L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico

Part 5

Chapter 53,704 wordsPublic domain

Mentre Giuliano studiava ad Atene, maturavano per lui inaspettati destini. Una congiura militare, supposta, più che scoperta, a Sirmio, in Pannonia⁴⁵, la rivolta di Silvano nella Gallia, domata con la proditoria uccisione di Silvano stesso⁴⁶, e le continue devastazioni perpetrate dai Germani nella Gallia indifesa, avevano spaventato Costanzo. Ondeggiante fra il sospetto e la fiducia, stiracchiato fra diversi consigli, spinto finalmente dalla grandezza del pericolo, e, certamente, premuto da Eusebia, l’imperatore chiamò a Milano il cugino Giuliano⁴⁷. Con quanto dolore lo studente abbandonasse Atene, ce lo narra egli stesso nel suo manifesto agli Ateniesi. «Quale torrente di lagrime io versassi e quanti gemiti, tendendo le mani verso l’Acropoli vostra, e pregando Minerva di salvare il supplice e di non abbandonarlo, lo possono attestare molti di voi che l’hanno veduto, e più di tutti la stessa dea a cui io chiedeva di farmi morire in Atene, prima che partissi. Ma la dea mostrò col fatto di non voler tradire il suo devoto, poichè mi fu sempre guida e mi circondò di custodi, chiamando degli angeli dal Sole e dalla Luna»⁴⁸.

⁴⁵ _Amm. Marcell._, Vol. I, 49.

⁴⁶ _Idem_, Vol. I, 59.

⁴⁷ _Idem_, Vol. I, 64. — _Iulian._, 352, 24 sg.

⁴⁸ _Iulian._, 354, 13 sg. ἡγήσατο γὰρ ἁπανταχοῦ μοι και παρέστησεν απανταχόδεν τοὺς ϕύλακας ἐξ Ηλίου και Σελήνης αγγέλους λαβοῦσα.

Giunto a Milano, si ferma in un sobborgo, e non vuole entrare nella Corte imperiale, malgrado le insistenze dei cortigiani che, presaghi della sua prossima fortuna, gli stavano al fianco, e lo costringevano a meglio curare le vesti ed il contegno, così da trasformare lo studente di filosofia in un soldato ed in uomo di corte⁴⁹. Eusebia, intanto, cercava, con mezzi ripetuti, di infondergli coraggio e confidenza in lei. Egli vorrebbe, invece, persuaderla a rimandarlo da Milano, e le scrive una lettera, anzi una supplica, che finiva così: «Possa tu aver figli, eredi dell’impero, possa dio concederti tutto quanto desideri, ma rimandami a casa più presto che puoi»⁵⁰. Poi riflette a ciò che sta per fare, teme di compromettersi, inviando a Corte una lettera per la moglie dell’imperatore. Nel silenzio della notte prega gli dei di rivelargli ciò che deve fare, e gli dei gli annunciano che, se manda quella lettera, è un uomo morto. Allora Giuliano fa a sè stesso un ragionamento che a lui pare tanto persuasivo, da riprodurlo intieramente nel manifesto agli Ateniesi. «Io penso di oppormi agli dei, e pretendo di giudicare di ciò che devo fare meglio di coloro che sanno tutto. Eppure, la saggezza umana, applicata alle cose presenti, non riesce che a stento ad evitar gli errori... ma la saggezza divina va all’infinito e, tutto vedendo, insegna la via diretta e agisce pel meglio. Gli dei sono gli autori di ogni cosa ed attuale e futura. È, dunque, naturale che essi conoscano il presente. E tosto mi avvidi che ragionavo meglio di prima. E pensando ai nostri doveri, soggiunsi: Tu ti sdegneresti, se qualcuno degli esseri che tu possiedi ti privasse del suo servizio, o chiamato se ne fuggisse via, fosse anche un cavallo, una pecora, un bue. E tu che sei uomo, e non degli ultimi e dei più vili, vuoi privare di te stesso gli dei e ti rifiuti a ciò per cui essi vogliono usarti? Guarda di non agire stoltamente e di non offendere la giustizia divina. Invece di strisciare e di adulare per timore della morte, gittati nelle mani degli dei; fa ciò che vogliono e lascia loro la cura di te stesso, come faceva anche Socrate. Prendi le cose come vengono; riferisci tutto a loro, nulla acquista o afferra per te stesso, ma ricevi, senza esitanza, ciò che essi ti danno. Io mi convinsi che questo ragionamento, ispiratomi dagli dei, era il più sicuro ed il più conveniente ad un uomo equilibrato, poichè il correre ad un pericolo manifesto, per timore delle future insidie, mi sembrava cosa davvero avventata. Cedetti dunque ed obbedii, e così, in breve, mi si gettò intorno il nome e la clamide di Cesare»⁵¹.

