L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico

Part 36

Chapter 363,456 wordsPublic domain

Noi vedemmo, più volte, nelle lettere e nei biglietti che Giuliano mandava agli amici, espressa la licenza di servirsi della vettura dello Stato. Nell’invito fatto all’ariano Aezio di venire da lui, gli concede l’uso di un cavallo di rinforzo. Queste curiose indicazioni si collegano a uno dei provvedimenti amministrativi che a Giuliano stavano più a cuore, il riordinamento del servizio postale dell’impero. Le comunicazioni fra le varie parti di un impero che comprendeva quasi tutto il mondo conosciuto erano rese possibili e relativamente facili da un sistema stradale ammirabile, il vanto maggiore dell’amministrazione romana. Su quelle strade era organizzato un vero servizio di trasporti e corrieri, di case di ricambio dei cavalli e di alloggio, che agevolava il traffico, come or si direbbe, governativo e privato. La spesa del mantenimento del sistema postale era sostenuta dalle provincie e dalle città per cui passavano le strade. Ora, l’abuso si era infiltrato, ben presto, anche in questo servizio, e, nei tempi precedenti il governo di Giuliano, era diventato tanto enorme da disordinarlo radicalmente. Tutte le autorità imperiali, grandi e piccine, distribuivano a chi loro garbava, facoltà di passaggio gratuito, _evectiones_, e le finanze municipali, già esauste, dovevano far le spese dei viaggi dei cittadini. I concilii, i sinodi vescovili che, sotto il regno di Costanzo, si succedevano con crescente frequenza, nelle sedi più lontane, ed a cui i prelati accorrevano a schiere, accompagnati dai loro seguaci teologici, in mezzo al lusso di un clero corrotto e dominatore, portavano, in special modo, lo scompiglio nell’andamento della posta ed obbligavano i contribuenti a spese enormi. Ammiano, con parole in cui si sente l’intenzione ironica, ci descrive «le caterve dei vescovi che correvano, innanzi e indietro, da un sinodo all’altro, con vetture e cavalli appartenenti al servizio pubblico» ed aggiunge che Costanzo era tanto intento nello sforzo di regolare a suo arbitrio il dogma teologico, da recidere i nervi del sistema postale — _rei vehiculariæ succideret nervos_⁴²⁰. Libanio fa una curiosa descrizione delle condizioni deplorevoli in cui era caduto il servizio per gli abusi spaventosi che lo scompigliavano. Le autorità cittadine non potevano più reggere alle esigenze dei richiedenti. Le bestie morivano per le fatiche; i mulattieri e i cavallanti scappavano sulle montagne per togliersi ad un lavoro diventato insopportabile⁴²¹.

⁴²⁰ _Amm. Marcell._, I, 263.

⁴²¹ _Liban._, I, 569, 9 sg.

Giuliano, appena insediato imperatore, mise, con mano fermissima, un freno agii abusi, e regolò con legge le prestazioni dei servizi gratuiti, le _evectiones_. Solo i governatori delle Provincie potevano accordarle. I magistrati inferiori ne avevano un numero limitato, e dovevano aver ricevuto, caso per caso, l’autorizzazione dell’imperatore. Gli effetti di questa riforma pare siano stati salutari e rapidissimi. Libanio, dopo averci fatta quella singolare descrizione e detto che i consigli municipali, che dovevano provvedere alle spese, erano del tutto rovinati, così continua: «Giuliano fermò tale abuso, proibendo i viaggi non strettamente necessari ed affermando essere egualmente pericoloso tanto il concedere come il ricevere questi servizi gratuiti. E si vide — egli continua con la sua solita esagerazione — una cosa incredibile, cioè che i mulattieri erano costretti ad esercitare i muli, i cavallanti i cavalli, poichè, come prima soffrivano pei cattivi trattamenti, ora soffrivano per l’eccesso dell’ozio»⁴²². Fatta la dovuta parte all’iperbole dell’apologista, resta sempre un merito grandissimo di Giuliano nell’aver voluta e praticata una riforma così saggia e così civile. La diligenza scrupolosa con cui l’applicava si vede, appunto, nei pochi permessi per l’uso della posta pubblica ch’egli concede a qualcuno degli amici di cui desiderava la venuta. Si comprende che la legge di Giuliano doveva essere seriamente obbedita, se proprio era necessaria la parola diretta dell’imperatore per avere un favore che, poco prima, entrava nelle abitudini comuni.

