L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico

Part 35

Chapter 353,392 wordsPublic domain

«Si narra che Democrito d’Abdera, non riuscendo a trovar parole che valessero a consolare Dario che piangeva la morte della bella sposa, gli promettesse di ricondurre alla luce la dipartita, pur ch’egli volesse procurargli tutte le cose occorrenti. Rispondendogli Dario di non risparmiar nulla di ciò che gli avrebbe reso possibile l’adempimento della promessa, egli, rimasto sospeso per piccolo tempo, soggiungeva di posseder già tutto quello di cui aveva bisogno; una cosa sola ancor gli mancava, che non sapeva dove prendere, ma che Dario, re di tutta l’Asia, avrebbe subito e facilmente trovata. Quale fosse, chiedendogli Dario, questa cosa che al re solo era dato di rintracciare, si dice che Democrito rispondesse che, se egli avesse scritti sulla tomba della moglie i nomi di tre uomini, del tutto esenti da afflizioni, colei subito si sarebbe ravvivata, trasgredendo la legge della morte. Imbarazzato Dario non riusciva a trovar nessuno a cui non fosse toccata qualche sventura; ed allora Democrito, ridendo, come era solito, gli diceva — Perchè dunque, o il più irragionevole degli uomini, ti lagni eccessivamente, come se tu fossi il solo a provar tanta sventura, mentre non puoi trovar neppur uno in tutte le passate generazioni che non abbia mai sofferto qualche domestico dolore? — Ora, si comprende come Dario, uomo barbaro, incolto, dato al piacere ed alla passione, dovesse apprender tutto ciò. Ma tu, che sei Greco e cresciuto con una saggia educazione, devi avere in te stesso la medicina, e, se questa non s’invigorisse col tempo, sarebbe una vergogna per la ragione!».

Giuliano, diventato imperatore, desiderava conservare l’amicizia cogli antichi compagni di studio, ed era lieto quando alcuno di essi gli mostrava l’intenzione di avvicinarsi a lui e di venire alla sua corte. All’amico Basilio che appunto gli aveva scritto per annunciargli la sua venuta, risponde con questa lettera gentile ed incoraggiante:

«Il proverbio dice — Non annunci la guerra, — ed io aggiungo il detto della commedia — tu annunci promesse d’oro. — Orsù, dunque, fa seguire il fatto alle parole, ed affrettati a venire a noi. L’amico riceverà l’amico. La comune e continua occupazione negli affari pare molesta a coloro che non se ne fanno un’abitudine. Ma coloro che hanno comuni le cure diventano premurosi e cortesi e pronti a tutto, come io stesso ne faccio esperienza. Chi mi sta intorno mi agevola il mio compito, così che, non mancando ai miei doveri, io posso anche riposarmi. Ci troviamo insieme, senza l’ipocrisia della Corte, della quale sola credo che finora tu hai fatto l’esperienza, con la cui veste i cortigiani, lodandosi l’un l’altro, si odiano con un odio quale non l’hanno i nemici dichiarati. Noi, invece, pur rimproverandoci e sgridandoci a vicenda, quando bisogna, con la conveniente libertà, ci amiamo come se fossimo intimi amici. Così ci è permesso di lavorare senza sforzo, e di non essere intolleranti del lavoro, e di dormire tranquillamente. Poichè quando io veglio, veglio non tanto per me quanto per gli altri tutti, come è mio dovere. Ma, forse, io ti stordisco di ciance e d’inezie, e faccio una brutta figura, poichè io mi son lodato come Astudamante. Ma ti scrissi tutto ciò, perchè vorrei persuaderti ad approfittare dell’occasione per renderti utile a me, con la tua presenza, da quell’uomo saggio che sei. Affrettati dunque e serviti del corriere di Stato. Quando avrai passato presso di noi tutto il tempo che ti piacerà, tu potrai andare, licenziandoti da noi, dove meglio ti parrà»⁴¹¹.

