L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico

Part 34

Chapter 343,636 wordsPublic domain

«Con tali alti pensieri, Pericle, uomo magnanimo, liberamente cresciuto in libera città, ammoniva la sua anima. Io, nato dagli uomini presenti, conforto e guido me stesso con argomenti più umani. E cerco di attenuare l’amarezza del dolore, sforzandomi di adattare qualche conforto ad ognuna delle imagini tristi e dolorose che mi cadono davanti dalla realtà delle cose»³⁹⁹.

³⁹⁹ _Idem_, 322, 5 sg.

E con arguta finezza continua: «Il primo di tutti i guai che mi si presentano alla mente è che, d’ora innanzi, io sarò lasciato solo, privo di ideale compagnia, e di liberi ritrovi, poichè non vi ha nessuno con cui io possa conversare con piena fiducia. Ma non mi è forse facile conversare con me stesso? O, forse, vi sarà qualcuno che mi porterà via anche il pensiero, e mi obbligherà a pensare e ad ammirare contro mia volontà? Ciò sarebbe meraviglioso come lo scrivere sull’acqua, il cuocere una pietra, o lo scoprir l’orma dell’ala dei volanti uccelli. Ebbene, dal momento che nessuno ci potrà privare di ciò, troviamoci sempre insieme, dentro di noi, e Dio ci aiuterà. Poichè non è possibile che un uomo, il quale si affida all’Onnipotente, sia affatto trascurato ed abbandonato. Che anzi Dio gli tiene sopra le mani e gli infonde coraggio, gli ispira la forza, gli suggerisce ciò che deve fare e lo distoglie da ciò che non deve. Così la voce del demone seguiva Socrate e gli vietava di far ciò che non doveva. E Omero, parlando d’Achille, esclama — _gli pose nella mente_ — indicando il Dio che sveglia i nostri pensieri, quando la mente, rivolgendosi sopra sè stessa, si immedesima con Dio, senza che nulla lo possa impedire. Poichè la mente non ha bisogno dell’orecchio per imparare, nè Dio della voce per insegnare; così che la comunicazione dell’Onnipotente con lo spirito avviene all’infuori di ogni sensazione.... Se dunque noi possiamo confidare che Dio sarà presso di noi, e che noi saremo uniti nello spirito, toglieremo al nostro dolore la sua intensità».

Dopo queste belle parole dettate da un spiritualismo così puro e sublime, Giuliano si diverte a seminar la sua lettera di fiori retorici raccolti nelle reminiscenze omeriche, e poi così la chiude:

«Mi giunge una voce che tu non sarai mandato solamente in Illiria, ma in Tracia, presso i Greci che abitano intorno al mare, fra i quali nato e cresciuto, io appresi ad amare vivamente gli uomini, i paesi e le città. E, forse, nelle anime loro non si estinse ancora del tutto l’amore per noi, e, tu giungendo, sarai accolto con gran festa, e darai loro in ricambio ciò di cui qui ci hai lasciati privi. Ma io non lo desidero e vorrei piuttosto che tu ritornassi presto presso di noi. Ma, per ogni evenienza, io voglio essere non impreparato e senza conforto, ed è per ciò che io mi rallegro con essi che ti vedranno venire, dopo avermi lasciato. Se mi confronto con te, io mi metto fra i Celti, con te, che sei, fra i primi dei Greci, insigne per equità e per ogni virtù, al vertice della retorica, non imperito della filosofia, di cui solo i Greci penetrarono le parti più ardue, inseguendo col ragionamento il vero e non permettendoci di applicarci a miti incredibili ed a prodigi paradossali, come pur fa la maggior parte dei barbari. Ma, comunque ciò sia, non insisto più oltre. Te, poichè ormai io devo congedarti con parole di augurio, te guidi, dovunque tu debba andare, un dio benigno. Il dio degli ospiti ti accolga, e il dio degli amici ti guidi sicuramente sulla terra. Se tu devi navigare, ti si appianino i flutti. Che tu apparisca a tutti amabile ed onorato; che tu possa destar la gioia con la tua venuta, ed il dolore con la tua partenza. Che Dio ti renda benevolo l’imperatore, e ti conceda ogni cosa secondo ragione, e ti prepari un ritorno a noi sicuro e pronto!

