L'incantesimo

Part 2

Chapter 23,688 wordsPublic domain

— Quando l’ingegnere se ne sarà andato, poiché certo la sua professione lo richiamerà presto in città, rimarranno le signore; e con queste, grazie a Dio, si potrà scambiare qualche parola, passare un po’ di tempo piacevolmente. Tu mi hai trascinata per un capriccio in quest’eremo, e poi non ti sei più ricordato di me, come proprio non esistessi. Ti sei segregato nella tua stanza, il cui accesso mi fu _perfino_ vietato, e chi t’à visto, t’à visto!.... Sai? Se i Boris non arrivavano, io pensava già di ritornarmene a Milano, e al più presto!.... anche sola. Da vero non c’è una ragione perchè io vecchia e malata m’abbia sempre a sacrificare per te che sei giovine e stai bene. Ho poco da vivere, caro mio; e, quel poco, non lo voglio sciupare stupidamente in tanta malinconia e tanta noja, per farti piacere.....

La voce di donna Marta a poco a poco ritornava irosa: l’astio inguaribile contro il nipote, astio che aveva le radici in un profondo attaccamento affettivo, spuntava di nuovo nelle sue parole. Tutte le accuse accumulate su di lui rompevan di nuovo dal suo cuore, esacerbato dalla malattia e dalle acute esigenze senili alle quali Aurelio non sapeva spesso corrispondere. «Oh, ella lo capiva bene! Quell’arrivo inaspettato non gli andava a genio: egli avrebbe preferito di lasciarla morir di tedio in un deserto piuttosto che sopportare un piccolo, problematico disturbo! Sicuro; egli non si smentiva mai, mai: era sempre quello stesso egoista che non si curava di nulla e di nessuno, tanto meno poi di lei, povera vecchia inferma! Ma dove aveva dunque il cuore? dove l’aveva?»

Il giovine taceva, e il suo ostinato mutismo stuzzicava la collera dell’avola. Ella infatti seguitava, affannosamente, alzando viepiù la voce, rimescolando nel passato le colpe e le mancanze e le trascuratezze del nipote. E incominciava già a intenerirsi su la propria sorte sventurata, a spargere anche qualche lacrima per amaro conforto delle sue diuturne sofferenze.

Aurelio intanto, con gli occhi bassi su la mensa, senz’ascoltare quel fiotto intempestivo di rimproveri, meditava in preda a un sordo turbamento su le conseguenze possibili d’una siffatta vicinanza. — C’eran dunque due giovini donne tra i nuovi arrivati al palazzo? Le avrebbe egli conosciute? Avrebbe forse dovuto vederle ogni giorno per casa, conversare con loro, accompagnarle nelle passeggiate, sacrificare in somma una certa parte del suo tempo prezioso per non incorrere nella taccia di scortese e d’incivile? Tutto ciò lo sgomentava, quasi come l’aspettazione d’una probabile avversità. E non era tanto l’idea (già per lui così grave) del tempo disperso, d’un ozio obbligatorio, che più l’angustiava: era anzi quella d’un’assidua domestichezza con la Donna, con questo essere inferiore e ammaliante ch’egli non conosceva per pratica ma aveva teoricamente giudicato come il più terribile nemico della personalità, il dèmone simbolico della Specie che distrugge l’individuo.

Fin da giovinetto egli aveva appreso a valutare la fatale potenza della Sirena: la prima apparizion femminea su la soglia della sua anima era stata causa d’una commozione così profondamente paurosa, ch’egli n’aveva avuto mòzzo il respiro e il cuore squassato. D’allora in poi l’istinto animale di fuggire, di nascondersi, di sottrarsi con un mezzo vile a un fascino misterioso, l’aveva sempre tenuto e dominato, ogni qual volta gli fosse occorso di trovarsi al cospetto d’una donna giovine e piacente. Questa selvatica timidità — forse l’effetto d’un temperamento eccessivo, forse piuttosto la resultante di due correnti psichiche in opposizione — rappresentava certamente un lato debole, il più debole del suo carattere; ma egli si compiaceva, in vece, d’interpretarla come una forza, anzi come una virtù. Con uno di quegli artificii maliziosi, che l’uomo usa a sua intima giustificazione, Aurelio Imberido si giudicava migliore e superiore degli altri, perchè (fuggendo la donna) egli sapeva vivere senza di lei e poteva evitare i guai e gli errori di cui son prodighe le relazioni amorose.