⁴¹¹ Il Basilio, a cui è diretta la lettera che abbiamo riprodotta, non può evidentemente essere Basilio il Grande, il vescovo di Cesarea, il compagno dei due Gregori nella lotta per l’unità della dottrina ortodossa. È vero che Basilio era stato compagno di Giuliano, insieme a Gregorio di Nazianzo, sui banchi della scuola d’Atene. Ma è chiaro che Giuliano non avrebbe mai potuto rivolgersi, in termini tanto amichevoli, ad uno dei più forti campioni del Cristianesimo e chiamarlo a consiglio presso di sè, senza dire poi che, in questa lettera, si parla di un giovane abituato all’ambiente cortigiano, indicazione che in nessun modo si potrebbe applicare a Basilio. Pertanto, questa lettera, indubbiamente autentica, è non meno indubbiamente diretta a tutt’altro Basilio che al Basilio cristiano.

Ma nell’epistolario giulianeo si trova un’altra lettera (pagina 596), la quale, invece, è indubbiamente diretta al Basilio cristiano, ma essa è, non meno indubbiamente apocrifa. La goffa presunzione a cui s’ispira questa lettera, che pare scritta da un volgare millantatore, non può attribuirsi a Giuliano di cui conosciamo la spiritosa modestia. Vi si odora tosto il falsario che scrive ad avvenimenti compiuti. Giuliano descrive in questa lettera, con gonfia iperbole, la grandezza della sua potenza, riconosciuta da tutti i popoli della terra, e disprezzata dal solo Basilio. Per punire costui del suo contegno ostile, gli impone di portargli un enorme contributo in danaro, di cui ha bisogno per l’imminente spedizione di Persia, e minaccia la distruzione di Cesarea, nel caso che il vescovo avesse l’audacia di disobbedirgli. Il contenuto e lo stile della lettera basterebbero a dimostrarne il carattere apocrifo. Ma la prova più evidente è data dalla chiusa, nella quale il falsario adopera a sproposito una notizia di Sozomene. Narra costui che Apollinare di Siria, un letterato cristiano, autore di traduzioni bibliche in versi greci, e di operette morali, fatte sullo stampo dei modelli classici, aveva scritto un trattato contro gli errori filosofici professati da Giuliano e dai suoi maestri. Giuliano, dice Sozomene, letto il trattato, avrebbe risposto ai vescovi che glielo avevano mandato con queste tre parole — Lessi, compresi, condannai. — E i vescovi gli avrebbero, a loro volta, risposto — Leggesti, ma non comprendesti, perchè, se avessi compreso, non avresti condannato. — E Sozomene aggiunge che questa risposta fu da alcuni attribuita a Basilio (Sozomene 507). Ora, il falsario che ha inventata la lettera di Giuliano, vi ha appiccicate, come chiusa, le tre parole scritte dall’imperatore, in risposta al trattato di Apollinare, parole che lì sono affatto fuori di proposito, ed anzi riuscirebbero incomprensibili.

Graziosissima e singolarmente interessante è la lettera⁴¹² con cui Giuliano fa dono all’amico Evarghio di un suo campicello.

⁴¹² _Iulian._, 549, 18 sg.

