L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico
Part 4
Narra dunque Gregorio²⁴ che Costanzo aveva voluto salvare Gallo e Giuliano dall’eccidio di tutti gli altri Costantiniani, avvenuto senza che egli ne avesse colpa, onde farsene compagni ed aiuto nell’esercizio dell’impero. Pertanto l’umanissimo imperatore li fece educare, con tutto lo splendore di un trattamento regale, in una delle sue ville — così descrive Gregorio il domicilio coatto di Macello — circondandoli con uomini sapienti e religiosi. E i due giovanetti erano tanto infervorati nel culto divino da assumere gli uffici del clero, così che leggevano al popolo congregato i libri sacri, e dimostravano uno zelo speciale nel culto dei martiri. Se non che Gallo — dice Gregorio — violento nell’indole, era sincero nella sua pietà. Giuliano, invece, nascondeva, sotto l’apparente devozione, le perfide tendenze dell’animo²⁵. E Gregorio racconta una storia miracolosa. I due fanciulli, Gallo e Giuliano, si erano accinti a costrurre due santuari ai martiri, gareggiando nel dispendio e nel lavoro. L’opera di Gallo fu presto condotta a compimento, ma quella di Giuliano veniva sempre interrotta, perchè sconquassata dai movimenti del suolo, indizio che i martiri rifiutavano l’omaggio di chi doveva più tardi rinnegarli. I due fratelli si esercitavano anche in dispute retoriche e filosofiche, e Giuliano prendeva sempre, e con calore più vivo del conveniente, la parte dell’Ellenismo, col pretesto di esercitarsi a trovare argomenti per la tesi più debole, ma, in realtà, per esercitarsi a combattere la verità²⁶. In mezzo alle esagerazioni ed alle leggende, si riscontra anche qui, come in quasi tutte le notizie di Gregorio, un fondo di verità; vi sono, nei suoi discorsi, dei lampi che danno alla figura di Giuliano un rilievo vivente.
²⁴ _Gregorii Nazianz. opera — Parisiis, 1630_, orat. 3, 58.
²⁵ κρύπτων εν επιεικείας πλάσματι το κακοήθες. 59.
²⁶ πρωϕάσει δῆθεν ὤς τὁν ἢττω γυμνάζων λόγον, τὸ δε ὀντως γυμνασίᾳ κατα τῆς αληθείας 61.
Che, del resto, l’alto clero cristiano non perdesse di vista quei rampolli imperiali, lo rileviamo da Giuliano stesso, il quale, in una lettera scritta quando già era imperatore, ricorda che il vescovo Giorgio d’Alessandria gli mandava a Macello, ond’egli li ricopiasse, alcuni dei volumi della sua ricca biblioteca²⁷. È strano, assai strano che questa educazione, esclusivamente cristiana, continuata per un quinquennio, abbia, bensì, servito a dare a Giuliano una conoscenza singolarmente profonda dei libri del Vecchio e del Nuovo Testamento, ma, insieme, non sia riuscita che ad acuire, nell’animo del giovanetto, l’antipatia per la religione in cui veniva allevato. Ciò non può spiegarsi che, per la spaventosa corruzione in cui era caduto, in Oriente, il Cristianesimo ariano. Ariano era Costanzo, ariani i prelati che frequentavano la corte e che occupavano le sedi più cospicue. E si comprende come l’animo di Giuliano, già imbevuto degli austeri insegnamenti del suo pedagogo Mardonio, e già inclinato a veder nell’Ellenismo la fonte di una pura, perfetta moralità, si sollevasse indignato contro lo spettacolo a cui assisteva e coltivasse, nel segreto dell’anima, mentre prendeva parte ai servizii del culto cristiano, propositi di rivolta. Se, invece di un Eusebio, di un Giorgio e degli altri ecclesiastici ariani che lo circondavano, egli fosse venuto a contatto con un Atanasio, con un Ambrogio, con un uomo, infine, che sapesse tener immune il Cristianesimo dai veleni inquinatori del tempo, forse si sarebbe volto da tutt’altra parte di quella che ha preferita. Lo stesso odio che, giunto al fastigio della potenza, e quando già era irremissibilmente compromesso, sentì per Atanasio, il solo personaggio cristiano, contro il quale, come vedremo più tardi, iniziasse un procedimento di persecuzione, ci prova come egli sentisse tutta la differenza che esisteva fra il Cristianesimo ariano e l’ortodossia atanasiana e vedesse che quest’ultima costituiva lo scoglio contro cui avrebbe urtato la nave dell’Ellenismo.
