L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico

Part 9

Chapter 93,536 wordsPublic domain

Con la sua consueta rapidità, Giuliano passava l’Eufrate e giungeva a Carra, donde partivano due strade, di cui l’una, attraversando la Mesopotamia, da Ovest ad Est, raggiungeva il Tigri, l’altra scendeva al Sud lungo l’Eufrate. Manda per la prima Procopio e Sebastiano con 30,000 uomini, dice Ammiano¹³³, con 18,000, dice Zosimo¹³⁴, onde difendere il suo fianco, ed unirsi, se possibile, ad Arsace, il re d’Armenia, ed egli stesso, con un esercito di 65,000 uomini, discende all’Eufrate. Da Carra va a Callinice, dove celebra la festa solenne della Madre degli dei e riceve l’ambasceria dei Saraceni che si prosternano devoti innanzi a lui. Indi arriva a Circesio, al confluente dell’Abora coll’Eufrate. Qui assiste all’arrivo dell’immensa flotta, da lui allestita, che comprende mille navi onerarie, cariche di provviste e di strumenti bellici, più cinquanta altre da combattimento, ed altre ancora coi materiali da ponte¹³⁵. A Circesio, Giuliano riceve una lettera del fido Sallustio, da lui nominato prefetto della Gallia, che lo supplica di non avventurarsi in un’impresa funesta, di non commettere un errore che potrebbe essere irreparabile. Giuliano non dà retta alla voce del lontano amico. Ma, nel suo campo stesso, intorno a lui, v’era un partito contrario alla spedizione. E questo partito cercava d’influire sull’animo di Giuliano, interpretando in modo sfavorevole alla spedizione tutti i segni, tutti gli indizi che l’accompagnavano. Nella restaurazione del Paganesimo, inaugurata da Giuliano, la superstizione teneva, come vedremo, un posto eminente. Il misticismo neoplatonico, che si fondava sull’ingerenza continua del soprannaturale nelle cose del mondo e che era tutto un complesso di miti e di simboli, dava un’enorme importanza alla scienza augurale. L’uomo, pur che ne tenesse la chiave, avrebbe potuto leggere, nei segni che lo circondavano, il suo futuro, e prenderne un consiglio infallibile. Giuliano aveva, dunque, con sè una schiera di auguri e d’interpreti, ai quali, ad ogni istante, ricorreva. Ora, è curioso che costoro gli dessero sempre delle spiegazioni tendenziose, miranti allo scopo di fermare l’impresa. Quegli auguri non hanno che presagi di disastri e di morte. È, dunque, evidente che quelle loro interpretazioni rispondevano a desideri ed a convinzioni che correvano almeno in una parte del campo di Giuliano. Ed è poi più curioso ancora il vedere come Giuliano, il quale aveva l’idea fissa di andar avanti, sa interpretare quei medesimi segni in un senso opposto e favorevole al desiderio suo. Per troncar ogni esitanza, Giuliano raccoglie l’esercito intorno a sè, e pronuncia un discorso infiammato, al quale i soldati, specialmente le fidate e provate legioni galliche, rispondono con acclamazioni e gridi di entusiasmo¹³⁶.

¹³³ _Amm. Marcell._, I, 311, 14.

¹³⁴ _Zosimo_, 228, 1 sg.

¹³⁵ _Amm. Marcell._, I, 312, 20 sg. _Zosimo_, 229, 1 sg.

¹³⁶ _Amm. Marcell._, I, 319, 1 sg.

Il racconto di questa spedizione persiana, che ci è fatto da Ammiano, il quale ne era parte e ci narra ciò ch’egli stesso ha veduto, è una delle relazioni più interessanti che l’antichità ci ha tramandate, e non è indegna di figurare presso i _Commentari_ di Cesare o l’_Anabasi_ di Senofonte. La narrazione di Ammiano è, in qualche parte, completata dal racconto che ne fa Zosimo¹³⁷ che attingeva, evidentemente, oltre che ad Ammiano, a qualche altra fonte, e da quanto narra Libanio, nel discorso necrologico. Quest’ultimo non ha la pretesa di dare una relazione, rigorosamente militare, come quella d’Ammiano, od una narrazione ordinata, per quanto sommaria, come quella di Zosimo, ma ci presenta pitture ed episodî che riproducono vivacemente l’uomo, il paese e l’ambiente.

¹³⁷ _Zosimo_, 226-264.

