L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico

Part 38

Chapter 383,529 wordsPublic domain

Ebbene Giuliano, e questo è uno dei tratti più singolari del suo tentativo, volendo fare della sua religione un istituto moralizzatore, volle, egli pure, separarla dallo Stato, e tentò di organizzare una vera Chiesa politeista, la quale fosse maestra ed esempio di dottrina e di virtù. Noi abbiamo veduto, nell’analisi delle istruzioni date da Giuliano a personaggi cospicui di quella sua Chiesa, come l’organizzazione formasse una delle principali sue preoccupazioni, ed a quali sottili cure e provvedimenti egli sapesse discendere. Dicemmo anche che, per la purezza delle intenzioni e per la natura dei consigli, ch’egli dava ai suoi sacerdoti, relativi alla condotta ed alle abitudini che avrebbe desiderato vedere in essi, le lettere di Giuliano potrebbero considerarsi come pastorali di qualche vescovo cristiano che s’ispirasse agli ideali dei primi tempi, e produce un ben curioso effetto il sentirvi, talvolta, un’eco genuina di quello stesso Vangelo che Giuliano così cordialmente disprezzava. Egli voleva propriamente fondare sulla santità la sua Chiesa politeista, così che da essa emanasse un soffio di epurazione morale. E per riuscire a questo, nell’entusiasmo della propaganda, dava di cozzo nelle abitudini e nei costumi del suo tempo. Giuliano era un puritano politeista. Ora, tentare il connubio del puritanesimo col politeismo era cosa che non poteva venir in mente che ad un sognatore, educato nel misticismo delle sette neoplatoniche. Il mondo si ribellava a questo strano tentativo di imporgli una morale severa, in nome di Bacco e d’Apollo, diventati simboli di idee mistiche e filosofiche. La società, che aveva, in sì breve tempo, corrotto il Cristianesimo, non era per nulla disposta a lasciarsi disciplinare e correggere dal Politeismo riformato. Ancora si sarebbe capito il ritorno alla religione festosa e libera dell’Ellenismo genuino. Ma Giuliano, col suo culto pesante e severo, toglieva al Politeismo ciò che ne era stato la grazia, il fascino supremo, e non trovava, all’infuori che nei pochi iniziati da cui era circondato, che freddezza e scherno. Si comprende il suo scopo. Egli voleva tener in piedi la civiltà antica che si sfasciava in ogni sua parte, sotto l’azione del Cristianesimo che le toglieva le tradizioni, gli ideali, le credenze, tutto, infine, quel complesso di principî di sentimenti che sono la ragion d’essere di una civiltà. Ma, insieme, sentiva che il Cristianesimo si era siffattamente insinuato in tutti i meati, se posso così esprimermi, dell’anima sociale e individuale che il ritorno all’antico sarebbe stato impossibile, ed egli si è accinto all’impresa, non meno impossibile, di cristianizzare la società e la religione, senza farle diventar cristiane. Egli vedeva che il Cristianesimo, nella metafisica e nelle forme esteriori del culto, si avvicinava al Politeismo, come si era ridotto ad essere nel Neoplatonismo e nei Misteri, al punto di poter dire che ne era una copia, e credette di poterlo abolire, sostituendogli la filosofia di Plotino e di Giamblico e i riti dei Misteri, a cui quella filosofia serviva di base, aggiungendovi, come un cemento che tenesse insieme l’edificio, l’istituzione di una gerarchia sacerdotale, la quale riproducesse, con più puri costumi, la gerarchia della Chiesa Cristiana. E così quel giovane entusiasta ed illuso s’imaginava che avrebbe salvato l’Ellenismo, con la sua civiltà, le sue glorie, le sue tradizioni, la sua poesia, le sue arti!

