L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico
Part 6
La ritirata di Barbazio aveva sollevati gli animi dei Germani, e fattili sicuri di una completa vittoria sull’esercito di Giuliano. Da un disertore eran venuti a sapere che il Cesare non poteva opporre alla coalizione dei sette re barbari che 13,000 uomini⁶⁹. Pertanto Conodomario, che guidava l’armata barbarica, risolvette di dare un gran colpo e di stabilirsi sulla sinistra del Reno, impadronendosi, con la distruzione del piccolo esercito romano, di tutta la Gallia orientale. Ma le speranze di Conodomario, pur giustificate dalla difficile condizione in cui la defezione di Barbazio aveva lasciato Giuliano, furono mirabilmente sventate dal geniale eroismo del Cesare. Bisogna leggere in Ammiano la lunga descrizione di questa battaglia, per ammirare la genialità soldatesca, la presenza di spirito, l’eroismo del giovane condottiero. L’esercito romano non era che la metà dell’esercito barbarico. Conodomario, «il nefando incendiatore della guerra — dice Ammiano — portante sul capo un elmo fiammante, guidava l’ala sinistra, audace e fidente nella gran forza delle sue membra, sublime sul cavallo spumeggiante, brandendo un giavellotto di spaventosa grandezza, cospicuo pel luccicare dell’armatura»⁷⁰. I barbari avevano la certezza della vittoria. Tentare la battaglia era, da parte dei Romani, prova di singolare audacia. Ma Giuliano, questo filosofo, questo teologo, questo mistico e fantastico pensatore era, per un miracolo che non so quando mai siasi altre volte verificato, un uomo d’azione di strana potenza. Sul campo di battaglia, insieme alla prontezza del colpo d’occhio, aveva, in sommo grado, la facoltà di infondere nei soldati la fiducia, l’ardore della pugna, l’entusiasmo e la gioia del pericolo. Queste doti che rifulgono di singolar luce nella campagna di Gallia, ricomparvero non meno brillanti nella guerra contro i Persiani e sono uno dei lineamenti principali del carattere di Giuliano. Così avvenne che la battaglia di Strasburgo, voluta da lui e condotta con la più abile audacia, finì con una spettacolosa vittoria. L’esercito barbarico fu in parte ucciso nel combattimento, in parte gittato nel Reno. Il terribile re Conodomario, che tentava di fuggire e di nascondersi, fu fatto prigioniero, e, mandato da Giuliano a Costanzo, fu rinchiuso, a Roma, in un carcere sul Monte Celio, dove moriva⁷¹.
⁶⁹ _Amm. Marcell._, I, 98, 11.
⁷⁰ _Idem_, I, 102, 23 sg.
⁷¹ Ammiano, che non prese parte alla campagna della Gallia, ci dà una descrizione così dettagliata della battaglia di Strasburgo, da non lasciar dubbio ch’egli adoperava la fonte di un testimonio oculare. Ora, da due frammenti di Eunapio ed anche, forse, da un passo di Zosimo (3, 2, 8), si può dedurre che doveva esistere una narrazione, scritta da Giuliano stesso, e, forse non solo di questa battaglia, ma anche di una parte almeno della sua campagna contro i barbari. Del resto anche il medico Oribasio, che era al fianco di Giuliano, aveva lasciato delle memorie di ciò che aveva veduto, υπομνήματα di cui Zosimo fece uso.
Di questa vittoria memorabile Costanzo ebbe più dispetto che piacere. Alla corte di Milano si chiamava Giuliano, per ischerno, Vittorino. I cortigiani finsero di dare tutto il merito alle sapienti disposizioni dell’imperatore, e costui si prestò alla stolta adulazione, per modo da lasciare, negli atti imperiali, una relazione della battaglia di Strasburgo, nella quale egli figurava come il tattico glorioso della giornata, dimenticandovi affatto il nome e le gesta di Giuliano «che, dice Ammiano, egli avrebbe profondamente nascosto, se la fama non sapesse tacere le cose gloriose, sian pur molti coloro che le vogliono oscurare — _ni fama res maximas vel obumbrantibus plurimis silere nesciret_»⁷².
⁷² _Amm. Marcell._, I, 110, 25 sg.