Facile inganno, poichè realmente non aveva ancor messo alla prova del fuoco la sua presunta virtù. Ora l’occasione di saggiarla era venuta, ed egli, ostinato nella sua arte d’illudersi, preparava già un piano per iscansare abilmente questa occasione. Egli pensava: «Io non mi farò vedere nelle ore pericolose! rimarrò chiuso ermeticamente nella mia camera; se sarò costretto a conoscerle, farò loro intendere dal principio che non si può assolutamente contare su la mia compagnia, perchè io sono molto occupato e non debbo essere distratto.» Anche, pensava: «In fine la mia bella libertà vale un lievissimo sacrificio d’amor proprio: mi chiamino orso, mi credano scortese e incivile. Che mi fa della loro opinione? dell’opinione di due femmine!»

— Tu non mi dài ascolto, Aurelio; — proruppe d’un tratto donna Marta; — tu non ti degni più di sentire nè anche quello che dico!.... Ebbene bada, Aurelio: la mia pazienza ha un limite! Se un’altra volta, appena suonata la campana, non discendi sùbito, io faccio immediatamente i miei bauli, e me ne torno sola a Milano!

Queste parole furon proferite a voce alta e squillante, con tragica solennità, nel silenzio della gran sala piena d’ombre e di mistero. Strappato per forza alle sue meditazioni, il giovine dovette ascoltarle tutte quante con attenzione, e su l’inizio anche con una certa inquieta curiosità. Come però intese il senso della minaccia, un lieve sorriso involontariamente gli increspò le labbra: quell’inaspettata ripresa finale del primo argomento di rimprovero parve a lui una specie di ritornello con cui l’avola volesse chiudere esteticamente la sua irosa canzone.

Il pranzo era terminato. Aurelio si levò in piedi, e disse con voce assai carezzevole:

— Via, mamma, un po’ di calma! Tu ti riscaldi senza motivo: lo sai che ti fa male!

Quindi, tranquillamente, uscì dalla stanza.

Gli parve, rivarcando la soglia, d’udire dietro di sè uno scoppio di singulti. Rimase un po’ incerto, titubante se dovesse ritornare presso la nonna, o se in vece fosse meglio lasciarla sola ad acquetarsi. Preferì quest’ultimo consiglio. A passi rapidi attraversò l’anticamera buja e il cortile, i cui portici nella semioscurità sembravano avere una profondità singolare; e uscì dal palazzo sul rialto erboso, dove si lasciò cader di peso sopra uno dei sedili di granito ch’erano ai canti della porta incastrati nel muro.

La spiaggia, d’avanti a lui, era quasi deserta: soltanto l’ombra nera di qualche pescatore spiccava laggiù presso le barche, di tra i fusti dei salici, sul lucido riflesso dell’acqua. Non una voce, non un passo, non uno strepito turbavano il vasto silenzio crepuscolare, che il fioco anelito dell’onda morta scandeva regolarmente con un ritmo lento e strascicato. Un lezzo fatuo di pesci e d’alghe fracide saliva a intervalli dal lago, come una respirazione nauseosa, corrompendo il profumo delle erbe aromatiche ancor calde di sole e il buon odor cereale della paglia raccolta a fasci d’oro su l’aja comune.

Nel vespero sereno un estremo chiarore profilava tuttora nettamente le cime dei monti: prima la linea continua e dolcemente ascensionale del Motterone, poi il gran dorso gibboso dell’Eyenhorn, poi i picchi arcigni delle Alpi bianche per neve, poi il pizzo di Proman e la brusca elevazion dentata della Zeda che declinava novamente verso settentrione fino a nascondersi dietro il ceppo brunastro delle casupole di Cerro. Su tutto il paesaggio, sul cielo, su la terra, sul lago si distendeva uno strato di vapore violaceo, come un fitto velo che ne modificasse e offuscasse le tinte e i rilievi. A traverso quel velo, la riviera opposta appariva quasi piana, senza promontorii e senza insenature: la costa di Stresa, la curva del golfo, le isole Borromee, la punta di Pallanza sembravan tutte su una linea sola, ininterrotta, ch’era quella chiara dell’acqua, battuta dall’ultima luce occidentale. Solamente l’acuta gola di Mergozzo, aperta incontro a Cerro, si vedeva inabissarsi verso le lontananze dell’orizzonte: e il suo aspetto era nebuloso, fantastico, sinistro, così sommersa nel vapor violaceo tanto più denso quanto lo spazio cresceva.

