L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico
Part 8
¹¹² _Amm. Marcell._, I, 246, 10 sg.
Intanto la posizione militare di Giuliano diventava inquietante. Egli aveva trovate, a Sirmio, due legioni della cui fedeltà verso di lui non era sicuro. Ed egli ebbe il pensiero di liberarsene, mandandole in Gallia. Ma quelle legioni non gradivano punto la nuova destinazione e non la gradiva nemmeno il loro capo Nigrino, natio della Mesopotamia. Esse partirono da Sirmio, ma, giunte ad Aquileja, chiusero le porte della città e si dichiararono, d’accordo con gli abitanti, partigiane di Costanzo¹¹³. Aquileja era città fortissima, il cui assedio avrebbe voluto gran tempo. Giuliano ordina a Giovino, che arrivava dall’Italia col grosso delle truppe, di fermarsi intorno ad Aquileja e di stornare, in qualche modo, il pericolo. Ma, intanto, si oscurava l’orizzonte nella Tracia stessa. Le truppe di Costanzo si riordinavano, e si avvicinavano al passo di Succi, sotto la condotta di Marziano. Se Costanzo arrivava dall’Oriente, prima che Giuliano avesse avuto vittoria degli eserciti vicini, quest’ultimo era perduto. Per verità Libanio non dubita che, anche nel caso di una battaglia fra i due cugini, la vittoria sarebbe stata per Giuliano. «Se anche si fosse dovuta risolvere la lite col ferro, lo scioglimento non sarebbe stato diverso. Solo sarebbe corso il sangue, ma poco e vile. Poichè, all’infuori di poche schiere, guadagnate da Costanzo, tutti i soldati vivevano per te, e pareva che a te corressero per esser da te ordinati e condotti»¹¹⁴. Ma Giuliano non partecipava affatto a tale sicurezza, probabilmente ispirata a Libanio dall’adulazione ed anche dall’affetto pel vincitore. Giuliano, anzi, sentiva la gravità estrema della sua posizione. Risolve d’abbandonare, pel momento, l’espugnazione di Aquileja a cui penserà più tardi, e chiama presso di sè l’esercito indugiante nell’Illiria, esercito fedele e provato nelle ardue campagne barbariche. Con un’attività veramente geniale di capitano e di organizzatore¹¹⁵, si prepara ad una guerra disperata, quando un improvviso avvenimento disperde la tempesta, e lo solleva, d’un colpo e senza contrasto, al sommo della fortuna.
¹¹³ _Idem_, I, 247, 12 sg.
¹¹⁴ _Liban._, I, 415, 18 sg.
¹¹⁵ _Amm. Marcell._, I, 252, 15 sg.
Mentre Giuliano si avvicinava come usurpatore a Costantinopoli, Costanzo trovavasi ad Edessa, impigliato nella guerra contro i Persiani. Ad Edessa arrivava l’annuncio che Giuliano, rapidamente percorsa l’Italia e l’Illiria, aveva già occupato il passo di Succi e stava per invadere la Tracia. Lo stupore ed il furore si alternano nell’animo di Costanzo, ma egli non era uomo di perdersi di coraggio nelle discordie domestiche e civili. Raccoglie l’esercito, espone il tradimento di Giuliano e lo invita a punire il ribelle¹¹⁶. L’esercito lo acclama, ed egli, composte pel momento, come meglio poteva, le difficoltà persiane, manda avanti, con buon nerbo di truppe, i due generali Arbizione e Gomoario, quest’ultimo nemico personale di Giuliano, col proposito di seguirli da presso. Infatti va ad Antiochia, ed impaziente d’ogni indugio, insofferente di riposo, turbato da oscuri presentimenti, riparte tosto per Tarso. Le fatiche, l’ira, l’emozione lo avevano scosso. A Tarso è colto da lieve febbre. Ma egli afferma che il moto deve giovargli, e va avanti e giunge, per via faticosa, a Mopsucrene, al confine della Cilicia. Ne vuol ripartire il giorno dopo, ma non può per la violenza della febbre, e, in breve, muore, designando, si narra, col solo atto generoso di tutta la sua vita, successore suo il cugino, il ribelle Giuliano. Appena spirato Costanzo, si riuniscono i capi dell’esercito, e risolvono di mandare a Giuliano due ambasciatori, Teolaifo ed Aligildo, i quali, in nome dell’esercito stesso, lo invitassero ad assumere, senza indugio, la signoria di tutto l’impero¹¹⁷.