⁴⁹ _Iulian._, 353, 26 sg.

⁵⁰ _Idem_, 355, 3.

⁵¹ _Iulian._, 355, 14 sg.

Che era avvenuto per porre Giuliano in una tensione d’animo così grande e penosa? Ce lo narra Ammiano Marcellino⁵². Giuliano, come dicemmo, era stato chiamato a Milano, perchè il complotto di Sirmio e la ribellione di Silvano avevano ridestati i sospetti di Costanzo. Quando Giuliano fu a Milano, ogni timore di congiura era sventato, e Silvano era caduto ed ucciso. Ma le inquietitudini dell’imperatore risorgevano e, questa volta, per ben più gravi ragioni. L’uragano barbarico, che, circa un secolo dopo, doveva rovesciarsi sull’impero, faceva sentire sempre più vicini i suoi fragori minacciosi. I Germani passavano il Reno, devastavano le terre orientali della Gallia, ed apparivano come un pericolo, come una forza che l’impero non era più capace di fronteggiare. Costanzo non era uomo da prendere in mano la somma delle cose e di porsi alla testa dell’esercito. Ma pur sentiva che le circostanze richiedevano uno sforzo supremo e il prestigio della suprema autorità.

⁵² _Amm. Marcell._, 64.

Eusebia, la protettrice fervida di Giuliano, sa cogliere l’occasione e consiglia al marito di chiamare il giovane cugino a partecipare al governo dell’impero, nominandolo Cesare, ed investendolo di pieni poteri per l’amministrazione e per la guerra nelle Gallie. I cortigiani tentano di opporsi alla nascente fortuna del giovane Costantiniano, facendo balenare agli occhi di Costanzo i pericoli che possono venire dall’avere al fianco un collega d’impero, e gli ricordano la recente esperienza del _cesarato_ di Gallo. Ma Eusebia insiste e vince ogni resistenza, e Giuliano è dall’imperatore nominato Cesare. Dalle parole che abbiamo riportato di Giuliano stesso parrebbe ch’egli avesse grandi esitanze ad accettare l’altissimo ufficio, perchè in lui rimaneva vivissima la diffidenza verso l’imperatore. Ma, come vedemmo, la fede nella saggezza della provvidenza, che vuol dire la fede in sè stesso, lo risolve a non resistere al suo destino, ed a lasciarsi avvolgere dalla clamide di Cesare.

Questo così radicale mutamento nella fortuna di Giuliano che, da principe perseguitato, passa, d’un colpo, ad essere collega dell’impero, in condizioni estremamente difficili, ispira qualche sospetto sulle intenzioni di Costanzo. Libanio addirittura le dichiara perverse. «Ed onde alcuno non si meravigli — egli scrive — che io chiami nemico di Giuliano chi se lo univa nell’impero, dirò quale fosse la ragione di tale unione. Non è già che colui vedesse con piacere un altro sul trono imperiale, e con le vesti purpuree; chè anzi, nemmeno in sogno, avrebbe sopportato quella vista. E perchè dunque fece un altro partecipe del suo potere? Da ogni parte egli era premuto dai barbari, ma sopratutto verso occidente. Un generale non bastava a rimettere le cose a posto, si sentiva il bisogno di un imperatore che fermasse la corrente. Ora, non volendo l’imperatore accorrere lui, e, d’altra parte, essendo necessario che si prendesse un collega, egli elegge, lasciando in un canto tutti gli altri, colui che aveva tanto offeso, certo, non dimentico di tutto il sangue versato, ma pure più fiducioso di chi poteva accusarlo che di quelli che dovevano essergli grati. Nè si ingannò.... Ma tosto egli sentì un pentimento irragionevole di quanto aveva fatto, e, in conseguenza di ciò, gli pose al fianco, coll’ufficio di consiglieri, non già esortatori, ma intralciatori di ogni bella azione»⁵³. Ammiano che, probabilmente, era testimonio oculare, descrive la cerimonia solenne con cui, in Milano, fu data a Giuliano l’investitura dell’ufficio di Cesare. L’imperatore Costanzo, in presenza dell’esercito, tenne un discorso lusinghiero e incoraggiante per Giuliano. I soldati accolsero, con immenso entusiasmo, il nuovo Cesare, e battevano, in segno di gioia, lo scudo sul ginocchio. Fiammeggiante della porpora imperiale, egli rientrò nella reggia, seduto nel medesimo cocchio dell’imperatore. Ma, durante la via, sussurrava il verso omerico

Mi ha colto la morte purpurea e il destino onnipotente.

