Part 1
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_corsivo_ __grassetto__ =maiuscoletto=
_Neera_
L'INDOMANI
PRIMA EDIZIONE
MILANO LIBRERIA EDITRICE GALLI DI CHIESA & GUINDANI =Lipsia= e =Vienna=, F. A. Brockhaus--=Berlino= A. Asher e C. =Parigi=, Veuve Boyveau--=Napoli= Ernesto Alfossi.
1889
L'INDOMANI
DELLA MEDESIMA AUTRICE
=Vecchie catene= L. 2-- =Novelle gaie= » 3-- =Il castigo= » 3-- =Un nido= (terza edizione) » 2-- =Iride= (nuove novelle) » 4-- =La freccia del parto= » 2 50 =Un romanzo= » 3-- =La Regaldina= » 2-- =Addio= (quarta edizione) » 2-- =Teresa= (quarta edizione) » 2-- =Lydia= (secondo migliaio) » 4-- =Il marito dell'amica= (seconda ediz.) » 3--
(Diritti di traduzione riservati).
_Neera_
L'INDOMANI
PRIMA EDIZIONE
MILANO LIBRERIA EDITRICE GALLI DI CHIESA & GUINDANI =Lipsia= e =Vienna=, F.A. Brockhaus--=Berlino=, A. Asher e C. =Parigi=, Veuve Boyveau--=Napoli=, Ernesto Anfossi
1889
_Proprietà letteraria._
Milano. Tip. Lombardi.
_Ho pensato che qualche persona potrebbe arricciare il naso davanti a questo_ indomani, _vocabolo non accettato da tutti; e qualche critico, come succede a volte, concentrare tutto il suo acume sul frontispizio, defraudando l'opera di quell'esame intelligente che è il miglior premio cui aspiri lo scrittore._
_Cambiare_ l'indomani _con_ il domani _non era cosa difficile, se a quel primo vocabolo, sortomi spontaneamente nel cervello col concetto stesso dell'opera, io non ci avessi tenuto con una specie di simpatia superstiziosa; oltre che mi sembra più snello, più vivo, più efficace, più preciso._
_Decisi però di chiedere un consiglio, anzi ne chiesi parecchi, col risultato di allargare la cerchia dei dubbi; perchè i partigiani del_ domani _e dell'_indomani _si moltiplicarono senza fondersi._
_Avevo, è vero, Manzoni dalla mia, per il fatto che nei_ Promessi sposi _si trova_ l'indomani, _e con tale alleato mi potevo mettere in guerra; ma volli ancora sentire il parere di un dotto giovane, valente e noto poeta, che da Roma manda in giro tratto tratto versi squisiti di pensieri e di forma; ed ecco la risposta:_
«L'indomani _ha avuto molti accusatori tra i quali Fanfani, e molti difensori tra i quali Nannucci e Gherardini. Ne fece uso anche qualche scrittore autorevole. Io penso che, mentre_ il domani _esprime meglio un giorno determinato,_ l'indomani _esprime meglio un tempo continuato; non è più il preciso avverbio, ma un vero sostantivo. La preposizione_ in _gli dà questo senso, nè so vedere, essendone l'etimologia puramente classica, perchè lo si dovrebbe bandire, costringendo la parola_ domani _a significare un concetto che invece ha la sua propria espressione nella parola_ l'indomani.»
* * *
Nello schiudersi delle palpebre gli occhi di Marta, per abitudine, cercarono la nota cameretta; ma prima ancora che le pareti, i mobili e l'ampio letto la facessero avvertita del cambiamento, il cuore le sussultò. Ella era sposa.
Guardò subito suo marito. Alberto dormiva, coi lineamenti calmi, le guancie soffuse di un roseo colorito, così infantilmente placido e sereno che la barba sembrava uno scherzo intorno al suo volto. Marta lo guardò a lungo, intensamente, vedendo sfuggire in quel sonno ostinato una delle sue più antiche fantasie d'amore, ma pur lieta di vegliare e quasi di proteggere quel sonno, presa da una tenerezza materna nella quale fondevasi la malinconia di un pensiero occulto.
Certo ella non poteva rimproverare a suo marito di non essersi svegliato prima di lei; fors'anche era meglio così; sì, sì meglio. Un altro ordine di idee la incalzò vivamente, facendola scivolare giù dal letto con una sollecitudine che somigliava ad una fuga.