¹¹⁶ _Idem_, I, 255, 13 sg.
¹¹⁷ _Amm. Marcell._, I, 258, 13.
Giuliano, avuta l’inattesa ambasciata, _in immensum elatus_, come dice Ammiano, non pone tempo in mezzo, e muove, con tutti i suoi soldati e con seguito di gente innumerevole, verso Costantinopoli. Era una letizia, un trionfo non mai veduto. Sembrava la processione di un dio. Il passaggio dalle ansie di una guerra terribile, combattuta per l’impero, alla pacifica consacrazione col consenso di tutti, era stato tanto rapido da parere un miracolo. «Quando, narra Ammiano, si seppe, a Costantinopoli, del suo prossimo arrivo, uscì ad incontrarlo il popolo tutto, senza distinzione di sesso e di età, quasi credesse di vedere un’apparizione celeste. Ricevuto, alle Idi di dicembre, fra i devoti omaggi del Senato e gli applausi delle turbe popolari, in mezzo a schiere d’armati e di togati, Giuliano procedeva fra una moltitudine ordinata, e tutti gli occhi si volgevano a lui, non solo per curiosità, ma con grande ammirazione. Sembrava, infatti, un sogno che questo giovane, di figura esigua, già illustre per eroiche imprese, dopo lotte sanguinose con re e con popoli, passando, con non mai vista prestezza, da città in città, dovunque arrivava, avesse facile dominio e pronta adesione d’uomini e di cose, e, finalmente, ad un cenno divino, assumesse l’impero senza nessuna jattura della pubblica fortuna»¹¹⁸.
¹¹⁸ _Amm. Marcell._, I, 266, 23 sg.
Chi mai avrebbe detto che quel sogno, in meno di due anni, sarebbe scomparso, e che questo giovane, a cui pareva si aprisse un avvenire fecondo di gloria e di fortuna, sarebbe, in men di due anni, perito, non lasciando di sè altro ricordo se non quello di aver miseramente sciupate le sue forze e le sue doti meravigliose in un folle tentativo di restaurazione religiosa!
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Giuliano, entrato trionfante a Costantinopoli, volle, per prima cosa, purificare l’ambiente politico e morale. Ma qui egli non ebbe la mano felice, o, almeno, non si mostrò immune dalle abitudini del suo tempo. Si lasciò trasportare dal sentimento della vendetta e sanzionò le condanne pronunciate da una commissione inquirente, da lui nominata, per giudicare gli uomini più influenti del regno di Costanzo, nei quali egli sapeva o supponeva d’aver avuto dei nemici personali. L’onesto Ammiano deplora acerbamente alcune di queste condanne, e ne dà colpa principale ad Arbizione, generale di Costanzo, uomo infido e perverso, che Giuliano aveva avuto il torto di chiamare presso di sè e che, con gli eccessi del rigore e coll’acuire i rancori di Giuliano, cercava di guadagnarsi la grazia del nuovo padrone. Questo triste episodio è una macchia della carriera di Giuliano. Però, siccome i denigratori di Giuliano prendono da ciò argomento ad oscurarne la fama, osserveremo, in primo luogo, che Giuliano, per quanto uomo superiore, pure apparteneva al suo tempo, e, se anche noi vorremmo vederlo più generoso, non possiamo dimenticare che, venuto dopo imperatori crudelissimi come Costantino e Costanzo, egli, in un momento solo e in minima parte, ne ha seguito l’esempio. Delle cinque condanne a morte da lui sanzionate, tre, quelle di Apodemio, di Paolo e dell’eunuco Eusebio, sono approvate anche da Ammiano, tanti e tali erano stati i delitti di quei cortigiani di Costanzo. La condanna di Palladio non appare sufficientemente giustificata, e veramente riprovevole, secondo Ammiano, fu quella di Ursulo, ufficiale preposto alle elargizioni imperiali, che, per la sua parsimonia, era caduto in odio dell’esercito, durante le campagne persiane di Costanzo¹¹⁹. Certamente, Ursulo fu vittima di una vendetta di Arbizione, e Giuliano, con colpevole debolezza, non ha avuto il coraggio di salvarlo. E ne sentì rimorso, e cercò di rovesciare la responsabilità dell’ingiustizia commessa sugli infrenabili risentimenti militari¹²⁰, e, come narra Libanio¹²¹, ne risarcì la memoria, col lasciare alla figlia una gran parte dei beni paterni. All’infuori di queste, non vi furono altre condanne a morte. Quei molti nemici che non avevano cessato di scagliare contro di lui accuse e calunnie furono condannati semplicemente all’esiglio, ciò che dà occasione a Libanio di esaltare la clemenza di Giuliano che li ha risparmiati e si è accontentato di mandarli a vivere nelle isole, dove «aggirandosi solitari avranno imparato a trattenere la lingua»¹²².
