# L'indomani

## Part 2

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/l-indomani-22020/index.md

--A me pare che starei bene dovunque con te.

--Cara!

Egli disse: cara. Non era una dolce parola? Perchè Marta non esultò? Perchè rimase fredda in apparenza e muta? Ella ascoltava ancora, ripercosso nell'aria e nel suo orecchio, il suono uguale, identico a quello di un momento prima, quando aveva detto: cari! E le pareva una stonatura, una nota falsa che alterasse il valore della parola. Si chinò verso di lui, con la bocca contro il suo collo, mormorandogli nel folto dei capelli: Caro! caro! caro!

Egli la respinse vivamente, indicando Gerolamo. Marta alzò le spalle.

Sarebbe stato così bello baciarsi, lì, sotto il cielo fulgido, intanto che la carrozzella correva! Chi li avrebbe visti? E quand'anche! Tornò a guardare la strada che fuggiva, guardò gli alberi; dal cortile di un cascinale saliva acuto nell'aria il chiocciare di alcune galline. I mandorli fioriti allargavano le braccia, i boccioli dei peschi punteggiavano, nella freschezza rosea di labbra dischiuse, i loro ramoscelli privi ancora di foglie; e delle goccie sparse, rugiada, gomma, lacrime misteriose della natura, luccicavano sopra il verde tenero, frammiste ai fili d'argento che gli aracnidi sospendevano da ramo a ramo.

Il cuore di Marta si gonfiava, pieno di tenerezza, con un bisogno di espandersi, di abbracciare, col segreto desiderio di quelle ferite per cui l'animo trabocca e dilaga in passione, deliri, abbandoni, singhiozzi, tutta la forza rinchiusa, l'intima essenza del sentimento femminile.

Assetata d'amore ella disse a se stessa, stringendosi nel mantello per sentire la carezza del proprio calore. «Egli mi ama, ne sono sicura. Perchè mi avrebbe presa? Mi ama sopra tutte le donne; è mio, tutto mio!» E, sollevata, sorrise a suo marito.

Alberto, che per parte sua non pensava a nulla, fu molto soddisfatto nel vedere che la sua sposina aveva un buon temperamento; questo lo persuase sempre più di aver avuto la mano felice nella scelta.

La cavalla intanto, sentendo prossima la stalla, prese un trotterello giulivo. Già si vedevano da lungi i tetti del paese dominati dal campanile, e, man mano che la carrozza progrediva, qualche cascinale sparso, qualche cane che abbaiava, una fanciulla che conduceva le oche.

--Sono le oche di Gavazzini--disse Gerolamo, indirizzando la sua osservazione alla signora.

--Chi e Gavazzini?

--È il più ricco proprietario del paese--rispose Alberto.

--Tuo amico?

--Non dei più intimi, ma qui si è tutti amici. Del resto egli fa vita ritirata, e sua moglie non si vede mai. Oh! un romanzo! Lei era una istitutrice, fuggirono insieme, andarono in cima di un monte a passare la luna di miele, scrissero i loro amori sulle corteccie degli alberi. Figurati, una volta si punsero apposta un dito per bere il sangue l'uno dell'altro.... quando ti dico romanzi!

Marta si interessava, avrebbe voluto chiedere di più, ma la faccia di Gerolamo, che sembrava quella di un filosofo stoico in mezzo alle follie del mondo, le dava un po' di soggezione.

Incominciarono le prime case allineate, coi portoni aperti, da cui si intravedevano cortili verdeggianti, gruppi di vasi, lunghi anditi freschi, riparati da tendoni a righe; una gonnella svolazzava tra due usci, un visetto curioso spuntava da una finestra, i gatti scodinzolavano sulle sedie di paglia, sbadigliando, socchiudendo gli occhi. Più innanzi, nel centro del paese, si aprivano le poche botteghe; il fornaio, il pizzicagnolo, il mercante, il tabaccaio, il calzolaio, il barbiere.

--Ecco la farmacia--disse Alberto.

Marta guardò. Non c'era nessuno sulla soglia; una cortina verde, strofinata e attorcigliata come una fune, lasciava scorgere nell'interno un pezzo di scansia coi barattoli di terraglia bianca e azzurra.

--Ha moglie il farmacista?

--È vedovo; ma la riprenderà. Che cosa deve fare?

--Sicuro--disse Marta, ripetendo macchinalmente tra sè: che cosa deve fare!