E intanto che si vestiva, adagio, nella penombra della camera, prendeva intiero possesso della sua posizione di donna maritata, guardando l'anello d'oro che le scintillava alla mano sinistra, avendo paura di perderlo nell'infilare le maniche e studiando il problema se dovesse toglierselo o no prima di lavarsi. Perchè ella voleva poi continuare tutta la vita quello che avrebbe fatto il primo giorno; era amica dell'ordine e del sistema; voleva essere una buona donnina come la sua mamma e come tanti modelli di spose letti nei romanzi inglesi.
Il sogno della sua ardente giovinezza si era avverato a puntino; un uomo giovane, simpatico, onesto, l'aveva chiesta in moglie, le aveva dato il suo nome, la conduceva con sè; l'amava dunque. Era l'amore ideale, vero, indistruttibile--_forte come la morte_.--La grandiosità del paragone biblico la commosse; sentì uno slancio di profonda riconoscenza per Alberto, che le dava tutto ciò e chinatasi lieve lieve depose un bacio tenerissimo sulla mano che suo marito teneva allungata fuori della rimboccatura.
Era però strano ch'ella si trovasse chiusa nella stessa camera con un uomo che due mesi prima non conosceva neppure; che fino alla settimana scorsa non le aveva dato del tu; ch'ella aveva sempre visto in circolo con la mamma, coi parenti; del quale non sapeva il passato, e ne ignorava i gusti, le abitudini, gli affetti, le ripugnanze. Ella che era stata allevata nell'idea intangibile del pudore femminino, che non avrebbe mostrato le spalle ad un fratello, ad un zio, aveva pur dormito con quest'uomo!
Era giusto, legale, approvato dal codice e dalla religione; approvato da lei stessa poichè aveva detto di sì, poichè Alberto le piaceva, poichè aspettava da lui l'amore.
Aspettava! ma intanto si sentiva stordita, come uno che va a tentoni con gli occhi bendati, urtando contro oggetti nuovi e indefiniti, udendo la voce dei compagni che gli gridano: avanti, niente paura!
Quando le avevano presentato Alberto, Marta che aveva ventitrè anni, che era intelligente e seria, comprese subito alle ansie della mamma, allo sguardo scrutatore di lui, che si stava per compiere il grande atto della sua vita.
Quello che non sapeva è che il suo destino veniva messo a partito da parecchi mesi fra cinque o sei candidati scelti e vagliati dalle amiche della mamma, per cui fu successivamente sul punto di diventare la signora De-Martini, con un vedovo, capitano, nobile, uomo d'ordine, discretamente provveduto; oppure la signora Valdranchi, sposando Valdranchi, lo scultore di grido, che non aveva un soldo, ma guadagnava assai, simpatico giovinotto a cui fioccavano le avventure galanti. Si era contemporaneamente preso in considerazione Anselmo Bianchi, negoziante di grani, un po' alla buona, piacente tuttavia e ricco. Tre individualità assolutamente opposte, ma che, presentandosi in forma di marito, offrivano le stesse garanzie di felicità per la sposina, a detta delle amiche.
De-Martini, alto, sottile, biondo, un po' calvo, pieno di distinzione, tranquillo, educatissimo, doveva piacere a Marta. Valdranchi, piccolo, vivo, abituato alle compagnie equivoche, ma col fuoco del genio negli occhi, irrequieto, simpatico, doveva pur piacere a Marta; e non vi era nessuna ragione perchè non potesse piacerle Anselmo Bianchi quantunque non più sul fiore degli anni, sano tuttavia, con una villa quasi principesca, provveduta di una serra immensa, dove Marta avrebbe potuto soddisfare la sua passione per i fiori. Di questo paragrafo fu preso nota con molto interesse nel crocchio delle amiche.
Intanto che si discutevano le probabilità di tali matrimoni, che si era già invitato a pranzo De-Martini, e che si era fatto parlare al signor Bianchi della somma ventura per lui riposta in una brava moglie; quando si stava persuadendo Marta che i capi scarichi sul genere del Valdranchi diventano, alla lunga, i migliori mariti, capitò Alberto Oriani. Guarda--osservò una cugina--che bella combinazione, Oriani! E Marta è Oldofredi; non cambierebbe nemmeno le iniziali. Su questa felice scoperta si incominciarono le trattative.