«Di questo io prego Dio per te, insieme a tutti gli uomini buoni e saggi, e soggiungo — Salve e vivi lieto, ed a te concedano gli Dei ogni bene ed il ritorno alla tua casa, nella diletta terra paterna»⁴⁰⁰.

⁴⁰⁰ _Iulian._, 326, 8 sg.

Giuliano portava, nei suoi affetti, l’entusiasmo di un’anima infervorata in alti ideali. Coloro che militavano nel suo campo, che erano partecipi dei suoi propositi, delle sue speranze, delle sue illusioni ricevevano da lui una specie di culto.

L’entusiasmo di Giuliano, di cui vedemmo tante prove negli scritti di lui che abbiamo citati, si manifesta nell’ammirazione illimitata, ardente, iperbolica ch’egli sente pei suoi maestri, la quale lo trascinava ad atti che a molti de’ suoi stessi amici parevano sconvenienti alla dignità dell’imperatore. Narra Ammiano Marcellino⁴⁰¹ che un giorno, sedendo Giuliano nel tribunale di Costantinopoli, gli si annunciò essere giunto dall’Asia il filosofo Massimo. A tale annuncio, l’imperatore balzò in piedi indecorosamente, e, dimenticando ogni cosa, e la causa stessa che stava giudicando, corse fuori del palazzo, impaziente di incontrarsi col filosofo. Trovatolo, lo abbracciava, lo baciava, e con lui riverentemente ritornava nell’aula. L’onesto Ammiano, che non partecipava alle mistiche aspirazioni del suo imperatore, vede in quest’omaggio eccessivo pubblicamente reso al filosofo una deplorevole ostentazione e il desiderio di vana gloria. Ben diverso è il giudizio di Libanio. Egli ammira, senza restrizione alcuna, l’atto di Giuliano. Narra Libanio che Giuliano aveva ripreso l’uso di prender parte alle riunioni del tribunale, uso che Costanzo aveva abbandonato, perchè non era oratore, mentre Giuliano poteva rivaleggiare per l’eloquenza con Nestore ed Ulisse. L’imperatore stava, dunque, un giorno, tutto intento al suo ufficio, quando gli si annuncia l’arrivo di Massimo. «Alzandosi, in mezzo ai giudici, Giuliano corre alla porta, provando la medesima impressione di Cherefonte alla venuta di Socrate. Ma Cherefonte era Cherefonte e si trovava nella palestra, Giuliano era il padrone del mondo ed era nel tribunale supremo. Così egli dimostrava come la sapienza sia assai più degna di rispetto della potestà regia, e come tutto ciò che, in questa, c’è di buono è un dono della filosofia. Accogliendolo ed abbracciandolo come è costume dei privati fra di loro, o dei re pur fra di loro, lo introdusse nel tribunale, sebbene non ne facesse parte, credendo, in tal modo, di onorare, non già l’uomo col luogo, ma il luogo coll’uomo. Giuliano, in mezzo a tutti, narrava in quale uomo egli si fosse trasformato, e da quale altro, per mezzo di colui; poi, tenendolo per mano, se ne andò. Perchè ha fatto questo? Non solo, come alcuno potrebbe supporre, per rendere a Massimo il contraccambio della educazione ricevuta, ma, anche, per invitare ad educarsi tutti, e giovani e vecchi, poichè, ciò che dal Sovrano è disprezzato, è trascurato da tutti, ma ciò che da lui è onorato è da tutti seguito»⁴⁰². Ammiano e Libanio partivano, nei loro giudizi, da punti di vista opposti, e non avevano torto nè l’uno nè l’altro. Ammiano, col suo buon senso d’impiegato onesto, deplorava tutto ciò che poteva diminuire la dignità apparente del principe; Libanio, ellenista fervente, ammirava l’omaggio reso dall’imperatore all’ideale filosofico a cui si ispirava il rinascimento del Politeismo. Ma Ammiano, il quale, praticamente, vedeva assai meglio di Libanio, s’ingannava quando supponeva che, nell’atto di Giuliano, ci fosse ostentazione.

⁴⁰¹ _Amm. Marcell._, I, 273, 1 sg.

⁴⁰² _Liban._, 574, 5 sg.