¹¹⁹ _Amm. Marcell._, I, 222, 5 sg.
¹²⁰ _Idem_, I, 268, 21.
¹²¹ _Liban._, I, 573 sg.
¹²² _Liban._, I, 573, 10 sg.
Ma, se tali rappresaglie, per quanto giustificate, in parte dai costumi del tempo, e in parte anche dagli spiegabili risentimenti di Giuliano, così ferocemente combattuto in tutta la sua vita, non son certo a lodarsi, e se decisamente riprovevole fu la condanna di Ursulo, pare, invece, degna di encomio la prontezza con cui ha ripulito la Corte di Costantinopoli delle turbe di parassiti che vi vivevano con lauti stipendi ed ammucchiavano ricchezze scelleratamente guadagnate¹²³. Ammiano, che non risparmia i rimproveri al suo eroe, osserva che è stato troppo precipitoso in quest’opera di risanamento e che non ha mostrato lo spirito indagatore e prudente del filosofo. Ma la pittura ch’egli fa della corruzione della Corte di Costanzo può giustificare la radicale epurazione compiuta da Giuliano. Tale epurazione è considerata da Libanio come uno degli atti più lodevoli di Giuliano. La descrizione che il retore d’Antiochia tratteggia della Corte di Costanzo è ancor più spaventosa di quella di Ammiano. «Vi si vedeva una folla oziosa, sfacciatamente mantenuta, mille cuochi, in numero non minore i barbieri, ancor più numerosi i coppieri, sciami di scalchi, di eunuchi, più fitti delle mosche sugli armenti in primavera, e innumerevoli vespe d’ogni specie. E ciò s’intende, perchè per gli oziosi e pei ghiottoni non v’era rifugio tanto sicuro come l’esser iscritti fra i servitori dell’imperatore»¹²⁴. E tutta questa turba viveva e prosperava di prepotenze e di eccessi¹²⁵.
¹²³ _Amm. Marcell._, I, 269, 13 sg.
¹²⁴ _Liban._, I, 565, 12 sg.
¹²⁵ Socrate, lo storico ecclesiastico, parlando dell’epurazione fatta da Giuliano coll’espellere dalla reggia le turbe di cuochi, di barbieri, di eunuchi, di parassiti d’ogni genere, nota come pochi lodassero tali atti del giovane imperatore, mentre i più li biasimavano, perchè col diminuire la magnificenza della reggia, diminuiva insieme il prestigio dell’impero, ed aggiunge un’acuta osservazione; un imperatore, egli dice, può fare il filosofo, però con temperanza e misura, ma il filosofo che vuole far l’imperatore, passa il segno e cade negli spropositi. (_Socrat._ 139).