Ciò che più attrae, in tutti questi racconti, è lo spirito genuinamente eroico che muove Giuliano in ogni suo atto, in ogni sua parola. La sapienza del capitano che tutto prevede ed a tutto provvede, il valore incomparabile del guerriero, la magnanimità del vincitore, la comunione completa della sua vita con quella dei suoi soldati, l’arte con cui sa affezionarseli, ora rimproverandoli, ora lodandoli, ora esaltando la grandezza dell’impresa a cui si sono accinti, sono doti preziose che, unendosi in lui, fanno di lui una delle più cospicue e nobili figure della storia, certo la più nobile nella decadenza dell’impero.

Ma che profondo errore era mai quello che trascinava Giuliano nella sua folle impresa! Egli diceva al suo esercito: — «Io porrò sotto il giogo i Persiani, e così avrò restaurato lo scosso orbe romano!» — Era questa una specie di suggestione che tutti gli imperatori, buoni e cattivi, si trasmettevano l’un l’altro. E, intanto, mentre essi sciupavano le forze in questa inutile impresa, si addensava, nelle misteriose regioni del Settentrione, il turbine che tutto e tutti avrebbe travolto.

Avute in dedizione, quasi senza combattere, le città di Anatha e di Macepracta, Giuliano trova la prima ostinata resistenza nella fortezza di Pirisabora sull’Eufrate. L’imperatore vi compie prodigi di valore, gittandosi egli stesso sotto la testuggine degli scudi, e sconquassando le porte della città, mentre dall’alto precipita una tempesta di proiettili. Ma, resistendo i difensori, fa costrurre una macchina gigantesca, la quale incute loro tale spavento da persuaderli alla resa e ad invocare la sicura magnanimità del vincitore, il quale, presa Pirisabora, continua il suo cammino vittorioso, atterrando ogni ostacolo, superando le difficoltà della marcia in un terreno frastagliato dai canali d’irrigazione ed artificialmente inondato¹³⁸. Assedia la città di Maiozamalca, presso la quale sarebbe caduto trucidato, durante un’arrischiata perlustrazione da lui stesso eseguita per riconoscere la posizione, se, con singolare prontezza e valore, non si fosse difeso¹³⁹. Non riuscendo a vincere, con le sue macchine, la resistenza della fortezza, vi entra, per mezzo di un cunicolo sotterraneo, e se ne impadronisce. Superato questo punto di forte difesa, Giuliano, abbattendo tutti gli ostacoli che gli si paran davanti, giunge ad un immenso canale, già scavato da Traiano per mettere in comunicazione navigabile l’Eufrate col Tigri. Libanio ci dice che Giuliano già conosceva, per lo studio dei documenti, l’esistenza di questo canale, così che i prigionieri, da lui interrogati, trovarono inutile di fingere l’ignoranza alle sue domande, e gli rivelarono tutti i dettagli della costruzione¹⁴⁰. I Persiani avevan chiuso e parzialmente otturato il canale. Ma a Giuliano quella via era preziosa, onde entrare, con tutta la flotta, nel Tigri. Egli, dunque, fa riaprire il canale, in cui fluiscono le acque dell’Eufrate, portando le navi imperiali, ch’egli fa seguire dall’esercito, il quale, passato su di un ponte il canale, va ad accamparsi sulla destra del Tigri. La sinistra era fortemente difesa dai Persiani e di difficile accesso. Ma l’audace imperatore pensa di assalirla e di conquistarla. Tutti i suoi capitani sconsigliano l’imprudente tentativo. Giuliano non si smuove. Di notte, manda alcune navi, con pochi volonterosi audaci, a sorprendere il campo nemico. Ma il nemico è vigile, e, gittando materie incendiarie, infiamma le navi. Il grosso dell’esercito che, sull’altra sponda del Tigri, aspettava ansiosamente il cenno per imbarcarsi, crede perduto il drappello valoroso. Quand’ecco Giuliano, con la sua solita prontezza di spirito, percorrendo la fronte e gridando: — Vittoria, vittoria! Quelle fiamme sono il segno convenuto che il colpo è riuscito, che la riva è nostra — trascina con sè i soldati che si precipitano alle navi, ed, attraversato il Tigri, si trovano di fronte i Persiani, e sono costretti a combattere¹⁴¹. Ne viene una grande battaglia che, dopo molte ore, si risolve in una completa vittoria per l’esercito romano. Giuliano che, durante la giornata, aveva compiuto prodigi di valore e di abilità tattica, può ormai credersi al termine di una gloriosa campagna che rammenta i fasti antichi e pare segni veramente il rifiorimento dell’impero.