Nella personalità paradossale di Giuliano le più opposte tendenze si trovavano riunite, senza escludersi a vicenda, e sinceramente si manifestavano, a seconda dei casi e degli eventi del momento. Il neoplatonico fervente era schietto, quando, all’annuncio dell’arrivo del venerato maestro, dimenticava di essere imperatore. Le sue lettere sono riboccanti di espressioni di ardente ammirazione per quei filosofi che lo avevano iniziato ai misteri dell’Ellenismo rigenerato. Fra queste lettere le più entusiastiche sono quelle dirette a Giamblico⁴⁰³.

⁴⁰³ Veramente l’autenticità loro è posta in dubbio dallo Zeller (680), perchè sulla fede di Eunapio (21) si afferma che Giamblico morisse vivente ancora Costantino, e, quindi, prima che Giuliano potesse conoscerlo. Ma Eunapio è uno storico tanto infelice e confuso che siamo autorizzati a dubitare dell’esattezza delle sue notizie. E, d’altra parte, non si comprende quale interesse potesse trovare un falsario ad inventare delle lettere di Giuliano a Giamblico, una volta avvenuta la catastrofe di Giuliano e cancellata ogni traccia del suo tentativo. D’altronde, quelle lettere, di cui or vedremo qualche saggio, portano così chiara l’impronta dello stile di Giuliano che a noi pare non si possa negarne l’autenticità. Forse non erano dirette a Giamblico, ma a qualche altro dei capi del movimento neoplatonico, a Massimo od a Crisanzio. Ma, non portando intestazione, un copista, di molto posteriore all’epoca, ingannato dall’iperbole delle lodi, vi metteva, di sua iniziativa, l’indirizzo al maestro sommo della scuola a cui Giuliano si vantava d’appartenere, alterando qua e là il testo, ed inserendo notizie, sopratutto nella lettera 40ª, che non rispondono ai fatti della vita di Giuliano.

Pare che Giamblico scrivesse a Giuliano per rimproverarlo della rarità delle sue lettere. Il principe risponde che, se anche il rimprovero fosse meritato, la ragione della sua colpa è tutta nella naturale timidezza che lo prende al pensiero di corrispondere con un tanto uomo, ed esclama: «O generoso, tu che sei il salvatore riconosciuto dell’Ellenismo, tu devi scrivere a noi senza risparmio, e scusare, per quanto è possibile, la nostra esitanza. Poichè come il Sole, quando lampeggia coi puri suoi raggi, opera secondo sua natura, senza far distinzione di chi viene sotto la sua luce, così tu, inondando di luce il mondo ellenico, devi, senza risparmio, largire i tuoi tesori, se anche taluno, o per timore o per rispetto, non ti rende il contraccambio. Anche Esculapio non guarisce gli uomini per la speranza della ricompensa, ma adempie dovunque il mandato filantropico che gli è naturale. Ciò devi far tu pure che sei medico delle anime e delle menti, onde salvare, in ogni modo, l’insegnamento della virtù, simile ad un buon arciero, il quale anche se non ha davanti a sè l’avversarlo, esercita, per ogni evento, la mano. Certo non è eguale il risultato per noi e per te, per noi quando riceviamo i tuoi colpi maestri, per te, quando, per caso, ti arrivano quelli che sono mandati da noi. Se anche scrivessimo mille e mille volte, sarebbe un gioco come di quei fanciulli omerici che, sul lido, lasciano che si distrugga ciò che essi hanno costrutto col fango. Ma ogni tua piccola parola è più efficace di qualsiasi corrente fecondatrice, ed a me sarebbe più caro ricevere una sola lettera di Giamblico che tutto l’oro di Lidia. Se hai un po’ d’affetto per chi ti ama — e lo hai, se non m’inganno — guarda che noi siamo simili ai pulcini sempre bisognosi del cibo che tu rechi loro, e scrivici di continuo, e non indugia ad alimentarci delle tue virtù»⁴⁰⁴.

⁴⁰⁴ _Iulian._, 540, 16 sg.