Alberto Oriani non era nuovo del tutto per la famiglia Oldofredi; la mamma lo aveva conosciuto dieci anni prima; e poi a scuola, una Oriani faceva lo stesso corso con lei, oh! si rammentava benissimo; una morettina dagli occhi fulminei.
Alberto viveva in campagna, sorvegliando un suo podere; solo, agiato, galantuomo, trentasette anni, la stanchezza del celibato, il desiderio chiaramente espresso di prender moglie per finirla con la vitaccia di scapolo. La mamma, i parenti, le amiche si guardarono in faccia e gridarono: È lui!
Come poi Marta lo vide, parve il caso. Dopo aver passato tutta una sera a teatro, avente al proprio fianco un giovanotto bruno, amabile, con una vaniglia all'occhiello che odorava deliziosamente; dopo essersi accordati sul merito della commedia e sugli abiti della prima attrice, creando così una specie di simpatica intesa, di accordo morale, Marta non ebbe nessuna ripugnanza a rivederlo, due giorni dopo, uscendo dalla messa, e altri due giorni ancora accolto in casa, da amico.
Quando fu il momento di decidersi, ognuno le fece osservare, ed osservò ella stessa per quel po' d'esperienza che aveva, la singolare fortuna sua nella media generale delle fanciulle; molte fra le quali si maritano tardi, spoetizzate e già avvizzite; altre non si maritano affatto; chi deve accontentarsi di un vecchio, chi di un vedovo, chi di uno un po' corto a cervello, chi di uno spiantato o di un balbuziente o di un mezzo tisico perchè--dicono le persone assennate--tutto non si può avere.
Alberto aveva tutto o quasi, Marta dovette pur convenirne; e si rallegrò seco stessa dalla buona ventura ed accettò con entusiasmo; entusiasmo che non era precisamente per Alberto, ma per l'avvenire che Alberto le avrebbe dato. Lo sapeva anche lei che così, subito, non potevano amarsi; l'oggi non era che una preparazione; il domani solo le avrebbe aperte le porte misteriose dell'amore.
A questo bene futuro Marta tendeva avidamente il cuore e le braccia, in mezzo ai preparativi febbrili delle nozze; indifferente alla gioia dei doni, toccando con mano distratta i ricami e le trine del corredo, sorridendo lievemente agli auguri, non gustando, non afferrando quei lembi, quelle particelle di felicità che le roteavano intorno, con gli occhi fissi alla meta. Nè le gentilezze di Alberto, nè il bacio che, presente la mamma, le imprimeva sulla mano e gli ultimi giorni sulla guancia, la toccavano molto. Dopo--ella pensava--quando ci ameremo davvero, quando saremo soli!
A quindici anni Marta aveva avuta la prima preoccupazione d'amore; null'altro che un fremito, una lunga stretta di mano, uno sguardo che la fece trasalire; e poi molte notti d'insonnia, molte ore di tristezza, molte lagrime sparse in segreto; nessuna ebbrezza amorosa, ma l'intuizione di tutte le ebbrezze. Ed era finito così.
Più tardi, in società, le era occorso di fissare a preferenza gli occhi in certi dati occhi, di ballare volentieri con un giovane piuttosto che con un altro; ma siccome ella non poteva andare incontro a questi sprazzi d'amore, nè sollecitarli, nè abbandonarvisi, erano passati otto anni, vuoti in apparenza e freddi.
Qualunque fossero stati i sogni, i desideri, le speranze, l'attesa degli otto anni trascorsi, tutto doveva ora avere compimento. Nella pienezza del suo sviluppo di donna, l'anima, i sensi, il pensiero chiedevano la loro parte a Marta, che ripeteva trepidando: dopo! dopo!
L'altare, il municipio, la mamma che piangeva, la partenza dalla casa paterna, ella vide tutto ciò ravvolto in una nube; una delle tante nubi che avvicendandosi, sciogliendosi, riunendosi di nuovo sotto forme ed aspetti differenti, le toglievano la percezione del vero, di quell'unico punto essenziale dove ella figgeva gli occhi e che le veniva sempre conteso. Non era mai stata sola con Alberto; quando si trovavano insieme avevano una quantità di discorsi già preparati; il tappezziere, la sarta, l'orefice, gli inviti, l'orario del viaggio.
