriva lunghe malinconie; già più volte, senza una ragione apparente, era corsa a nascondersi nella sua camera per piangere. Che cosa avrebbe detto Alberto vedendola piangere?

La bontà inalterabile e gentile di suo marito, il lieto umore, la fiducia illimitata, il suo contegno riservato colle donne, la convincevano che egli era il modello dei mariti, e quel malcontento intimo, quella tristezza che l'assaliva, ella riversava su sè stessa, sul cattivo suo temperamento. Che poteva essere se non ciò?

Per alcune settimane era stata divorata dalla gelosia e non aveva fatto altro che osservare ogni atto, ogni passo di Alberto; era ritornata parecchie volte nella via dove le era apparsa la donna sconosciuta, aveva interrogato, cercato, spiato; allargando i confini del suo sospetto geloso, si era messa a sorvegliare tutte le donne che Alberto vedeva, compresa la signora Merelli. Ma da queste ricerche l'innocenza d'Alberto era uscita così trionfante, che lo stesso giorno ella scrisse a sua madre: «Sono felice, felice, felice.»

I giorni peraltro le sembravano più lunghi e più vuoti. Suo marito si alzava presto per andare a visitare le campagne; ella, pigra, con le ossa indolenzite, rimaneva ancora sotto le coltri finchè Appollonia non le portava il caffè. Lo sorbiva lentamente guardandosi le mani, le braccia, toccando i piccoli ricami della camicia, lavoro suo, de' suoi giorni di fanciulla.

Una specialmente, una bella camicia fina con lo scollo tondo arricciato, le faceva ricordare una incisione che l'aveva colpita tanto quand'era ragazza, che ella guardava di nascosto della mamma, dentro una vecchia strenna, e rappresentava _Diana_ _di Poitiers_, semivestita, con uno scollo così tondo, arricciato e irresistibile, allacciando le braccia intorno al capo del regale amante prostrato a' suoi piedi. Forse--pensava allora--bisogna essere molto molto bella per ispirare l'amore.

Ma non è vero--soggiungeva un momento dopo--no, non dev'essere questa la ragione.

Dalla recente esperienza, dall'osservazione degli uomini i quali non si mostravano più davanti a lei così ritenuti come fanno con le ragazze, dalle confidenze della signora Merelli, era venuta ad una conclusione, ancora confusa, ma che distruggeva completamente l'edifizio delle sue credenze in fatto d'amore. La conclusione era questa: Gli uomini si danno a qualunque donna, bella o brutta, con affetto o senza, con simpatia o con indifferenza. Una cosa mostruosa ma vera!

Dalla bocca stessa di suo marito, dietro insistenti richieste, ella apprese che, a sedici anni, Alberto aveva avuta la rivelazione dell'amore per parte di una donna vecchia e brutta, che andava in casa a fare il bucato.

Alberto le disse questa cosa naturalmente, soggiungendo che a quasi tutti gli uomini succede così, non sospettando neppure la profonda impressione che tali parole avrebbero fatto su Marta. Ella ne pianse di dolore e di vergogna.

Ragionando poi nella sua mente, le parve di dover attribuire a quella remota causa la differenza di sentire che esisteva fra lei e suo marito.

Misurando per la prima volta le esigenze di un uomo che aveva data la sua fiorente giovinezza ad una ignobile femmina, nella stessa età in cui ella credeva ancora agli angeli e cercava l'amore in cielo, fu assalita da una ben più tremenda gelosia, la gelosia impotente del passato, quella che non si può distruggere, che si urta contro la sentenza inappellabile del fatto compiuto.

Con uno sforzo doloroso dell'immaginazione sognava il suo Alberto bello, puro; ne vedeva la persona elastica, l'occhio lucente, la bocca fresca come fiore che si schiude; e l'anima nobile, il cuore fidente, affettuoso, tutti gli impulsi generosi della giovinezza... Oh averlo conosciuto allora, essere stati entrambi così puri, l'uno dell'altro, per sempre, quello doveva essere l'amore!

E non poteva più averlo così! La vecchia femmina, Giuditta, tutte le altre, chi sa quante, chi sa quali, gli avevano portato via la spontaneità dell'entusiasmo. Ella era giunta ultima, inesperta, non preparata alla lotta contro tutto un passato.

Perchè quella veramente era la sua angoscia: il passato di Alberto, indistruttibile.