Vediamo quest’altro sfogo di entusiasmo, nel ricevere una lettera del filosofo «..... io sono con te anche se sei assente e ti veggo coll’anima come se tu fossi presente, e nulla può rendermi satollo di te. Tu non cessi dal beneficare i presenti, e, gli assenti, a cui scrivi, li rallegri e li salvi insieme. Infatti, quando testè mi si annunciò esser giunto un amico apportatore di tue lettere, io era, da tre giorni, malato di stomaco, e mi doleva tutto il corpo, così da non poter liberarmi della febbre. Ma, come dissi, appena mi si annunciò che, fuori della porta, v’era chi recava la tua lettera, balzando in piedi, come uno che non fosse più padrone di sè stesso, uscii prima che giungesse. E appena io ebbi nelle mani la lettera, lo giuro per gli dei e per quello stesso affetto che a te mi lega, sull’istante fuggirono tutti i miei dolori, e la febbre, quasi atterrita dall’invitta presenza del salvatore, tosto scomparve. Quando poi, aperta la lettera, la lessi, imagina lo stato dell’anima mia e la pienezza del mio piacere! Io ringraziava e baciava quel carissimo spirito, come tu lo chiami, quel veramente amorevole ministro delle tue virtù, pel cui mezzo io aveva ricevuto i tuoi scritti. Simile ad augello, spinto dal soffio di un venticello propizio, egli mi aveva portato una lettera, la quale non solo mi procurava il piacere di avere le tue notizie, ma anche mi sollevava dai miei mali. Potrei, forse, dire tutto ciò che io provai, leggendo quella lettera? Troverei parole sufficienti ad esprimere il mio amore? Quante volte dal mezzo ritornai al principio? Quante volte temetti di dimenticare ciò che vi aveva appreso? Quante volte, come nel giro di una strofa, io univa la conclusione al principio, ripetendo, come in un canto, alla fine del ritmo, la melodia del principio! Quante volte portava la lettera alle labbra, come una madre che bacia il figlio! Quante volte le fui sopra con la bocca, come se abbracciassi la più cara delle amanti! Quante volte, baciandola, ho parlato e guardato alla soprascritta che portava, come un profondo suggello, la traccia della tua mano, quasi per trovare nella forma delle lettere l’impronta delle dita della tua santa destra!... E, se mai Giove mi concedesse di ritornare al patrio suolo, e io potessi venire al tuo sacro focolare, tu non dovrai risparmiarmi, ma mi legherai, come un fuggitivo, ai tuoi banchi amati, trattandomi come un disertore delle Muse, e correggendomi coi castighi. Ed io non subirò di mala voglia la pena, ma con animo grato, come la correzione provvidenziale e salvatrice di un buon padre. Che se tu volessi affidarti al giudizio che io farei di me stesso, e mi concedessi di agire come voglio, o uomo insigne, sarebbe per me una grande dolcezza l’attaccarmi alla tua tunica, e così non ti lascerei mai, per nessuna ragione, ma sarei sempre con te e verrei teco dovunque, come quegli uomini doppi che sono descritti nelle favole. E le favole, probabilmente, in quei racconti, pare quasi che scherzino, ma, in realtà, accennano a ciò che ha di più sublime l’amicizia, figurando, nel legame dell’unione, l’omogeneità delle anime dell’uno e dell’altro»⁴⁰⁵.

⁴⁰⁵ _Iulian._, 578, 21 sg.