⁵³ _Liban._, I, 378-79.

Per confermargli sempre più il suo favore, Costanzo gli dava in moglie la sorella Elena. Dopo un mese di festeggiamenti, ai primi di Dicembre del 355, Giuliano partì per la Gallia. Costanzo lo accompagnava fin oltre il Ticino, a mezza strada fra Lomello e Pavia⁵⁴.

⁵⁴ _Amm. Marcell._, I, 67.

Così narra Ammiano, e da lui non discorda Giuliano stesso nell’elogio dell’imperatrice Eusebia ch’egli scrisse per attestarle la sua riconoscenza, elogio nel quale il nuovo Cesare, come negli altri due discorsi diretti all’imperatore Costanzo, cela, sotto la maschera della devozione, i suoi veri sentimenti. Egli pure narra le pompe solenni e i donativi ricevuti, specialmente da Eusebia. Ed insiste su di un pensiero tanto gentile dell’imperatrice che basta a dimostrarci come, fra lei e Giuliano, dovessero correre relazioni confidenziali ben più strette di quanto appare dai discorsi ufficiali. «Io voglio, egli scrive, rammentare uno dei suoi doni, perchè ne ho avuto un singolare godimento. Siccome essa sapeva che io avevo portati con me pochissimi libri, nella speranza e nel desiderio di ritornarmene a casa il più presto possibile, così me ne diede tanti e di filosofia e di storia e di retorica e di poesia da soddisfare largamente il non mai saziato mio desiderio dei loro colloqui, e da trasformare la Gallia in un Museo di libri greci. Non staccandomi mai da quel dono, non è possibile che mi dimentichi della donatrice. E, quando io parto per una spedizione di guerra, ho meco uno di quei libri come un viatico della marcia»⁵⁵. Giuliano si esalta nell’esprimere l’ammirazione per la sua protettrice. «Quando io giunsi al suo cospetto, mi parve di vedere, in un tempio, ritta la statua della saggezza. La riverenza empì l’anima mia, ed inchiodò, per qualche tempo, i miei occhi al suolo, finchè essa mi esortò ad aver coraggio. — Le presenti cose, — disse — le hai da noi. Il resto lo avrai da Dio, pur che tu sia fedele e giusto con noi. — E non disse di più, sebbene sappia fare discorsi al pari dei più insigni oratori. Licenziatomi dall’udienza, io rimasi pieno di stupore e di commozione, parendomi di aver udita la voce stessa della saggezza, tanto dolce e mellifluo era alle mie orecchie il suono della sua loquela»⁵⁶.

⁵⁵ _Iulian._, 159, 4 sg.

⁵⁶ _Idem_, 158, 8 sg.

Ma, se cordiali e delicati erano i favori di Eusebia pel giovane principe, non pare davvero che fossero tutte sincere le dimostrazioni di fiducia di cui lo circondava l’imperatore. Nel manifesto agli Ateniesi, Giuliano afferma che la sua prigionia, diventando Cesare, si fece più grave, tale e tanto era lo spionaggio con cui lo seguiva, ad ogni passo, il sospettoso Costanzo. «Quale schiavitù — egli esclama — era la mia, quali e quante, per Ercole, le minacce sospese, ogni giorno, sulla mia vita! Vegliate le porte, vegliati i portieri, esaminate le mani dei famigliari, caso mai taluno mi recasse un bigliettino degli amici, servi stranieri. Appena potei condurre meco quattro famigliari, pel mio servizio più intimo, di cui due ancora giovinetti, due già adulti. Di questi, uno che conosceva la mia devozione per gli dei, seguiva con me, in segreto, le pratiche del culto, ed io gli aveva affidata la custodia dei miei libri; l’altro era un medico, il quale, solo dei miei molti amici e compagni fedeli, aveva potuto seguirmi, perchè non si sapeva che mi fosse amico⁵⁷. Era tanto il mio timore che io credetti di dover proibire, con mio dolore, a molti miei amici, di venirmi a vedere, trepidando di diventar causa di sciagura per loro e per me. Del resto, Costanzo mi mandò con soli 360 soldati, nel paese dei Celti, a mezzo inverno, non tanto per comandare gli eserciti che là si trovavano quanto per obbedire ai loro generali, perchè aveva scritto loro e raccomandato di guardarsi da me più che dai nemici, caso mai io tentassi qualche novità»⁵⁸.