Alberto correva avanti e indietro, affaccendato, con un fascio di carte da controllare, da firmare; sempre sereno ed ilare.
È un angelo di bontà! esclamava la mamma. Marta lo guardava intensamente, fino in fondo agli occhi, sì ch'egli diceva ridendo: Eh! mi vuoi magnetizzare!
Finiranno questi trambusti, pensava Marta; egli sarà mio, tutto mio; ancora due giorni, un giorno, un'ora....
Marta si vestiva adagio, in piedi nel corsello; allacciando a malincuore il nastrino rosa della sua bella camicia da sposa, fermandosi a guardare il fogliame dei trafori che spiccava in rilievo sopra un fondo di piccole stelle.
Una delle sue preoccupazioni, prima di maritarsi, era stata quella di dover mostrare le braccia ad Alberto, i suoi braccini esili di bimba cresciuta presto. Fortuna, pensò, che non li ha nemmeno visti!
Strinse il busto, nuovo fiammante, punteggiato di seta bianca; allacciò sui fianchi un amore di gonnellino tutto a balze ricamate sopra un trasparente di flanella rosea--una gonnella pericolosa--aveva detto la mamma. Perchè? Infilò le calze, gli stivaletti, l'abito; era vestita.
Tornò a guardare Alberto e la riprese la commozione; una strana commozione fatta di desiderio e di rimpianto, di tenerezza ardentissima e di un freddo pauroso.--Oh! Alberto--mormorò con le mani giunte--se io mi fossi sbagliata, se non dovessi comprenderti...
La serietà della sua educazione e del suo temperamento sorgeva rigorosa in lei, inalberando il fantasma del dovere. Le pastoie dell'immaginazione dovevano scomparire davanti al compito austero della vita; assumeva ora una sacra missione, aveva in pugno la felicità e l'onore di quell'uomo, gli doveva tutto l'affetto, tutta l'ubbidienza, tutti i sacrifici. Si era sposata, era cosa sua.
Come avrebbe voluto fare qualche cosa di grande, di eroico, per mostrare la sua forza di amore! Fuggire dal mondo, seppellirsi viva in un deserto, rinunciare a tutto, ma coll'amore di Alberto, di quel bel giovane che ella si struggeva d'amare, al quale chiedeva ancora con un pauroso sgomento il responso della sua felicità.
Muta accanto al letto, sognava ebbrezze sconosciute, rapimenti lontani, indefiniti, pur temendo di risvegliare Alberto, guatandolo furtiva. Egli aveva un volto regolarissimo, il profilo nobile e puro; una fossetta nel mento, la barba morbida e fluente, divisa alla nazarena. I capelli vaporosi prendevano con la pressione del guanciale cento forme, improvvisando riccioli fanciulleschi, circondando capricciosamente l'orecchio di una delicatezza femminea.
Ma egli a che cosa pensava? Quali visioni gli attraversavano il sonno? Aveva sempre dormito così su un fianco, con un braccio sotto la testa, l'altro allungato? Così roseo, così calmo? Che cosa chiudeva la sfinge di quel bel volto e quando mai ella potrebbe, penetrandogli nell'anima, chiamarlo veramente suo?
Ella avrebbe tanto volontieri squarciata la sua mente e il suo cuore davanti a lui, per mostrargli che ne era compresa; per un bisogno irresistibile di fusione, che l'avvicinamento materiale aveva irritato senza soddisfare. No, non poteva essere sempre così e niente altro che così! Marta si sentiva ancora delle bende sugli occhi, dei lacci alle mani; andava ancora tentoni, non possedeva ancora l'amore, non aveva ancora afferrato il vero.
Un movimento di Alberto la scosse, e con naturale senso di pudore non volle essere scoperta a rimirarlo. Mosse verso la finestra da cui penetrava il gaio sole di marzo; alzò le tendine che coprivano i vetri e dette uno sguardo alla via; l'ignota via di quella città. Era un vicolo che metteva direttamente al porto, affollato in quell'ora da carretti, da facchini e da pescivendoli, i quali tutti vociferavano in un dialetto che Marta non capiva. Dette uno sguardo alle finestre dirimpetto, basse, prive di persiane, tutte munite di funi, sulle quali svolazzavano, asciugando, le biancherie.