Giuliano non sentiva che al suo Politeismo riformato mancava ciò che formava la forza del Cristianesimo e che gli dava la possibilità di vivere e di diventar sempre più potente, anche quando il suo riconoscimento ufficiale e la sua trasformazione in un potere dello Stato, gli avevano tolto intieramente quel carattere di protesta contro le iniquità del mondo che era stato la fonte genuina del fascino da lui esercitato al suo primo apparire. Il mondo aveva bisogno di credere in un Dio; non era possibile che si appagasse di larve, di simboli, di ombre metafisiche; voleva un Dio, diremo così, storico, che gli fosse imagine, rappresentanza, garanzia del Potere supremo che regge l’universo. Se il Dio ebraico non fosse stato un Dio esclusivamente nazionale e, sopratutto, se non ci fosse stato l’ostacolo insuperabile della circoncisione, forse, il mondo si sarebbe convertito a lui, e Gesù sarebbe stato propriamente il Messia di Jahve. Non essendo questo possibile, il Dio ebraico, per passare in Occidente, ha dovuto ellenizzarsi, facendo assidere presso di sè il suo rivelatore, che diventava un figlio ed, insieme, un intermediario fra lui ed il mondo. La grande forza del Cristianesimo si trovò nel fatto che la realtà di quel procedimento vi era assicurata, garantita dalla storicità oggettiva della persona di Gesù. Il mondo aveva in Gesù una rappresentazione divina, determinata, precisa, ammirabile, amabile per eccellenza, e della sua esistenza reale non era possibile dubitare. La navicella della fede, sbattuta dalle onde dei cozzanti sistemi filosofici, aveva trovato il porto in cui ancorarsi stabilmente. Quali fossero gli involucri teologici con cui si gravava e si nascondeva quella figura divina, quali fossero anche i traviamenti a cui le passioni, i pregiudizi, gli errori degli uomini trascinavano i principi essenziali del suo insegnamento, il Dio rimaneva sempre vivente ed esercitava sulle anime un’attrattiva irresistibile. Si pongano a confronto gli inni infiammati d’amore che S. Agostino innalza a Dio nelle sue _Confessioni_ con le invocazioni di Giuliano al Sole ed alla Madre degli Dei e subito si sente come il Cristiano vivesse nella verità del sentimento, e quanto sforzo ragionato entrasse, invece, nell’entusiasmo fittizio del Pagano. Così noi abbiamo visto come Giuliano s’irritasse pel culto che i Cristiani rendevano ai sepolcri dei santi e dei martiri. Ma è chiaro che la memoria di coloro che col sangue avevano testimoniato della loro fede doveva imprimere un continuo eccitamento all’ardore della fede, e sollevare facilmente all’ideale appunto perchè posava sulla realtà. Quale efficacia potevano mai avere, davanti a queste imagini, davanti al Cristo che era vissuto in un momento storico, che aveva rivelate promesse divine con un linguaggio umano e comprensibile da tutti, i pallidi e confusi fantasmi che Giuliano evocava, dai tenebrosi santuari dei Misteri, e dalle mistiche elucubrazioni dei filosofi neoplatonici? Se Giuliano fosse stato uno spirito veramente religioso, uno spirito in cui la sete del divino fosse stata prevalente, avrebbe tosto sentito come il duello da lui promosso fra il dio Sole ed il Cristo fosse senza speranza pel suo dio astrale, costretto a cedere il campo, anzi, a svanire in faccia all’Uomo-dio che lo affrontava nella pienezza della sua realtà.

Giuliano, da vero neoplatonico, non comprese, non sentì dove fosse propriamente la forza del Cristianesimo, quale fosse la causa essenziale che gli aveva data una così meravigliosa vittoria sulle potenze del mondo. Questa forza e questa causa vanno cercate nel principio di redenzione di cui il Cristianesimo era il nunzio desiderato. Il Cristianesimo era una religione pessimista nel senso che poneva il male come un fatto inerente al mondo ed all’umanità, ma insegnava, insieme, a redimersene, a sollevare lo sguardo, le speranze, le aspettazioni dall’iniquità della terra alla giustizia, al perdono, alla felicità del cielo. Una religione non può essere veramente efficace sull’anima umana, se non parte da un concetto pessimista. Quando il mondo appare come un male, l’anima umana si attacca con passione alla promessa di un oltretomba felice. La fede nella promessa le ispira la devozione, l’eroismo, l’abbandono di tutta sè stessa alla gioia del sacrifizio, all’ascetica voluttà dell’amore divino. Il concetto ottimista uccide la religione, le toglie la sua radice più profonda, la riduce a cerimonie festose, a riti formali da cui l’anima è assente. Certo, un pensatore sublime, come Plotino, potrà, dalla contemplazione di un universo perfetto, assurgere all’estatica visione di Dio, ma la moltitudine non sa seguirlo, e rimane avvinta alle preoccupazioni di una lieta mondanità.