⁵⁷ Eunapio ci dà il nome di questi due. Il servo fedele era Evemero, il medico Oribasio. _Eunap._ 54.

⁵⁸ _Iulian._, 357, 2 sg.

I difensori che Costanzo ha trovato fra gli storici moderni⁵⁹ mettono in dubbio la verità delle notizie date da Giuliano stesso. Ora, io voglio ammettere che ci possa essere qualche esagerazione e qualche tinta troppo caricata. Così non sembra giusto il trovare una ragione di lamento nell’esiguità della scorta militare che accompagnava Giuliano. Questi non doveva condurre in Gallia un nuovo esercito, doveva andarvi a prendere il comando degli eserciti che già vi erano. Ora, ciò posto e posto anche che il viaggio di Giuliano si faceva tutto in paese amico e tranquillo, una schiera di 360 uomini bastava all’uopo. Ma, quando Giuliano si lamenta di avere intorno a sè nemici e spie, deve esser nel vero, e gli avvenimenti che seguirono il suo arrivo in Gallia, l’ostilità latente, ma efficace, ch’egli trovò presso i suoi generali dimostrano chiaramente le intenzioni non schiette di Costanzo. Certo, costui aveva paura dei Germani, ma aveva paura anche del cugino imperiale. Avrebbe voluto salvare la Gallia, ma avrebbe voluto, insieme, che Giuliano non uscisse dall’impresa con troppo onore. In fondo, se Giuliano fosse stato sconfitto, così da liberarlo d’un possibile e temuto rivale, la sconfitta sarebbe parsa a lui una sciagura non priva di qualche conforto. E che l’impresa dovesse finire così, c’erano buone ragioni per crederlo. Chi mai poteva imaginare che quel principe di venticinque anni, che aveva passata tutta la sua vita fra sacerdoti e filosofi, che non si era mai occupato di cose militari, che, per la sua completa mancanza di contegno soldatesco, aveva destata l’ilarità e mosso gli scherni della corte di Costanzo, sarebbe stato capace di guidare un esercito? E la spedizione si presentava sotto tristi auspici. A Torino, giungeva a Giuliano la notizia che Colonia era stata presa e distrutta dai Germani, ed egli, comprendendo la gravità del pericolo, esclamava che a lui non rimaneva che di ben morire.

⁵⁹ _Kock_, _Kaiser Julian_. — _Allard_, _Julien l’Apostat_.

Ma la popolazione della Gallia lo accoglie col più vivo entusiasmo. Egli entra a Vienna, presso Lione, allora la sede del governo della Gallia, fra turbe festanti e rinfrancate dalla presenza di un principe della famiglia regnante. E qui Ammiano ci trasmette un curioso episodio. In mezzo alla folla acclamante, una vecchia cieca chiede chi fosse colui che così si salutava, — Il Cesare Giuliano — le si risponde. — Ecco colui, essa esclama, che restaurerà i templi degli dei! —⁶⁰. Era una voce che già era corsa, era presentimento, era l’espressione di un desiderio, nutrito da una parte del popolo? Il vero è che, in Giuliano, si sentiva l’eroe che avrebbe agitato il mondo delle cose e il mondo delle idee.

⁶⁰ _Amm. Marcell._, Vol. I, 67, 29.