Questo aspetto di città, così differente dalla sua città nativa, la interessò senza piacerle; sollevò gli occhi, e, attraverso una fuga grigia e malinconica di tetti d'ardesia, lontano, nello splendore del mattino, scorse la linea azzurra del mare, grandioso e fantastico nella sua calma, con qualche cosa di sognato, di immateriale, di al di là....
* * *
La carrozzella, dopo di avere accolti i due viaggiatori, il baule, le ombrelle e la piccola borsa di cuoio che Marta collocò con precauzione accanto a sè, mosse per il viale verde.
Finalmente!--pensava Marta--tocco il porto entro nel mio nido.
Era pur stanca di città, di alberghi, di monumenti, di musei, di pinacoteche. Le Veneri che aveva viste, trionfanti nella loro nudità superba; le Lede voluttuose, le Diane innamorate, uno sciame di ninfe, un Olimpo di dee, tutte parlanti al senso della donna, proclamando per la via dell'arte l'impero della bellezza, le avevano lasciato uno sconforto e insieme un desiderio, una grande disillusione ed una curiosità più grande ancora.
--Dimmi--disse, stringendosi ad Alberto, poichè in quella carrozza che le apparteneva, le sembrava già d'essere a casa loro--la prima volta che mi hai vista, quella sera, in teatro, ti piacqui subito?
--Subito--rispose Alberto, levando un virginia dal suo elegante portasigari.
--Ti piacque il mio volto?
--Sì.
--E la mia figura?
--Sì.
--E la voce?
--Tutto. Io dissi fra me: Ecco una brava mogliettina.
Marta rimase sopra pensiero.--Egli le chiese se stesse comoda, se volesse uno scialle sui ginocchi, ed avendo ella accennato negativamente col capo, accese il virginia sorridendo, preso dal benessere di quella trottata.
--E dopo, tornando a casa, ci hai pensato?--mormorò Marta, col viso sulla spalla di lui.
--A che cosa?
--Nulla, nulla, una sciocchezza.
Il paesaggio si allargava ad ogni svolto della strada, ampio, sereno, intersecato da viottoli bianchi che si perdevano indefinitamente da lungi, sotto l'ombrello delle robinie. Il terreno leggermente ondulato univa la pianura ai monti, i quali si ripiegavano su di essa, al confine, a guisa di una legatura che stringe la perla. In giro, fin dove l'occhio scorreva, una pace di campi ubertosi, di radi e lindi casolari, di mulini giranti sopra ruscelli dalle acque cristalline. Un asinello sul bianco dei sentieri, una mucca nel verde dei prati e al di sopra il cielo soleggiato.
Quante cose voleva chiedere Marta, guardando l'interno della carrozza rimessa a nuovo in onor suo, con una bella stoffa di color turchino, i sedili imbottiti di fresco, il tappeto a rose! I suoi occhi, girando sul cocchiere campagnuolo che, a casa, doveva disimpegnare altre funzioni, si arrestarono sul cavallo.
--Come si chiama? È bello nevvero? Io non ho mai posseduto cavalli e non me ne intendo affatto.
--Anzitutto è una cavalla--rispose Alberto allegramente--si chiama Bigetta, non vanta grandi bellezze, ma mi appartiene da quattro anni e mi serve bene. Non è vero, Gerolamo?
Gerolamo, dal suo posto, schioccò la frusta, assentendo.
Marta pensò che lei, la moglie, era la straniera fra il padrone, il servitore e la cavalla. Suo marito e Gerolamo potevano intendersi con una occhiata sopra una quantità di avvenimenti a lei sconosciuti; e la cavalla stessa, quante carezze non aveva avute da Alberto prima, assai prima che ella lo conoscesse! Tutto un passato li divideva dunque, mentre ella avrebbe voluto fondersi con lui, immedesimarsi, formare una cosa sola. Che altro se non ciò doveva essere l'amore?
--C'è molto prima di arrivare?--chiese mortificata quasi di non saperlo.
--Tre chilometri circa li abbiamo fatti, ne restano cinque. Fra mezz'ora saremo a casa. L'Appollonia ci aspetterà.
Almeno ella sapeva che Appollonia era la serva. Ne avevano già parlato; suo marito gliel'aveva dipinta come una buona campagnuola affezionata e fedele. Ma in quel momento volle sapere se l'Appollonia era bella e lo domandò a voce alta; al che Alberto rispose con uno scroscio di risa, a cui fece eco una specie di singhiozzo giulivo da parte di Gerolamo, così che Marta stessa si pose a ridere infantilmente, con molto piacere di suo marito, il quale amava le persone di buon umore.