Finalmente Giuliano potè dare esecuzione al voto più ardente del suo cuore, a quel voto che era il segreto movente d’ogni sua azione. «Venuto il tempo di far ciò che voleva, rivelò gli arcani del suo petto, e, con decreto esplicito ed assoluto, stabilì che si aprissero i templi, che si presentassero le vittime agli altari, e si restaurasse il culto degli dei. E, per rendere più efficaci queste disposizioni, chiamava alla reggia i vescovi dissidenti dei Cristiani, con le loro plebi, e cortesemente li ammoniva che, sopite le discordie, ognuno, senza paura, servisse la propria religione. Giuliano ciò faceva nella convinzione che la licenza avrebbe aumentate le discordie, e così egli non avrebbe avuto, più tardi, a temere una plebe unanime contro di lui. Sapeva, per esperienza, che non vi sono belve tanto feroci contro gli uomini, quanto lo sono i Cristiani fra di loro»¹²⁶. Ritorneremo, più avanti, su questo atto tanto curioso per un imperatore che voleva restaurare il paganesimo. Ora, seguiamolo nella sua vita politica.
¹²⁶ _Amm. Marcell._, I, 271, 4 sg.
Con la sua mirabile attività, Giuliano, nei mesi di sua dimora a Costantinopoli, attendeva all’amministrazione della giustizia e non trascurava le cose militari, munendo di opportune difese e di validi presidii il corso del Danubio, contro i possibili attacchi dei Goti. Lo consigliavano alcuni a tentare un’impresa contro questi barbari, così da debellarli per sempre. Ma egli diceva di voler nemici migliori, ed era, come or vedremo, guidato da un pregiudizio che lo doveva condurre alla rovina.
Intanto la fama della sua potenza e della sua saggezza si spandeva per tutto il mondo, ed a lui giungevano ambascerie dalle più lontane regioni, dall’India e dal misterioso Oriente, dal Settentrione e dalle regioni del Sole apportatrici di omaggi e doni, chiedenti pace ed amicizia¹²⁷.
¹²⁷ _Amm. Marcell._, I, 273, 11 sg.
Ma Giuliano non era uomo da vivere contento e tranquillo in una così grande fortuna. Egli sognava ardue imprese e gloria. Erano, come già vedemmo, due uomini in lui, il pensatore e l’uomo d’azione, i quali portavano, nell’esercizio delle loro facoltà, la medesima irrequietudine e la medesima intensità di vita. Il pensiero di risollevare l’Ellenismo, oggetto del suo più vivo affetto, non bastava a riempire la sua esistenza. Il soldato, il capitano volevano la loro parte, e lo spingevano a qualche grande impresa. Ora, Giuliano era uomo del suo tempo, e partecipava alle antiche tradizioni del mondo greco-romano, ed a quel pregiudizio che, insieme al bisogno di fuggire dalla città che gli ricordava i suoi delitti¹²⁸, aveva indotto Costantino a trasportare la capitale dell’impero da Roma a Bisanzio, il pregiudizio che il centro di gravità del mondo civile fosse l’Oriente, per cui lì si richiedevano le maggiori difese, lì era il maggior pericolo, lì doveva conservarsi e salvarsi la civiltà. Le invasioni e i tumulti barbarici, che costringevano gli eserciti imperiali a lotte continue al nord delle Alpi e lungo le rive del Reno e del Danubio, non erano che episodi gravi talvolta, ma che pareva non avrebbero mai compromessa la compagine dell’impero. Giuliano, che pur aveva combattuto, per cinque anni, corpo a corpo, coi Germani, non aveva, neppur lui, misurata la grandezza del pericolo, non aveva presentita la vicina rivoluzione del mondo. Nutrito, fino al midollo, di coltura ellenica, riviveva nel tempo in cui la Grecia aveva salvata la civiltà occidentale, resistendo con immortale eroismo alle armate di Dario e di Serse. L’idea di rinnovare quelle lotte gloriose e di sconfiggere la potenza persiana, che riappariva minacciosa, aveva per lui un’irresistibile attrattiva. Eppure, egli era vittima di un’illusione. La Persia era una forza pressochè esaurita, e che, in ogni modo, sarebbe stata sempre incapace di porre a serio repentaglio la sicurezza dell’impero. Ben altro era