⁴²² _Liban._, I, 570, 11 sg.

La condotta di Giuliano, amministratore di un immenso impero, non è dunque meno ammirabile di quella di Giuliano duce di potenti eserciti ed organizzatore di grandi ed arrischiate imprese. Il solo errore da lui commesso, come amministratore, fu la violenza economica esercitata sul mercato d’Antiochia. All’infuori di questo errore, dovuto anch’esso alle buone intenzioni del principe e che, del resto, era la conseguenza dell’assoluta ignoranza delle leggi economiche in cui viveva la società antica, noi non troviamo nel troppo breve governo di Giuliano atto alcuno che non giustifichi l’asserto di Libanio che, se il tempo gli fosse stato concesso, egli avrebbe restaurata la prosperità di tutto l’impero come aveva fatto di quella della Gallia.

Della rettitudine e della bontà dell’uomo privato ci fanno fede le sue lettere di cui abbiamo veduto numerosi saggi, constatando che fine gentilezza d’animo fosse in questo giovane che pur aveva passati i suoi anni più belli fra le durezze delle guerre, nella vita degli accampamenti militari. Esiste, però, un punto della storia di Giuliano che rimane oscuro, intorno al quale i suoi stessi contemporanei, brancolando nell’incertezza, hanno tessuto una rete di sospetti e di leggende. Io voglio parlare delle relazioni di Giuliano coll’imperatrice Eusebia, e del suo contegno con la moglie Elena. Già vedemmo come Ammiano Marcellino, pur tanto amico di Giuliano ed ammiratore di Eusebia, accusi apertamente costei d’aver uccisa Elena, per mezzo di un lento veleno propinatole, dice il buon Ammiano, per attenuarne la responsabilità, allo scopo di impedire che avesse figli. E vedemmo anche come fossero diffuse voci più calunniose, secondo le quali Giuliano stesso avrebbe, con l’aiuto di un medico, avvelenata la moglie⁴²³. A Libanio riesce cosa facile il distruggere quest’ultima accusa. Ma il fatto stesso che l’accusa si era sparsa, unito all’altro della notizia curiosa che ci è data da Ammiano, dimostra che, se non nel popolo, almeno nell’ambiente della Corte, si sospettava che un dramma d’amore si fosse intrecciato nelle vicende del giovane principe. Dissi nell’ambiente della Corte, poichè se lo scandaloso racconto fosse uscito dal cerchio dei cortigiani e fosse corso nel popolo, sarebbe giunto all’orecchio di Gregorio, al quale avrebbe fornito un motivo oratorio veramente prezioso, ed è facile imaginarsi con quanta gioia il terribile polemista ne avrebbe fatto argomento di un’eloquente invettiva⁴²⁴.

⁴²³ Pag. 37 e sg.

⁴²⁴ Fra i moderni, il solo Anatole France, per quello che io so, afferma la realtà dell’amore fra Giuliano ed Eusebia. _La nature du sentiment qui unissait Eusébie et Julien n’est guère douteuse... Tel qu’il etait, Eusébie l’aime_ (Vie littéraire, 4, 252). — Lo spiritoso critico francese, quando scriveva quelle parole, non conosceva ancora il busto d’Acerenza. Se l’avesse conosciuto, avrebbe, forse, trovata nella prestante vigoria della figura di Giuliano, una ragione di più per credere nell’amore della bella imperatrice per lo sventurato cugino.