Giuliano non seppe comprendere che il Cristianesimo era forte perchè era la religione degli infelici, la religione della sventura e del pentimento: non seppe penetrare nel concetto della redenzione che ne era la pietra angolare. Il logos Cristo poteva trovare dei rivali nei numi simbolici del Neoplatonismo, ma il Cristo redentore vinceva tutto e tutti, e si trascinava dietro le anime, sitibonde di palingenesi morale, con una forza d’attrazione a cui nulla poteva resistere.

Giuliano non era un reazionario come alcuni, sopra false apparenze, lo vollero giudicare. Giuliano desiderava la conservazione del Politeismo, perchè vi vedeva il balsamo che avrebbe salvato l’Ellenismo; ma non voleva il Politeismo col significato naturalistico o con le forme nazionali di un tempo chiuso per sempre. Voleva riformarlo, organizzarlo a seconda delle esigenze dei tempi nuovi. Ma, se Giuliano non era un reazionario, egli era però nell’antitesi più recisa con quel che oggi si chiama il libero pensiero. In questo egli era davvero l’uomo del suo tempo. Aveva un’inclinazione alle speculazioni metafisiche, ma aveva la negazione dello spirito scientifico. Nessuno ha più di lui riconosciuta la necessità dell’intervento continuo, diretto della divinità in ogni fenomeno della natura, in ogni avvenimento della vita. La superstizione pagana da lui rimessa in onore era assai più furiosa ed oscura della superstizione cristiana. Forse il politeismo di Giuliano, se per un’ipotesi impossibile, fosse stato vittorioso, sarebbe riuscito meno funesto alla scienza del monoteismo cristiano, perchè la teocrazia politeista non avrebbe mai raggiunto il rigore della teocrazia ortodossa che, per secoli, ha governato il mondo e fermato il pensiero dell’uomo. Ma, certo, punto non entrava nelle intenzioni di Giuliano di promuovere la libertà del pensiero. Giuliano non aveva, come, del resto, non l’avevano i suoi maestri neoplatonici, nessun sentore di ciò che fosse la scienza. Nè Epicuro, nè Lucrezio, e nemmeno Aristotele erano gli autori di Giuliano. Il razionalismo serviva a Giuliano, come aveva servito a Platone, a Plotino, e come doveva servire a S. Agostino ed a S. Tomaso, non ad altro che ad affermare il soprarazionale e il soprannaturale, ed a rinchiudere in tale affermazione il pensiero dell’uomo, senza lasciargli uscita possibile per osservare il mondo e conoscere la realtà. La civiltà antica declinava e si spegneva, tanto nel Neoplatonismo quanto nel Cristianesimo, nella rinuncia alla ragione. Non restavano che l’uomo in terra con le sue passioni, il trascendente in cielo con la sua inaccessibilità. Fra i due termini estremi, tenebre impenetrabili.

Così considerato, il tentativo di Giuliano ci appare privo di ogni geniale novità. Giuliano non era uno spirito inventore. Egli credeva di poter salvare la civiltà antica, serbandone vive le forme esterne, tenendo in piedi tutto l’apparato di istituzioni religiose che ne avevano accompagnato lo svolgimento, in cui era raccolta tanta parte delle sue memorie, delle sue tradizioni, delle sue abitudini. Ma egli non sapeva che, se il Cristianesimo affrettava il dissolvimento dell’antica civiltà, questa sarebbe, in ogni modo, caduta, perchè le mancava il principio essenziale del progresso, e quindi non poteva riparare le perdite che il tempo reca a qualsiasi organismo; era diventata decrepita, aveva perduta ogni forza vitale, non poteva resistere alla barbarie che si avanzava giovanile e baldanzosa.