¹³⁸ _Amm. Marcell._, II, 11, 22 sg. — _Zosimo_, 243, 7 sg. — _Liban._, I, 597-98.

¹³⁹ _Amm. Marcell._, II, 12, 33 sg. — _Zosimo_, 245, 1 sg.

¹⁴⁰ _Liban._, 604, 10 sg.

¹⁴¹ _Amm. Marcell._, II, 22, 15 sg. — _Zosimo_, 255-58.

Ma qui avviene un fatto strano, impreveduto, un fatto terribilmente funesto che basterebbe, anche solo, a provare come fosse poco equilibrata la mente di quel giovane geniale. La campagna si poteva dire guadagnata. Giuliano si trovava alle porte di Ctesifonte, la capitale persiana. Questa città era difesa da un esercito sconfitto; il prestigio militare di Giuliano era, per sè stesso, l’arma più potente. In ogni modo, il vincitore di Pirisabora, di Maiozamalca, l’audacissimo fra i condottieri non poteva arretrarsi davanti all’ultimo sforzo. Che fa, invece, Giuliano? Si ferma cinque giorni ad Abuzata, presso il campo della sua vittoria, e vi raccoglie un consiglio di guerra. E questo è unanime nel dissuadere l’imperatore a tentare la presa di Ctesifonte, perchè, si dice, sarebbe pericoloso impegnare l’esercito in questa operazione, mentre potrebbe sopraggiungere il re Sapore, col suo esercito, che, fino allora, era stato lontano dai luoghi dell’azione¹⁴². Quel Giuliano che non dava mai retta ai consigli altrui, che non obbediva nemmeno agli auguri, se non quando predicevano ciò ch’egli desiderava, che, malgrado le preghiere, gli scongiuri di tutti i suoi generali, aveva tentato l’arrischiatissimo passaggio del Tigri, questa volta si arrende e rinuncia, per un pericolo ipotetico, a quell’ultimo atto della guerra che pareva dovesse esserne il termine glorioso. Ciò vuol dire che l’abbandono di Ctesifonte era già prestabilito nell’animo di Giuliano. Ma perchè? Forse l’inquieto avventuriero era già stanco dell’impresa persiana, che ormai gli sembrava troppo facile, o, almeno, aveva perduto per lui il fascino dell’ignoto. La gloria di Alessandro balenava ai suoi occhi. Le sue aspirazioni non si fermavano all’Eufrate ed al Tigri; i fiumi dell’India lo chiamavano con un’attrattiva potente appunto perchè vaga e lontana. — Tendeva il pensiero ai fiumi dell’India — dice Libanio¹⁴³.

¹⁴² _Amm. Marcell._, II, 25, 22 sg. — _Zosimo_, 258.

¹⁴³ _Liban._, I, 610, 3. ἔτεινε τον λογισμὸν πρὸς τοὺς Ινδῶν ποταμούς.

Ora, la difficoltà di procedere alla presa di Ctesifonte era un buon pretesto per slanciare l’esercito nell’avventura di un’impresa in terreni ignoti. Infatti, se era difficile andar avanti, era non meno difficile tornare indietro, facendo risalire alle molte navi la corrente del Tigri e dell’Eufrate. Ci sarebbe voluto, dice giustamente Libanio, la metà dell’esercito, impiegata al rimorchio, ciò che avrebbe lasciata indifesa agli assalti dei Persiani tutta la spedizione¹⁴⁴. Ed allora Giuliano fa questo piano, ancor più folle che audace — abbandonare le vie fluviali che erano state fino allora la sua base d’operazione, bruciare la flotta con tutte le provviste, onde impedire che cadesse in mano del nemico, e gittarsi nell’interno del paese, dove sapeva di trovare terre fertili, erbaggi e messi abbondanti. Senza credere all’esistenza di quel complotto persiano, di cui parla Gregorio di Nazianzo¹⁴⁵, e di cui egli, con scherno vittorioso, addita, in Giuliano, la vittima stolta, si può ammettere la probabilità, riconosciuta anche da Ammiano¹⁴⁶, che guide ignoranti o false abbiano illuso e traviato l’infelice imperatore, sempre troppo facile a credere ciò che gli andava a genio. Stabilito il piano, con quella prontezza di risoluzione, che era un elemento di riuscita nelle buone idee, ma un precipizio di rovina nelle cattive, Giuliano lo mette in esecuzione. Abbrucia tutta la flotta con le sue immense provviste, non conservandone che dodici da portar seco per la costruzione dei ponti, ed abbandona, con tutto l’esercito, la sponda sinistra del Tigri.