«Io pongo a tua disposizione e ti dono un piccolo podere di quattro campi che ebbi, in Bitinia, dalla mia nonna, certo non sufficiente perchè un uomo, possedendolo, creda di aver acquistato qualche cosa di grande e ne vada superbo; ma il dono non deve riuscirti del tutto sgradito, se mi lasci dirne ad uno ad uno i pregi. Posso ben scherzare con te che sei pieno di grazia e di spirito. Dista dal mare non più di venti stadi, e nessun mercante e nessun nocchiero, con le ciarle e con la prepotenza, disturba il paesaggio. Ma non mancano, per questo, i favori di Nereo; ha pesci freschi e ancor tremolanti, e, da un colle, poco lontano dalla casa, vedrai il mare della Propontide, e le isole, e la città che ha il nome del grande imperatore; non porrai il piede sui fuchi e sulle alghe, nè avrai il disgusto dei rifiuti schifosi gittati dal mare sul lido e sulla sabbia e delle innominabili sozzure, ma intorno a te saranno alberi sempre verdi e timo ed erbe fragranti. Ah, che pace il giacere colà, leggicchiando un libro, e poi riposare la vista nel giocondo spettacolo delle navi e del mare! Quando io era giovanetto, quel podere mi era carissimo, perchè ha limpide sorgenti, ed un bagno delizioso, ed un orto ed alberi. Diventato uomo, sentii desiderio dell’antico soggiorno, e vi venni più volte, e con ragione. Vi ha là anche un ricordo piccino della mia sapienza d’agricoltore, un breve vigneto, che dà un vino odoroso e dolce che non ha bisogno del tempo per acquistar pregio. Vedrai Bacco e le Grazie. Il grappolo ancor sul ceppo, o premuto nel torchio, odora di rosa, ed il mosto nei vasi, a dirla con Omero, è un estratto di nettare. Ah, perchè mai questo vigneto non ha maggiore ampiezza? Forse io non fui un agricoltore previdente. Ma siccome io son sobrio col bicchiere di Bacco, e mi piacciono assai più le Ninfe, così ne preparai appena quanto bastasse per me e per gli amici — merce sempre scarsa fra gli uomini. — Questo è il mio dono per te, o caro capo. È piccolo, ma sarà gradito venendo ad un amico da un amico, ed alla casa dalla casa, come dice il saggio poeta Pindaro. Scrissi questa lettera, in tutta fretta, alla luce della lampada. Se vi trovi qualche errore, non, rimproverarmi acerbamente, nè da retore a retore».

Questa lettera è un piccolo capolavoro. Vibra, in essa un sentimento della natura, rarissimo fra gli antichi, e qualche cosa di squisito che non può esser proprio che di un’anima aperta alle più vaghe impressioni. Quanti pensieri saran passati per la mente del giovanetto meditabondo che, dal colle solitario, fra una pagina e l’altra d’Omero, guardava il mare, le navi e la lontana Costantinopoli! Quest’ultimo figlio della Grecia risentiva in sè tutto l’incanto della civiltà e del pensiero ellenico che una religione nemica, la religione dei suoi persecutori, voleva annientare, ed egli sognava di conservarla, quella civiltà, di farla rivivere, di salvare gli Dei che i suoi poeti divinamente avevano cantati, e che tanta gloria avevan data ad un mondo che oggi li ripudiava!

Noi vediamo, dunque, come, in mezzo alle sue tempestose vicende, l’animo di Giuliano sapesse conservarsi sereno ed aperto a tutte le impressioni della natura e dell’arte. Egli si studiava di agire, in ogni cosa, razionalmente, e credeva di riuscire nei suoi sforzi per serbarsi esente di ogni impulso passionale. I suoi consigli sono sempre ispirati alla più pura saggezza. Ad un amico egli scrive⁴¹³: «Ci compiacciamo di sapere che, nella condotta degli affari, tu cerchi di conciliare il rigore con la dolcezza. Poichè l’unire la dolcezza e la temperanza alla fermezza ed alla forza, ed usare di quella coi docili, di questa coi malvagi per la loro correzione, è opera, come io credo, di un’indole e di una virtù non piccola. In vista di questi scopi, noi ti preghiamo di armonizzare l’una cosa e l’altra al solo bene, poichè i più saggi degli antichi giustamente credettero che tale deva essere il fine di tutte le virtù. Possa tu vivere sano e felice più a lungo che sia possibile, o fratello desideratissimo ed amatissimo».

⁴¹³ _Iulian._, 521, 11 sg.