Il principio essenziale del progresso è la scienza, non la scienza di ipotesi e di fantastiche concezioni metafisiche, ma la scienza oggettiva che scopre e segue il processo razionale da cui è determinata la fenomenalità della natura. L’uomo, mercè la sua facoltà d’astrazione, ricrea idealmente, nel suo pensiero, l’universo, rappresentandolo in una serie di cause e di effetti che si svolge nello spazio e nel tempo. Ed in tale rappresentazione ideale si determina la vita dell’individuo e della società. Ora, quando quella rappresentazione è illusoria e fallace — e non può non esser tale quando non è che il frutto di una ragione che si nutre di sè stessa — ne viene una determinazione della vita necessariamente errata ed incapace di miglioramento, che vuol dire di progresso, perchè, senza conoscenza oggettiva, il vero rimane nascosto. La concezione antropocentrica dell’universo e la concezione antropomorfica della divinità, imaginata come un Potere, posto all’infuori e al disopra della natura e dell’umanità che esso regge con un arbitrio assoluto, posano sopra un’illusione della mente umana, e immobilizzano la vita in una rete d’errori nei quali quanto più cerca di districarsi e tanto più si avvolge.

Il gittare in mezzo a questo errore fondamentale di concepimento un principio morale, giusto e vero a nulla giova, perchè la falsità della concezione in cui vive la mente umana ne rende impossibile l’applicazione, anzi lo sterilizza e lo corrompe. Quando s’imagina che il mondo è governato da un Dio, fatto a somiglianza dell’uomo, un Dio che si guadagna con le preghiere, gli omaggi, le offerte, tosto le passioni umane, che vogliono essere soddisfatte, cercano e trovano la libertà del movimento in una religione formalista che dà all’uomo il mezzo di ottenere da Dio la desiderata impunità. Di ciò il Cristianesimo ha data una prova meravigliosa. Il Vangelo era stato propriamente la buona novella. Gesù era venuto a rivelare quel sublime principio della fratellanza e della solidarietà umana che è la sola fonte da cui può scaturire la moralizzazione del mondo. Ma la fonte si è subito ostruita. Il mondo non è stato punto moralizzato dal Cristianesimo, il quale, per l’errata concezione metafisica dell’universo e della divinità, è tosto diventato una religione di forme esterne e di dottrine fantastiche imposte come verità assolute, una religione, che, nelle gesta della sua onnipotente gerarchia, è diventata la negazione di sè stessa, ed ha data al mondo quella società feroce, selvaggia, terribilmente appassionata, senza pietà e senza amore, di cui la _Divina Commedia_ e i drammi di Shakespeare ci presentano il quadro vivente.

Giacomo Leopardi, allorquando, ancor giovanetto, nella solitudine del natio borgo, si sprofondava, con sì tragico abbandono, nella voragine sterminata dei suoi pensieri, scopriva nella ragione la causa del disordine sociale, e la rendeva responsabile dell’umana infelicità. Dalla ragione, dalla sola ragione venivano tutti gli errori, in mezzo ai quali, l’uomo, staccandosi dalla natura, s’era andato perdendo ed intricandosi, come in una rete da cui non poteva liberarsi. Il Leopardi trovava, in questa sua convinzione, la conferma del mito biblico della caduta dell’uomo. Fu l’uso e l’abuso della ragione che ha allontanato l’uomo dallo stato di natura. In questo stato egli era guidato dall’istinto, duce infallibile perchè limitato alla realtà dei fenomeni; nello stato ragionevole, l’istinto cede il posto alla ragione, la quale si pasce d’errori e di larve ed imagina un mondo che non risponde alla verità. Ed è supremamente interessante il vedere come il Leopardi, scrutando, con singolare acume d’osservazione, il problema del destino umano, trovasse, nel suo sistema, la spiegazione del Cristianesimo e della vittoria da esso riportata. Quando gli uomini furono giunti ad un certo grado di coltura e di civiltà, la ragione non bastò più a sè stessa, perchè scomponeva e distruggeva, con le proprie mani, quelle illusioni che aveva create e che erano indispensabili per render tollerabile la vita all’uomo. L’umanità, pertanto, sarebbe andata incontro ad una catastrofe, se non fosse venuta una rivelazione divina, la quale, all’infuori ed al di sopra della ragione, garantisce all’uomo l’esistenza di un mondo ideale, senza la cui certezza, la compagine umana, per l’effetto degli errori irreparabili della ragione, si discioglie come un edificio senza cemento.