Se noi guardiamo un po’ addentro in questo oscuro episodio, troviamo che il sospetto può nascere non tanto dalle relazioni palesi di Giuliano con la cugina Eusebia quanto dal suo contegno verso la moglie Elena. Giuliano, come sappiamo,⁴²⁵ fu due volte a Milano, durante il soggiorno della bella imperatrice, la prima nel 354, chiamatovi, dopo la morte del fratello Gallo, per esservi processato e certamente ucciso, se Eusebia non fosse intervenuta. Giuliano fu relegato a Como e poi mandato ad Atene; la seconda volta, sul finir del 355, per esser investito dell’autorità di Cesare, sempre per l’influenza che Eusebia aveva sul marito. Ora, che, durante queste due dimore, il principe potesse avere coll’imperatrice relazioni segrete pare estremamente improbabile. La corte di Costanzo era popolata di nemici acerrimi di Giuliano che spiavano ogni suo movimento e che avrebbero colto al volo l’occasione per rovinare, nell’animo dell’imperatore, l’odiato principe e, insieme a lui, la donna audace della quale l’innamorato Costanzo subiva il fascino irresistibile. Giuliano, nel suo panegirico di Eusebia, parla di lei come di un’apparizione divina, davanti alla quale egli prova un sentimento di timorosa riverenza e di profonda gratitudine. Vi si sente la parola di un suddito devoto, non già quella di un amante infervorato. Ma, si potrebbe dire, il panegirico era un documento ufficiale e Giuliano non poteva tradir sè stesso ed Eusebia. Il riserbo era imposto dalla più elementare prudenza. Ma di importanza capitale è il racconto che ci fa Giuliano, nel manifesto agli Ateniesi, della sua esitanza a mandare una lettera all’imperatrice nei giorni in cui si trattava della sua elezione a Cesare⁴²⁶, pel timore che la lettera potesse essere scoperta. Qui Giuliano dice indubbiamente la verità. Eusebia, nel 361, quando Giuliano scriveva il manifesto, era morta. Giuliano era un ribelle dichiarato e nessun ritegno poteva frenargli la parola, nessuna ragione di prudenza consigliarlo a velare la verità. Noi pertanto dobbiamo credergli quando afferma che le relazioni con Eusebia erano così poco confidenziali ch’egli non solo non poteva parlarle, ma non osava nemmeno mandarle un biglietto. Dunque nessuna intimità, e, meno ancora, nessun intrigo amoroso è mai esistito fra i due cugini. La loro vicendevole simpatia doveva venire, più che da altro, dalla comunanza delle aspirazioni intellettuali. Eusebia, nata in Macedonia, usciva da una famiglia greca ed era stata allevata in Grecia, in mezzo alle tradizioni ed alle abitudini della coltura antica; così che, oltre alla bellezza, portava in dote, come dice Giuliano, una retta educazione ed un intelletto elegante⁴²⁷. Sposata ad un imperatore cristiano, entrata in una Corte in cui i grandi dignitari dell’Arianesimo dominavano sovrani, essa avrà seguito necessariamente l’indirizzo religioso di coloro che la circondavano. Ma le sue preferenze intellettuali dovevano essere per l’Ellenismo in cui era cresciuta. Ora, per quanto Giuliano fosse rimasto lontano dalla Corte, vi dovevano essere note la sua passione per lo studio e le sue relazioni coi filosofi del tempo. Eusebia, pertanto, vedeva in Giuliano un greco genuino, ne comprendeva le aspirazioni, ne ammirava le attitudini. Da qui in lei il desiderio di salvarlo dall’uragano di barbarie cristiana che minacciava di sommergerlo. Giuliano stesso, nel suo panegirico d’Eusebia, spiega appunto in questo modo la protezione per lui: «Essa, egli dice, mi divenne promotrice di tanti beni, perchè ha voluto onorare in me il nome della filosofia. Questo nome era stato, non so come, applicato a me che, certo, amo fervidamente la cosa, ma che poi tralasciai di praticarla. Ma essa onorava il nome. Io non trovo nè posso immaginare altra causa per la quale mi fu così efficace ajutatrice e vera salvatrice, adoperandosi, con ogni sforzo, per conservarmi intatta la benevolenza dell’imperatore...⁴²⁸» È ad Eusebia che Giuliano deve ciò ch’egli considera la sua più grande fortuna, di essere, cioè, mandato ad Atene, a sprofondarsi negli studii: è Eusebia, che, come sappiamo, fornisce a Giuliano, partente per la Gallia, quella ricca e svariata biblioteca, per la quale la Gallia si è trasformata, come egli dice, in un Museo di libri greci⁴²⁹.

