L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico

Part 39

Chapter 391,985 wordsPublic domain

Questa cristianizzazione della società, che si manifesta coll’orrore che oggi ispira la guerra, un tempo condizione normale dell’umanità, e col sentimento crescente dei doveri che avvincono l’uomo ai suoi simili, così che cresce insieme il sentimento della responsabilità che compete ad ognuno nella vita solidale della società, è dunque, un fenomeno che indirettamente dipende dall’indirizzo scientifico che nel secolo decimonono, fu preso dalla civiltà. La conoscenza razionale, della realtà, mettendo in fuga gli errori e le larve, rende l’uomo capace di rappresentare idealmente, nel suo pensiero, un universo vero, e, siccome, in questa rappresentazione, il concetto della solidarietà di tutte le manifestazioni della vita acquista un’efficacia sempre maggiore, così si crea una condizione di cose in cui le verità morali intuite dal Cristianesimo primitivo s’impongono come un dovere necessario, come un imperativo categorico a cui l’uomo sempre più difficilmente trova il modo di sottrarsi.

Se l’antichità, insieme alla sua sapienza organizzatrice, alla poesia ed alle arti, avesse avuto lo spirito scientifico, avesse potuto creare la scienza oggettiva, la scienza che investiga l’universo con l’osservazione e l’esperienza, scopre le leggi inalterabili che lo reggono, e se ne serve per domare la natura ed aggiogarla al proprio servizio, la civiltà non avrebbe avuto oscuramento; le invasioni barbariche sarebbero state respinte, e l’incivilimento del mondo, in luogo di discendere in una curva profonda, per poi risalire alla vetta del pensiero moderno, avrebbe seguito una linea sempre ascendente, guadagnando alcuni secoli al progresso umano. Tale mancanza di indirizzo scientifico nella civiltà antica pare strana quando si vede come di quell’indirizzo essa abbia avuto il sentore. La mente d’Aristotele poneva il principio dell’esistenza di una legge intrinseca all’universo, considerato come il prodotto di un processo di moto investigabile e determinabile dal pensiero umano. E quando ricordiamo come Euclide avesse già affinato e perfezionato, in grado eccellente, quello strumento indispensabile nelle ricerche intorno alla natura, che è la matematica; come Archimede avesse scoperte alcune fra le leggi principali della meccanica e della fisica; come ad Erone fosse già balenata l’idea di servirsi del vapore, quale forza motrice; come Ipparco e Tolomeo avessero applicato il calcolo alle osservazioni dei fenomeni celesti, e Galeno avesse fatte profonde osservazioni di anatomia e di fisiologia, dobbiamo riconoscere che il pensiero antico, dopo di essere arrivato fin sulla soglia della conoscenza oggettiva, si è fermato, e non ha saputo entrare nel santuario. La causa di tale funesta fermata, la quale, togliendo alla società antica la possibilità di rinnovarsi e di progredire, l’ha condannata ad un’inevitabile decadenza, io credo deva esser cercata nell’organizzazione di quella società, basata essenzialmente sulla schiavitù. La macchina del mondo antico era alimentata dalla forza materiale dell’uomo stoltamente sciupata in un lavoro servile ancora. Da qui la conseguenza che, essendo il lavoro imposto e non giovando a chi lo produceva, mancava l’impulso per giungere da un risultato migliore ad un altro migliore ancora. Tutto rimaneva rinchiuso, pietrificato in date forme che non contenevano nessun germe di continua e vitale trasformazione. La scienza fornisce al lavoro i mezzi per progredire; ma il lavoro, quando si giova di quei mezzi, reagisce, a sua volta, sulla scienza, la trattiene sulla via dell’esperienza, la spinge a trarre dalle sue scoperte tutte le conseguenze che vi sono latenti. L’ineguaglianza dei diritti umani e la conseguente mancanza della libertà del lavoro produssero l’effetto che l’attività umana trovò sbarrate le vie che era pur chiamata a percorrere, e così andò perduta una forza preziosa la quale, se avesse potuto svolgersi liberamente, avrebbe trasformato il mondo ed avrebbe fatta partecipe la società antica di quel continuo incremento nei mezzi di padroneggiare la natura, da cui viene la possibilità del progresso. Le società antiche erano basate unicamente sulla robustezza dell’indole; ma l’indole, nelle vittorie, nella prosperità, si corrompeva, ed esse percorsero rapidamente a ritroso tutta la via su cui si erano avanzate, e si consumarono in una decadenza da cui nulla valeva a sollevarle.

Tale decadenza non era stata, in nessun modo, rallentata dal Cristianesimo. Anzi, esso l’aveva precipitata, sconvolgendo le basi religiose e patriottiche su cui posava la vita civile dell’Impero. Il Cristianesimo aveva razionalizzata la morale portando nel mondo i principi della fratellanza e della giustizia, ma non aveva razionalizzata la rappresentazione ideale del pensiero umano, nella quale, anzi, aveva reso ancor più forte e predominante il concetto del soprannaturale.