il pericolo barbarico. Un imperatore di genio avrebbe dovuto cercare di andar alla radice del male, togliendo l’impero alla minaccia di invasioni distruggitrici. Se Giuliano, seguendo l’illuminato consiglio che dalla Gallia gli mandava il fido Sallustio¹²⁹, avesse lasciato in pace i Persiani, e poi, passando il Danubio, avesse radicalmente domati i Goti, e collocato, nel centro della Pannonia, un organismo di civiltà e di colonizzazione che impedisse il movimento delle orde orientali sui popoli germanici e il conseguente spostamento di questi dalle loro sedi, egli avrebbe, forse, davvero salvata la civiltà. Oppure, avrebbe potuto ritornare nella sua Gallia, e, padrone assoluto di tutte le forze dell’impero, far di questa un punto di partenza, per l’invasione e la soggezione della Germania, promuovendo a rovescio, cioè, verso la Persia e verso l’India, il movimento di emigrazione che riuscì fatale all’impero ed alla civiltà. Ma Giuliano non vedeva, non pensava che la Persia. Nel 337 il re Shapur o Sapore, come lo chiama Ammiano, aveva presa l’iniziativa della guerra contro l’impero, e Costanzo, durante il suo regno, era stato continuamente afflitto da quella preoccupazione, perchè la guerra si trascinava malamente, senza mai venire ad una definitiva conclusione. Quando Giuliano, apertamente ribelle, mosse contro il cugino, questi, come sappiamo, potè volgersi contro di lui, perchè esisteva col re Sapore una tregua, se non per accordo stabilito, almeno per tacita intesa. Ma le cose eran rimaste in una condizione di incertezza da giustificare, nell’apparenza, l’impresa che Giuliano desiderava di compiere. La campagna infelice, condotta da Costanzo contro i Persiani, nella quale, malgrado la grandezza dei preparativi, egli non aveva data altra prova che di debolezza e di paura, aveva siffattamente aumentato il prestigio del nome persiano da paralizzar del tutto l’energia dell’esercito imperiale. Libanio¹³⁰ fa una vivace pittura dell’avvilimento dei soldati, prodotto dalla coscienza che essi avevano della superiorità dei Persiani. «Era tanto e così fondato in essi il timore dei Persiani, accumulatosi in molti anni, da potersi dire che essi li temevano anche dipinti». È certo che questa condizione dello spirito militare fu, per l’eroico Giuliano, uno stimolo a gittarsi nell’impresa, col proposito di risollevarlo mercè il vigore della condotta e l’esempio del valore, come, infatti, gli riuscì. «Questi uomini così avviliti quell’eroe, li condusse contro i Persiani. Ed essi lo seguirono, memori ancora dell’antico valore, e persuasi di attraversare intatti anche il fuoco, pur che seguissero i suoi consigli».
¹²⁸ _Zosimi Historiae_ — recensuit Reitemeier, pag. 151.
¹²⁹ _Amm. Marcell._, I, 316, 15 sg.
¹³⁰ _Liban._, I, 593, 5 sg.
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Risoluto di portarsi, col suo esercito, sull’Eufrate, l’imperatore lascia, nell’estate del 362, Costantinopoli, e va prender dimora ad Antiochia, onde esser più vicino al teatro della guerra, e farne il centro dei grandi preparativi che, nella sua sapienza delle cose militari, ben sapeva necessari all’audace impresa. Percorre, nel viaggio da Costantinopoli ad Antiochia, una regione a lui nota e cara. Si ferma a Nicomedia, e piange col popolo la rovina della già splendida città, presso che annientata dal terremoto, e rivede antichi amici e compagni di studio. Tocca Nicea, e fa una gita a Pessinunte onde visitare e venerare l’antico santuario della Madre Cibele. E qui, nella notte, l’infaticabile uomo scrive il suo lungo discorso intorno alla Madre degli dei, uno dei principali documenti della sua dottrina mistica e mitologica. Poi, passando per Ancira e Tarso, entra in Antiochia, _orientis apicem pulcrum_, come la chiama Ammiano che vi era nato, accolto fra immense acclamazioni, che lo salutavano come un astro salutare novellamente acceso in Oriente.