Rifaceva a sè stessa, con una raffinatezza crudele, il ritratto di tutte quelle donne; le immaginava belle, provocanti, piene di seduzioni ignote, di occulti filtri amorosi.

Brancolava fra supposizioni assurde, fra ipotesi strane, con l'ansia di chi ha smarrita la via e le tenta tutte per orizzontarsi.

Metteva insieme le sue memorie più lontane, ricordandosi certe malizie della scuola, volendo spiegarsele.

Non aveva dimenticata una ragazza, Collini, in terza; una faccia scialba, dagli occhi neri e dalle labbra rosse, con la carnagione picchiettata di lenti, la quale aveva sempre delle storie misteriose da raccontare in segretezza; storie che non si sentivano mai per intero, di cui le parole strane, svisate, spostate, volavano di bocca in bocca, eccitando la curiosità senza soddisfarla.

Erano discorsi proibiti e per questo solo interessavano, chè del rimanente non ci si capiva nulla, almeno Marta che non era punto maliziosa.

Una volta la Collini aveva recata una parola nuova, bizzarra, che nessuna delle bimbe aveva mai udito pronunciare. Cercata la parola nel dizionario, si trovò che rispondeva a «femmina di mal affare;» per cui tutte si guardarono in faccia meravigliate di comprendere anche meno; finchè un altro giorno la Collini spiegò loro che quella parola voleva dire: «donna che si vende:» onde nuova confusione, che le giovani menti sciolsero ognuna a suo modo, restando nel pensiero di Marta l'idea di una donna sucida e puzzolente.

Nè da tale concetto potè liberarsi più tardi, quando incominciando a squarciare i veli della vita, seppe che vi sono nel mondo donne che si danno a tutti gli uomini; ed anche non sapendo precisamente ciò che implicava, in tal caso, il verbo darsi, queste donne rimasero per lei un mito, qualche cosa di fenomenale come le sirene, e se le immaginò sempre sucide e puzzolenti; tanto lontane da lei, così fuori dalla sua orbita, che non le destavano nemmeno la curiosità.

Vivendo con la madre in un ambiente onesto, nessuna circostanza rimoveva intorno a lei il lezzo della società, per cui la sua anima nobilmente femminile si era alzata a poco a poco, senza urti, senza ostacoli, all'idea vaga dell'amore; idea che poggia fra l'ignoranza e il desiderio, descrivendo la curva iridescente dell'arco baleno, dove tutti i colori sono riuniti per l'occhio che li guarda da lontano, dove la mano non stringe nulla.

La sua verginale ignoranza faceva sì ch'ella non ammettesse altri strati all'infuori delle nuvole o degli abissi, ed ecco che la terra le mancava sotto ai piedi, e alla nuova rivelazione della vita arrestavasi sbigottita, incerta.

Quanti amori vi sono dunque? Quello che la Collini spiegava in segretezza, ignobile, vergognoso e che per una mostruosa catena si riallacciava al primo amore di Alberto? o l'amore etereo celebrato dai poeti, sognato nell'ebbrezza di una notte di luna, cantato sulle note del cembalo? o l'amore voluttuoso e ardente di Diana di Poitiers, stringentesi al seno la testa adorata?

Ma perchè nessuno, nè la Collini, nè i poeti, i pittori, le amiche, e nemmeno la madre, le avevano parlato dell'amore come ella lo aveva trovato? Perchè non le avevano detto: Tu entrerai, ignota, nel letto di un ignoto; il vostro contatto sarà senza delirio e i vostri cuori si avvicineranno senza fondersi?

L'inutilità de' suoi slanci amorosi di fronte alla freddezza di Alberto, le fecero germogliare un dubbio. Si era dunque ingannata in tutto! Per piacere agli uomini, per cattivarseli, non occorreva nè il sentimento, nè la devozione, nè la grazia; che cosa ci voleva dunque?

Abbandonata a sè stessa la sua immaginazione si smarriva. Decisa a tutto per vedere suo marito innamorato, avrebbe voluto conoscere quelle che nei libri si chiamano: le arti delle cortigiane. Anche nella storia, anche ne' suoi libri di istruzione aveva trovato esempi di quelle donne maliarde che affascinano. La morte di Oloferne, la disfatta di Cesare, non erano forse l'opera d'una donna?

