L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico

Part 7

Chapter 73,691 wordsPublic domain

Che Giuliano nutrisse il presentimento ed il desiderio del suo alto destino, e che, pertanto, non sia stato del tutto estraneo al movimento soldatesco che lo ha portato al trono, si vede anche dalla lettera, diretta al fidato suo medico Oribasio, datata dagli ultimi tempi del suo _cesarato_⁸⁶. Il sogno che vi è narrato è troppo chiaro per non essere l’espressione di un pensiero che già covava nella mente del sognatore. «Il divino Omero dice che due sono le porte dei sogni, e che, quindi, diversa è la fede che meritano le loro predizioni. Ma io credo, che tu, questa volta più che altra mai, hai veduto bene nel futuro. Poichè io stesso oggi ho avuto una visione simile alla tua. Mi pareva di vedere un alto albero, piantato in una vastissima sala, piegarsi a terra, e, dalle sue radici, sorgere un altro piccino, tutto a fiori. Io era in gran pena pel piccino, temendo che lo si recidesse col grande. Mentre mi avvicino, ecco il grande albero è disteso al suolo, ma il piccino è ritto e guarda il cielo. A tale vista, ansioso esclamai: — Quell’albero è caduto! E c’è pericolo che neppure il rampollo possa salvarsi! — Allora, uno, che mi era del tutto sconosciuto, disse: — Guarda bene, e fatti coraggio. La radice è rimasta nella terra, e il piccino è salvo e si consoliderà sicuramente».

⁸⁶ _Iulian._, 494, 20 sg.

Che questo medico Oribasio abbia avuto una parte importante nei maneggi che precedettero l’elezione di Giuliano, e che egli abbia adoperata la sua influenza ad accendere nel principe l’aspirazione alla dignità imperiale, non è improbabile, ed è affermato esplicitamente da Eunapio nella vita di Oribasio stesso⁸⁷. Parrebbe, anzi, che Oribasio, nelle memorie da lui lasciate, si vantasse della parte avuta nell’avventura, aumentando la responsabilità dell’iniziativa in Giuliano, più di quello che ammettono Giuliano stesso ed Ammiano, pei quali la ribellione non sarebbe stata che un atto di necessaria difesa. Un fatto curioso e che può essere sintomatico è che Giuliano, a quel che narra Eunapio⁸⁸, fece venire dalla Grecia in Gallia il gran sacerdote dei Misteri, l’ierofante, come si chiamava, e non si risolvette alla ribellione se non dopo aver compiuto con lui, nel massimo segreto, i riti sacri. Oribasio e il fido Evemero erano soli nella confidenza. Conoscendo l’animo superstizioso di Giuliano, reso ancor più superstizioso dagli insegnamenti avuti da Massimo, ben si comprende come egli volesse consultare gli dei, prima di risolversi, e come, quindi, gli riuscisse preziosa l’opera dell’ierofante. Ma la circostanza d’averlo fatto venire dalla Grecia a Parigi non può a meno di far nascere il sospetto della premeditazione. In ogni modo, son troppo scarsi i dati per poter innalzare con essi un edificio sicuro. Il meglio per noi è di attenerci alle narrazioni così precise e vivaci che troviamo nel Manifesto agli Ateniesi e nella storia dell’onesto ed imparziale Ammiano.

⁸⁷ _Eunap._, 104.

⁸⁸ _Idem_, 53.