⁴²⁵ Pag. 37, sg.

⁴²⁶ Pag. 44, sg.

⁴²⁷ _Iulian._, 140, 5 sg.

⁴²⁸ _Idem_, 154, 16 sg.

⁴²⁹ Pag. 41.

Noi siamo, dunque, in alto, in un’aria di pura intellettualità. Eusebia e Giuliano ci appaiono come due genii di poesia e di saggezza. Eusebia, nel panegirico di Giuliano, si presenta circonfusa di un’aureola di santità: è una figura divina. Nel contemplarne il ritratto, disegnato dal suo devoto e riconoscente ammiratore, par di risentire un po’ di quel fascino che la bella imperatrice esercitava sui milanesi d’or son quindici secoli e mezzo. Ammiano Marcellino, che aveva veduto Eusebia alla corte di Milano e conosceva quanto essa aveva fatto per Giuliano, non ha che parole di ammirazione per la sua virtù, ed afferma, scrivendo di lei già morta, che non aveva rivali per la bellezza del corpo e dei costumi e che, nell’altissimo culmine in cui si trovava, aveva saputo conservarsi umana⁴³⁰. Ammiano pare non sospetti di relazioni illecite fra Giuliano ed Eusebia, ed attribuisce l’azione dell’imperatrice in favore del perseguitato principe alla giusta estimazione ch’essa faceva delle sue virtù. Ma, a turbare la pura serenità di tale imagine, ecco che Ammiano ci racconta un episodio pel quale la bella filosofessa si trasformerebbe in una donna malvagia ed odiosa. Noi già abbiamo accennato a questo fatto. Ma qui vogliamo rivederlo più attentamente, perchè si tratta di chiarire un mistero che influisce sinistramente sul nostro giudizio del carattere di Giuliano. Noi sappiamo che Costanzo, chiamato Giuliano alla dignità di Cesare gli aveva dato in moglie la propria sorella Elena, onde render più stretti i legami che lo univano al cugino, ritornato nei suoi favori. Il matrimonio, al dire di Giuliano stesso, era stato preparato da Eusebia⁴³¹. Elena, figlia di quell’imperatrice Fausta, uccisa, a quel che narra Zosimo, nel 326, da Costantino, in un’orribile tragedia di gelosia⁴³², doveva avere, nel novembre del 355, non meno di trent’anni. Pare, dunque, che Eusebia combinasse un matrimonio di pura convenienza. Ma Elena, l’anno seguente, in Gallia, era rimasta incinta. Ebbene, Eusebia, narra Ammiano, avrebbe guadagnata la levatrice, e questa, con un voluto errore di operazione ostetrica, avrebbe ucciso il bambino sul punto di nascere. Ma questo bel fatto pare non accontentasse Eusebia. Costei avrebbe invitata Elena a venire dalla Gallia a Roma, nell’occasione del solenne viaggio che, nel 357, essa vi fece con Costanzo. Il pretesto dell’invito era l’affettuosa premura di far partecipe Elena dei festeggiamenti romani; il motivo vero era di propinare all’infelice un sottile veleno, pel quale dovesse abortire, ogniqualvolta rimanesse incinta. Pare, che l’azione lenta del veleno, minando l’organismo della donna, la conducesse, tre anni dopo, a morte, morte misteriosa, appena accennata da Ammiano e da Giuliano, e che, dai nemici di quest’ultimo, gli fu, addirittura, attribuita, quasi egli fosse stato l’avvelenatore della moglie⁴³³.

⁴³⁰ _Amm. Marc._, I., 240.

⁴³¹ _Iulian._, 159, 1.

⁴³² _Zosimo_, 150, 1. sg.

⁴³³ Pag. 76.