Giuliano, per raccogliere i frutti della sua vittoria, passa il Reno, e si spinge nel cuore della Germania, cacciando davanti a sè i barbari atterriti da tanta audacia. E, finalmente, ricostrutto e munito un castello, innalzato da Traiano e poi abbandonato, e stabilita una tregua di dieci mesi con quegli stessi re che avevano combattuto a Strasburgo, ritorna nella Gallia e va a svernare a Parigi. In tutta questa campagna fu così meraviglioso il valore di Giuliano che, dice Ammiano, quasi si può credere a coloro i quali pretendevano che egli cercasse la morte, perchè preferiva cadere combattendo piuttosto che condannato, come il fratello Gallo. Ma una tale spiegazione non vale, continua Ammiano, perchè Giuliano, diventato imperatore, si illustrava con atti che non furono meno meravigliosi ed eroici⁷³.
⁷³ _Idem_, I, 115, 5 sg.
Nei quartieri invernali di Parigi, nella breve sosta che gli è concessa dalla guerra, a che pensa Giuliano? A rivedere i conti finanziari della Gallia, a discutere con Florenzio, il prefetto del pretorio, come sarebbe a dire il ministro delle finanze, per dimostrargli che la Gallia non può tollerare nessun aumento di imposte, e che, del resto, non ve n’era bisogno, perchè il bilancio bastava a tutte le spese necessarie. Il ministro rivolge i suoi reclami all’imperatore e questi esorta Giuliano ad aver fiducia in Florenzio. Ma Giuliano è irremovibile; non vuole neppur leggere lo scritto contenente le proposte di Florenzio, ed, in un momento di sdegno, lo scaglia a terra. Così, per la sua fermezza, la Gallia è salvata dalla rovina⁷⁴. A ragione i popoli della Gallia eguagliavano l’amministrazione di Giuliano ad un sole sereno che risplendeva dopo squallide tenebre.
⁷⁴ _Amm. Marcell._, I, 116, 12 sg.
Il dissenso fra Giuliano e Florenzio, che fu certo una delle cause principali della sfiducia e dei rinascenti sospetti di Costanzo, aveva la sua origine in una ragione più personale di quella che fosse la pubblica amministrazione. Florenzio, seguendo le abitudini del tempo e del governo imperiale, rubava. L’intemerato Giuliano non poteva tollerare la cosa; da qui il proposito, in Florenzio e nei suoi colleghi, di liberarsi dell’incomodo principe. Un episodio, narrato da Libanio, illustra la situazione. «Avvenne — narra maliziosamente Libanio — che un cittadino accusasse di furto un magistrato. Florenzio, come prefetto, faceva da giudice, e, pratico com’era del rubare, ed essendo già stato comperato, espresse il suo sdegno contro l’accusatore, sentendosi compromesso col suo compagno d’arte. Ma, siccome l’ingiustizia era palese, e se ne parlava in pubblico, e ne prurivano le orecchie dell’autore, egli chiamò giudice il principe stesso. Questi, sulle prime, si rifiutò, dicendo che non era cosa di sua competenza. Ma Florenzio insistette, non già perchè volesse una sentenza giusta, ma perchè credeva che Giuliano l’avrebbe pronunciata d’accordo con lui, anche se si trattasse di un’ingiustizia. Ma, quando vide che la verità gli stava più a cuore dei riguardi per lui, ne ebbe gran dispiacere, e calunniando, con lettere, quel personaggio che aveva la massima fiducia di Giuliano⁷⁵, lo fece espellere dalla reggia, come se traviasse il giovane principe al quale, invece, faceva da padre»⁷⁶.
⁷⁵ Costui era Sallustio.
⁷⁶ _Liban._ I, 549, 18 sg.
Noi dobbiamo tener conto di questi fatti singolari che ci rappresentano Giuliano come uno degli uomini più illuminati, più coscienziosi, più giusti che abbia avuto l’antichità. Da questi fatti noi dovremo poi trarre le naturali conseguenze, quando vorremo giudicare, nella sua reale consistenza, l’azione per cui egli è stato come infamato davanti alla posterità, voglio dire il tentativo di restaurazione del Paganesimo.