Quei moderni difensori di Costanzo, di cui già parlammo, e primo fra questi il Koch, in quel suo studio che è scritto con critica acuta e con grande erudizione, voglion vedere, nella rivolta di Parigi, una commedia di Giuliano, il quale vi avrebbe trovato il pretesto per ribellarsi apertamente all’imperatore. Se non che, pur non badando a quell’accento di verità che risuona nella parola di Giuliano, l’analisi, dirò così, psicologica degli uomini e della situazione persuade ogni osservatore spregiudicato, e che non sia ispirato dal demone dell’ipercritica, che il torto, in questo storico dissidio fra i due cugini, è intieramente dalla parte di Costanzo. Prima di tutto ricordiamo come sia impossibile togliere a quest’ultimo la responsabilità di quello spaventoso delitto che fu la strage della famiglia costantiniana, da lui voluta o tollerata alla morte del padre Costantino, quel delitto per cui Giuliano poteva pubblicamente chiamarlo «l’assassino del padre mio, dei fratelli, dei cugini, potrei dire il carnefice di tutta la nostra comune famiglia e parentela»⁸⁹. Contro un uomo siffatto sono giustificate le più nere prevenzioni. Sospettoso di tutto e di tutti, Costanzo era sempre pronto ad aprire l’orecchio ai calunniatori. Primo, fra questi, quell’eunuco Eusebio, che gli stava al fianco, come ispiratore d’ogni suo atto, che lo spingeva sempre più avanti nella crudeltà, a cui naturalmente tendeva, e che fu il suo cattivo genio⁹⁰. Costui lo aizzava contro Giuliano, in cui vedeva un temibile successore all’impero. Provava per lui quell’odio che le anime basse hanno naturalmente per gli uomini generosi e forti. Eusebio rappresentava la corruzione e il vizio regnanti nella Corte; Giuliano l’onesta semplicità e la rettitudine dello studioso, vissuto, lungi dagli intrighi, nell’ambiente puro di aspirazioni ideali. Eusebio doveva guardare l’avvicinarsi di Giuliano come il principio della sua rovina. Egli, pertanto, non cessava dal versar veleno nell’animo del credulo e perverso Costanzo. Se non fosse stata la salutare azione dell’imperatrice, Giuliano non sarebbe scampato ai sospetti del cugino. Certo, quei sospetti tacquero, per un istante, sotto la minaccia crescente delle invasioni germaniche, e Costanzo si lasciò persuadere dalla moglie a mandare il cugino in Gallia. E vogliamo anche ammettere che, sulle prime, fosse in buona fede, poichè, dopo tutto, ciò che più importava pel momento era di metter freno all’irrompere dei nemici. Ma i sospetti dovevano riaccendersi pei successi ottenuti da Giuliano e per la gloria che a lui ne veniva. E ripresero forza le influenze malvage che attorniavano l’imperatore, influenze che, scomparsa per morte la bella Eusebia, non avevano più ritegno. A me non par dubbio che l’ordine improvviso e sconsigliato con cui Costanzo, d’un tratto, chiamava in Oriente la parte migliore dell’esercito di Gallia fosse ispirato dal desiderio di mandar Giuliano a perdizione. Certo, la posizione di Costanzo, in Oriente, dopo la caduta d’Amida era scabrosa⁹¹, e la Mesopotamia correva pericolo di essere interamente invasa dai Persiani. Ma non erano i soldati che mancavano a Costanzo, mancava una saggia direzione della guerra, direzione resa impossibile dalle insinuazioni calunniatrici degli eunuchi che circondavano l’imperatore, dei quali Ammiano ci fa una così curiosa pittura⁹². In ogni modo, se Giuliano era riuscito, col suo valore, a rigettare i Germani al di là del Reno ed a ridare la pace alla Gallia, la sua posizione rimaneva pur sempre pericolosa, e non era dubbio che, lasciata la Gallia non sufficientemente difesa, le invasioni sarebbero ricominciate⁹³. Costanzo, lasciando il Cesare indebolito davanti al pericolo risorgente, voleva ch’egli pure avesse la sua parte della vergogna di cui la caduta di Amida lo aveva coperto in Oriente.

⁸⁹ _Iulian._, 362, 8 sg.

⁹⁰ _Amm. Marcell._, I, 269, 6 sg.

⁹¹ _Amm. Marcell._, I, 198, 5 sg.

⁹² _Idem_, I, 153, 20 sg.