¹⁴⁴ _Idem_, II, 610, 10.

¹⁴⁵ _Gregor. Naz._, 115, D.

¹⁴⁶ _Amm. Marcell._, II, 26, 5.

La stella di Giuliano è tramontata. Egli non ha che pochi giorni di vita, e son giorni di ansie terribili, glorificati da un eroismo che nella sventura giganteggia. Le guide lo tradiscono, e l’esercito erra senza direzione. La sua posizione è resa gravissima dalla condotta del nemico. I Persiani, veduto l’errore di Giuliano che si era, da sè stesso, privato della sua base d’operazione, si guardan bene dal venire a nuova battaglia, ma sistematicamente si accingono ad incendiare ed a distruggere le erbe ed il grano delle regioni circostanti, così da affamare l’esercito romano, il quale soffriva insieme pel calore eccessivo, per le morsicature degli insetti e per la piena delle acque¹⁴⁷. Non giungendo gli aspettati aiuti dall’Armenia, Giuliano, vedendo impossibile mantenere il suo proposito, si risolve di ritirarsi piegando al Nord, per modo da raggiungere paesi più temperati, che avrebbero offerto all’esercito il necessario sostentamento. La marcia dei Romani procede per alcuni giorni difficilmente, in un paese devastato, disturbata continuamente dai Persiani che attaccano la retroguardia o i drappelli isolati. L’esercito del re Sapore segue ormai da presso i Romani in ritirata, e l’enorme polverio che si solleva all’orizzonte è indizio della sua presenza. Finalmente, nel piano di Maranga, si viene a battaglia¹⁴⁸. È bello leggere in Ammiano, che assisteva alla battaglia, la descrizione dell’esercito persiano, in cui si trovavano due figli del re e molti satrapi, delle armature meravigliose, degli arcieri infallibili, degli elefanti spaventosi. Davanti a questo pauroso spettacolo, Giuliano riacquista tutta la sua prontezza di spirito e l’audacia sicura del _concitato imperio_. Per impedire ai famosi arcieri persiani di far strage da lontano dei suoi soldati, raccoglie in un denso nucleo gli invincibili fantaccini di Roma e della Gallia, e fa una carica a fondo sulla fronte del nemico che non sostiene l’urto e si volge in fuga, lasciando il terreno coperto di morti. Una grande vittoria, ma una vittoria inutile. Pei tre giorni consecutivi l’esercito di Giuliano sta tranquillo negli accampamenti, per ristorarsi e curar le ferite. Nella notte del terzo giorno, Giuliano, che partecipava a tutti gli stenti dei suoi soldati, si alza dal duro giaciglio. Come al solito — mirabile serenità di spirito — stava scrivendo e meditava su di un libro di filosofia, quand’ecco gli appare un fantasma. È quel medesimo Genio che a Parigi, nella notte della sua proclamazione, gli aveva imposto di accettar la corona imperiale. Giuliano or lo rivede, ma mesto e col volto dimesso uscir dalla tenda e abbandonarlo. Il forte uomo non si scoraggia. Sia fatta la volontà degli dei, egli dice in cuor suo, ed esce a cielo scoperto, ed ecco una stella cadente, di singolare splendore, attraversar il cielo e svanire. All’alba egli chiama gli aruspici etruschi per chieder loro che voglia dire l’apparizione di quella stella evanescente. È un segno funesto, rispondono gli aruspici. Ogni impresa, ogni tentativo deve, per quel giorno, essere sospeso¹⁴⁹. Ma Giuliano, che era superstizioso più per sistema che per convinzione, e che non mancava mai di interrogare gli auguri, salvo a far ciò che già prima aveva deliberato, muove l’esercito, appena è chiaro il giorno. La lunghissima schiera era già in marcia, con opportune difese sui fianchi, e Giuliano si trovava all’estrema avanguardia, quando gli si reca l’annuncio che la retroguardia è stata assalita dai Persiani. L’imperatore senza indugiare a vestirsi la corazza, afferra uno scudo, vola a portar aiuto ai suoi quando ecco apprende che anche l’avanguardia, da lui appena lasciata, è stata assalita. Ritorna indietro per rinfrancarla ed ordinarla, ed ecco anche il fianco riceve l’urto del nemico. Ma il mirabile guerriero è dovunque si addensa il pericolo, incoraggia, dispone, guida all’assalto, e riesce, ancora una volta, a porre in fuga l’esercito persiano. Giuliano, ormai certo della vittoria, si slancia all’inseguimento, ed alzando le braccia, dimentico di essere disarmato, eccita i soldati a tenergli dietro, quando un’asta, scagliata mai si seppe da chi, trapassandogli il braccio, va a conficcarsi nel petto. Egli cerca di strappare il ferro, ma cade da cavallo ed è portato nella tenda. Dopo alcuni istanti, calmatosi lo spasimo, l’eroe vuol ritornare alla battaglia, ma le forze gli mancano e ricade. Intanto la notizia del disastro, diffusasi come un lampo, nell’esercito che adorava il suo imperatore, lo infiamma d’ira e di dolore, e lo spinge alla vendetta. I Persiani sono respinti con perdite enormi, e Giuliano può morire in pace.