Il Cristianesimo, diventato una Chiesa costituita e onnipotente, ha dato a questo concetto una forma vigorosamente dogmatica e ne fece uno strumento per rinchiudere il pensiero entro insuperabili barriere e per togliergli ogni libertà di movimento. Ora la libertà del pensiero e la libertà del lavoro sono, e l’una e l’altra, fattori essenziali della conoscenza scientifica della realtà; senza di essi non vi ha civiltà progressiva e non vi ha moralità sicura. Il mondo antico non conobbe la libertà del lavoro, il mondo cristiano non conobbe la libertà del pensiero. Pertanto, nè l’uno nè l’altro di quei mondi ebbe una civiltà progressiva. Questa non cominciò ad albeggiare, se non quel giorno in cui quelle due libertà, alleandosi in un indirizzo comune, hanno aperta allo spirito umano la via per giungere alla conoscenza razionale e per attenuare, se non per distruggere radicalmente, le illusioni antropocentriche ed antropomorfiche per cui l’uomo ricrea nella sua mente, con un’imagine falsa, perchè basata sovra un’idea errata, il mondo della realtà.

L’impresa tentata dall’imperatore Giuliano di fermare il Cristianesimo e di far tornare il mondo al Politeismo ellenico, di sostituire l’Ellenismo al Cristianesimo, è interessante perchè è un sintomo ed una prova della corruzione in cui era caduto il Cristianesimo stesso, quando, al sicuro della persecuzione ed, anzi, riconosciuto come istituzione legale e come strumento di regno, non ebbe più intorno a sè quelle condizioni a cui era dovuta la sua virtù. Ma l’impresa di Giuliano è condannabile dal punto di vista filosofico e storico. Dal punto di vista filosofico perchè non indicava neppur lontanamente un pensiero che accennasse ad uscire dalla ferrea cornice delle idee del tempo, non rappresentava che un atteggiamento, lievemente diverso, di un pensiero che, nel fondo, restava identico a sè stesso, tendeva, anzi, a sprofondare sempre più la ragione umana nelle tenebre dense e non rischiarabili dell’irrazionale ed a sostituire al fecondo principio religioso del Cristianesimo lo sterile formalismo di larve senza vita. Non ebbe nessun valore storico, perchè passò come un sogno effimero; non lasciò e non poteva lasciar traccia alcuna. Non fu che un segno dei tempi, un segno che il mondo antico precipitava a rovina, e che, sulla rovina, sarebbe rimasto ritto solo il Cristianesimo, vincitore dei barbari stessi, ai quali avrebbe trasmesse le misere reliquie di una civiltà di cui era stato l’unico erede, dopo averla sconfitta, di quella civiltà per salvar la quale l’infelice Giuliano aveva voluto risollevare dalla tomba le schiere esauste degli Dei dell’Ellade.

Ma, se il tentativo era folle e destinato a perire, se rivela uno strano acciecamento in chi lo promuoveva, se ci fa sorridere questo furore di misticismo superstizioso in un uomo che pretendeva di combattere il Cristianesimo, e sorridere non meno l’illusione di questo pensatore che non si accorge di aggirarsi col suo nemico in uno stesso cerchio di pensiero, se troviamo riprovevole il pregiudizio intellettuale che non gli permetteva di discernere, sotto la corruzione del Cristianesimo, il principio vivificatore che il Cristianesimo portava nel mondo, non possiamo chiudere l’animo nostro alla simpatia per l’uomo, che, scomparso così giovane, ha trovato il tempo di lasciare, in sè stesso, un mirabile esempio d’eroismo, d’entusiasmo e di fede, che ha posto a servizio di un’idea la sua fortuna e l’immenso potere da lui conquistato, che, poeta e soldato, impavido ad ogni minaccia, perseguitato e misero nei primi anni giovanili, poi, d’un colpo, al fastigio della gloria e della potenza, ha serbata quasi sempre intatta la serena padronanza del pensiero e della volontà, ha sempre tenuto fisso lo sguardo all’idea che era il faro della sua vita. L’imperatore Giuliano ci appare come un’imagine fuggitiva e luminosa all’orizzonte, sotto cui era già tramontato l’astro di quella Grecia, che era per lui la Terra santa della civiltà, la madre di quanto v’ha, nel mondo, di bello e di buono, di quella Grecia che con figliale ed entusiastico affetto egli chiamava la vera patria — τὴν άληθινήν πατρίδα!

INDICE DELLA MATERIA

_Introduzione_ pag. 1

Giuliano l’apostata, 2 — La Chiesa e Giuliano, 3-4 — Ammiano Marcellino, 5 — Libanio, 6-8 — Gregorio, 9 — Libanio e Gregorio, 10 — Gli scritti di Giuliano, 11-12 — Eunapio, 13 — Altre fonti, 14 — Socrate e Sozomene, 15 — Critica moderna, 16-17 — Il fenomeno storico, 18-20.

_La vita di Giuliano_ pag. 21

Fanciullezza ed adolescenza, 22-30 — Giuliano a Costantinopoli ed a Nicomedia, 31-36 — Uccisione di Gallo, 37 — Giuliano a Milano poi ad Atene, 38-43 — Ritorno a Milano, 44 — Giuliano Cesare, 45-51 — Giuliano in Gallia, 52-63 — Pronunciamento militare, 64-68 — Guerra Civile, 82 — Giuliano sul Danubio, 83-88 — Giuliano imperatore a Costantinopoli, 89-95 — Giuliano ad Antiochia, 96-98 — Giuliano in Persia, 99-112 — Morte di Giuliano, 113-117.