⁹³ _Idem_, I, 217, 20 sg.

Ma la considerazione più forte è che Giuliano, se non fosse stata evidente l’intenzione ostile dell’imperatore contro di lui, non si sarebbe ribellato, perchè non avrebbe avuto nessun interesse a farlo. In posizione eminente, unico rampollo della famiglia di Costantino, giovanissimo, pieno di gloria, adorato dai soldati, Giuliano non aveva che da aspettare. Costanzo, più vecchio di lui di quindici anni, non aveva figli. L’impero gli sarebbe caduto nelle mani naturalmente, mentre la ribellione lo esponeva ai pericoli di una guerra civile, la quale assai probabilmente sarebbe finita con la sua catastrofe. Pare, pertanto, non possa esser dubbio che Giuliano sia stato trascinato alla ribellione dalla necessità della propria salvezza. Piuttosto che abbandonarsi alla sorte che gli pendeva sul capo, decise di affrontare il pericolo. Può darsi che, nei preparativi della ribellione, egli abbia avuto una parte maggiore di quella che vorrebbe far credere. Ma sarebbe ingiustizia il farne risalire a lui la responsabilità.

Di ciò io sono tanto convinto che non esito a credere nella sincerità dei tentativi di accordi e di transazione da lui fatti con Costanzo, onde evitare la guerra civile. Era troppo grande il rischio, troppo incerta la sorte di un urto fra i due rivali, perchè Giuliano, nella temperanza e nella chiarezza del suo giudizio, non dovesse cercare ogni mezzo per evitarlo. E che egli lo facesse, con accettabile larghezza di proposte, lo dimostra Ammiano e lo confermano le parole stesse di Giuliano.

Ammiano ci dà il testo della lettera che Giuliano scrisse a Costanzo per dargli notizia degli avvenimenti e proporgli condizioni accettabili. Le condizioni erano queste. — Costanzo doveva riconoscere e sanzionare quanto era avvenuto; Giuliano si obbligava a mandargli ogni anno degli aiuti d’uomini e di cavalli. Costanzo avrebbe nominato il Prefetto del pretorio, come a dire il primo ministro della Gallia, ma tutti gli altri impiegati militari e civili sarebbero stati nominati da Giuliano. Nel finire la sua lettera, Giuliano dimostra l’inopportunità ed il pericolo del disegno di portare in Oriente le truppe galliche, abituate ai loro paesi ed ancor necessarie alla difesa della Gallia stessa, ed esprime la speranza che la concordia dei due principi giovi alla loro gloria ed alla salute dell’impero⁹⁴.

⁹⁴ _Amm. Marcell._, I, 215, 10 sg.

I due messi di Giuliano, Pentadio ed il fidato Euterio, raggiungono Costanzo a Mazaca, città della Cappadocia, occupato nei preparativi della guerra persiana. Avuta comunicazione, in udienza solenne, della lettera di Giuliano, Costanzo si accende di terribile sdegno, e scaccia gli ambasciatori non volendo nè chiedere nè udir nulla. E manda, come suo ambasciatore a Giuliano, il questore Leona con una lettera, in cui gli ingiunge di contenersi nei limiti della concessa autorità di Cesare, e, in prova della sua risoluzione di non cedere nulla dei suoi diritti, gli presenta un lungo elenco di nuove nomine ai diversi uffici del governo della Gallia⁹⁵. Giuliano, che egregiamente sapeva rappresentare la sua parte di pretendente e di ribelle, riunisce, nel campo militare, i soldati e i cittadini e fa leggere l’editto di Costanzo. Giunta la lettura al punto in cui era detto che a Giuliano doveva bastare l’autorità di Cesare, un immenso e terribile clamore s’innalza d’ogni parte, e gridano tutti, soldati e cittadini: — Giuliano Augusto come lo vogliono la Provincia, l’esercito e la repubblica! — Leona se ne parte vedendo la posizione disperata. Giuliano, in relazione alle condizioni da lui stesso offerte, accetta Nebridio come prefetto del pretorio. Ma cancella tutte le altre nomine di Costanzo, e sceglie, di sua autorità, gli impiegati degli altri uffici⁹⁶.