Le due campagne susseguenti del 358 e del 359 furono, per Giuliano, una serie di successi, pei quali l’audace e fortunato generale, non pago di liberare la Gallia, penetrava nel cuore della Germania, e sottometteva, ad una ad una, le più bellicose tribù. La slealtà dei nemici, che non tenevano i patti, se non atterriti dai castighi, e la difficoltà degli approvvigionamenti, la cui mancanza una volta rivoltava a Giuliano i suoi fidi soldati⁷⁷, gli creavano, ad ogni passo, ostacoli ed impacci da scoraggiare ed abbattere qualsiasi abile condottiero. Ma egli non perdeva mai la presenza di spirito, la sicurezza del colpo d’occhio, l’opportunità dell’audacia, e così riesciva a portare la pace, l’ordine, la prosperità in regioni, ormai da lunghi anni sconvolte e che vivevano sotto la minaccia perpetua di invasioni disastrose. È bello udire con che legittima alterezza, ma, insieme, con quanta dignità, Giuliano parla dei suoi successi militari. «Nei due anni seguenti (la battaglia di Strasburgo) — egli scrive agli Ateniesi — i barbari furono del tutto espulsi dalla Gallia, moltissime città furono risollevate, e navi, in quantità, giunsero dalla Brettagna. Io riunii una flotta di seicento navi, di cui quattrocento da me costrutte in meno di dieci mesi, e con esse risalii il Reno, impresa non lieve, a cagione dei barbari che abitavano le sponde. Florenzio, anzi, credeva la cosa tanto impossibile ch’egli prometteva a quei barbari una mercede di due mila libbre d’argento, pur di aver libero il passo. Costanzo, avendo avuta notizia dell’offerta, mi scrive di darvi esecuzione, a meno che a me paresse troppo vergognosa. E come non lo sarebbe stata, se tale pareva anche a Costanzo, pur avvezzo a patteggiare coi barbari? Ma io non diedi nulla, e marciando contro di essi, con la difesa e l’assistenza degli dei, occupai il paese dei Salii, e scacciai i Camavi, avendo predati molti buoi e donne e fanciulli⁷⁸. Così li atterrii tanto coi preparativi delle mie invasioni, che tosto mi mandano ostaggi, e assicurano il libero passaggio dei viveri. Sarebbe troppo lungo l’enumerare, e lo scrivere, ad una ad una, tutte le cose che io feci in quattro anni. Le riassumo. Tre volte passai il Reno: ricuperai dai barbari venti mila nostri prigionieri che si trovavano oltre il Reno; in due battaglie ed in un assedio presi migliaia di uomini, nel fiore dell’età; mandai a Costanzo quattro schiere di fortissima fanteria, tre un po’ più deboli, due coorti di cavalieri valorosissimi; ora, per la grazia degli dei, io posseggo tutte le città, avendone riprese poco meno di quaranta»⁷⁹.
⁷⁷ _Amm. Marcell._, I, 129, 21 sg.
⁷⁸ In questa campagna contro i barbari renani è interessante il racconto di Zosimo (3, 7) da cui risulta che Giuliano seppe approfittare dell’aiuto offertogli da un brigante famoso, di nome Carietto, episodio curioso di cui tacciono Giuliano ed Ammiano, forse, per non attenuare lo splendore eroico delle gesta cesaree. Questo Carietto fu poi aggregato regolarmente all’esercito romano (Amm. II, 94, 9).
⁷⁹ _Iulian._, 360, 10 sg.
