L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico

Part 33

Chapter 333,861 wordsPublic domain

Il lungo studio che abbiamo fatto dell’opera e degli scritti di Giuliano ci ha già condotti ad aver un’idea chiara della natura di questa personalità così interessante e paradossale che ha illuminate, come di una meteora passaggera, le tenebre crescenti in cui stava per affondare l’antica civiltà. Ma non vogliamo abbandonarla, senza aver cercato, nelle sue lettere, qualche traccia più precisa delle sue doti e dei suoi difetti. Le lettere di Giuliano stanno fra i più interessanti documenti della letteratura greca. Sventuratamente, pur nel numero esiguo in cui son rimaste, ci pervennero guaste, incerte nel testo, manomesse con interpolazioni o con omissioni, così che sarebbe desiderabile che, su di esse, come, del resto, sugli altri scritti di Giuliano si esercitasse l’acume della critica moderna, e se ne avesse un’edizione che le illustrasse in tutti i rispetti linguistici, letterari e, sopratutto, storici. Alcune di queste lettere non sono che esercizi retorici, altre sono editti e manifesti a città e magistrati, e, queste, noi già le conosciamo. Molte sono brevi, spiritosi o commossi sfoghi delle impressioni del momento, ed è in esse che naturalmente si riflette più genuina l’anima che le dettava.

Ma, prima di leggere qualcuna delle vere lettere di Giuliano, diamo un’occhiata a due altri interessanti suoi scritti, che stanno fra la lettera ed il trattato, l’epistola a Temistio, e l’esortazione a Sallustio.

Temistio era uno dei più insigni personaggi dell’epoca. Scrittore e retore famoso, egli teneva scuola a Costantinopoli, ebbe il favore di tutti gli imperatori da Costanzo a Teodosio, e sostenne anche l’alto ufficio di prefetto di Costantinopoli. Senz’essere ascritto al cenacolo neoplatonico, egli era un ellenista fervente. Ma, spirito alto e generoso, raccomandava sopratutto la libertà del pensiero e la tolleranza religiosa. È famoso il discorso tenuto, da lui pagano, all’ariano imperatore Valente onde persuaderlo a desistere dalla persecuzione contro i Cristiani ortodossi³⁸⁶. In quel discorso, Temistio si pone al punto di vista di quel deismo razionale, indifferente delle forme del culto, a cui s’era ispirato per un momento, Costantino, nel decreto di Milano. Temistio deve aver esercitato una buona influenza sull’animo di Giuliano.

³⁸⁶ _Socrat._, 205. — _Sozom._, 565.

La lettera a Temistio è propriamente sintomatica dell’indole del giovane imperatore e della disposizione del suo spirito. Pare che Giuliano, appena salito al trono gli avesse scritto per confidargli le ansie, le incertezze da cui era conturbato, ed insieme, il rimpianto della vita di studio a cui doveva rinunciare per sempre. Temistio gli rispose, pare, con una certa durezza, richiamandolo alla grandezza dei suoi nuovi doveri e quasi rimproverandolo di un colpevole desiderio d’ozio e di pace. Giuliano non rimase sotto i rimproveri dell’amico filosofo, e gli scrisse questa lettera assai fine e dignitosa, una delle sue migliori cose, ed una testimonianza parlante della sua ragionevolezza ed onestà. Nulla di più caratteristico di un tale intimo ed amichevole dibattito fra maestro e discepolo, nel quale quest’ultimo dà la ragione delle sue incertezze e dei suoi dubbi, e rivela le aspirazioni che nutriva in cuore e che la sorte non gli permetteva di realizzare. Certo, l’uomo che così sentiva e scriveva non poteva essere il mostro infernale che Gregorio ha voluto ritrarre nella sua _colonna infame_.