⁹⁵ _Idem_, I, 219, 15 sg.

⁹⁶ _Idem_, I, 219, 29 sg.

L’instancabile Giuliano non riposa nella nuova e suprema dignità di cui è rivestito. Prima che ricominci l’inverno, ripassa il Reno e conduce una rapidissima e fortunata campagna contro alcune tribù di Franchi, e poi, disposte le opportune difese, va a svernare a Vienna.

Nell’inverno dal 360 al 361, Giuliano è ancora incerto di prendere l’iniziativa della guerra contro Costanzo. Intanto egli celebra, con grande pompa, il quinto anniversario del suo governo nella Gallia, e si mostra al popolo ed ai soldati, cinto il capo di un diadema splendido di gemme. Se non che, in mezzo a questi festeggiamenti, lo coglie una grave sciagura, la morte della moglie Elena, avvenuta, per effetto di un lento veleno, propinatole, al dire di Ammiano⁹⁷, tre anni prima, in Roma, dalla gelosa Eusebia, non tanto, narra lo storico, per ucciderla, quanto per impedirle di mai aver figli. Terribile accusa la quale rischiara di fosca luce il dramma d’amore che pare segretamente intessuto nella burrascosa esistenza del filosofo imperiale⁹⁸.

⁹⁷ _Amm. Marcell._, I, 94, 13 sg.

⁹⁸ Il mistero della morte di Elena fu, dai nemici di Giuliano, adoperato contro la sua memoria, allora che il vilipenderla divenne un titolo di onore e di favori. Noi sappiamo da Libanio come un certo Elpidio, il quale aveva cercato di creare imbarazzi a Giuliano quando era nella Gallia, e di sollevargli contro l’esercito (_Liban._, II, 321, 10 sg.), spargesse la calunnia che Elena fosse stata avvelenata da un medico del seguito di Giuliano, per volere di Giuliano stesso. Libanio insorge, con tutta la forza della sua onesta affezione, contro la stolta menzogna, e, siccome se ne faceva propagatore, in Antiochia, un suo amico e discepolo, Policleto, egli rompe ogni relazione con lui, e non lo riceve più in casa sua (_Liban._, II, 316 sg.). A questo Policleto dirige un discorso per dimostrargli la stoltezza dell’accusa e l’indegnità del calunniatore Elpidio, uomo spregevole per ogni rispetto, che aveva tentato di tradire Giuliano, e da lui era stato perdonato.

A troncare l’incertezza e la preoccupazione di Giuliano, sorge un fatto nuovo, pel quale egli acquista la convinzione di trovarsi esposto al più grave pericolo. Scopre che Costanzo congiurava, a suo danno, coi re barbari, così che, se non pigliava pel primo le mosse, quando ancor gli accordi non erano maturi, avrebbe finito per trovarsi circondato da ogni parte, e costretto a combattere insieme gli eserciti germanici e l’esercito di Costanzo, coalizzati contro di lui. Egli aveva potuto impadronirsi della corrispondenza fra Costanzo ed il re Vadomario, e, con un tranello, era anche riuscito a far prigioniero quel re ed a sventare la trama⁹⁹. «Costanzo — scrive Giuliano agli Ateniesi — istigava i barbari contro di me, mi chiamava suo nemico, e li pagava affinchè devastassero la Gallia. Scriveva ai suoi luogotenenti in Italia di guardarsi da coloro che venivano dalla Gallia, e comandava che si raccogliessero, nelle città vicine ai confini della Gallia, trecento miriadi di medimmi di grano, ed altrettanto ne faceva preparare nelle Alpi Cozie, come se volesse marciare contro di me. Queste non son parole, son fatti constatati. Io ebbi in mano, portate dai barbari stessi, le lettere ch’egli scriveva, e mi impadronii delle preparate provviste»¹⁰⁰. È vero, continua Giuliano, che Costanzo mandava a lui il vescovo Epitteto a promettergli la vita salva e sicura. Ma non faceva parola di accordo e di riconoscimento dei fatti compiuti. E, quanto ai giuramenti di Costanzo, questi erano per Giuliano tanto labili come se scritti sulla cenere. D’altra parte, conclude Giuliano «se, per voler rimanere nella Gallia e per evitare il pericolo, io mi fossi trovato chiuso d’ogni parte, circondato dagli eserciti barbari e preso di fronte dai suoi, io era perduto, e perduto con vergogna, ciò che, pei saggi, è ancor peggio di qualsiasi sciagura»¹⁰¹.