--Guarda la casa di Merelli; sul canto di piazza, dipinta in giallo; l'hai vista?

--No, non l'ho vista.

--C'era la serva davanti alla porta.

--No, non l'ho vista. Ha moglie Merelli?

--Sì, ha moglie.

--E la casa di.... di quel signore.... quello che ha bevuto il sangue....

--Gavazzini? Ah! non è qui; è fuori di paese, isolata; più isolata ancora della nostra.

--La nostra è l'ultima, nevvero? È forse questa?

La cavalla rallentò, Gerolamo fece una voltata da cocchiere esperto, e, passando da un cancello spalancato, fermò di botto nel bel mezzo di un cortile vellutato d'erba minuta, con alte muraglie imbrunite dal tempo, su cui si sbizzarriva a rabeschi una lussureggiante glicina, carica di fiori.

L'aspetto generale del fabbricato e del cortile era quello di una vecchia casa borghese, comoda, dove un seguito di generazioni agiate e tranquille si erano succedute senza scosse, senza cambiamenti.

Appollonia corse fuori, tutta traballante nella sua rotondità di pan buffetto, con la facciona lucida raggiante di semplicità, la bocca aperta, le mani sporche di farina.

Marta, nel guardarla, non potè a meno di sorridere, e balzando lesta dalla carrozza gridò:

--Buon giorno, Appollonia.

Furono le prime parole che la nuova padrona pronunciò entrando ne' suoi dominî. Gerolamo ammiccò segretamente Appollonia, con uno stringimento di palpebre che voleva dire: Va bene, va bene! E la grossa serva, sgangherando la bocca fino alle orecchie, mostrò di aver inteso il senso di questa affermazione.

Marta non doveva dimenticare più quel momento del suo arrivo, in un ridente giorno di aprile; i grappoli lilla che fiorivano sui muri, l'erba del cortile, una pace, una serenità diffusa nell'aria, un benessere sicuro che sembrava uscire dalle muraglie della vecchia casa; perfino il volto bonario di Appollonia e il nitrito della cavalla che scuoteva il muso fine sotto le carezze di Gerolamo.

Alberto, senza aspettare ch'ella si levasse il cappello, passò il braccio sotto il braccio di sua moglie e la condusse subito a visitare la casa.

Niente di ricercato nè di pomposo. Una grande comodità in tutto, nella disposizione delle camere, nei mobili, negli ampi seggioloni, nei divani sparsi con abbondanza; una certa ricchezza tradizionale ma tranquilla; buoni quadri, stipi intarsiati, biancheria accuratissima, delle vecchie maioliche di famiglie.

--Queste sedie le ha ricamate mia madre--disse Alberto.

Erano otto sedie di legno chiaro con profili dorati, coperte di ricami a mezzo punto, bellissimi, tutti l'uno differente dall'altro.

Marta le ammirò religiosamente, commossa.

--Questo è il mio ritratto di quando ero bambino.

Marta vi si precipitò sopra, coprendolo di baci e di esclamazioni, portandolo sotto alla finestra per esaminarlo meglio.

--Come è bellino! Care queste spalluccie nude! E che occhietti! E le manine, Dio, che manine... ma avevi le mani così piccole allora?

--Caspita, i bambini!...

Risero entrambi, stringendosi il braccio, felici. Salirono così lo scalone che conduceva al piano superiore.

--Ma è tutto bello qui, sai?

--Sì, non c'è male. È comodo.

Entrarono nella camera da letto. Tre finestroni la illuminavano, facendo penetrare i raggi del sole attraverso un ricco cortinaggio di stoffa a fiori sopra un fondo cilestrino. Della medesima stoffa era il panno del letto, altissimo, ampio, per metà ricoperto di un piumino di seta celeste, sull'orlo del quale ricadeva, accuratamente stirata, la trina del lenzuolo. Sulla pettiniera un'altra trina, nel festone della quale serpeggiava un nastro celeste, faceva da sopporto a un servizio di cristallo, lucentissimo. Sugli specchi, sulle cornici non si scorgeva un atomo di polvere.

--È stata l'Appollonia a preparare queste belle cose?

--Lei, certamente. Vi avrà impiegato tutto il tempo che ci volle a noi per percorrere l'Italia; ma infine, ognuno fa quello che può.