Se non che, nel pensatore di Recanati sotto la teoria sta pur sempre il sentimento del nulla, il sentimento dell’_infinita vanità del Tutto_. Il mondo ideale, garantito dalla rivelazione, non è che un mondo di necessarie illusioni. Da qui l’attitudine disperata dell’infelice poeta che, riconosciuti gli errori della ragione, non vedeva altra salvezza che in un’illusione di cui, pur affermandola, dimostrava la vanità.

Ora il Leopardi era nel vero, quando additava nella ragione, che crea un mondo ideale basato sul falso, la causa dei mali e del disordine umano. Le società animali sono infallibili, perchè condotte, nell’esercizio delle loro funzioni, dall’infallibile istinto. Ma la società umana, finchè la ragione vi agisce con un’interpretazione errata ed illusoria della realtà, non potrà organizzarsi che nella violenza, nel delitto e nella sventura.

_Tantum religio potuit suadere malorum!_

è un verso che non si applica solo al sacrifizio d’Ifigenia.

Ma il Leopardi non seppe vedere che, se è vero che la ragione, colle sue astrazioni premature ed arbitrarie, ha la funesta facoltà di porre, alla compagine del Tutto, delle cause arbitrarie e fallaci, da cui consegue il danno di un’organizzazione umana basata sull’errore, è pur vero che essa ha, insieme, la provvida facoltà di correggere sè stessa, così che, a poco a poco, sostituisce, nella spiegazione dell’Universo, il concetto della legge al concetto dell’arbitrio, e, per questa via, riesce a togliere alla divinità la veste antropomorfica, di cui essa stessa l’aveva coperta, ed all’uomo il pregiudizio antropocentrico che essa gli aveva donato. L’Universo è un fatto razionale. Ma la ragione, fin dai primi suoi passi, volendo e non potendo spiegarlo razionalmente, lo idealizzava in un’illusione irrazionale. Ora, non è nella rinuncia alla ragione e nella persistenza nell’irrazionale che può collocarsi la salvezza del mondo e dell’umanità. Tale salvezza, come lo attesta tutta la storia del progresso umano, sta solo nel vero e nella luce crescente di un’idealità, che razionalmente lo rappresenti e lo simboleggi.

Fu infatti il pensiero scientifico che ha data una nuova orientazione alla nave dell’umanità. Il giorno in cui prese inizio il movimento verso un nuovo orizzonte non venne a coincidere col giorno in cui il Cristianesimo gittò nel mondo un nuovo principio morale, per quanto perfetto e sublime esso fosse, ma, bensì, con quello in cui la ragione cominciò a squarciare il velo dogmatico che le toglieva la vista della realtà, cominciò ad osservarla e sperimentarla nella sua oggettiva consistenza. Copernico, Keplero, Bacone, Galileo, Newton furono i nocchieri che piegarono la nave dal solco fino allora seguito. Ma ci vollero secoli ancora prima che la conoscenza razionale della verità diventasse un fattore efficace di evoluzione sociale. Il gran fatto del secolo decimonono, il fatto pel quale può dirsi, per eccellenza, il secolo novatore, è quello appunto di aver fondata l’organizzazione dell’umana energia sulla base della scienza, che vuol dire sulla base della verità.