⁹⁹ _Amm. Marcell._, I, 234, 18 sg.

¹⁰⁰ _Iulian._, 367, 27 sg.

¹⁰¹ _Iulian._, 369, 20 sg.

Forse, nell’accusa che Giuliano muove a Costanzo di stringere segretamente accordi coi barbari a suo danno, c’è un po’ d’esagerazione. Stando al racconto d’Ammiano, tutto si riduce all’episodio di Vadomario, e la corrispondenza fra Costanzo ed i re barbari che Giuliano dice d’aver avuto in sua mano sarebbe rappresentata dalla sola lettera di Vadomario, che pur parrebbe, a quanto ne riferisce Ammiano, di non grande importanza. È vero che anche Libanio¹⁰² dà molto peso all’episodio e vi vede l’indizio di una vasta congiura. Ma Libanio, sempre interessante come pittore d’ambiente, non merita gran fede come narratore di fatti, perchè la retorica, troppo spesso, gli prende la mano. Certo, è probabile che Costanzo non rifuggisse dall’idea di avere, in qualche barbaro, un alleato contro l’aborrito cugino, e più probabile ancora che l’astuto Vadomario corresse incontro al desiderio dell’imperatore. Ma è lecito credere, senza fare un gran torto al nostro eroe, che, nelle sue relazioni posteriori, ingrandisse di molto le cose, onde trovarvi la giustificazione della propria condotta. Se, del resto, Costanzo non aveva ancora compiuto quel delitto di lesa patria, egli aveva tutta la capacità del delinquere. E Giuliano ben lo sapeva.

¹⁰² _Liban._, I, 558, 1 sg.

Durante questi mesi di incertezza, passati a Vienna, Giuliano tenne una condotta religiosa che gli è attribuita a colpa grave, come un atto di pretta impostura. Egli era ancora esitante sul momento opportuno di accendere la guerra civile, ma la riteneva ormai inevitabile. Era, dunque, naturale che cercasse di avere, intorno a sè, il maggior numero di fautori, di non crearsi dei nemici che lo disturbassero nella preparazione dell’impresa. Ora, Giuliano, come noi sappiamo, era, già da tempo, convertito al Paganesimo. Per quanto, per ragioni di prudenza, tenesse celata la cosa, pure se ne buccinava intorno, e gli amici dell’antico ne traevano argomento di compiacenza e di speranza. Ma, nelle circostanze difficili in cui si trovava, Giuliano non voleva inimicarsi i Cristiani i quali, probabilmente, già sussurravano contro di lui e ne temevano la vittoria. Ed egli credette necessario di dar loro una soddisfazione che disarmasse il sospetto. Nel giorno dell’Epifania, solennemente festeggiato dai Cristiani di Vienna, Giuliano entrò nel loro tempio e fece atto pubblico di preghiera al dio cristiano: «_feriarum die, quem celebrantes, mense Januario, Christiani Epiphania dictitant, progressus in eorum ecclesiam, solemniter numine orato, discessit_»¹⁰³.