Marta, levandosi il cappello e la spolverina, sedette sul divano che era ai piedi del letto, sentendosi finalmente in casa propria.

--Oh come si sta bene qui!

Tese le mani a suo marito, invitandolo a sedersi anche lui sul divano. Ora non dubitava più di essere la signora Oriani.

La sua felicità doveva incominciare da quel momento; prima era stata una corsa vertiginosa, contraria all'amore. L'amore ha bisogno di un nido.

Marta sollevò gli occhi, girandoli torno torno come per prendere possesso d'ogni cosa; e quando ebbe ben riguardata la camera, il letto, le cortine a fiori, fissò Alberto con un'estasi tale di riconoscenza, di tenerezza timida e ardente, che egli, un po' sorpreso, la baciò, non sapendo che dire. Ella trasalì tutta, colla speranza di una rivelazione.

--O mio Alberto, mi amerai sempre, sempre?

--Che domanda!

--Dillo!

--Ne dubiti dunque!

--Dillo...--ripetè Marta, stringendosi, avviticchiandosi a lui tutta tremante, con la bocca socchiusa.

Un'ondata di sangue colorì la fronte di Alberto, che rispose per la durata di un attimo alla stretta di sua moglie. Poi si sciolse, dolcemente, ravviandosi i capelli.

--Andiamo--disse--non facciamo ragazzate.

* * *

La prima visita fu per i Merelli; lui, il marito, se l'era fatta promettere solennemente da Alberto, quando questi era ancora fidanzato.

Appena Marta pose il piede nella casa gialla, sul canto di piazza, urtò un cestino dove un bimbo muoveva i primi passi; mentre curvavasi ad accarezzare il bimbo, uscì come un razzo, da una porta laterale, una ragazzotta sui venticinque anni, bruna, ardita, con due occhietti che sembravano granelli di pepe, e senza aspettare che Marta od Alberto parlassero, con facile loquela li invitò ad entrare, dicendo che la padrona li aspettava, che li avrebbe visti tanto volentieri.

Sì dicendo, aperse loro la via attraverso una barricata di seggiole capovolte, di balocchi, di pannilini ammonticchiati, ripetendo ad ogni oggetto rimosso:--Scusino, sono i ragazzi, non si può mai tenere un po' d'ordine, scusino.

Merelli apparve, alto, complesso, coi baffi rigogliosi, la pelle lucida e piena, lo sguardo lucente; una certa eleganza campagnuola negli abiti, che le sue membra riempivano fino a tenderne le cuciture; tutt'insieme, un aspetto di uomo sano e senza fastidi; una voce da toro.

--Giulietta! Giulietta!--si pose a gridare, intanto che aiutava la serva a sgomberare il cammino, sorridendo in pari tempo ai visitatori.

Una faccina da monello, leggermente imbrattata d'inchiostro, uscì curiosa da un paravento.

--Va a chiamare tua madre--tornò a gridare Merelli--sporcaccione!

La servetta era riuscita, in questo frattempo, ad aprire prima l'uscio e poi le finestre del salotto, passando accortamente una mano sulle sedie più in vista, e con atto cerimonioso invitò Marta a prender posto sul divano.

--Ecco mia moglie--disse Merelli andando incontro a una donnina nè bella, nè brutta, col petto liscio, e il ventre sporgente, un profilo da madonna invecchiata troppo presto.

La signora Merelli salutò, un po' impacciata, inesperta, tenendosi per mano una marmocchietta che rosicchiava una crosta di pane.

--La famiglia è tutta qui?--chiese Alberto girando gli occhi.

--Questa e l'Adelina: smetti di mangiare, via! Battistino era là quando sei entrato, dietro il paravento, a farne delle sue; il piccino lo hai visto, nevvero? e tre. La Pina è a letto, un po' indisposta, il quinto è in viaggio...

Dopo questa enumerazione il silenzio gravò, penoso, per cinque minuti.

--Si annoierà in campagna--disse la signora Merelli, con una voce stanca--se è abituata alla città...

--No, no, la vita di noi donne non è nella famiglia?

La signora Merelli assentì, facendo un lieve tentativo per togliere di bocca il pezzo di pane alla piccola Adelina.

--Questo paese poi è simpatico, la posizione è bella... Lei ci è nata?

--Non qui, ma vicino. Mi trovo in questa casa da dieci anni.

--Già dieci anni?