Recentemente aveva letto di un sultano che si innamorò di una ignobile negra addetta ai più bassi servizi del palazzo, la sposò e la fece sultana _Validé_, preferendola a tutte le odalische dell'_harem_.

Non era dunque la gracilità della sue membra e il suo profilo scorretto che vietavano ad Alberto i deliri dell'amore. No certo, perchè Alberto le aveva detto tante volte, col suo accento gentile, che gli piaceva così come era, gli piaceva tutta e la trovava immensamente simpatica, co' suoi capelli castagni ondulati, la sua fronte bianca, gli occhi ridenti e la bocca seria, ciò che formava un grazioso contrasto.

Ma non era ancor tutto. Il punto per lei più oscuro, più incomprensibile era che ella stessa non trovava nelle braccia di suo marito, amandolo come lo amava, la più lieve ebbrezza. E questo la persuadeva di essere una creatura imperfetta, incapace a dare ed a ricevere l'amore.

I suoi scoraggiamenti avrebbero fatto pietà se Alberto li avesse osservati, se avesse potuto comprenderli, se, nella sua bontà superficiale, non si fosse appagato del malinconico sorriso di Marta e de' suoi occhi dolci che lo guardavano amorosamente.

Dimagrava, è vero, e su questo fatto visibile i commenti degli amici e degli indifferenti si sbizzarrivano con le supposizioni più disparate, spesso maligne. Egli sospettava che fosse incinta, e senza cercare più in là raddoppiava i modi cortesi, sorridendo al futuro.

Insieme non stavano molto; a colazione e a desinare, raramente nelle ore intermedie. Alberto tutte le volte che usciva per i suoi affari, baciava la moglie sull'una e sull'altra guancia. Ella lo seguiva, attraverso il cortile, fino alla porta di strada; quando egli era in fondo alla via, si voltava indietro.

Marta rientrava in casa momentaneamente lieta, sentendo la sua dignità di moglie e di padrona, decisa a occuparsi dei suoi doveri di massaia.

Si era provveduta di un cuciniere moderno e su questo spiegava all'Appollonia una quantità di manicaretti; occupandosi ella stessa di una faccenda che interessava moltissimo Alberto, riempì la credenza di conserve, di frutta nello spirito; discese in cantina, e, aiutata da Gerolamo, vi pose un ordine nuovo; salì in soffitta, arieggiando mobili accatastati da anni ed anni, rimettendo fuori stoviglie disusate.

Nell'ampio guardaroba, che la madre di Alberto aveva arricchito di ogni ben di Dio, passò giornate intere, rovistando, spiegando, ripiegando, mettendo in fila dozzine di lenzuola.

Il suo istinto di donna trovava un pascolo nella casa agiata, nella vecchia casa dove le stanze erano così liete, dove tutto sorrideva nel benessere, nella pace, dove perfino la voce da ventriloquo di Gerolamo aveva intonazioni festose, ed il faccione rubicondo dell'Appollonia spiccava sulla soglia della cucina, nella sua onestà ingenua, come lo stemma della casa patriarcale.

A tavola, Marta narrava tutto quello che aveva fatto nella giornata, con vivacità, con una mobilità nervosa, domandando l'approvazione di suo marito, che le veniva sempre concessa per intero.

Dopo, Alberto, che era ottimo mangiatore, faceva il _chilo_, discorrendo dei suoi interessi, fumando in una lunga pipa che aveva appartenuto a suo padre. Erano i momenti belli di Marta, la quale stava ascoltandolo e guardandolo, tutto per sè, con una adorazione muta, sentendo il principio di quella calda intimità che aveva sempre vagheggiata, sentendo che qualche cosa di insolito si svegliava in lei, un ardore nuovo desideroso di espandersi, una attrazione che partendo da tutta la persona di Alberto la avvolgeva in un'onda dolcemente sensuale.

Ma Alberto si alzava reprimendo, per convenienza, un lieve stiramento delle braccia.

--Ho bisogno di muovermi--diceva.

Prendeva il cappello, la canna, la baciava e andava in farmacia a raggiungere gli amici.

Con le braccia inerti, svogliata, Marta passava la sera sulla stessa sedia dove aveva pranzato, prendendo spesso una tazza di camomilla che Appollonia le portava a forza, vedendola pallida, assicurandola che le avrebbe fatto bene.