Per quanto risuoni nelle frasi ardenti di questa lettera un po’ di esaltamento fittizio, è impossibile non udirvi l’eco di un sentimento vero. Nessun principe ha mai scritto ad un professore di filosofia ciò che Giuliano scrive ai suoi maestri. Giuliano si trovava, davanti all’Ellenismo, press’a poco nella posizione dei primi cristiani, quando s’infervoravano per un’idea che vedevano divisa e compresa da pochi. Era un vero apostolato ch’egli intendeva di esercitare, un apostolato in cui erano interessate le sorti dell’umanità, e, pertanto, egli sentiva per coloro che erano per lui gli iniziatori, i campioni di un grande movimento di restaurazione religiosa e di riforma dei costumi, un senso di venerazione che faceva impallidire e piegava al suolo la sua dignità d’imperatore. Giuliano era un santo dell’Ellenismo, e non avrebbe esitato un istante a correre al martirio e ad incontrare festosamente, da quell’eroe ch’egli era, la morte. Egli, pertanto, come tutti i santi, godeva nell’umiliarsi davanti alla grandezza ideale degli annunciatori di quel principio di fede in cui sentiva rigenerarsi lo spirito suo. Certo, fa un senso curioso il veder tanto fervore di devozione pei maestri di un Neoplatonismo superstizioso che già tanto era traviato dal puro panteismo del grande Plotino. Ma, in primo luogo, noi vedemmo come il Neoplatonismo, nella mancanza di una figura divina e di un culto determinato, dovesse necessariamente corrompersi e decadere in un simbolismo grossolano e confuso. In secondo luogo, non dobbiamo dimenticare che Giuliano era un giovane entusiasta, un letterato colto ed innamorato dell’antica civiltà, non era un pensatore preciso e profondo. Le confuse creazioni dei neoplatonici del suo tempo facevano facilmente presa sulla sua eccitabile fantasia. D’altronde, ciò che propriamente stava a cuore di Giuliano era l’Ellenismo, la restaurazione e la conservazione delle discipline, dei costumi, delle lettere, delle arti che avevano fatto l’ornamento e lo splendore del mondo greco. Il suo entusiasmo pel Neoplatonismo era un entusiasmo di secondo grado. Giuliano era un neoplatonico fervente perchè era un fervente ellenista. Egli vedeva nella religione simbolica del Neoplatonismo il solo possibile surrogato del Cristianesimo invadente. Nella guerra, che muoveva alla nuova potenza distruggitrice della sua materna civiltà, egli sventolava, come un labaro santo, la bandiera dei suoi mistici maestri.

L’entusiasmo di Giuliano, per l’idea a lui diletta e per gli uomini che la rappresentavano, è l’indizio sicuro della tempra generosa ed eccitabile dell’indole sua. Quest’indole si rivela nella maggior parte delle sue lettere agli amici e si veste di una forma e di uno stile _decadente_, come or si direbbe, di uno stile, cioè, che riproduce le squisitezze artifiziose di uno spirito, il quale si compiace nell’elaborazione infaticata delle proprie impressioni e dei propri pensieri, e finisce per attenuare, con la sottigliezza dell’ingegno, l’espressione efficace e forte del sentimento. Ma vi era, in Giuliano, scrittore, una grazia che resiste e rivive in mezzo a tutti gli artifizi di stile. Vediamo, per esempio, questi bigliettini ch’egli scriveva a Libanio, un maestro da lui venerato non meno di Giamblico e di Massimo. Libanio gli aveva promesso di mandargli un suo discorso. Ma il discorso non giungeva, e Giuliano gli scrive⁴⁰⁶:

⁴⁰⁶ _Iulian._, 482, 21 sg.

«Poichè ti sei scordato della promessa (è il terzo giorno e il filosofo Prisco non venne, e mi scrive che indugierà ancora) son qui a rammentarti di pagare il tuo debito. Sì, un debito, ben lo sai, di cui a te sarebbe assai facile fare il pagamento, ed a me dolcissimo il riceverlo. Mandami, dunque, il discorso e i tuoi santi ammonimenti, ma, per Mercurio e le Muse, manda presto, poichè, in questi tre giorni, tu mi hai proprio logorato, se è vero ciò che dice il poeta siciliano, che nell’aspettazione s’invecchia in un giorno. Se ciò è vero, e lo è, tu mi hai triplicata la vecchiaia, o carissimo. Io detto tutto questo, in mezzo alle occupazioni. Non son più capace di scrivere, perchè ho la mano più pigra della lingua, sebbene anche la lingua per mancanza d’esercizio, sia diventata pigra ed impacciata. Stammi bene, o fratello desideratissimo ed amatissimo».

E, ricevuto questo aspettato discorso, l’entusiastico imperatore scrive a Libanio⁴⁰⁷:

⁴⁰⁷ _Idem_, 494, 1 sg.

«Ieri lessi gran parte del tuo discorso prima di pranzo. Dopo pranzo ho letto, senza mai fermarmi, il resto. Te felice che puoi così parlare, più felice che puoi così pensare! Che logica, che ingegno, che sintesi, che analisi, che argomentazione, che ordine, che esordî, che stile, che armonia, che composizione!».