Tutte queste voci poco precise hanno l’aria di non essere che pettegolezzi di una Corte malvagia, abituata ai delitti. La gelosia dell’amante deve essere esclusa, come causa determinante, perchè, davvero, poco si comprenderebbe una gelosia che si eserciti a distanza, senza l’inasprimento di passione che dà la vicinanza e la vista dell’essere amato. La gelosia della madre che, non avendo figli, — Eusebia non ne aveva — non voleva che ne avesse neppur la cugina, si sarebbe rivelata, in un modo così atroce, la prima volta, nel caso dell’infanticidio commesso dalla levatrice, e in un modo così raffinato, la seconda volta, coll’intrigo dell’invito a Roma, per propinare il veleno, da esser poco credibile per sè stessa ed inammissibile affatto in una donna come Eusebia di alta coltura, e di animo tanto generoso da non esitar a gittarsi nella pericolosa impresa di salvare un principe perseguitato, sfidando le ire e le macchinazioni dei cortigiani potenti. È possibile che questa donna che tanto aveva fatto per collocare Giuliano in una posizione in cui potesse far conoscere e valere le sue virtù, fosse poi rosa dall’invidia, al pensiero che quest’uomo da lei ammirato e salvato, avesse dei figli? È possibile che di lei si possa dire «_tanta tamque diligens opera navabatur ne fortissimi viri soboles appareret_»?⁴³⁴.

⁴³⁴ _Amm. Marcell._, I, 94.

Pertanto a me pare che l’ipotesi più probabile è che Ammiano raccogliesse le invenzioni e le voci calunniose che, in odio di Eusebia, dovevano correre nell’ambiente cortigiano in cui aveva vissuto, e le ripetesse senza tanti scrupoli, come, con una mancanza di scrupoli ancora più grande, i nemici di Giuliano le volgevano a danno ed in accusa diretta di lui. Però, dobbiamo ammettere che, se quelle voci calunniose hanno potuto diffondersi ed esser credute, vi deve pur essere stato qualche fatto, qualche circostanza che dava loro un’apparenza di credibilità. Ora, noi non abbiamo nessun documento col quale ricostruire la storia della relazione coniugale di Giuliano con la moglie Elena. Tuttavia da alcuni indizii possiamo indurre che Elena è stata una donna infelice, una sposa trascurata. Giuliano, che parla e scrive di tutto e di tutti con tanta facilità ed abbondanza, non ha nei suoi scritti, e pubblici e confidenziali, neppure una parola per la moglie che pur gli fu compagna nei cinque anni della sua dimora in Gallia. Egli fa un cenno del suo matrimonio, nel panegirico di Eusebia, sol per dire che l’imperatrice lo combinò, poi nel manifesto agli ateniesi ricorda che, nel momento in cui avveniva il pronunciamento militare a Parigi e che i soldati circondavano il palazzo, egli si trovava a riposare, al piano superiore, in una camera vicina a quella di sua moglie, ancora vivente⁴³⁵. Quel gelido _ancora vivente_ — ἔτι τῆς γαμετῆς ζώσης — è la sola orazione funebre di Giuliano per la moglie. Essa era morta, a Vienna, nell’inverno del 360, mentre il marito già si atteggiava da imperatore, in pompe e feste solenni. Il solo atto pietoso di Giuliano verso di lei fu di mandarne la spoglia a Roma, onde esser deposta, in un sepolcro della via Nomentana, presso quello della sorella Costantina.

⁴³⁵ _Iulian._, 366, 3 sg.

La sorte infelice di questa donna commosse la fantasia dei contemporanei e diede gli elementi per creare intorno a lei una leggenda, per vedere il mistero ed il delitto dove non era, probabilmente, che un intreccio naturale di tristi circostanze. Eusebia e Giuliano furono creduti colpevoli ed autori di una morte, che la sventura sola aveva, a poco a poco, avvicinata e prodotta. La moglie di Giuliano è una di quelle pallide figure che passano fuggevoli, ombre leggere, all’orizzonte della storia, circonfuse e come consacrate da un’aureola di lento e segreto martirio. Sposata, già matura, ad un uomo che non l’amava, cristiana ed educata in un ambiente cortigiano, affatto chiusa alle influenze elleniche, essa non poteva comprendere il marito, e non era da lui compresa. Nessuna comunanza intellettuale esisteva in quella coppia, unita da un puro vincolo di convenienza. Le gioie che poteva avere dalla maternità le erano state rapite. Nell’aspro soggiorno della Gallia, viveva in continue strettezze e spaventi. Vedeva venir avanti e farsi ognora più minaccioso il pericolo dell’urto fra il marito ed il fratello, l’urto ad evitare il quale essa era stata sacrificata e posta inutilmente, come simbolo di pace, fra i due contendenti. Scoppiata la ribellione e proclamato Giuliano imperatore, Elena non resse all’idea della guerra fraterna. Giuliano, tutto assorto nei suoi preparativi, nei suoi piani, nei suoi sogni, non l’ascoltava. Ed essa conosceva troppo il fratello, per non essere sicura che, una volta vittorioso — e tutto faceva credere probabile la sua vittoria — egli avrebbe presa una terribile vendetta. Lacerata da queste ansie crudeli, che la tormentavano nel segreto dell’anima, Elena, struggendosi, si è consumata e sparve, vittima gentile, dimenticata dal marito che stava per gittarsi nella tempesta della più audace avventura.