¹⁰³ _Amm. Marcell._, I, 233, 12 sg.

Non si può negare che, in quel momento, la ragione di Stato fosse prevalente, nell’animo di Giuliano, sulla voce della coscienza. E non c’è dubbio che, dal punto di vista religioso, quell’azione sia stata riprovevole. Giuliano non era solo un politico, era un filosofo, un pensatore. La sua coscienza di pensatore e di filosofo doveva protestare contro la transazione. Ma, talvolta, nella vita, le contraddizioni s’impongono e diventa impossibile il sottrarvisi; in quel momento supremo della vita di Giuliano, l’imperatore ed il filosofo venivano ad urtarsi, e la forza delle cose voleva che l’imperatore facesse tacere il filosofo.

Ma questo filosofo, se si può usare tale parola per un mistico entusiasta, riprendeva, nel secreto, la rivincita. Giunto l’istante della risoluzione suprema, Giuliano, prima di riunire i soldati onde annunciar loro la sua partenza per l’Oriente e la guerra dichiarata contro Costanzo, fa segretamente un sacrifizio a Bellona¹⁰⁴. Poi, sentendosi come consacrato e sicuro per l’arrischiata impresa, si presenta all’esercito. Espone il piano di attraversare l’Illiria e di giungere nella Dacia, mentre quelle regioni erano sprovviste di difesa. Là prenderà consiglio su quanto converrà di fare. Chiede ai soldati di serbarsi fedeli a lui che già li ha condotti a tante vittorie. Il discorso di Giuliano è accolto con immenso applauso¹⁰⁵; i soldati, brandendo le spade, giurano solennemente di esser pronti a dar la vita per lui. E, dietro i soldati, tutti i capi e tutti gli impiegati. Il solo Nebridio non volle seguirlo, dichiarandosi troppo legato a Costanzo da antichi benefici ricevuti. Giuliano salva dall’ira dei soldati l’onesto _legittimista_, ma, quando, rientrato nella reggia, lo vede venirgli incontro e chiedergli che, in segno di benevolenza, conceda a lui di stringergli la destra, gliela rifiuta, con un’ironia, non priva d’amarezza, dicendo: — «Credi tu, forse, di poter esser salvato ai tuoi amici a cui tanto premi, se si saprà che tu hai toccata la mia mano? Vattene da qui, e dove vuoi, sicuro»¹⁰⁶.

¹⁰⁴ _Amm. Marcell._, I, 286, 19 sg. — _Iulian._, 369, 1 sg.

¹⁰⁵ _Idem_, I, 238, 12 sg.

¹⁰⁶ _Amm. Marcell._, I, 239, 1 sg.

Risoluta l’impresa contro Costanzo, Giuliano l’eseguisce con una rapidità fulminea e con un’audacia che rivela quale mirabile uomo d’azione diventasse all’occorrenza questo meditabondo sognatore. Non lascia indifesa la Gallia, e la consegna, col grosso dell’esercito, alle mani fidate ed abili di Sallustio. Poi, volendo far credere che si avanzasse sopra Costantinopoli con forze immense, divide i suoi soldati in tre squadre, di cui l’una, sotto il comando dei generali Giovino e Giovio, doveva attraversar l’Italia settentrionale; l’altra, guidata da Nevitta, passar per la Rezia; egli poi, con un manipolo fidato, toccata Basilea, per la selva nera, giungeva alla riva del Danubio¹⁰⁷. La percorreva, finchè, trovato navigabile il fiume, continuava su di esso il suo viaggio, non fermandosi in nessuna città o accampamento, perchè a lui ed alla piccola sua truppa bastavano le provviste che portavano con sè. Intanto, nell’Italia e nell’Illiria, si spargeva la fama che Giuliano, annientati i nemici di Gallia e di Germania, si avanzava con poderoso esercito, e questa voce bastava a gittar lo sgomento e la confusione, ed a far fuggire dalle loro sedi, in quelle regioni, due dei più alti funzionari di Costanzo, già compromessi davanti a Giuliano, cioè, il noto Florenzio e Tauro che aveva tenuto mano agli accordi di Costanzo coi re barbari¹⁰⁸.