E al suo diletto Massimo che dopo aver dimorato, per qualche tempo, presso di lui, aveva voluto lasciarlo, così scrive⁴⁰⁸: «Il saggio Omero legiferò che dobbiamo accogliere amorevolmente l’ospite che arriva e lasciarlo andare quando vuol partire. Ma, fra noi due, più assai della amorevolezza che viene dai doveri dell’ospitalità, vale quella che deriva dalla ricevuta educazione e dalla pietà verso gli dei, così che nessuno avrebbe potuto accusarmi di trasgredire la legge d’Omero, se io avessi voluto trattenerti più a lungo vicino a me. Se non che, vedendo il tuo corpicciuolo bisognoso di maggior cura, io ti concessi di ritornartene in patria, e provvidi alla comodità del tuo viaggio. Tu potrai dunque servirti della vettura di Stato. Possano viaggiar teco, con Esculapio, tutti gli dei, e ci concedano di ritrovarci insieme».

⁴⁰⁸ _Iulian._, 537, 4 sg.

Quando l’affetto è meno vivo, diventa più artifiziosa e ricercata la frase, come in questo biglietto ad Eugenio⁴⁰⁹. «Si dice che Dedalo, plasmando ali di cera ad Icaro, osasse coll’arte far violenza alla natura. Io lodo l’arte di colui, pur non ne ammiro il pensiero di affidare l’incolumità del figlio a solubile cera. Ma, se a me fosse lecito, come dice il poeta di Teo, cambiare la mia natura con quella degli uccelli, io non volerei verso l’Olimpo o verso l’amante sospirata, ma alle prime pendici dei vostri monti, onde abbracciar te, o mia cura, come dice Saffo. Ma poichè la natura, avvincendomi coi legami del corpo umano, non vuole che io m’innalzi al cielo, verrò con le ali delle mie parole, e ti scrivo e son con te per quanto io posso. E già, non per altra ragione Omero chiamò alate la parole, se non perchè possono penetrare dovunque, come i più leggieri fra gli uccelli, e posarsi dove loro aggrada. Scrivimi, dunque, tu pure, o amico, poichè tu hai eguali se non più forti l’ali delle parole, con cui tu puoi raggiungere i compagni ed allietarli dovunque, come se fossi presente».

⁴⁰⁹ _Idem_, 498, 10 sg.

Una lettera commossa è quella diretta all’amico Amerio, il quale gli aveva annunciata la morte della moglie. C’è, in essa uno stoicismo raggentilito e più umano che non fosse quello impassibile e sereno di Epitteto e di Marco Aurelio⁴¹⁰.

⁴¹⁰ _Iulian._, 532, 10 sg.

«Non senza lagrime io lessi la lettera che tu mi scrivesti per la morte della tua consorte, in cui mi esprimevi l’eccesso della tua angoscia. Poichè, oltre all’essere, per sè stesso, un caso ben degno di dolore che una donna giovane, saggia, cara al marito e madre di buoni figliuoli si spenga, prima del tempo, come una fiaccola splendidamente accesa e che, in breve, perde la fiamma, è per me non meno triste il pensiero che questo dolore sia toccato a te. Poichè meno di tutti meritava tale angoscia il nostro buon Amerio, un uomo così saggio ed il dilettissimo fra i nostri amici. Ora, se fosse un altro a cui io dovessi scrivere in una simile congiuntura, mi converrebbe di fare un lungo discorso, per insegnargli che l’evento è umano e che lo si deve sopportare come inevitabile, e che dal troppo piangere nulla si ottiene, e dirgli infine tutto quanto può essere, per un uomo ignorante, conforto al dolore. Ma poichè, rivolgendomi ad un uomo che sa ammaestrare gli altri, mi parrebbe sconveniente tenergli dei discorsi che sarebbero buoni per chi non sa esser saggio, permetti che, lasciando ogni altra considerazione, io ti rammenti il mito e insieme il ragionamento verace di un uomo sapiente, di cui forse tu avrai già notizia, ma che dai più è ignorato. Se tu vorrai usarne, come di un farmaco consolatore, tu troverai un conforto all’angoscia, non meno che nella tazza che, con eguale intento, la donna di Sparta offriva a Telemaco.