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Or siamo giunti al momento fatale della vita di Giuliano. Sta per maturare l’evento che deve portarlo al vertice della potenza. Mentre il Cesare, nella Gallia e nella Germania, correva di vittoria in vittoria, Costanzo, in Oriente, si dibatteva fra le più gravi ed ingloriose difficoltà, in conseguenza della guerra che, da tanti anni, ferveva contro i Persiani e che minacciava di diventar un disastro per l’impero. L’animo meschino e perverso di Costanzo s’ingelosiva del cugino. Temendo che la continuazione dei suoi trionfi potesse sollevarlo ad aspirazioni d’impero, Costanzo, istigato da Florenzio, a quel che narra Ammiano⁸⁰, pensa di troncargli le ali. A tale intento, manda a Parigi il tribuno Decenzio, coll’ordine a Giuliano di spedirgli, in Oriente, la parte migliore delle sue truppe, le legioni degli Eruli, dei Batavi, dei Petulanti e dei Celti, raccomandando di non frapporre indugi, così che quei soldati possano giungere in tempo di prender parte alla campagna della prossima primavera contro i Parti alleati dei Persiani. Il generale Lupicino doveva condurre quelle truppe. Giuliano prevede che l’ordine dell’imperatore non può eseguirsi senza contrasto e senza pericoli. Quei soldati barbari avevano preso volontario servizio, a condizione di non abbandonare i loro paesi. Era certo che si sarebbero rifiutati a lasciarsi portare nel lontanissimo Oriente, a morire lungi dalle loro famiglie. Lupicino, intanto, era assente, mandato, molto prima, da Giuliano, in Inghilterra, e Florenzio, prevedendo il temporale, si era ritirato a Vienna, e indugiava ad accorrere alla chiamata di Giuliano. Questi si trovava senza consiglieri, solo ad assumere la responsabilità, pressato da Decenzio, che sentiva il pericolo dell’indugio. Infatti, nelle legioni, correva un libello anonimo in cui fra le altre cose si diceva: « — Noi, come colpevoli e condannati, siamo cacciati agli estremi confini della terra, e le nostre famiglie, che, dopo tante sanguinose battaglie, liberammo dalla prigionia, saranno serve per sempre ai Germani»⁸¹. Letto questo libello, Giuliano, onde togliere ciò che pareva fosse pei soldati il maggior sacrifizio, dispone che le famiglie possano seguirli e fornisce i mezzi di trasporto. Decenzio insiste affinchè, dai luoghi circostanti, in cui erano alloggiate, le legioni siano concentrate a Parigi, donde prendere le mosse. Così si fa, e, raccolte le truppe nei sobborghi di Parigi, Giuliano le visita, le esorta, parla ad uno ad uno a quei soldati che personalmente conosce, e cerca di animarli con la previsione della liberalità dell’imperatore e dei premi che li aspettano. Poi raccoglie i capi ad un solenne banchetto, da cui questi si ritirano tristi e commossi, perchè la fortuna inclemente li privava, insieme, di sì giusto condottiero e della loro terra natia⁸².
⁸⁰ _Amm. Marcell._, I, 201, 15 sg.
⁸¹ _Amm. Marcell._, I, 203, 15 sg.
⁸² _Idem_, I, 204, 4 sg.
Tutto pareva ormai tranquillo, ed ogni pericolo di resistenza sventato, quando, nel cuore della notte, le legioni prendono le armi ed, accorrendo al palazzo, lo circondano in modo che nessuno possa fuggire. Con grida immense, proclamano Giuliano _Augusto_, cioè, Imperatore, e, al primo albeggiare, lo costringono a presentarsi e raddoppiano, alla sua vista, il festoso clamore. Invano Giuliano tenta di calmarli, promettendo loro che non avrebbero passate le Alpi, ed assicurandoli del perdono di Costanzo. I soldati s’infuriano di più, e, alzatolo sugli scudi, vogliono che si ponga in capo il diadema imperiale. Egli non ne ha. Ebbene, s’incoroni con una collana di sua moglie. Ma un ornamento femminile non conviene come emblema d’impero. Si prenda il pettorale dorato di un cavallo. Peggio ancora. E, allora, un vessillifero dei Petulanti, strappandosi una collana che portava come segno del suo grado, ne circonda il capo di Giuliano. Questi, che non ha potuto resistere alla pressione dei soldati, si ritira incerto, stupefatto, esitante nella reggia. Ma ecco che, il giorno seguente, fra i soldati, si diffonde la voce che Giuliano è stato segretamente trucidato. E tosto riprendono le armi e furiosi corrono alla reggia, e non si acquetano finchè il nuovo imperatore non viene al loro cospetto, rifulgente delle insegne del potere. Da quel momento, Giuliano assume apertamente la sua posizione, parla ai soldati come imperatore, loro ricorda le imprese insieme compiute, dichiara di confidare intieramente nella loro lealtà, e promette ricompense e promozioni. Egli spera ancora di evitare la guerra civile e di trovare un accordo con Costanzo, ma è risoluto a non indietreggiare, e si dice sicuro di sè stesso e della sua sorte. Anzi, ai più intimi racconta che, nella notte antecedente alla sua proclamazione, gli era apparso il genio dell’impero, e gli aveva detto: «Più di una volta, o Giuliano, io occupai il vestibolo del tuo palazzo, nell’intento di accrescere la tua dignità, ma sempre mi ritirai quasi respinto. Se anche ora non mi accogli, malgrado il parere concorde di tanti, io me ne partirò mortificato e mesto. Ma, tientelo bene in mente, io teco non sarò mai più!»⁸³.