²⁷ _Iulian._, 488, 16.
Federico Rode, in un libriccino, tenue di mole, ma denso di pensiero e di erudizione²⁸, non è di questo parere. Egli dice: «Anche fatta astrazione della circostanza che non già il vero Arianesimo, ma, bensì, l’Arianesimo temperato di Eusebio dominava alla Corte e quindi anche nell’educazione di Giuliano, dobbiamo insistere sulla circostanza che Giuliano, nella sua polemica, attacca non già l’Arianesimo, ma tutto il Cristianesimo ed anzi specialmente gli Atanasiani. È cosa affatto vana il discutere se Giuliano avrebbe potuto diventare proclive al vero insegnamento di Gesù, poichè dove, al suo tempo, avrebbe egli potuto trovare quell’insegnamento? Presso Atanasio, no di certo. Prevenendo la teologia critica del secolo decimonono, già Giuliano aveva constatata la grande differenza che correva fra il Cristo degli scritti primitivi del Nuovo Testamento e il Dio del Simbolo niceno».
²⁸ _Geschichte der Reaction Kaiser Julians_, 32.
Tutto ciò sarebbe vero se Giuliano avesse abbandonato il Cristianesimo, perchè si fosse urtato contro le difficoltà razionali che gli offriva la metafisica cristiana paragonata alla dottrina originaria di Gesù. Certo, in questo caso, l’ortodossia atanasiana non avrebbe giovato meglio dell’Arianesimo a tener in carreggiata lo spirito indagatore di Giuliano, anzi, gli sarebbe, forse, stata più aspra ad ingoiare. Ma Giuliano ritornò all’Ellenismo, non già per effetto di riflessioni filosofiche, ma per ragioni di sentimento, e, certo, una delle prime, fra queste, era il disgusto che gli metteva lo spettacolo della corruzione di cui il Cristianesimo era contaminato, corruzione riconosciuta eloquentemente dallo stesso Gregorio, il quale non esita ad affermare che i Cristiani perdettero nella prosperità la gloria acquistata nelle persecuzioni e nelle sciagure²⁹.
²⁹ _Gregor. Naz._, Orat. 3, 62.
Ora, è innegabile che tale corruzione era assai più avanzata nell’Arianesimo, la religione della corte di Costanzo, che nell’ortodossia la quale si stringeva intorno alla grande figura di Atanasio. Nell’ortodossia il Cristianesimo aveva conservato una parte almeno della sua efficacia moralizzatrice, e, se questa efficacia si fosse esercitata, fin dai primordi dell’educazione, sullo spirito del giovanetto Giuliano, lo avrebbe forse guadagnato ad una religione che sarebbe stato costretto a rispettare.
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Erano passati cinque anni dal principio della reclusione a Macello, quando l’imperatore Costanzo, mosso dalla difficoltà di tenere, nelle sole sue mani, tutto l’impero, cambiava, d’un tratto, di condotta verso i cugini, e chiamava il maggiore, Gallo, all’altissimo ufficio di Cesare, che, secondo la gerarchia stabilita da Diocleziano, voleva dire vice-imperatore, la prima figura nell’impero dopo quella dell’Augusto, del capo supremo. Giuliano, nello stesso tempo, era richiamato a Costantinopoli. Qui, a quel che ci narrano Socrate e Sozomene d’accordo con Libanio, gli si pose al fianco il sofista cristiano Ecebolio, un curioso personaggio, il quale passava, con tutta disinvoltura, dal Cristianesimo all’Ellenismo, a seconda degli umori dell’imperatore regnante³⁰. Ecebolio seguiva gli ordini di Costanzo, ed, insieme agli eunuchi di corte, cercava di disciplinare l’ingegno inquieto dell’allievo, e ciò con grande dispiacere di Libanio, il quale avrebbe voluto spargere, lui, il buon seme in quell’anima generosa, e doveva, invece, constatare che un malvagio sofista era stato prezzolato ad infondere nel giovanetto il disprezzo degli dei³¹.
³⁰ _Socratis hist._, illustr. Valesius, 151.