Giuliano rimase ad Antiochia dall’agosto del 362 al marzo del 363. Questi pochi mesi costituiscono uno degli episodi più interessanti della vita di Giuliano. Antiochia era una città di piaceri e di lusso. La sua popolazione mobile d’animo, leggera, rumorosa e maldicente, di null’altro desiderosa che di svaghi e di spettacoli, aveva accolto con entusiasmo il giovane imperatore, perchè aveva supposto di trovare in lui un promotore di divertimenti, un esempio di dissolutezza. Il disinganno è stato profondo ed acerbo. Giuliano amministrava la giustizia con somma equità e temperanza; egli stesso si occupava delle condizioni economiche della città, regolava i prezzi delle derrate, curava l’approvvigionamento, provvedeva ai bisogni edilizî, era infine, un sovrano esemplare, ma viveva, insieme, con sì grande severità di costumi, mostrava un tale aborrimento degli spettacoli pubblici, si sprofondava, con una così assorbente intensità di volere e di lavoro, nei suoi doveri civili e militari, che i frivoli Antiochesi passarono ben presto dalla meraviglia allo scherno ed al disprezzo. Quel giovane che rifiutava tutte le mollezze del lusso orientale, che affettava la rozzezza nel portamento e nel vestire, che portava la barba, che non aveva nessuno dei requisiti che essi si erano imaginati di trovare in lui, divenne per loro cordialmente antipatico e, siccome ben si sapeva che l’impertinenza sarebbe rimasta impunita, i poetastri e i libellisti approfittarono dell’indulgenza dell’imperatore e sparsero per Antiochia satire ed epigrammi che formavano la delizia della frivola città. Ma Giuliano, se non ha puniti gli impertinenti, come altri sovrani avrebbero fatto, ne prese una vendetta allegra, che sarà, più tardi, argomento del nostro studio.
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Finalmente, compiuti con ansia febbrile i preparativi, distribuite le truppe nelle varie stazioni, fatti immensi e solenni sacrifici a Giove, nel marzo del 363, Giuliano parte da Antiochia diretto all’Eufrate. Poco prima di partire, aveva ricevuta una lettera del re di Persia, il quale, sgomentato dalla fama guerresca del giovine imperatore, lo pregava di accogliere una sua ambasceria e di comporre, con un trattato, il loro dissidio. «Tutti — scrive Libanio — applaudendo e compiacendoci, gridavamo che accettasse. Ma egli, gittando via con disprezzo la lettera, disse che sarebbe stato il più vile dei partiti il venir a trattative col nemico, mentre giacevano al suolo tante città distrutte. E rispose non esservi bisogno di ambasciatori, giacchè fra breve, egli stesso, sarebbe venuto a vedere il re...»¹³¹. Superba risposta, indizio eloquente del completo acciecamento, della folle ostinazione dell’apostata invasato che la mano di Dio, dicevano i Cristiani, spingeva al precipizio. Al re d’Armenia, suo alleato, raccomanda di tenersi pronto per eseguire gli ordini che verrà a ricevere. Nel lasciar Antiochia, nomina prefetto di Siria un severo amministratore, Alessandro, affermando che solo la severità ed il rigore potevano tener in pace l’insolente città, ed alla folla che lo accompagnava alle porte, e gli augurava felice ritorno, pentita del suo contegno verso di lui, rispondeva acerbamente che non l’avrebbero mai più veduto, perchè, ritornando dalla Persia, avrebbe svernato a Tarso. Non pare che gli Antiochesi si rassegnassero a questa specie di decapitazione, minacciata alla loro città, poichè da una lettera di Giuliano a Libanio, in cui narra il suo viaggio fino ad Jerapoli, vediamo che a Litarbo, la sua prima tappa, fu raggiunto dal Senato d’Antiochia, col quale egli ebbe una segreta conferenza. Giuliano non ne dice il risultato, riservandosi di parlarne a Libanio, se gli dei gli concederanno il ritorno¹³². Ma è certo che vi si trattò della pace fra l’imperatore e la città; pace, la cui conclusione stava tanto a cuore del retore antiochese che, onde promuoverla, scriveva due discorsi, l’uno agli Antiochesi, per indurli al pentimento delle offese fatte all’imperatore, l’altro all’imperatore stesso per indurlo al perdono.
¹³¹ _Liban._, I, 577, 7 sg.
¹³² _Iulian._, 516, 4.