⁸³ _Amm. Marcell._, I, 208, 10 sg.
Di questi avvenimenti interessanti noi abbiamo il racconto, scritto da Giuliano stesso. Nel manifesto, da lui mandato al Senato ed al popolo d’Atene, nel momento in cui, rotto ogni indugio, egli moveva contro Costanzo, il nuovo imperatore narra come sia avvenuta la sua proclamazione. Quel racconto, che ci fa rivivere nella realtà, è, nelle sue linee principali, in completo accordo con quello che ci lasciava Ammiano. Dice Giuliano come egli fosse circondato da spie e da calunniatori, di cui nomina i principali, Pentadio, Paolo, Gaudenzio, Luciniano. A costoro si aggiunge anche Florenzio, in causa dei disaccordi finanziari di cui già trovammo notizia in Ammiano ed in Libanio. Costoro, primieramente, ottengono da Costanzo che sia allontanato il più fidato amico di Giuliano, Sallustio, che conosceva tutti i segreti di lui, e poi istigano l’imperatore a portargli via l’esercito. «Costanzo, forse solleticato dall’invidia delle mie imprese, mi scrive una lettera piena di offese per me, e di minacce pei Celti. E comanda che, senza distinzione, quasi tutte le truppe migliori, siano condotte via dalla Gallia, e affida l’esecuzione dell’ordine a Lupicino ed a Gentonio, e mi ammonisce di guardarmi bene dall’oppormi ad essi. Ma come dirvi ora ciò che gli dei hanno fatto per me? Io aveva in animo — gli dei stessi mi sian testimoni — di gittar via tutti gli splendori e le cure del regno, e di vivere in riposo, lontano dagli affari. Ma aspettava che giungessero Florenzio e Lupicino, il primo dei quali era a Vienna, l’altro in Brettagna. Intanto, cominciava una grande agitazione nei cittadini e nei soldati, e, in una città vicina, si spargeva, nelle legioni dei Petulanti e dei Celti, un libello anonimo, in cui si diceva assai male dell’imperatore; si lamentava l’abbandono della Gallia; e lo scrittore deplorava, insieme, le offese che mi erano fatte. Quel libello produsse in tutti una viva impressione, e i partigiani di Costanzo insistettero, presso di me, con tutte le loro forze, onde facessi partire i soldati, prima che simili scritti si spargessero nelle altre legioni. Non aveva intorno a me nessuno che mi fosse benevolo, ma solo Nebridio, Pentadio, e Decenzio che era venuto a comunicarmi gli ordini di Costanzo. Diceva io che conveniva aspettare Lupicino e Florenzio, ma essi non approvano e affermano che bisogna agire subito, se non voglio agli antichi sospetti aggiungere, come dimostrazione, questo nuovo esempio. E continuavano: — Se tu ora spedisci i soldati, il merito sarà tuo. Venuti quei due, Costanzo non darà il merito a te, ma a loro, e tu sarai accusato... — Si aprivano a me due strade. Io voleva andare per l’una, essi mi costringono a prendere l’altra, nel timore che quanto era avvenuto potesse essere pei soldati un principio di rivolta, e diventare causa di un completo disordine. E, per verità, quel timore non era del tutto irragionevole. Infatti, vennero le legioni, ed io, secondo i presi accordi, andai incontro, e loro annunciai l’imminente partenza. Passò un giorno, durante il quale io nulla conobbi delle loro risoluzioni. Lo sanno Giove, il Sole, Marte, Minerva e tutti gli dei, che, fino alla sera, non mi venne neppur l’ombra di un sospetto. Non fu che tardi, dopo il tramonto, che mi giunse qualche notizia, ed ecco, d’un tratto, la reggia, è circondata, e tutti gridano, mentre io penso a ciò che si dovesse fare, e non credo a me stesso. Io mi trovava solo in una camera vicina a quella di mia moglie, allora ancor vivente. Di là, guardando il cielo, da un’apertura nella parete, mi prosternai a Giove. Diventando sempre più forte il rumore, e gridando tutti, giù nelle sale della reggia, io supplicai il dio di darmi un segno, ed egli me lo diede, e mi rivelò che doveva cedere e non oppormi alla volontà dell’esercito. Malgrado questo segno, io non fui pronto ad arrendermi, ma resistetti finchè mi fu possibile, e non accettai nè il titolo nè la corona. Se non che, mentre a me non riusciva di acquietare nessuno, gli dei, i quali volevano che tutto ciò avvenisse, eccitavano i soldati sempre di più, e ammollivano, invece, la mia risoluzione, così che, verso l’ora terza, non so qual soldato, strappandosi una collana, me ne circondò il capo, ed io entrai nella reggia, sospirando, come lo sanno gli dei, dal profondo del cuore. Io ben sapeva che doveva affidarmi al segnale divino, ma mi doleva assai il parere di non serbarmi, sino alla fine, fedele a Costanzo.