Possiamo, dunque, concludere, con l’imparzialità di cui ci siamo fatto un dovere assoluto, che, se a Giuliano non può esser imputato nessun delitto domestico, egli non è stato certo un marito esemplare, ed, anzi, assai probabilmente ha fatto l’infelicità della moglie. Colpa per sè stessa assai grave, ma che pure, nella storia dei mariti di tutti i tempi, non esclusi quelli dell’oggi, può trovare qualche attenuante.

CONCLUSIONE

Io diceva, cominciando questo studio, che nessun destino è stato più miserando di quello di Giuliano, perchè la Chiesa, da lui inutilmente combattuta, si è vendicata coprendo di una maschera odiosa la sua nobile figura e rendendo esecrato il suo nome, che pur avrebbe avuto tanto diritto al rispetto ed all’ammirazione dei posteri. Ma, dopo essere stati lungamente nella sua compagnia, noi sentiamo farsi più viva la commiserazione pel suo destino, perchè non vi ha, forse, nella storia, altro esempio di tante e così splendide doti completamente sciupate in una vana impresa. Pochi fra gli uomini apparsi sulla scena del mondo meglio di lui forniti di tutte le forze necessarie ad esercitare sugli eventi un’azione duratura. Nessun uomo più miseramente scomparso, senza lasciare traccia alcuna di sè. L’opera di Giuliano è stata passeggera e vana come il solco di una barca sulla superficie dell’acqua. Appena passata la poppa, le acque divise si riuniscono ancora ed il solco non è più rintracciabile. Così appena Giuliano spirava là, nella sua tenda, sulla pianura persiana, il suo tentativo effimero svaniva nel nulla, e la storia riprendeva il cammino come s’egli non fosse mai esistito. Si può dire che il Cristianesimo non si è nemmeno accorto della guerra che Giuliano gli ha mossa. Non l’ha fermato, neppure per un istante, nella sua propaganda, non ha influito, in nessun modo, sul suo indirizzo e sulle sue ulteriori manifestazioni.

La fortuna, sempre bizzarra, aveva, al tramonto dell’Impero, posto sul trono dei Cesari, un uomo di vivo ingegno e d’animo forte e retto. Ed egli non ha servito a nulla! I suoi sforzi si sono esauriti nel vuoto. Un’idea, completamente sbagliata, si era impadronita di lui, ed ha piegata la sua azione in una direzione in fondo alla quale avrebbe trovato il baratro. Egli vi si è avanzato come un sonnambulo che non ha la coscienza del mondo reale da cui è circondato. Non c’è, nella storia, spettacolo più triste di questo sciupìo di forze preziose, ma non c’è nemmeno spettacolo più interessante, perchè lo studio delle cause che hanno reso possibile il sorgere di una così grande illusione in uno spirito pur così aperto ed intelligente ci dà il mezzo di comprendere e di valutare, nella sua portata reale, la rivoluzione religiosa che ha condotto a rovina l’antica civiltà.

Quelle cause, noi le abbiamo scrutate e discusse nel corso di questo lavoro. Ma non sarà inutile riassumerle ed insistervi, poichè in esse sta tutto l’interesse della vita di Giuliano e, nella loro analisi, sta la ragione del lungo studio che abbiamo intrapreso.