³¹ _Liban._, I, 526, 9 sg.
Se non che, i progressi di Giuliano negli studi e la simpatia ch’egli destava cominciarono ad insospettire Costanzo. «Temendo, dice Libanio, che una città grande, e che esercitava una grande influenza, non fosse sedotta dalle virtù del giovane, e ne venisse a lui qualche pericolo, si risolve di mandarlo a Nicomedia, che non presentava eguali pericoli, e gli diede facoltà di istruirsi». La paura è cattiva consigliera. Risoluzione più imprudente non poteva esser presa da Costanzo, perchè Nicomedia era allora il focolare principale dell’Ellenismo, e vi dimorava appunto Libanio, il principe dei retori del tempo, il _leader_, come or si direbbe, del partito ellenista, Libanio che, com’egli stesso dice, aveva preferita la pace serena di Nicomedia alla perigliosa tempesta di Costantinopoli. È vero che Costanzo, nel mandare Giuliano a Nicomedia, gli aveva imposto, dietro i consigli di Ecebolio, di non esser mai presente ai discorsi di Libanio. Ma il giovane entusiasta se li comperava scritti e li leggeva avidamente. Ed il retore, con una scusabile vanità, ci narra che era tanta la prontezza d’ingegno di Giuliano che, malgrado l’imposta separazione del maestro e del discepolo, questi riusciva ad imitarne lo stile, meglio degli scolari che gli stavano d’intorno, così che, anche negli scritti posteriori, si risente la parentela coi suoi³².
³² _Idem_, 1, 527, 10 sg.
All’influenza di Libanio un’altra si aggiungeva ancor più efficace, ed era quella dei filosofi neoplatonici, Edesio, Crisanzio, Eusebio, Massimo, il più importante di tutti, i quali vivevano in Nicomedia o in altre non lontane città dell’Asia. Qui è propriamente il momento psicologico della carriera di Giuliano. Presso quei filosofi, che lo iniziavano ad un sistema in cui la conservazione dell’antico si univa alla soddisfazione di quelle esigenze di pensiero che avevano promossa l’apparizione del Cristianesimo, e che poi il Cristianesimo stesso aveva rese più forti, il ventenne Giuliano sentì chiara ed irresistibile la sua vocazione, e si convertì con profondo entusiasmo al culto degli dei. Per quanto la cosa fosse tenuta segreta, pur qualche indizio ne trapelava. «Dalla bocca d’ogni ben pensante, esclama Libanio, s’innalzava la preghiera che quel giovanetto diventasse il signore dell’universo, e fermasse la rovina del mondo e soccorresse gli infermi, lui che sapeva risanarne i mali»³³.
³³ _Liban._, I, 159, 2 sg.
Libanio e Socrate si accordano nell’attribuire al filosofo Massimo il merito, secondo il primo, la colpa, secondo l’altro, della conversione di Giuliano. Massimo era ritenuto come un santo dal politeismo. Eunapio³⁴ narra che, entrando egli una volta nel tempio di Diana, in Efeso, la statua della dea sorrise di compiacenza, e si accese la lampada ch’essa teneva in mano. Giuliano si esaltava in questa atmosfera di misticismo; ma doveva nascondere i suoi entusiasmi, perchè la notizia di ciò che faceva era giunta a Costanzo, il quale subito se ne insospettiva, e Giuliano, per non cadere in disgrazia, ciò che, sotto Costanzo, voleva dire essere trucidato, dovette riprendere nell’apparenza la vita e gli esercizi del cristiano. Ma il suo spirito era irremissibilmente compromesso nell’Ellenismo. Il seme che il vecchio Mardonio aveva deposto in lui, maturato dall’odio contro il persecutore della sua famiglia, dalla reazione contro il sistema di uggiosa compressione in cui era stato allevato, dal rimpianto delle glorie antiche che andavano svanendo, da un’aspirazione ad un’alta moralità che dal Cristianesimo cortigiano non poteva essere soddisfatta, aveva trovato nel Neoplatonismo dei suoi maestri, mescolanza curiosa, come vedremo a suo tempo, di razionalismo platonico e di misticismo superstizioso, l’ambiente opportuno per svolgersi e crescere, così da soffocare ogni altro rampollo intellettuale che in lui fosse stato trapiantato. Dal soggiorno in Nicomedia, nel 351, al giorno in cui partendo dalla Gallia, ribelle contro Costanzo, apertamente invocava gli dei dell’antico Olimpo, dovevano passare ben dieci anni. Ma, in questi dieci anni, il politeista ellenico, che rimase nascosto in Giuliano, attingeva, dal segreto, un crescente fervore, e non cessava un istante dal corroborarsi con maggiore fermezza nella presa risoluzione.