La rettitudine ed il coraggio di Giuliano, così giustamente ammirato da Ammiano e da Libanio, appaiono in tutta luce nella lettera da lui diretta al medico Oribasio, al tempo dei suoi urti con Florenzio, in Gallia, per frenarne gli abusi finanziari. Dopo aver narrato ad Oribasio quel sogno dei due alberi, che già conosciamo,⁴¹⁴ Giuliano così continua: «Quanto a quello sciagurato eunuco io vorrei sapere se ha detto di me le cose che mi scrivi, prima di trovarsi con me o dopo. Per ciò che riguarda la sua condotta, è noto che, più volte, mentre egli trattava ingiustamente i provinciali, io tacqui più di quanto sarebbe stato conveniente, non prestando orecchio a questo, non ammettendo quello, non credendo a quest’altro, ed altro ancora mettendo a colpa di coloro che gli stavano intorno. Ma, quando egli volle farmi partecipe della sua turpitudine, mandandomi le sue scellerate e vituperevoli relazioni, che doveva io fare? Tacere o combattere? Il primo partito era stolto, servile ed empio, il secondo giusto e coraggioso, ma non concesso dalle presenti circostanze. Che feci dunque? Alla presenza di molti, che io ben sapeva lo avrebbero ripetuto a lui, esclamai: — Colui dovrà pure rettificare le sue relazioni che sono veramente riprovevoli. — Ebbene, colui, avendo ciò udito, si trattenne dall’agire con saviezza, per modo che, pur essendogli io tanto vicino, fece cose che non avrebbe fatto neppure un tiranno che fosse appena ragionevole. E allora come doveva comportarsi un uomo che seguiva le dottrine di Platone e di Aristotele? Non curarsi dei miseri e lasciarli preda dei ladri, o difenderli con ogni mezzo? Ma a me parrebbe vergognoso che, mentre si condannano a morire e si privano della sepoltura quegli ufficiali che abbandonano le loro schiere, fosse poi lecito di abbandonare le schiere dei poverelli, quando essi devono lottare coi ladri, tanto più avendo dalla nostra parte Dio, che ci diede il nostro posto. E, se mi toccherà di soffrire per questo, io mi sentirò non poco incoraggiato dalla mia buona coscienza. E, se anche dovessi cedere il posto ad un successore, non me ne dorrei, poichè è meglio viver poco ma bene, che molto e male».⁴¹⁵.

⁴¹⁴ Pag. 71.

⁴¹⁵ _Iulian._, 496, 15 sg.

Ciò che Giuliano qui scrive si attaglia così esattamente a Florenzio ed all’episodio narrato da Libanio che parrebbe non possa sollevarsi alcun dubbio nella identificazione della persona. Ma c’è quell’appellativo di _eunuco_ che non si sa spiegare, perchè Florenzio aveva moglie e figli. Alcuni, pertanto, vedono in questo nemico, di cui parla Giuliano, il cortigiano Eusebio, l’eunuco che spadroneggiava alla corte di Costanzo e che tanto odiava il principe. E imaginano un’ispezione che Eusebio avrebbe fatta in Gallia, per ordine dell’imperatore e che avrebbe dato origine agli urti con Giuliano⁴¹⁶. La cosa è possibile, ma affatto fantastica, ed è più ragionevole il supporre che la parola ανδρόγυνος sia qui semplicemente un insulto, senza essere un’indicazione di una condizione reale.

⁴¹⁶ _Koch., Kaiser Iulian._ 449.