Aurelio, il corpo rilassato su la rigida pietra, la testa appoggiata per inerzia alla muraglia, fu preso da uno strano senso di stanchezza e di malinconia al cospetto del paesaggio cupo e grandioso. Avveniva dentro di lui una di quelle rarissime crisi d’abbattimento, che tal volta piegavano e vincevano la sua forte fibra di lottatore. Durante siffatte crisi il suo spirito, che le consuete astrazioni avevan momentaneamente abbandonato, si smarriva in lente fantasie, cui le sensazioni delle cose esteriori imponevan come una triste tonalità minore. Alcuni pensieri insoliti in lui, alcune sepolte aspirazioni della prima adolescenza, alcuni lontani ricordi del padre morto o dell’avola vigilante con materna sollecitudine su la sua fragilità infantile, passavano lievemente in quelle fantasie, a similitudine di spettri esili e confusi, volanti verso una porta misteriosa. Senza potersene rendere una ragione, egli si lasciava vincere e intenerire dalle memorie. Egli sentiva nel fondo della sua anima levarsi un grido spasimoso: egli sentiva arrivare dalle intime energie dell’essere un impulso irresistibile verso qualche cosa oscura ma supremamente necessaria alla sua vita. Ogni suo più ardente desiderio, ogni sogno, ogni ideale pareva s’avviluppasse nel lugubre sudario dell’indifferenza: la gloria era vana, l’umanità era trista, l’avvenire incommutabile o non meritevole d’esser commutato. Uno scontento immane del mondo e di sè stesso, un tragico bisogno di riposo finivano per impadronirsi di tutte le sue facoltà; ed egli rimaneva come soffocato nella stretta di tanta desolazione, deplorando le sue fatiche e le sue ambizioni, anelando inutilmente a un Bene, ch’era la Morte ma poteva anche esser l’Amore.

La strana crise sentimentale incominciò questa volta dal ricordo della scena incresciosa con donna Marta e di quello scoppio di singulti che gli era parso d’udire varcando la soglia della stanza. Da parecchi giorni egli sopportava senz’alcun commovimento dell’animo le periodiche esplosioni di mal umore che l’avola sfogava a preferenza contro di lui: — un po’ per freddezza, un po’ per abitudine, un po’ per la convinzione ch’esse fossero conseguenza irrimediabile e inevitabile della lenta degenerazione ond’era esasperata l’indole di lei. Appena lo sfogo era esausto o appena egli riusciva con un qualunque mezzo a sottrarsene, Aurelio dimenticava sùbito le parole amare e non c’era caso che ritornasse sopra queste con la memoria. Quella sera in vece, come si trovò solo sul rialto del palazzo d’innanzi al lago silenzioso, i ricordi del pranzo non tardarono a risorgere nel suo pensiero, più vivi ed eloquenti degli stessi fatti reali.

Allora un’onda impetuosa di tenerezza, di pietà, di simpatia gli gonfiò il petto, improvvisamente. L’imagine della nonna, della sua seconda madre, ischeletrita dal morbo, disfatta dalla vecchiaja, dilaniata da continue angosce, gli si presentò d’avanti agli occhi dell’anima, come un’allucinazione. — Le stimate del dolore erano omai impresse indelebilmente sul povero viso, ch’egli aveva veduto tante volte curvarsi su di lui, con tanta bontà, con sì amoroso struggimento, nei dì lontani! Certo: ella soffriva veramente durante quegli scoppii di collera ingiusta contro di lui; ed egli poteva rimanere impassibile e quasi irridere alle sue sofferenze! La nonna, la sua seconda madre si logorava di giorno in giorno, consumava in futili querimonie l’estreme energie, andava piegando a poco a poco verso la fossa; ed egli non sapeva trovar nulla in sè per renderle meno triste l’agonia, per infondere un’ultima gioja in quell’anima moribonda!