³⁴ _Eunapii ritas sophistarum_ recensuit Boissonade, 50.
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Giuliano rimase, per tre anni, tranquillo, assorto negli studi, quando nel 354, improvvisamente, si vide di nuovo travolto nei pericoli e nelle agitazioni. Costanzo, riprendendo le antiche abitudini, e prestando orecchio alle insinuazioni dei cortigiani che lo circondavano, faceva assassinare, a Pola, Gallo, il fratellastro di Giuliano, da lui, tre anni prima, chiamato alla dignità di Cesare. Nel suo manifesto agli Ateniesi, Giuliano parla, con ardente indignazione, di questo delitto di Costanzo. Egli ammette che Gallo fosse uomo rozzo e violento, ma ne attribuisce, come vedemmo, la causa all’educazione che aveva ricevuto. In ogni modo ciò non scusa la scelleraggine di Costanzo, il quale «per le istigazioni di un eunuco, di un ciambellano, e più ancora per quella del capo dei cuochi, consegnò ai suoi più feroci nemici, perchè lo uccidessero, il cugino, il Cesare, il marito di una sua sorella, il padre della nipotina, del quale egli stesso aveva prima sposata la sorella, al quale era legato da tanti doveri di parentela!»³⁵. Lo sdegno di Giuliano è naturale e spiegabile. Però, per essere completamente nel vero, bisogna aggiungere, ciò che Giuliano tace od, in parte, attenua, onde colorire a suo modo il quadro, che Gallo era un vero Costantiniano, un uomo di una crudeltà stolta e sfrenata, il quale, nei pochi anni in cui ha governato l’Oriente, avendo al fianco la moglie Costantina, un vero demonio, degna figlia di Costantino e degna sorella di Costanzo, aveva sparso a torrenti il sangue. Ammiano dice che fra i due fratelli, Gallo e Giuliano, correva la medesima differenza che era corsa fra i figli di Vespasiano, di cui Tito era un esempio mirabile di temperanza e di saggezza, Domiziano un mostro di ferocia³⁶.
³⁵ _Iulian._, 351, 18 sg.
³⁶ _Amm. Marcell._, Vol. I, 43, 3.
Era naturale che Costanzo, avendo ucciso Gallo, non volesse lasciar libero Giuliano, e ne temesse le possibili vendette. Infatti, lo chiamava a Milano e lo teneva sette mesi sotto rigorosa custodia, e non sarebbe, certo, sfuggito alla morte, sebbene da gran tempo non avesse avuto relazioni col fratello, se, come egli ci dice «qualche dio, volendo salvarlo, non gli avesse procurata la benevolenza della bella e gentile Eusebia»³⁷. L’intervento di Eusebia, la moglie dell’imperatore, dà un’aria romanzesca a questa parte della vita di Giuliano. L’entusiasmo con cui il perseguitato principe parla della sua protettrice, e il coraggio con cui essa seppe difenderlo dai numerosi nemici che Giuliano aveva fra i cortigiani di Costanzo, fanno credere che non solo la causa della giustizia e della pietà, virtù sconosciute alla corte dell’imperatore, ma un affetto più profondo e personale muovesse Eusebia nella sua provvidenziale iniziativa. Ammiano ci narra, lui pure³⁸, che Giuliano sarebbe certamente perito, per le nefande istigazioni dei cortigiani — _nefando adsentatorum cœtu perisset urgenter_ — se, per un’ispirazione divina, non fosse intervenuta Eusebia. Costei primieramente ottiene che Giuliano sia allontanato da Milano e mandato, per qualche tempo, a Como, poi finalmente riesce a persuadere Costanzo a concedergli un’udienza. La cosa non era facile perchè Costanzo stesso non pareva