Il governo che Giuliano ha fatto della Gallia per un quinquennio è un episodio glorioso in mezzo alla decadenza dell’impero, ha segnato un momento in cui quella decadenza, di cui era imminente il vorticoso precipitare, è stata, per un attimo, fermata. Giuliano vi è apparso addirittura meraviglioso. La saggezza ed il valore con cui ha saputo condurre le lunghe ed ardue imprese contro i Germani, e rigettarli al di là del Reno, lo rende degno di essere eguagliato ai più grandi capitani dell’antichità. Qui si rivela tutta la genialità di un uomo che era nato con l’attitudine del comando e col talento delle grandi combinazioni militari. Ah, se Giuliano non si fosse esaltato e traviato nelle follie del neoplatonismo, e s’egli avesse avuto più preciso e sicuro il sentimento della realtà, che ammirabile imperatore sarebbe mai stato! Non fu che una meteora brillante, passeggera ed evanescente, quando avrebbe potuto essere uno dei fattori efficaci della storia umana, un vero e grande reggitore di popoli! Ma, dal punto di vista psicologico e drammatico, è appunto questa strana unione di un idealista esaltato, pieno il capo di ubbie mistiche e di idee fisse, e di un capitano geniale, di un soldato eroico, di un amministratore provetto che costituisce l’interesse della figura di Giuliano. C’è del Marco Aurelio in lui. Ma un Marco Aurelio eccessivo, squilibrato, intemperante. La genialità in Giuliano è assai più viva, in Marco Aurelio è più profondo il sentimento. L’imaginazione, che in Marco Aurelio era fredda e frenata, ed in Giuliano ardente e mobile, ha giocato a quest’ultimo un brutto tiro, facendogli credere vive ancora idee e cose, morte per sempre. E, siccome Giuliano, all’opposto di Marco Aurelio, sentiva assai più la forma che la sostanza delle cose, egli è corso dietro ai fantasmi della sua mente, sciupando miseramente la sua meravigliosa fortuna e le doti stupende che la natura gli aveva largite.

Ed ora diamo una rapida occhiata a ciò ch’egli fece in Gallia, prima di toccare il punto che più ci attrae nella sua vita, la tentata restaurazione del Paganesimo. Non potremmo formarci un concetto preciso ed un’imagine vivente dell’uomo, se non guardassimo, per un istante, al guerriero ed al duce che, uscendo dai santuari neoplatonici di Nicomedia e d’Efeso e dalla scuola d’Atene, prese in mano le redini di un’aspra guerra, ed ha condotto le sue schiere da vittoria in vittoria. Il misurato Ammiano Marcellino, che esprime l’impressione dei suoi contemporanei e che fu testimonio oculare delle gesta di Giuliano, si abbandona all’iperbole ed alla retorica, quando parla del giovane principe, e vede in lui un miracolo voluto da una legge divina. «In un batter d’occhio — egli dice — Giuliano tanto splendette da esser giudicato, per la prudenza, un nuovo Tito, eguale a Traiano pei successi guerreschi, clemente come Antonino, e, nelle indagini astruse della mente, paragonabile a Marco Aurelio, ad emulare il quale egli intendeva i suoi atti ed i suoi costumi». Ed Ammiano ben a ragione stupisce quando ricorda che quel giovane «dalle tranquille ombrie delle accademie, non già dalla tenda militare, tratto fuori fra la polvere di Marte, atterrava la Germania e, pacificate le regioni del gelido Reno, uccideva e incatenava i re barbari anelanti alla strage»⁶¹.

⁶¹ _Amm. Marcell._, I, 77, 14 sg.

Giuliano passò l’inverno del 356 ad orientarsi nella sua nuova posizione, ad acquistare le necessarie nozioni di amministrazione e di pratica militare. Egli non sdegnava di addestrarsi nei più umili esercizi, ripetendo, di quando in quando, come consolazione ed incoraggiamento, il nome di Platone. Egli dava un mirabile e nuovo esempio di temperanza e di operosità. Sistematico ordinatore del suo tempo, e ciò spiega la mole immensa di lavoro da lui compiuto, si alzava, di notte, dal rozzo giaciglio su cui riposava, e divideva in due parti le ore che lo separavano dal mattino. Prima di tutto, segretamente innalzava una prece a Mercurio, eccitatore del pensiero, poi curava gli affari di Stato, il governo della provincia, i preparativi di difesa e di offesa. Esauriti gli affari, Giuliano si sprofondava nei suoi studi prediletti di filosofia, che, a nessun prezzo, voleva dimenticare, poichè per lui costituivano l’oggetto più interessante della vita. Ed, insieme alla filosofia, si occupava di poesia, di storia e si esercitava nella lingua latina. Giuliano era nutrito di poesia. Coi grandi antichi, Bacchilide era il suo autore favorito. E, pur troppo, alle scuole elleniche del tempo, s’era anche imbevuto di quella retorica formale e pedantesca che era la nota caratteristica della letteratura del tempo⁶².

⁶² _Amm. Marcell._, I, 82, 5 sg. II, 40, 2.