_La discordia nel Cristianesimo_ pag. 119

Costantino, 120-122 — Dissenso iniziale, 123-129 — Ario, 130-132 — Atanasio, 133-135 — Ortodossia vittoriosa, 136-144 — Corruzione della Chiesa, 145-148 — Ascetismo monacale, 149-151 — Apparenza di conversione della società, 152-153.

_Il Neoplatonismo_ pag. 155

Essenza del Neoplatonismo, 156-160 — Origine del Neoplatonismo, 161-162 — Plotino e Porfirio, 163-168 — I maestri di Giuliano, 169-184.

_L’atteggiamento di Giuliano_ pag. 185

Filosofia di Giuliano, 186-191 — Il Re Sole, 192-200 — La Madre degli Dei, 201-209 — Il discorso contro Eraclio ed il simbolismo divino, 210-221 — Il trattato contro i Cristiani, 222-241 — Celso e Giuliano, 242-244 — Il Politeismo cristianizzato e le Pastorali di Giuliano, 245-266.

_L’azione di Giuliano contro il Cristianesimo_ pag. 267

Tolleranza religiosa e rigori amministrativi, 268-281 — L’episodio del vescovo Giorgio, 282-285 — Disordini popolari e i Cristiani persecutori, 286-293 — L’incendio del tempio d’Apollo, 294-296 — Richiamo dei Cristiani esigliati, 297-306 — Atanasio perseguitato, 307-314 — Il vescovo di Bostra, 315-320 — La legge scolastica, 321-347.

_Il disinganno di Giuliano_ pag. 349

Indifferenza generale, 350-352 — Il caso di Pegasio, 353-355 — Il _Misobarba_, 356-359 — Analisi della satira, 360-386 — Importanza del _Misobarba_, 387.

_Il principe e l’uomo_ pag. 389

Giudizi di Ammiano, 390-401 — Giudizi di Gregorio, 402-416 — Gli scritti di Giuliano, 417 — I panegirici di Costanzo, 418-421 — Il _banchetto dei Cesari_, 422-432 — La lettera a Temistio, 432-442 — La lettera a Sallustio, 442-448 — Le lettere a Giamblico, 448-456 — Lettere agli amici, 456-468 — I libri di Giorgio, 468-471 — Provvedimenti amministrativi, 471-474 — Giuliano ed Eusebia, 474-481 — Giuliano ed Elena, 481-484.

_Conclusione_ pag. 485

Sguardo riassuntivo, 485-486 — I due principî del Cristianesimo, 486-489 — Assenza d’apparato dottrinario, 489-493 — Gnosticismo, 493-495 — Religione e filosofia, 495-497 — Posizione di Giuliano, 498-500 — Politeismo puritano, 500-504 — Non comprese il principio di redenzione, 504-505 — Mancava, come il Cristianesimo, di spirito scientifico, 505-508 — La civiltà progressiva e la scienza, 508-517 — La condanna di Giuliano, 517 — Le attenuanti, 518-519.

————

Milano — _ULRICO HOEPLI, Editore_ — Milano*

_Nella COLLEZIONE STORICA VILLARI sono finora pubblicati i volumi seguenti:_

*VILLARI P. Le invasioni barbariche in Italia.* 1901, di pag. XVI-480, con tre splendide carte geografiche. L. 6 50

*ORSI P. L’Italia Moderna — Storia degli ultimi 150 anni.* 1901, di pag. XVI-448, con 48 tavole e tre carte geografiche. L. 6 50

*BALZANI U. Le Cronache italiane nel medio evo.* 1900, 2ª edizione di pag. XII-323 L. 4 —

————

_In lavoro:_

*ERRERA C. Storia delle scoperte geografiche.*

————

_Dirigere commissioni e vaglia all’Editore_ *Ulrico Hoepli — Milano*

————

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (responsale/responsabile, principi/principî, sacrifizi/sacrifizî e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le citazioni in greco sono state trascritte integralmente, senza apportare alcuna correzione per eventuali inesattezze ortografiche o grammaticali. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):

36 — di nuovo travolto [trovolto] nei pericoli 48 — Mi ha colto la morte purpurea [purperea] 87 — provato nelle ardue campagne [compagne] barbariche 134 — imporre, per tal modo, la concordia [concondia] 134 — un’assemblea obbediente al volere [valore] di Costantino 168 — Porphyrius [Porphyrias] quamdam quasi 177 — trarre a sè, invece del ciarlatanesco [ciarlatenesco] 187 — e della filosofia neoplatonica [neoplatica] 267 — un atto che potesse poi creargli [creagli] 297 — Nelle lettere di Giuliano, troviamo [troviano] 398 — ed essendo concordi [concorde] in questo le testimonianze 401 — senza aver prima esplorate [esplorata] le viscere 467 — se anche dovessi [doversi] cedere il posto