inchinevole al colloquio col cugino, e poi perchè il maestro del palazzo, eunuco potentissimo presso l’imperatore e nemico acerrimo di Giuliano, cercava di tirar le cose in lungo, pel timore che i due cugini nel vedersi, si riconciliassero³⁹. Pare che, nell’udienza, Giuliano, certo, con l’aiuto di Eusebia che aveva preparato il terreno, riuscisse a scolparsi⁴⁰. Il fatto è che fu rimandato libero, e che gli si permise di andare a ritirarsi in un piccolo podere di Bitinia, ereditato dalla madre, il solo possesso che gli fosse rimasto, perchè l’onesto Costanzo — ὁ καλὸς Κωνστάντιος — dopo avergli ucciso il padre, gli aveva portati via tutti i beni paterni⁴¹. Ma qui non finiscono i benefici di Eusebia che teneva, sul suo protetto, gli occhi aperti. Giuliano era in viaggio per la Bitinia, quando, egli non sa precisamente il come, ma crede per le calunnie del suo nemico, si riaccendono i sospetti nell’animo di Costanzo. Eusebia ne prende occasione per rendere a Giuliano un nuovo servizio e, per lui, il più gradito. Ottiene dal marito che muti la destinazione del possibile pretendente, ed invece di mandarlo nel lontano Oriente dove potrebbe preparare la vendetta di Gallo, lo condanni a _domicilio coatto_ ad Atene. Era davvero un correre incontro al desiderio di Giuliano. Il giovane entusiasta punto non si incaricava di politica imperiale, non aveva nè ambizioni di regno, nè desiderio di ricchezze e di vendette. Egli non chiedeva che di poter sprofondarsi ne’ suoi studi, non aveva che una passione, quella dei libri, non aveva che un’intensa aspirazione, vedere la Grecia, la sua vera patria, ch’egli amava di intenso affetto⁴²; la sede ancora brillante di quella coltura ellenica a cui egli aveva dedicata la sua vita.
³⁷ _Iulian._, 351, 27 sg.
³⁸ _Amm. Marcell._, 1, 47, 3.
³⁹ _Iulian._, 353, 10 sg.
⁴⁰ _Iulian._, 152, 2 sg.
⁴¹ _Idem_, 352, 10 sg.
⁴² _Idem_, 152, 11 sg.
Giuliano non fu lasciato che pochi mesi ad Atene, ma questi pochi mesi hanno avuto, come lo affermano i suoi contemporanei, una grande influenza sull’animo suo. Egli teneva ancora celate le sue convinzioni religiose, ma ciò non gli impediva di infervorarsi negli studi ed anche nella conoscenza dei Misteri, che costituivano il principale atto di culto di quel simbolismo politeista di cui Giuliano voleva fare la religione del mondo. Eunapio, Socrate e Sozomene insistono tutti sull’importanza che ebbe, nella vita di Giuliano, la sua dimora in Atene. Ma i due narratori più autorevoli ed interessanti sono, come sempre, Libanio e Gregorio. Libanio dice che, presentatosi Giuliano ai professori di Atene, e offertosi ad un esperimento, si trovò che ne sapeva più dei maestri, così che «solo di tutti i giovani che accorrevano ad Atene, ne ripartiva, avendo insegnato più che imparato. Pertanto si vedevano continuamente intorno a lui degli sciami di giovani, di vecchi, di filosofi, di retori. A lui guardavano anche gli dei, ben sapendo ch’egli avrebbe risollevato il patrio culto. Quando parlava era, insieme, ammirabile e modesto, poichè, checchè dicesse, subito arrossiva. Di questa sua mansuetudine tutti godevano, e i migliori traevano profitto dai suoi insegnamenti. E il giovinetto aveva intenzione di vivere e di morire in Atene, e ciò gli pareva il colmo della felicità»⁴³.
⁴³ _Liban._, I, 532, 4 sg.