Nell’estate del 356, Giuliano apre la sua prima campagna. Udendo che Autun era minacciata dagli invasori, vi accorre, la libera, poi con marcia fulminea, raggiunge la valle del Reno, la percorre da Strasburgo a Colonia, dove entra trionfatore, e dove stringe la pace coi re dei Franchi, atterriti da sì subitaneo e fortunato attacco⁶³. In questa prima campagna parrebbe che Giuliano operasse d’accordo con un altro corpo d’armata, il quale, guidato dall’imperatore stesso, sarebbe disceso dalla Rezia e dall’alto Reno verso l’Alsazia. Ciò si dovrebbe dedurre da una notizia che Ammiano ci dà in modo affatto incidentale⁶⁴. È strano che di questa mossa dell’imperatore nè Ammiano nè Giuliano parlino nell’esposizione delle gesta compiute durante l’estate del 356. In ogni modo, la mossa dell’imperatore, se anche avvenuta, non ebbe conseguenze importanti, e Giuliano, all’aprirsi dell’anno seguente, si trovò sulle braccia, in tutta la sua grandezza, l’impresa di liberare la Gallia dalle invasioni germaniche.

⁶³ _Idem_, I, 80, 6 sg.

⁶⁴ _Idem_, I, 100, 25 sg.

Giuliano va a prendere i quartieri d’inverno a Sens, dove, come dice Ammiano, portando sulle sue spalle la mole delle guerre che d’ogni parte dilagavano, si divide in molteplici cure per fronteggiare l’offesa, e per assicurare il vitto ai suoi soldati. Qui egli corre un ben grave pericolo, perchè i barbari, conoscendo la scarsità delle sue forze, lo assediano strettamente. Avrebbe potuto essere aiutato da Marcello, un luogotenente, che, con la cavalleria, trovavasi poco discosto. Ma Marcello era uno di quei generali che avevano avuto da Costanzo l’incarico non di soccorrere, bensì di sorvegliare Giuliano. Obbediente alla consegna, lo lasciò solo alle prese con le difficoltà della situazione. Ma la fiera resistenza di Giuliano scoraggia gli assedianti che, dopo un mese, si ritirano vergognosi e tristi pel loro completo insuccesso. Giuliano depone dal comando l’indegno Marcello, e costui corre a Milano ad accusarlo, confidando nella disposizione di Costanzo, il cui orecchio era sempre aperto alle accuse dei delatori. Ma Giuliano lo seppe prevenire, mandando a Milano il suo fidato Euterio, il quale prese con tanta efficacia le sue difese davanti all’imperatore, che, almeno per questa volta, le calunnie dei cortigiani e dei delatori rimasero inascoltate. Ed, anzi, a Giuliano venne affidato, senza restrizione e senza imposizioni d’altri generali, il comando supremo dell’esercito⁶⁵. Se non che la campagna del 357 minacciò di condurre ad un disastro, per la slealtà di un altro luogotenente, Barbazio, che si lasciò sconfiggere dai Germani, per accorrere lui pure ad accusare Giuliano⁶⁶. Ma le sue arti vennero a smarrirsi davanti alla grande battaglia che Giuliano guadagnava, presso Strasburgo, sulla coalizione dei principali re delle tribù germaniche, condotta dal più potente di essi, il re Conodomario.

⁶⁵ _Iulian._, 359, 1.

⁶⁶ _Amm. Marcell._ I, 95, 7 sg.

Ammiano e Libanio sono concordi nel giudizio sulla condotta di Barbazio, debole ed insieme ispirato dall’odio contro Giuliano. Ma, nel racconto dei fatti, il retore e lo storico molte volte dissentono, perchè evidentemente attingono a fonti diverse, e, per verità, la fonte di Libanio pare, questa volta, preferibile a quella di Ammiano. Ammiano narra⁶⁷ che Barbazio, piuttosto che prestare a Giuliano alcune delle navi da lui preparate per costrurre i ponti sul Reno, le abbrucciò tutte. Libanio, invece, ci dice che Barbazio, volendo agire indipendentemente da Giuliano, aveva costrutto un ponte di barche, onde invadere le terre dei Germani. Ma i barbari, anticipando di quindici secoli la trovata degli Austriaci alla battaglia di Essling, gittarono nella corrente del fiume, a monte del ponte, grandi ammassi di legnami, che, venendo ad urtare contro le barche, le sconquassarono, le affondarono, e le distrussero. Barbazio, che non era un Napoleone, fuggì spaventato coi suoi 30,000 uomini, inseguito dai barbari⁶⁸.

⁶⁷ _Idem_, I, 96, 13 sg.

⁶⁸ _Liban._, I, 539, 5 sg.