--Molti nevvero? e--soggiunse la signora Merelli con un sorriso rassegnato--in dieci anni cinque figli e quattro aborti...

Marta arrossì. Non era ancora avvezza a queste confidenze di donna maritata. Involontariamente guardò il signor Merelli, poi la piccina, poi si pose ad abbottonarsi un guanto.

Si udivano i respiri delle quattro persone e della personcina.

--Mi pare che non tieni allegri la signora sposa!--tuonò Merelli--e dov'è andata Ninetta? Ninetta!

Con la prontezza di un baleno la serva apparve.

--Prepara il caffè.

Alberto volle protestare, Marta anche.

--Che? disse Ninetta. È subito fatto.

--Non prendo mai caffè--soggiunse Alberto--e mia moglie...

Ninetta intervenne lestamente:

--Un bicchiere di vin bianco allora?

--Brava!--fece Merelli.--Ben pensato; va' a prendere il vin bianco.

Durante la piccola discussione la signora Merelli non s'era mossa, con le mani incrociate sul grembo, dolcemente. La bambina, accanto a lei, rosicchiava il suo pane con un grazioso rumore di topolino sotto un uscio.

Ninetta tornò, sorreggendo con una mano il vassoio carico di bicchieri, coll'altra tenendo la bottiglia.

--Conduci via l'Adelina--le disse piano il signor Merelli--non vuole ubbidire.

La serva rispose con un'occhiata d'intelligenza, ma prima stappò la bottiglia, versò il vin bianco e lo servì, e siccome Marta esitava, ella la incoraggiò, assicurandola che era vino schietto, fatto in casa.

Indi prese per un braccio l'Adelina, scuotendola un poco, mormorandole all'orecchio che era una cattivaccia, e se la trascinò dietro in cucina.

Marta, che pure aveva una certa pratica di società, non trovava una parola. Guardava quella famiglia singolare, cercando inutilmente lo sguardo di suo marito, che sembrava sotto il fascino di Merelli.

--Ha la mamma, nevvero?--chiese ad un tratto la voce fioca della signora Merelli.

--Sì, ho la mamma.

--Il padre no?

--No, sgraziatamente.

--È proprio una disgrazia quando muore il capo di casa!

La signora Merelli, che era rimasta coll'occhio vagante, quasi seguendo nell'aria lo svanire delle proprie parole, riprese, rassegnata sotto il peso dei suoi doveri di padrona:

--E fratelli?

--Nessuno. Ero io sola con la mamma; ora sono sola con Alberto.

--Ma non starà a lungo sola!--soggiunse con una grossa risata il signor Merelli.

Marta tornò ad arrossire.

--Vorrei andare un momento a vedere la Pina--mormorò la signora Merelli, che aveva esauriti tutti i suoi argomenti di conversazione.

--Va e conduci la signora.

--Oh!... non è un divertimento...

Marta protestò che le avrebbe fatto piacere conoscere anche l'altra bambina.

S'avviarono su per una scala modesta, cogli scalini di mattonelle, ed entrarono in uno stanzone che serviva di guardaroba, di dormitorio e di ripostiglio per gli stivali del capo di casa: stivali rossi di cuoio, stivaloni lunghi a gambiera, uose, tiranti, il tutto allineato lungo una parete, colla canna di un fucile che luccicava in un angolo e la casacca di fustagno dai bottoni di rame, gettata sullo schienale di una sedia, tesa ancora e quasi calda della plasticità vigorosa di chi la aveva rivestita. Davanti al letto della piccina, intanto che Marta ne lodava il volto intelligente, la madre sospirò:

--Lei è adesso nella sua luna di miele... le auguro che duri a lungo.

--Oh! sempre--esclamò Marta con vivacità.

Un'espressione di meraviglia passò negli occhi della signora Merelli, che poco dopo soggiunse:

--Almeno non avesse troppi figli... perchè qualcuno ci vuole, ma troppi! Io non ho aspettato neanche un giorno; nove mesi giusti dal dì del mio matrimonio nacque Battistino.

--Davvero?--fece Marta--È egli possibile?

--Come le dico. E ho sofferto tanto quella volta!

Si allontanò dal letto voltando le spalle alla bimba;

--Tre giorni interi coi dolori e poi un male, un male...

Marta ascoltava, terrorizzata, sentendosi un brivido alla superficie della pelle.

Dopo un po' di silenzio si arrischiò a domandare:

--E gli altri?