Dava qualche punto, leggicchiava il giornale, sbadigliava. Le ore erano lunghe, eterne. Finalmente Appollonia, dopo d'averle chiesto se le occorreva nulla, veniva a darle la buona notte. Ella udiva il rumore che facevano sul mattonato gli zoccoli della brava donna che si allontanava, ultimo frastuono della giornata; e la casa ripiombava nel silenzio.

Marta aveva sonno, ma aspettava Alberto. Quando credeva prossima l'ora del ritorno, si affacciava alla finestra, tendendo l'orecchio. La luna d'agosto, rossa, brillava, sul cielo senza nubi, in un aere molle, grasso di vapori, e l'afa, che mitigata dalla frescura notturna, prendeva un sembiante di carezza, le passava sul volto con l'effluvio dei prati, delle vicine campagne dormenti.

Che cosa faceva Alberto laggiù? Perchè tardava tanto?

L'attesa, dapprima calma e rassegnata, volgeva, col volgere delle ore, ad una inquietudine generale. Non poteva più star ferma; la finestra, la sedia, il divano, l'uscio e poi da capo la finestra, e poi più nulla. Ritta nel mezzo della stanza pareva una statua; le sue sensazioni si concentravano in un immenso, in uno sfrenato desiderio di vedere Alberto.

Il tempo passava, e dall'immobilità angosciosa Marta entrava in uno stato di allucinazione sensuale. Con mano inconscia slacciava i ganci dell'abito, allentava i nastri, cedendo a una sensazione misteriosa di abbandono, con dei brividi a fior di pelle, la bocca assetata, arida, le braccia aperte disperatamente.

Incapace a reggersi, piegava il capo sopra un guanciale, su una spalliera di poltrona, su tutto ciò che poteva darle l'illusione di una carezza. Perduta nelle immagini d'amore scioglieva i capelli, e, attorcigliandoseli sul volto, ne aspirava l'aroma giovanile, gemendo il proprio nome «Marta, Marta!», che la notte raccoglieva e agli echi deserti della campagna ripeteva «Marta, Marta!»

Il tempo passava ancora, finchè l'eccitazione passando, la lasciava sfinita, con le membra rotte, gli occhi pesti e vacillanti. Tuttavia non andava a letto. Aspettava.

Alberto la trovava quasi sempre distesa sul divano, pallida come cera, inerte. E la rimproverava; le diceva: «Dovevi coricarti, dovevi dormire.»

Ella non rispondeva nulla. Barcollante terminava di svestirsi, con dei brividi nelle ossa, e si cacciava sotto le lenzuola. Ma quando suo marito avvicinandosele mormorava: «Andiamo, via....» tutto il suo corpo si irrigidiva, si gettava indietro.

--Le donne--concludeva Alberto, voltandosi dall'altra parte--non si arriva mai a comprenderle.

E Marta, sotto le coltri, piangeva.

* * *

Appollonia frugava dentro un mucchio di ferravecchi, con la larga schiena curvata a terra, e il faccione, per quella posizione scomoda, più rosso del solito.

--Che cosa cerchi, Appollonia?

--Cerco quella chiave, sa bene, la chiave della cassa vecchia lassù in soffitta; m'è venuto in mente che possa trovarsi qui.

Marta, dalla soglia della cucina a cui s'era affacciata, entrò e sedette sovra una seggioletta bassa di paglia.

Veniva sovente, ora, a trovare l'Appollonia; seduta su quella seggioletta, seguiva per ore intere i movimenti della buona donna, acchetando il suo spirito nella contemplazione di quella placidezza non alterata mai, domandandosi spesso come facesse l'Appollonia per conservarsi così grassa, così rossa, così fresca e serena.

A lei invece chiedeva notizie sulla casa, sulla madre di Alberto, su Alberto stesso. Era venuta a servizio quando Alberto aveva già passati i vent'anni, ma sapeva tante cose. Sapeva che da piccino aveva corso il rischio di morire per aver ingoiato il nocciolo d'una susina; che faceva le bizze nell'andare a scuola, al punto che Gerolamo se lo doveva prendere nelle braccia a viva forza e trascinarlo davanti al maestro. Gerolamo, interrogato in proposito, confermava l'asserto, rifacendo il vocione che usava per incutere rispetto al signorino.