La sua coscienza morale era profondamente rimorsa da queste idee; il cuore era lacerato a sangue dalla tetra previsione. Aurelio si sentiva legato all’avola da un vincolo indissolubile d’affetto; alla morte di lei si vedeva già solo e perduto nel mondo, come un viandante affaticato in una steppa senza confine. Un bisogno intenso d’appoggio, di compagnia, di convivenza familiare palpitava dentro di lui. Gli passavan nello spirito, in forma di sentimento vago, alcune afflizioni del tempo trascorso, che parevagli dovessero rinnovarsi ingigantite nell’avvenire. L’imagine della nonna sorgeva da tutte quelle memorie, come un simbolo consolatore. La stessa imagine ondeggiava su quelle aspettazioni, come un vacuo fantasma cui avrebbe inutilmente invocato nelle ore dolorose.

Egli si domandò costernato: «A che combattere? In che sperare? Perchè ostinarmi a vivere, quando ugualmente dovrò morire?»

Così la crise d’abbattimento incominciò; così lo scontento immane di sè stesso e del mondo, il tragico bisogno di riposo s’impadronirono di tutte le sue facoltà. La testa del giovine piegò lentamente sotto il peso dei tristi pensieri involontarii; gli sguardi caddero al suolo, e vi rimasero lungamente fissi, vitrei, acuiti, come penetrandone i misteri.

In tanto su la spiaggia, d’avanti al rialto del palazzo, passarono, di ritorno dai pascoli, le vacche cornute e corpulente, a una a una, in lunga schiera, barcollando, gittando a tratti nell’aria i tremuli e sordi muggiti; passarono le pallide pecore, strette e confuse in gruppo, mute, quasi invisibili sul fondo grigio della terra; passarono ultimi, salendo dal greto, i pescatori tardivi, recando su le spalle le pertiche prolisse, le fiocine dentate, gli staggi dalle reti ancora sgrondanti. Tutti, animali e uomini, scomparvero successivamente dalla parte del villaggio, dove li chiamava al riposo lo squillo lento e monotono dell’Ave Maria; e il vasto spiazzo fino al lago rimase affatto deserto, inanimato, come assopito nell’ombra, in aspettazione della notte imminente.

Su l’opposta riviera apparvero man mano le luci: Intra, la prima, scintillò per vivaci fiammelle, disposte a intervalli regolari lungo la costa; un gran faro d’oro s’accese su la punta di Pallanza e rischiarò d’un riflesso ondulato l’acqua cupa; altri lumi dispersi tremolarono qua e là, a Stresa, a Baveno, su i fianchi selvosi del Motterone, laggiù, lontanamente, nei malinconici abituri di Feriolo. In alto, quasi presso la vetta della Zeda, ben profilata ancora sul cielo verdognolo, un enorme fuoco divampò d’un tratto, s’allargò come un incendio di foresta; poi rapidamente declinò, si ridusse a un punto rossastro nell’oscurità, si spense.

Quando gli ultimi tocchi dell’Ave Maria caddero inerti e flosci nel silenzio crepuscolare, Aurelio, sorpreso dall’apparizione di quei lumi annunziatori della notte, volle scuotersi dal suo accasciamento e uscire da quella specie di sogno tormentoso. La crise era sul finire; uno sforzo mediocre di volontà bastava a dissiparne i molesti residui.

Egli d’un balzo s’alzò in piedi, e rientrò nel palazzo. Attraversò il cortile vuoto e bujo a testa alta, con quel piglio ardito e imperioso, che talvolta la vision della folla gli suggeriva; si mise su per la scala ottenebrata; percorse a passi rapidi il breve tratto di loggia fino alla porta delle sue stanze; ne schiuse i battenti quasi con violenza; entrò.

Dal balcone spalancato penetrava l’estremo pallore del giorno morto; in quel pallore i mobili non avevan più tinte, spiccavan neri e angolosi, simili a ombre più che a oggetti reali. La brezza, che saliva dalla prossima valle, faceva stormire dolcemente la pineta nel giardino, agitava gli apici d’alcune fronde di glicina arrampicate lungo la ringhiera, irrompeva fin nella stanza, suscitando deboli fruscii nelle carte sparse su la tavola centrale. Di quando in quando al soffio alterno le tende paonazze si gonfiavano con un largo moto d’espansione, come un respiro profondo.