--Meno; tuttavia è una gran brutta parte che il Signore ha dato a noi donne. Gli uomini hanno tutto di buono, essi!

Quante domande sulle labbra di Marta! Quella donna maritata da dieci anni avrebbe potuto scioglierle una quantità di problemi, ma non osò. Diede timidamente un'occhiata all'esercito degli stivali e a quella casacca baldanzosa, meditando le parole: hanno tutto di buono essi! E le parve di sentire l'eco di risate rumorose, di passi pesanti, di parole alte e brutali, tutto un egoismo scettico di padroni e di conquistatori.

Di ritorno nel salotto provò un'impressione di sollievo vedendo Alberto.

--Partiamo?--gli disse.

Egli rispose gentilmente:--Come vuoi.

Nell'andito sbucò fuori la Ninetta, complimentosa, aggiungendo i propri saluti a quelli che i suoi padroni andavano facendo agli sposi. Le due signore si abbracciarono, promettendo di vedersi spesso. Ninetta soggiunse:

--Ma sì, venga!

Quando la porta della casa gialla fu chiusa, Marta si strinse al braccio di suo marito.

--Ti sei annoiata un pochino?--chiese egli ridendo.

--No, ma desideravo trovarmi sola con te. Mi pare che tutti gli altri abbiano a portarmi via qualcosa del mio Alberto, perchè tu sei mio, non è vero?

--Oramai, se anche non volessi, è cosa fatta.

--E quel signor Merelli è lui pure tutto di sua moglie?--chiese Marta insidiosamente.

--Oh! capirai, non posso saperlo...

--Non mi piacerebbe per marito.

--Ne sono ben lieto.

--È grossolano.

--Un pochino.

--E troppo pingue.

--Converrai che di questo non ne ha colpa. Sua moglie, che te ne pare?

--Una buona donna, con poco spirito se vuoi, oh! ma ha sofferto tanto.

--Ti ha raccontato?...

--Sì, il suo primo parto...

--Ah! solamente ciò?

--Sicuro--fece Marta, dandosi l'importanza di una matrona iniziata a segreti misteri.

Tacquero fino a casa. Sulla soglia trovarono il dottorone, impettito. Egli, che era già stato presentato a Marta, la salutò chiedendole che cosa l'era parso dei coniugi Merelli.

--Ma... gentili.

--E la servetta?

Il dottorone lanciò questa domanda con tale malizia negli occhi, che Marta stupì.

--Andiamo--fece Alberto prendendo il dottore sotto braccio--vieni a desinare con noi.

--Non posso. Ho a casa una galantina di lepre con certi tartufi che sono una meraviglia. La mia serva non ha l'abilità della Ninetta... ma per la galantina!

Si baciò la punta delle dita, sempre con gli occhi birichini, e fatta una scappellata alla signora, e detto che s'era fermato apposta per augurarle il buon pranzo, se ne andò, lento lento, col corpaccione male assettato nell'abito nero, coi calzoni color lumaca troppo corti, il cappello a _tuba_ posto in bilico sopra l'orecchio.

Marta si spogliò in fretta; doveva preparare una salsa di cui ella sola conosceva la ricetta e che, nel suo ardore di neofita, giudicava più accetta ad Alberto, se fatta da lei.

Comparve a tavola tutta rossa, impaziente di conoscere l'esito. Quando Alberto ebbe dichiarato che la salsa era gustosa, allora si calmò; mangiò e bevve di buonissimo umore; fece l'enumerazione dei piatti che preferiva, combinandoli con quelli preferiti da Alberto, vedendo con soddisfazione che si incontravano nel gusto.

--E, dimmi--esclamò improvvisamente--che cosa intendeva il dottore con le sue allusioni alla serva dei Merelli?

Alberto era l'uomo meno adatto del mondo a nascondere checchessia; rispose, un po' imbarazzato, che il dottore scherzava volentieri.

--Non è ciò--interruppe Marta a cui si schiarivano le idee meravigliosamente--se non ci fosse nulla di positivo, lo scherzo non avrebbe avuto ragione d'essere.

--Ebbene, disse Alberto, pensando che, in fin dei conti, la cosa non lo riguardava affatto e che Marta l'avrebbe saputa egualmente--Merelli fa all'amore colla Ninetta.

--Così?--esclamò Marta sgranando gli occhi.

--Come, così?

--In presenza della moglie...