¹⁰⁷ _Idem_, I, 243, 23 sg.

¹⁰⁸ _Iulian._, 268, 10.

Libanio narra come Costanzo, non ammettendo nessuna possibile conciliazione, munisse tutte le vie per le quali Giuliano poteva venire dalla Gallia in Oriente. «Ma questi, lasciando che i suoi nemici custodissero le vie comuni, ne percorse una, insolita e breve, e piena di ostacoli, come se Apollo lo guidasse e gli appianasse i passi difficili. Così, sfuggito a coloro che dovevano fermarlo, al momento opportuno, apparve, quasi sorgendo dall’abisso, simile ad un pesce, scampato dalla rete, che si nasconde sotto le onde del mare, non visto da quelli che stanno sul lido»¹⁰⁹. Altrove il retore esprime tutta la meraviglia dei contemporanei per l’audace novità della via, scelta da Giuliano. «Che dobbiamo — egli esclama — ammirar di più? O la tua vigilanza, o il valore dei seguaci, o la nuova via, per la quale, navigando quasi sempre, mentre ti si aspettava per terra, desti segno del movimento a cosa compiuta, o la navigazione attraverso genti barbariche, o la bellezza dei doni che ti portavano sulle sponde del fiume, onde la tua flotta, navigando, si avvicinasse, a loro? Io amo il Danubio, che a me par più bello del bell’Enipeo, più utile del fecondo Nilo, perchè ha sostenuto, sulle sue onde propizie, le navi che portavano al mondo la libert໹¹⁰.

¹⁰⁹ _Liban._, I, 388, 8 sg.

¹¹⁰ _Idem_, I, 417, 2 sg.

Sul basso Danubio, a Sirmio, la capitale della provincia, trovavasi Lucilliano, il quale, raccolti, in fretta e in furia, dalle città vicine, i pochi soldati che poteva, pensava di resistere all’inaspettato invasore. Ma Giuliano, giunto a Bononea, l’attuale Bonistar, vicina a Sirmio, nell’oscurità della notte, scende a terra, e manda Dagalaifo a sorprendere Lucilliano. Il colpo riesce completamente, e Lucilliano è condotto al cospetto di Giuliano. Il generale di Costanzo è stupefatto e tremante, ma Giuliano cortesemente gli presenta a baciare la porpora imperiale. E Lucilliano, rassicurato ed inorgoglito: — È impresa — esclama — incauta e temeraria, o imperatore, arrischiarti con pochi in estranee regioni! — E a lui Giuliano con amaro sorriso: — Serba, risponde, per Costanzo queste parole di prudenza. Io ti ho sporta l’insegna della mia maestà non già perchè voglia i tuoi consigli, ma perchè tu finisca d’aver paura —¹¹¹.

¹¹¹ _Amm. Marcell._, I, 244, 8 sg.

Nella notte stessa, Giuliano si avanza verso Sirmio. Ed ecco i cittadini tutti e i soldati gli escono incontro con fiaccole e fiori, gridandolo Augusto e conducendolo alla reggia. Lieto di questo primo e grande successo, Giuliano, facendo uno strappo alla sua severità, offre al popolo uno spettacolo di corse. Ma, al terzo giorno, impaziente di riposo e di indugio, corre ad occupare il passo di Succi, nei Balcani, ond’essere padrone della strada di Costantinopoli, e lo consegna alla difesa del fido Nevitta. Ridisceso a Nissa, provvede all’amministrazione della seconda Pannonia, che ormai è in suo potere, chiamando a reggerla lo storico Aurelio Vittore, e manda un manifesto al Senato di Roma, onde accusare Costanzo, annunciare e giustificare la sua assunzione all’impero¹¹².