Trovandosi nel luogo prediletto, Aurelio riacquistò totalmente la serenità e la sicurezza consuete dello spirito. S’arrestò, estasiato dal subitaneo benessere che tutto lo invase, in mezzo alla stanza. Era ben quello il rifugio sacro agli studii, il tempio delle superbe ambizioni e delle speranze immortali. Da quell’umil rifugio egli, come un’aquila destinata ai trionfi, avrebbe preso il gran volo per il mondo popoloso, alle battaglie del progresso umano, alla conquista della gloria. Che cosa omai avrebbe potuto arrestarlo? Quale forza terrena sarebbe riuscita a opporsi all’impeto del suo ingegno e della sua volontà? Egli si sentiva giovine, sano, energico, incorrotto anzi incorruttibile dalle avversità e dalle passioni: egli si sentiva veramente un Eletto fra i suoi simili.

Allargò le braccia vittoriosamente, le stese ritte sopra il capo orgoglioso, agitò le mani nell’aria, sorridendo trasfigurato dalla gioja al suo destino, ch’era scritto in alto, molto in alto nei misteri azzurri del cielo. «Chi, chi può dunque mutare il destino?» egli disse a voce spiegata, in atto di sfida.

Un acuto scroscio di risa, d’una insolente gajezza, si levò in quel punto dal parco silenzioso. Alle risa successe una pausa, un susurro di voci femminili a pena sensibile; poi le risa ricominciaron da capo, più forti, più gioconde, irrefrenabili. Aurelio, che aveva già dimenticato l’arrivo dei vicini annunziatogli dall’avola durante il pranzo, fu sorpreso da quell’insolito strepito nella calma imperturbata della campagna. Spinto dalla curiosità, e un poco dal dispetto che quel riso importuno aveva mosso in lui, s’affacciò al balcone per osservare chi dunque osava disturbarlo nel suo rifugio.

Sopra una delle scalee marmoree, che adducevano al secondo spianato pensile del giardino e alla pineta, stavan ritte, appoggiandosi con una squisita grazia signorile alla balaustrata, due giovini donne assai eleganti nel chiaro costume estivo. Le loro persone uscivan tutte intere, ben definite dal candore del marmo: entrambe, alte ugualmente, apparivano snelle, di forme molto leggiadre, con gli omeri un po’ sostenuti e la cintola strettissima sopra i fianchi leggermente arcuati. Una, roseo vestita, era bruna di capelli, e gli si presentava di fronte, con gli occhi e i denti illuminati dal riso; l’altra in un attillato abito celeste, volgendogli le spalle, mostrava una splendida capigliatura bionda, raccolta in un denso intreccio su l’occipite. E nulla superava la grazia di quel gruppo fiorente di giovinezza, sul bianco della scalea, nella luce favolosa del crepuscolo.

Aurelio, in vederle, le riconobbe. Rammentò le descrizioni dell’avola; rammentò ancora i molesti pensieri e i disegni di prudenza che l’arrivo imprevisto di quelle fanciulle aveva in lui suscitati. Volle sùbito ritrarsi, ma una strana compiacenza gli impedì di muoversi: i suoi sguardi rimasero fermi come incantati dall’estetica apparizione. Mentr’egli così la contemplava, un turbamento pànico e pur dolce si veniva man mano impossessando del suo spirito assorto e maravigliato; assomigliava questo turbamento alla leggera ebrietà che dà il dolce vino spumante, mettendo tra i sensi e le cose una specie di velo sentimentale, malinconico o giocondo, continuamente trepido. Al giovine pareva di sognare. Passavano in fatti dentro di lui, come in un sogno, impetuosamente, confusamente ricordi di scene o di letture lontane, nebbiose imagini romantiche, fremiti fuggevoli di desiderio, di curiosità o di speranza. Tutto ciò nasceva e si svolgeva per una forza spontanea di fantasia, senza ch’egli potesse averne coscienza; e le fibre della sua anima tremavan tutte, come fascio di corde sottili strappate insieme da un plettro.

D’un tratto un nuovo scoppio fragoroso di risa salì dal parco. La fanciulla bruna con un movimento repentino si volse, si diede a correre all’impazzata su per la scalea, e, giunta al sommo, s’internò agile e veloce nella pineta. Un roseo tremolìo illuminò per un attimo l’ombra nera del bosco.

— Flavia! Flavia! — l’altra chiamò nel silenzio, ferma al suo posto, attonita di quella fuga improvvisa.

Nessuno rispose. Solamente un’eco lontana ripetè il nome, come un gemito indistinto.