Però, malgrado questa grande saggezza a cui Giuliano cercava di indirizzare la sua vita, egli, come vedemmo nel corso di questo studio, si abbandonava talvolta all’impeto della passione. Nè, certo, può essere ammirata la sua condotta verso i consiglieri di Costanzo all’indomani della sua vittoria, nè giustificata la sua ira contro Atanasio. Nella sua intima corrispondenza noi abbiamo le tracce di desideri sfrenati e di deplorevoli eccessi. Il caso però è curioso e serve ad illuminare la sua figura così complicata e piena di contraddizioni. Giuliano aveva il furore della lettura. Abbiamo visto con quale trasporto egli ringraziasse l’imperatrice Eusebia perchè, sapendolo sprovvisto di libri, al momento in cui da Milano partiva per la Gallia, gli aveva data un’intiera biblioteca. Quando, ad Alessandria, venne assassinato il vescovo Giorgio, l’imperatore diede agli Alessandrini una buona lavata di capo,⁴¹⁷ ma poi li lasciò tranquilli, e non è un giudizio temerario il dire che, in fondo, non era stato scontento di un tumulto che pareva sollevato in odio dei Cristiani. Di una sola cosa Giuliano vivamente si preoccupava, ed era di impadronirsi dei libri del vescovo assassinato. In questa sua preoccupazione egli mette una foga che finisce per essere iniqua e crudele. Appena avvenuta la morte di Giorgio, scrive al prefetto d’Egitto⁴¹⁸: «Alcuni amano i cavalli, altri gli uccelli, altri le fiere. Io, fin da fanciullo,. non ebbi amore più forte che quello dei libri. Sarebbe, dunque, assurdo che io lasciassi che se ne impadronissero degli uomini, ai quali non basta l’oro per satollare il loro amore della ricchezza e pensano di potermeli portar via facilmente. Mi farai, dunque, un favore speciale, se raccoglierai tutti i libri di Giorgio. Ne aveva molti di filosofia, molti di retorica, molti relativi alla dottrina degli empi Galilei. Questi ultimi, io ben vorrei distruggerli tutti quanti, se non fosse il timore di veder distrutti, insieme ad essi, anche i libri buoni. Tu, dunque, farai di tutti la più minuta ricerca. In questa ricerca ti potrà esser guida il segretario di Giorgio, il quale, se realmente ti porrà sulla traccia, sappia che avrà per premio la libertà. Se poi cercasse d’ingannarti in questo affare, mettilo, senz’altro, alla prova dei tormenti. Io conosco i libri di Giorgio, se non tutti, molti davvero. Me li diede, infatti, quando io era in Cappadocia, per ricopiarli, e poi me li riprese».

⁴¹⁷ Pag. 283.

⁴¹⁸ _Iulian._, 487, 11 sg.

Pare che il prefetto d’Egitto, che era quell’infelice Edichio che, poco più tardi, sentì tutta l’ira di Giuliano per non essersi mostrato abbastanza vigoroso contro Atanasio, non riuscisse felicemente nel suo incarico di raccogliere i libri del vescovo assassinato, e che anche la tortura inflitta al segretario non avesse giovato allo scopo. Infatti abbiamo, nell’epistolario, quest’altro bigliettino diretto a Porfirio, probabilmente un impiegato dell’amministrazione egiziana⁴¹⁹. «Giorgio aveva una ricca e grande biblioteca. Vi erano libri di filosofia, d’ogni scuola, e molti di storia, e in quantità non minore i libri dei Galilei. Ricercando in fretta questa biblioteca, provvedi a spedirmela ad Antiochia, e ricordati che tu ti esporresti ad un grandissimo castigo, se non ponessi tutta la cura nel rintracciarla, e se non riescissi coi rimproveri, coi giuramenti d’ogni specie, e, se si tratta di schiavi, usando, senza risparmio, la tortura, ad obbligare tutti coloro che sono in sospetto di aver sottratti alcuni di quei libri a venire a riportarteli».

⁴¹⁹ _Iulian._, 351, 20 sg.