¹⁴⁷ _Amm. Marcell._, II, 27, 17 sg.

¹⁴⁸ _Idem_, II, 31, 13 sg. — _Zosimo_, 261.

¹⁴⁹ _Amm. Marcell._, II, 33, 15 sg.

Chi ha scagliato contro Giuliano l’asta mortale? Il sospetto di un tradimento non è del tutto escluso. Infatti, Ammiano ci narra che, alcuni giorni dopo, trovandosi i Persiani sopra un’altura da cui potevan mandare e frecce e parole ai nemici, li insultavano _verbis turpibus_, chiamandoli uccisori del migliore dei principi, perchè, aggiunge lo storico, era corsa la voce che Giuliano fosse perito per arma romana — _Iulianum telo cecidisse romano_ —¹⁵⁰. E, naturalmente, da parte degli amici dell’imperatore, nacque subito il sospetto che il colpo partisse da un cristiano. Guardiamo, infatti, ciò che narra Libanio.

¹⁵⁰ _Amm. Marcell._, II, 47, 20.

La morte di Giuliano è narrata da Libanio in modo concorde con quanto sappiamo da Ammiano. Anch’egli ci dipinge l’imperatore che, nel fitto della battaglia, spinge il cavallo là dove vede maggiore l’impeto del nemico, e manda manipoli di soldati in aiuto dove appare il bisogno, e distribuisce i migliori fra i suoi duci nei punti più combattuti. La vittoria era sicura. «Ahi, esclama Libanio, o dei, o demoni, o mutamenti della fortuna, a quali ricordi io mi vedo condotto! Non è meglio che io mi taccia, e fermi il discorso alla sua parte più gradita?»¹⁵¹. No, continua l’oratore, è meglio che io parli, onde far cessare una notizia non vera intorno alla morte dell’imperatore. Questa notizia è che Giuliano sia stato ferito da un giavellotto persiano. Libanio crede, come or vedremo, che il colpo sia partito da uno dei suoi, ed egli ci fa intendere da un cristiano. Dunque, narra Libanio, i Persiani, stanchi e sfiduciati, stavano per ritirarsi, col proposito di mandare l’indomani a trattar della pace. Se non che, essendo nata un po’ di confusione nell’esercito vincitore, perchè una parte si era spinta troppo avanti in confronto dell’altra che stava ancora sulla difesa, ed insieme oscurandosi il campo di battaglia pei nuvoli di polvere che un vento improvviso sollevava, Giuliano, seguito da un solo soldato di servizio, correva avanti per riallacciare le due parti dell’esercito che si erano slegate, quando un giavellotto lo colpisce, disarmato com’era, ed, attraversandogli il braccio, gli entra nel fianco, e gli infligge una ferita mortale. «L’eroe cadde per terra, e vedendo uscir con impeto il sangue, e pur volendo nascondere il fatto, risaliva tosto a cavallo, e siccome il sangue rivelava la ferita, gridava di non spaventarsene, che non era mortale. Così diceva, ma fu vinto dal fato crudele». Ma chi è stato il feritore? chiede Libanio. Non è stato un Persiano, perchè, sebbene grandi premi fossero promessi a chi avesse provato di aver scagliato il colpo, nessuno si presentò. «Essi, dice amaramente Libanio, ci lasciarono cercare, in mezzo a noi, l’uccisore». E qui viene l’insinuazione contro i Cristiani. «L’uccisore, continua Libanio, dobbiamo cercarlo fra coloro ai quali pesava che Giuliano vivesse — ed eran quelli che vivevano contro le leggi — che già prima lo avevano insidiato, e che ora, potendolo fare, avevano compiuto il misfatto, mossi dal loro animo perverso, il quale si sentiva impotente sotto il regno di lui, sopratutto in ciò che si riferiva alle onoranze degli dei, che essi contrastavano».