Allora anche la bionda si mosse, ascese rapida i gradini marmorei, e scomparve in corsa tra i pini, dietro la compagna.

Il giardino apparve deserto, muto, misterioso, con le sue piante cupe e i bianchi fantasmi delle statue mutilate, ritte su gli stalli invisibili.

— Flavia! Flavia! — s’udì ancora chiamar da lungi, per l’ultima volta.

Aurelio, che aveva seguíto avido con gli occhi le due fanciulle fino al limite del bosco, quando più non le vide, fu preso da un desiderio cieco e selvaggio di scendere al basso precipitosamente, d’inseguirle, di raggiungerle come prede nel folto, dove già la notte doveva esser profonda.

II.

L’INCONTRO.

— Signorino, un telegramma! — gridò Camilla con la vocina esile e acuta, entrando impetuosamente nella camera.

Aurelio che, stanco dal lavoro protratto a tarda notte, s’era riaddormentato dopo aver sorbito alle sei del mattino la solita tazza di caffè, si levò di scatto a sedere sul letto, fissando gli occhi spalancati in viso alla fantesca.

— Un telegramma?... Per me?! — egli domandò, stupito.

— Sì, per lei, — rispose Camilla; e, avvicinatasi a lui, gli stese la busta gialla, sottolineando l’atto con un fatuo sorriso, un poco ironico.

Poi, sùbito, soggiunse:

— Favorisca di firmare la ricevuta. Il fattorino è giù che aspetta.

— Non posso già scrivere con le mani, — egli borbottò nervosamente.

A passi brevi, dimenando leggermente l’anca, ella attraversò la camera, prese dal tavolino una penna, che intinse più volte, con lenta diligenza nel calamajo; ritornò poi senza scomporsi presso il letto, e la porse ad Aurelio con un gesto assai leggiadro.

Egli, ansioso di leggere, cominciava a indispettirsi per l’indugio.

— Che ore sono? — chiese con la voce aspra.

— Le otto, signorino. Anzi, le otto e mezza.

— Va bene. Prendi, — concluse Aurelio, dopo aver firmato; e le porse la ricevuta, congedandola con un brusco accenno del capo.

Quando la fantesca fu uscita, il giovine rimase ancora un poco con la busta chiusa tra le mani. Chi aveva dunque bisogno di lui? Egli viveva solo, staccato da ogni consorzio grande o piccino, senz’alcuna comunanza di negozio e senza stretti vincoli di parentela o d’amicizia. Quale notizia importante poteva giungere fino al suo sconosciuto ritiro, e con un mezzo così imperioso?

Non potendo trovare una risposta plausibile, si risolse ad aprire il foglio e leggere lo scritto misterioso. Un sorriso gli passò negli occhi alle prime parole; con un subitaneo movimento di contrarietà, e d’impazienza, egli gittò il telegramma a pie’ del letto, e s’attaccò con tutta la sua forza al cordone del campanello.

— Vengo, signorino! Vengo sùbito, — s’udì gridare Camilla da lontano, acutamente, mentre lo squillo furioso durava ancora.

Come però tardava a comparire, Aurelio dovette suonare una seconda volta, anche più forte e più a lungo, per sollecitarla. Finalmente ella entrò nella camera, tutta accesa in viso come avesse fatto una corsa a perdifiato, le ciocche della fronte scomposte e riversate all’indietro, il respiro frequente e affannoso.

— Che vuole? Che comanda?.... Mio Dio, signorino, un po’ di pazienza! stavo arricciando i capelli alla signora.... Non potevo tralasciare d’un tratto; ella sa come la signora s’inquieta per un nonnulla!... Eccomi. Che vuole?

Disse queste frasi interrottamente, anelando, accomodandosi con le mani le ciocche volanti, senza lasciargli il tempo di sfogare il suo mal umore per l’involontario ritardo.

— Via, spìcciati! Avverti prima la mamma che oggi avremo un ospite con noi. Poi corri immediatamente a chiamare Ferdinando perchè m’accompagni in lancia a Laveno. Dobbiamo essere alla stazione per le nove e mezza. Non c’è tempo da perdere. Hai capito?

— Perfettamente, — rimbeccò la giovinetta, tutta ilare d’essere sfuggita a un rabbuffo che s’aspettava. E con insolita lestezza si diresse alla camera di donna Marta, ch’era all’altro capo del portico.