«V’era, intorno alla reggia, molto turbamento. Gli amici di Costanzo, pensando di cogliere una buona occasione, mi tendono un’insidia, e distribuiscono del danaro ai soldati, nell’aspettazione di una di queste due cose, o di vederli dividersi gli uni dagli altri, o gittarsi tutti quanti apertamente contro di me. Essendosi accorto di questo segreto maneggio uno degli ufficiali di servizio di mia moglie, me ne dà tosto notizia, e, quando vede che io punto non me ne incarico, infuriato come un epilettico, si pone a gridare sulla piazza: — Soldati, stranieri, cittadini, non tradite l’imperatore! — Ed ecco che i soldati si esaltano, e tutti, con le armi, corrono alla reggia. Vedendomi vivo, lieti come chi, contro ogni speranza, ritrova un amico, mi circondano, mi abbracciano, mi portano sulle spalle, ed era cosa degna di vedersi, tanto parevano pieni di entusiasmo. Quando mi ebbero in mezzo, mi chiesero di consegnar loro gli amici di Costanzo, onde punirli. Quale lotta io dovetti sostenere per salvarli, lo sanno gli dei!»⁸⁴.
⁸⁴ _Iulian._, 363, 26 sg.
Era proprio completamente sincero Giuliano in queste sue dichiarazioni di innocenza, in queste sue affermazioni di sorpresa e di meraviglia? Si può dubitarne, senza fargli gran torto. La condotta di Costanzo verso di lui era tale da non lasciargli alcun dubbio sulla sorte finale che lo aspettava. Se avesse fatto partire i suoi soldati, egli era un uomo perduto. A lui non restava altra difesa che la ribellione agli ordini ricevuti. Onde salvarsi, doveva dimostrare a Costanzo di avere a sua disposizione una forza maggiore della sua. Che, in tutte quelle esitazioni, in quelle suppliche agli dei, in quelle ripetute proteste, ci sia un po’ di commedia, è naturale il supporlo. Ammiano ci racconta, e Giuliano ci conferma con gran calore, che gli dei gli avevano chiaramente manifestato il loro volere con un miracolo. Ma questi miracoli così opportuni non si verificano se non per coloro che li aspettano, onde sanzionare ciò che già hanno risoluto di fare. I soldati adoravano questo mistico filosofo al quale i gravi studi non impedivano di essere sempre il primo nei pericoli e negli stenti, e che li aveva condotti di vittoria in vittoria. Già, sul campo di battaglia di Strasburgo, avevan voluto proclamarlo imperatore⁸⁵. Allora recisamente rifiutava perchè le circostanze non erano tali da costringerlo all’alternativa di ribellarsi o di perire. Ma i suoi continui successi, in guerra ed in pace, anzichè attenuare, avevano inviperiti i sospetti e la gelosia di Costanzo, così che, per salvarsi, l’eroico Cesare si trovò trascinato ad incoraggiare, se non a provocare, quella proclamazione ad Augusto, a cui, due anni prima, si era risolutamente opposto.
⁸⁵ _Amm. Marcell._, I, 110.