¹⁵¹ _Liban._, I, 612, 10 sg.

Sedici anni dopo, Libanio, nel discorso diretto all’imperatore Teodosio, appena chiamato a reggere l’Oriente, per muoverlo a vendicare Giuliano, ritorna alla carica, e, non conoscendo ancora le tendenze cristiane del nuovo imperatore, lo eccita contro i Cristiani, additandoli come i colpevoli. Egli dice che Giuliano fu ferito da un certo Tajeno — ταιηνός τις — che obbediva a un comando superiore, e che si aspettava una ricompensa da coloro a cui premeva che l’eroe morisse¹⁵², e che, in mezzo al pianto generale, ridevano di così grande sciagura. L’allusione ai Cristiani nelle parole di Libanio, è chiara ed evidente; anzi, probabilmente, in origine, non era un’allusione, ma un’affermazione esplicita, perchè quel ταιηνός τις è così singolare, e, nei codici, così oscillante da render molto probabile la supposizione che mani cristiane abbiano alterato il primitivo χριστιάνος τις. Che, del resto, Giuliano fosse stato ucciso per istigazione di coloro a cui premeva fosse abolito il culto degli dei, perchè, finchè questi erano in onore, si sentivano soffocati¹⁵³, era, secondo Libanio, cosa notoria. Sulle pubbliche piazze, negli angoli delle vie, si sussurrava come era stato composto il dramma¹⁵⁴. Ma il silenzio voluto dai successori di Giuliano aveva impedito la rivelazione della verità.

¹⁵² οῖς ην ἑν σπουδῆ τὸν ἄνδρα αποθάνειν. — _Liban._, II, 32, 1 sg.

¹⁵³ ων τιμωμένον απεπνίγοντο. — _Liban._, II, 48, 1 sg.

¹⁵⁴ Και νυν ῆσαν οὶ ὲν γονίαις λέγοντες ὃπως ἃπαν τὸ δρᾶμα συνετέθη.

Queste accuse di Libanio non hanno nessuna sicurezza di indicazione precisa, ed hanno contro di sè il silenzio assoluto di Ammiano e di Zosimo che, non avendo alcun interesse a tacere le colpe dei Cristiani, non avrebbero esitato a farsene rivelatori, quando fossero provate. D’altra parte, nulla vieta di supporre che, nella confusione della battaglia, fra i nembi di polvere che, a quel che dicono tutti i narratori, oscuravano l’aria, l’imperatore sia stato casualmente colpito da un’asta che non era diretta a lui. Però dobbiamo anche riconoscere che non è fuori affatto d’ogni probabilità la supposizione che l’uccisore sia stato un Cristiano, militante fra i soldati imperiali. L’odio dei Cristiani contro questo imperatore che minacciava di strappar loro di mano la vittoria, già conseguita sul mondo antico, era così grande da rendere possibile qualunque eccesso. Del resto, il mondo, cristianizzato nell’apparenza, lo era così poco nella realtà che i delitti di sangue non ispiravano nessuna ripugnanza ed erano, talvolta, non solo tollerati, ma giustificati e lodati dai Cristiani stessi. Di ciò sono prova luminosa le parole dello storico ecclesiastico Sozomene, il quale scriveva circa un secolo dopo la morte di Giuliano. Egli riproduce il passo di Libanio, e poi soggiunge: «Libanio, così scrivendo, vuol farci capire che l’uccisore di Giuliano deve essere stato un cristiano. E, forse, è vero. Poichè non è improbabile che taluno di quelli che si trovavano nell’esercito abbia pensato che i Greci e gli uomini in generale hanno sempre portato al cielo gli uccisori dei tiranni, come quelli che corrono il pericolo di morire per la libertà di tutti, e così animosamente riescono di aiuto ai cittadini, ai congiunti, agli amici. Chi mai, dunque, potrebbe mover rimprovero a chi diventa intrepido pel suo dio e per la religione che gli è cara?»¹⁵⁵. E Sozomene continua dicendo che egli pure nulla sa di sicuro, ma che non c’è dubbio che l’uccisione è avvenuta per volere divino. E narra di visioni miracolose e di predizioni che attestano chiaramente l’intervento della divinità.

¹⁵⁵ _Sozomen._, 517.