--Ma!...

--Con tanti bambini?

--I bambini non c'entrano.

--Ma è un orrore!

--Certo non lo approvo.

--Tu non avresti questo coraggio, eh?

--Non mi sono mai piaciute le serve.

--Ah!--tornò a fare Marta con un sospiro di sollievo, mentre l'onesto faccione dell'Appollonia le attraversava il pensiero.

E dopo un po' di tempo mormorava ancora:

--È un'infamia, è un'infamia. Ma perchè sei amico di quell'uomo?

--Oh! bella, dovrei levargli il saluto in causa del suo gusto per le serve? È una debolezza in lui, non può correggersi. Ninetta non è la prima.

--Ma sua moglie? Poverina, voglio avvertirla...

--Non ci mancherebbe altro!

--Almeno consigliarla a tener serve vecchie...

--Non ci stanno in quella casa, con tutti quei bambini, rifletti.

--Oh! povera donna, povera donna!

---Senti--continuò Alberto prendendo le mani di sua moglie per calmarla--secondo ogni probabilità, la signora Merelli non sospetta niente; e se lo sospetta, forse non ci pensa; può anche darsi che lo sospetti, che ci pensi, ma che non gliene importi un cavolo. In tal caso tocca a noi farci cattivo sangue?

Marta stette zitta un momento.

--È impossibile--scattò poi--che ella resti indifferente!

--E perchè impossibile?--dopo dieci anni di matrimonio...

--Alberto, che cosa dici? L'amore fra marito e moglie non deve essere eterno?

--Cara mia, se tutte le cose che _dovrebbero essere, fossero!_

--Tu dunque fra dieci anni non mi amerai più? E amoreggerai?...

L'Appollonia tornò a passare nella mente di Marta portandovi un raggio così giulivo che, nel bel mezzo della sua indignazione, dovette sorridere; di che accorgendosi Alberto, disse:

--Ma sì, farò all'amore coll'Appollonia.

Ella rideva, adesso; avendo posata la fronte sulla spalla di suo marito, eccitata da un ordine nuovo di idee che le si erano parate dinanzi.

--Però, senti, non capisco come una persona educata, un uomo che ha studiato, infine che non è un villano del tutto, possa perdersi con le serve.

--Anche un uomo educato non trova sempre delle duchesse, mia cara Marta, e poi, se ti dico che è il suo debole! Vuoi uscire a fare due passi in giardino?

--No.

Ella tornava al suo argomento, appassionandovisi con una voluttà rabbiosa e crudele.

--Ma non pensa alle conseguenze, al disonore della ragazza, a...

--Che cosa vuoi che pensi!... Finiamola, se non ti dispiace, coi Merelli.

Alberto si era levato in piedi, non dissimulando una certa seccatura, e passeggiava innanzi e indietro fermandosi ogni tanto a guardar fuori dalla finestra.

Marta sentì una stretta al cuore. Non cambiò positura, non si mosse. Aveva ancora davanti il piatto sul quale stavano alla rinfusa dei picciuoli di ciliegia; li prendeva a due a due, allacciandoli insieme per vedere quale si rompeva; a conti fatti, i picciuoli rotti erano in gran maggioranza. Li riunì con cura in un monticello.

--Hai detto all'Appollonia che non faccia più tanto rumore, alla mattina, co' suoi zoccoli?

--Sì, gliel'ho detto.

--E tu sarai così buona da cucirmi, domani, quei bottoni alla mia casacca di velluto?

--Sono già cuciti.

--Oh! che tesoro di donnina.

Ella sperava ancora che l'avrebbe guardata in faccia; ma Alberto si fermò dietro la sedia di sua moglie, accarezzandole il collo colla punta dell'indice.

--Addio, vado fuori un po'.

Chinossi, baciandola sulle guancie, sonoramente.

Marta rispose: addio--e si strinse nelle spalle, sembrandole che la stanza diventasse fredda.

* * *

Gli amici di Alberto Oriani non capivano perchè la sposina non fiorisse di quel rigoglio pieno ed espansivo che accompagna generalmente il passaggio dalla fanciulla alla donna.

Eppure Marta era felice; lo diceva a tutti, lo scriveva alla madre, ne era ella stessa convintissima. Se la malinconia l'assaliva qualche volta, era una malinconia vaga, uno scoraggiamento del quale non accusava Alberto, ma sè stessa.