--Vedrai--soggiunse Alberto a sua moglie, toccandole la spalla da buon camerata--anderai subito d'accordo con tutti, brava gente, ottima gente. Il dottorone già, curioso, vorrà vederti per il primo.
--C'è un dottore curioso?
--Curioso proprio no, ma in questo caso sarà curioso, perchè mi conosce da bambino e mi ha già avvertito che vuoi farti la corte. Te ne intendi tu di poesia? E di cucina? Se hai sulle dita questi due argomenti, il dottore è tuo.
--E con gli ammalati parla di poesia?
--Egli non fa visite a nessun ammalato; non s'intende nemmeno del polso. Deve aver studiato medicina trent'anni fa, e per questo lo chiamano dottore; ma poi ha fatto un po' di tutto, il signore, il poeta, il cospiratore, il gaudente, il soldato, tutto fuorchè il medico. È un originale, un essere squilibrato. A volte parla troppo, a volte tace dei giorni intieri. Ma se hai da insegnargli qualche piatto ghiotto, parlerà.
Intanto che Alberto schizzava il profilo del suo amico, Marta, che in venti o venticinque giorni di matrimonio non si era ancora saziata di guardarlo, seguiva i movimenti della sua bocca, de' suoi occhi, la pozzetta graziosissima che il sorriso scavava nella sua guancia sinistra. Mirava ad uno ad uno i peli dei suoi baffi e l'arricciatura morbida della barba nella quale egli faceva spesso passare la mano, seguendo quella mano, attaccandosi a lui per tutti i sensi, sentendosi sempre troppo lontana. A poco a poco gli si era accostata, muta, ansando lievemente col petto. Alberto allora si ritirò nell'angolo della carrozza, gentilmente, per farle posto.
--Passa il signor Merelli--disse Gerolamo senza voltarsi, con la sua voce da ventriloquo.
Ma Alberto l'udì. Si sporse vivamente fuori della carrozza sbracciandosi verso due individui che costeggiavano la strada maestra. I due si levarono il cappello.
--Salite?
--No, grazie. Ben arrivato.
Nuovo saluto alla signora.
--Nessuna novità?
--Nessuna.
--A rivederci.
Terzo saluto.
--Ah! cari--esclamò Alberto abbandonandosi sui cuscini della vettura--quel capo ameno di Merelli, quel simpaticone di un farmacista!
Tanto per dire qualche cosa, per interessarsi anche lei a quello che interessava suo marito, Marta chiese:
--Sono tuoi amici?
--Merelli sì, Merelli fin dal ginnasio; abbiamo fatto la quarta e la quinta insieme. Fu lui che il giorno onomastico del professore... Ah! ma tu non sai, non sai, che bel matto!
--E l'altro?
--L'altro è il farmacista, Toniolo: quello che mi diceva sempre: prendi moglie, alla nostra età è ancora il meglio che si possa fare.
Il piacere di aver riveduto i suoi amici, di riprendere le antiche abitudini, coloriva il volto di Alberto e faceva luccicare i suoi occhi piccoli e buoni. Egli si fregava i ginocchi colle mani, guardando la coda della cavalla.
Marta si rimproverava di non partecipare a quella gioia, di provare invece una impressione di tristezza, quasi d'invidia. Le venne in mente sua madre, sua madre ch'ella aveva un poco dimenticata durante il viaggio, e che da piccina le diceva e da grande le ripeteva: «Marta sei troppo impressionabile, troppo esclusiva, senti troppo, pensi troppo. Ciò non conduce alla felicità.» Parole che ella aveva ritenute come un'aria da organetto e che ora le tornavano alla mente, ma più chiare, della chiarezza improvvisa di un lume che s'accende. Volendo vincersi, volendo uscire da quell'esclusivismo che, a detta di sua madre, non l'avrebbe resa felice, guardò intorno la bella campagna, gli alberi, le siepi entro cui svolazzavano le farfalle.
--Ti piacciono questi luoghi? domandò Alberto.
--Sì, molto.
--Io non posso vedermi altrove. In città sto bene otto giorni, poi sento la nostalgia de' miei campi.