Davvero, per quanto possa parer ammirabile in un uomo, come Giuliano, un sì grande amore dei libri e della coltura, non è giustificabile, in nessun modo, questa violenza di procedimento che lo fa diventare tirannico e crudele. Qui, certo, c’è una grave macchia sul carattere del nostro eroe. Ma è un caso unico, crediamo, questo di un uomo potentissimo e saggio in ogni cosa, che perde la testa al punto di diventar iniquo..... per amore dei libri! Qui, c’è tutto l’uomo, con tutte le sue contraddizioni e con la sua meravigliosa versatilità. Ricordiamo che Giuliano si trovava in Antiochia, dove, in pochi mesi, doveva organizzare l’ardua spedizione di Persia, cosa a cui si applicava con tutta l’intensità di uno spirito nutrito di esperienza militare. Queste gravissime cure non gli impedivano, come vedemmo nel _Misobarba_, di polemizzare con gli Antiochesi, di occuparsi di infiniti affari religiosi ed amministrativi. Ma, in mezzo a tutte queste preoccupazioni, trovava ancora tanta libertà, tanta serenità di pensiero da sentir il desiderio di aver subito, presso di sè, la biblioteca filosofica del vescovo assassinato. In fondo, egli sarebbe stato più lieto di poter metter le mani su quei volumi, in parte già noti a lui, che gli richiamavano i suoi studi giovanili, di poter svolgere rispettosamente quei papiri che contenevano i tesori della sapienza antica, di scorrere i documenti meno noti della letteratura cristiana, onde combatterne più efficamente la dottrina, sarebbe stato, dico, più lieto di tutto ciò che delle pompe imperiali, e fors’anche, della futura e sperata vittoria contro il re di Persia. Singolare imperatore! Tanto più singolare, perchè le sue manìe di letterato e di erudito non gli toglievano di essere un eroico avventuriero, un grande capitano ed un saggio amministratore.

Se Giuliano non si fosse perduto nella sua utopia religiosa e non fosse corso incontro alla propria rovina, avrebbe saputo ricomporre l’impero sopra la base di un saggio governo e ridargli la prosperità come aveva fatto in Gallia. Nella convivenza che noi abbiamo avuto con lui, nei vari momenti della sua vita e sotto i molteplici aspetti con cui si rivelava, abbiamo avuto la più chiara prova del suo alto sentimento di giustizia che, non solo da Libanio, ma anche da quel giudice imparziale e sicuro che è Ammiano, gli è pienamente riconosciuto. Ed abbiamo anche veduto come uno de’ suoi propositi più fermi fosse di condurre l’amministrazione della pubblica cosa e della Corte imperiale in modo che si togliessero gli spaventosi abusi che inquinavano lo Stato, e ne venisse un alleviamento delle gravezze sotto cui le popolazioni gemevano e si assottigliavano. La Gallia lo aveva salutato restauratore della pubblica fortuna, gli Ebrei erano sollevati dalle arbitrarie imposte di cui erano caricati; se l’impresa di Persia richiedeva ancora grandi contributi da parte dei sudditi, l’imperatore aveva dichiarato, come vedemmo da Libanio, che il suo ritorno vittorioso sarebbe stato il segnale di una riforma finanziaria che avrebbe ridonato il sangue nelle vene ormai esauste dell’economia dell’impero. L’epurazione radicale della Corte imperiale da lui compiuta, appena entrato in Costantinopoli, e la cacciata delle migliaia di parassiti che vi prosperavano a spese dei sudditi, se fu precipitato, secondo il parere di Ammiano e di Socrate, fu però salutare nei suoi effetti finanziari ed è la più eloquente affermazione della rettitudine del giovane imperatore. Finalmente la cura intensa con cui procurava di ottenere che nessuno si sottraesse alle cariche a cui era chiamato, e che fossero aboliti i privilegi, così da eguagliare tutti i cittadini nei rischi e nelle gravezze della pubblica amministrazione, cosa contro la quale i Cristiani, a cui i precedenti imperatori avevano largiti appunto quei privilegi, protestavano come se si trattasse di un’offesa ai loro diritti, non può non essere cordialmente approvata da ogni giudice imparziale.

Ma vi ha un atto amministrativo di Giuliano su cui vogliamo fermarci un istante, poichè ci dimostra la sollecitudine del pubblico bene da cui era inspirato ed anche la praticità dei provvedimenti a cui sapeva discendere dalle nubi delle speculazioni mitiche e dalle preoccupazioni di condottiero e di riformatore.