Nulla di più curioso che il contrapporre a questo ritratto disegnato da Libanio il ritratto disegnato da Gregorio. Costui, che, come sappiamo, era coetaneo di Giuliano, si trovava pure ad Atene, per addestrarsi, nell’università letteraria di quella città, in quell’arte oratoria ch’egli doveva, più tardi, adoperare, con tanta genialità, a difesa dell’ortodossia nicena. Gregorio e Giuliano erano condiscepoli; il futuro teologo, vivendo al fianco del futuro apostata, aveva agevole occasione di scrutarne l’animo e di studiarlo in ogni sua mossa, per quanto Giuliano cercasse ancora di tener celate le tendenze e le convinzioni già in lui radicate. Nel ritratto disegnato da Gregorio è evidente l’intenzione ostile del pittore che vuol darci un’imagine odiosa. Ma, con tutto questo, a me non pare che il ritratto possa dirsi una caricatura. C’è un’espressione di verità nella figura che balza fuori dalle pagine del polemista. La vita così singolare ed agitata di Giuliano, le contraddizioni di cui è piena, la subitaneità delle sue risoluzioni, il suo eroismo disperato, la versatilità inquieta del suo ingegno, si accordano, forse, assai meglio coll’imagine turbata, enigmatica, un po’ convulsa che ci presenta Gregorio che coll’imagine serena e sorridente tratteggiata da Libanio. «Io — dice Gregorio, scrivendo dopo la morte di Giuliano — aveva, già da tempo, sospettato di lui, fin da quando mi trovavo in Atene. Era egli venuto colà, poco dopo la catastrofe di suo fratello, avendone ottenuta licenza dall’imperatore. Due erano i motivi che gli facevano desiderare quel soggiorno; il primo, il lodevole, era di conoscere la Grecia e le sue scuole, l’altro, che non si diceva e che solo a pochi era noto, era di conferire segretamente coi sacerdoti e con gli impostori, poichè l’empietà non si sentiva ancor sicura del fatto suo. Fu allora appunto che io divenni un sagace indovino del carattere di lui, quantunque io non sia di coloro che hanno a ciò una naturale disposizione. Ma mi aveva fatto indovino l’anomalia del suo contegno e la singolarità delle sue distrazioni. A me parevano indicare nulla di buono il collo dondolante, le spalle agitate, l’occhio vagabondo, che intorno intorno guardava, e che aveva in sè qualche cosa del maniaco, il piede vacillante e che sembrava mal lo reggesse, le narici spiranti orgoglio e disprezzo, i lineamenti del volto ridicoli ed altezzosi, il riso immoderato e scoppiettante, i cenni di assenso e di diniego senza ragione, la parola che s’interrompeva ed a cui sembrava mancasse il fiato, le domande disordinate e irragionevoli, non migliori le risposte, intralciantisi le une le altre, senz’ordine di ragionamento. Ma perchè discendere a tanti particolari? Io lo vidi prima che agisse quale poi lo conobbi nell’azione. E, se fossero presenti alcuni di coloro che allora mi ascoltavano, attesterebbero senza esitanza la verità di ciò che dico. E ricorderebbero che, alla vista di quegli indizii, io esclamai: Quale mostro l’impero romano nutre nel suo seno! — Ma allora io fui chiamato ed imprecato falso profeta!»⁴⁴. Che vi sia, in questa descrizione, una buona dose di esagerazione, non è dubbio. Essa contrasta troppo recisamente, non solo con quanto dice Libanio, ma, ciò che più importa, con la descrizione dell’onesto ed imparziale Ammiano. Ma, lo ripeto, vi deve essere anche qualche cosa di vero. La figura di Giuliano qui è vivente. Se non che, Gregorio vuol vedere le manifestazioni di un mattoide in ciò che altro non era se non il contegno sospettoso di un uomo che doveva gelosamente celare i suoi sentimenti, di un uomo che si sapeva circondato da nemici, di un uomo in cui la prudenza, consigliata dalla ragione, si trovava in lotta costante con l’audacia naturale dell’anima. Ma come è drammatico ed interessante l’incontro, nella scuola di Atene, di questi due giovani, destinati a diventare terribilmente nemici l’uno dell’altro, e che già si spiavano a vicenda con quell’acume che dà l’odio istintivo. Se Gregorio fu singolarmente sagace, Giuliano, al quale la già lunga esperienza della sua vita tribolata acuiva la prontezza dell’ingegno, non lo sarà stato meno del suo condiscepolo, e, certo, avrà presentito in Gregorio uno dei futuri difensori del Cristianesimo. Il suo contegno inquieto, tutto a scatti ed a mosse incoerenti, era probabilmente, almeno in parte, un artifizio per nascondere agli occhi scrutatori del compagno il segreto della sua anima di ellenista fervente, i suoi propositi e le sue speranze.
⁴⁴ _Gregor. Naz._, orat. IV, 121-22.
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