La civiltà non è un fenomeno di sentimento, è un fenomeno essenzialmente intellettuale. L’uomo non esercita la virtù, che vuol dire non agisce pel rispetto e per l’amore verso gli altri uomini, perchè questo rispetto e questo amore glielo si insegni o lo si predichi; è necessario, onde questo avvenga, che i doveri della solidarietà umana gli si impongano, nell’ambiente in cui vive, con un determinismo casuale a cui non possa sottrarsi. Noi vedemmo come l’uomo, ricreando idealmente il mondo nel suo pensiero, prima che albeggiasse la conoscenza scientifica, non ricreava, col prodotto dei suoi sensi imperfetti, che un tessuto di errori, di larve, di fantasie. E, su questa base ideale, per quanto falsa, si organizzava la società. Il Cristianesimo ha gittato nel mondo il principio della fratellanza umana che, facendo tutti gli uomini solidali gli uni degli altri, avrebbe dovuto inaugurare il regno della Giustizia. Ma il Cristianesimo non diradava le tenebre in cui brancolava la ragione, e, pertanto, lasciava intatta la fallace creazione ideale, su cui si fondava la compagine della società. La sua opera non poteva, nei riguardi del progresso umano, che essere infeconda, perchè la verità di sentimento, che aveva portata nel mondo, era isterilita dall’errore intellettuale contro cui veniva ad urtarsi. Affinchè il principio vero della solidarietà umana si evolva sicuramente è necessario che l’umanità posi sul vero; è necessario che il mondo ideale che essa porta nel pensiero riproduca il mondo della realtà. Rendere possibile la rispondenza del mondo ideale al mondo della realtà, ecco l’ufficio della conoscenza scientifica. Ed ecco perchè noi assistiamo al fenomeno in apparenza singolare, eppur naturale nella sua essenza, che i principî morali posti dal Cristianesimo, calpestati durante i secoli nei quali il Cristianesimo dominava come religione indiscussa e indiscutibile, si rivelano viventi ed efficaci oggi che il Cristianesimo è diventato una religione discutibile e discussa. Le virtù fondamentali del Cristianesimo, la carità, la fratellanza, il rispetto dei deboli, in quei secoli tenebrosi, allignavano, qua e là, in qualche anima eletta, nella cella di qualche cenobita; l’umanità ricorreva, di quando in quando, a quelle virtù, come ad un empiastro pe’ suoi mali. Ma la violenza, il sopruso, la crudeltà erano il diritto riconosciuto, incontestato del più forte. Oggi le cose sono radicalmente mutate. La necessità delle virtù che il Cristianesimo impone è sentita anche da coloro che gli si ribellano contro, e si veggono spuntare gli albori lontani di un tempo più sereno, sebbene pel cielo, corrano ancora, a grandi masse, le nuvole tempestose e la società sia ancor tutta una lotta in cui la forza, troppo spesso, preme il diritto. Nel mondo dello spirito non v’ha fenomeno più grande di questa permanenza dell’ideale cristiano, per la quale quei principi morali che furono posti dal Cristianesimo, venti secoli or sono, e che ne costituiscono l’essenza, sono diventati così potenti e luminosi che oramai non si può imaginare una società, la quale non sia basata sovra di essi, e si riconosce che il progresso sociale porta con sè la loro applicazione.

L’uomo antico professava un concetto dell’universo, attinto alla speculazione metafisica dei grandi pensatori di Grecia. Il Cristiano professava un concetto della vita orientato secondo la rivelazione divina di una norma morale. La Chiesa riuscì a riunire forzatamente quei due concetti in un tutto organico. Tale riunione era necessaria per la vittoria del Cristianesimo, ma, in essa, il concetto morale fu sacrificato al concetto filosofico, e ne venne una società in cui l’idealità morale del Cristianesimo era calpestata da quelli stessi che avrebbero dovuto realizzarla. Caduto il concetto filosofico dell’antichità davanti al concetto scientifico del pensiero moderno, ecco riappare vivente il genuino ideale cristiano, e riappare appunto perchè contiene i germi di un’eterna verità.