«Io prego con tutto il fervore — così comincia Giuliano — di poterti confermare nelle speranze di cui mi scrivi, ma temo di fallire alle esagerate aspettazioni che di me tu fai nascere negli altri e più ancora in te stesso. Essendomi, già da tempo, persuaso esser mio dovere di gareggiare con Alessandro e con Marco Aurelio, per non dire degli altri insigni per virtù, mi prendeva un’agitazione ed un timore grandissimo di parer del tutto privo del coraggio dell’uno e di non raggiungere, nemmeno in piccola parte, la perfetta virtù dell’altro. Ripensando tutto ciò, io mi sentiva indotto a lodare la vita senza cure, e mi era dolce ricordare i colloqui d’Atene, e non desiderava che di cantare per voi, o amici, come coloro che portano gravi pesi alleggeriscono cantando la loro sofferenza. Ma tu, con la tua lettera recente, mi hai reso ancor maggiore il timore e più difficile il cimento, dicendomi che Dio mi ha affidata quella stessa missione, per la quale Ercole e Dionisio, da sapienti insieme e da re, purgarono la terra e il mare della bruttura che li imbrattava. Tu vuoi che, scuotendomi di dosso ogni pensiero di quiete e di riposo, io mi studî di lottare in modo degno dell’aspettazione. E qui tu rammenti i legislatori, Solone, Pittaco, Licurgo, e soggiungi che ora si richiede da me, più ancora che da quelli, la fermezza nella giustizia. Nel leggere queste parole rimasi stupito. Poichè io ben so che tu non ti faresti mai lecito nè di adulare nè di mentire, e, quanto a me, io ho la coscienza che la natura non mi ha conferita nessuna qualità preclara, fuori di una sola, l’amore della filosofia. E qui taccio delle avverse vicende che finora hanno reso del tutto inutile quel mio amore. Io, dunque, non sapeva che pensare di quelle tue parole, quando Dio mi suggerì che tu, forse, volevi incoraggiarmi facendomi delle lodi, e mostrandomi la grandezza dei cimenti, in cui è travolta la vita dell’uomo politico. Ma quel discorso mi distoglie da quella vita assai più che non mi esorti. Se uno avvezzo a navigare il Bosforo, e non facilmente e di buon animo neppur questo, si udisse predire, da qualcuno esperto di arte divinatoria, ch’egli dovrà attraversare l’Egeo o l’Jonio e avventurarsi in alto mare, e l’indovino gli dicesse — Ora, tu non perdi di vista le mura e i porti, ma là tu non vedrai più nè faro nè roccia, lieto se scoprirai una nave da lontano e parlerai ai naviganti, e più e più volte pregherai Dio di farti toccar terra, di farti trovare il porto prima del termine della vita, così che tu possa consegnare intatta la nave, e ricondurre sani e salvi i naviganti alle loro famiglie, e dar il tuo corpo alla terra materna, e, dato anche che tutto questo avvenga, tu non lo saprai che in quell’ultimo giorno — credi che colui il quale ascoltasse tale discorso sceglierebbe per soggiorno una città vicina al mare, o, piuttosto, dicendo addio alle ricchezze ed ai guadagni del commercio, tenendo a vile la conoscenza di uomini illustri e di amici stranieri, di popoli e di città, troverebbe saggio il detto di Epicuro, il quale ci insegna di vivere nascosti? E si direbbe che tu, ben sapendo tutto ciò, hai voluto prevenirmi coll’involgermi nei tuoi rimproveri ad Epicuro, e col combattere in lui la mia convinzione»³⁸⁷. E Giuliano continua affermando ch’egli non merita questi rimproveri indiretti del suo maestro, perchè nessuno più di lui abborre la vita oziosa. Ma è naturale ch’egli provi un’ansiosa dubbiezza nell’assumere un ufficio pel quale si richiedono doti speciali e nel quale poi la fortuna vale meglio della virtù. E la fortuna è doppiamente pericolosa, perchè quando è avversa ci abbatte, e quando è favorevole ci corrompe. Anzi è più difficile uscir illesi da questo secondo pericolo che dal primo. E Giuliano afferma che la prosperità ha trascinato alla rovina e Alessandro e i Persiani e i Macedoni e gli Ateniesi e i Siracusani e i magistrati di Sparta e i generali dei Romani e mille imperatori e re. Giuliano invoca a sostegno della sua tesi la testimonianza di Platone, il quale, nelle meravigliose sue _Leggi_, dimostra il potere che ha la fortuna nel governo delle cose umane, e, ciò che per Giuliano è ancora più grave, ci insegna per mezzo di un mito, che l’uomo preposto a regger i popoli deve cercare di avvicinarsi alla virtù di un Dio. Dopo di aver citato il testo platonico, Giuliano esclama: «Or dunque che ci dice questo testo integralmente riprodotto? Ci dice che un re, sebbene, per natura, sia un uomo, deve diventare, per sua volontà, un essere divino, un demone, gittando via tutto quanto ha di selvaggio e di mortale nell’anima, fuor di ciò che è necessario alla conservazione del corpo. Or se un uomo, pensando a ciò, trema nel vedersi trascinato ad una vita siffatta, ti pare che di costui possa dirsi che non desidera che l’ozio epicureo, e i giardini e il sobborgo d’Atene, e i mirteti e la casetta di Socrate?»³⁸⁸. Con una punta di giusto risentimento verso il maestro Giuliano esclama: — Giammai mi si vide preferire questi agi alle fatiche — e rammenta l’angustia della sua giovinezza tribolata, e le lettere che mandava a Temistio, quando, a Milano, prima di partire per la Grecia, egli era esposto, pei sospetti di Costanzo, a supremi pericoli, lettere che «non erano piene di lamenti, e che non rivelavano nè piccolezza d’animo, nè avvilimento, nè mancanza di dignità». Se non che, non è sola la testimonianza di Platone che rende esitante e pauroso il giovane imperatore. C’è anche Aristotele, che si accorda con Platone nel chiarire le grandi ed insuperabili difficoltà che si trovano nel governo dei popoli, e che ritiene, lui pure, il compito superiore alle forze della natura umana³⁸⁹. E, dopo aver riprodotto e commentato il testo di Aristotele, Giuliano continua: — «Per tutti questi timori, io più volte mi lascio andare a lodar la mia vita di prima. E la colpa è tua, non già perchè mi hai posto a modello uomini illustri, Solone, Licurgo, Pittaco, ma perchè mi consigli a portar fuori la mia filosofia dalle pareti domestiche a cielo scoperto. Sarebbe come se ad uno, che, in causa della malferma salute, si esercita, a stento, un pochino in casa, tu dicessi: — Ora, tu sei giunto ad Olimpia, e tu passi, dalla palestra domestica, nello stadio di Giove, dove avrai spettatori i Greci convenuti d’ogni parte, e primi fra gli altri i tuoi concittadini, di cui devi esser campione, ed alcuni dei barbari che tu devi riempire di stupore, onde render loro più temuta la tua patria. — Certo ciò varrebbe a togliergli il coraggio ed a renderlo tremante prima della gara. Ebbene, con le tue parole, tu ora mi hai reso tale. E se io ho rettamente giudicato di tutto ciò, e se in qualche parte mancherò al mio dovere, o se sbaglierò completamente, ben presto me lo dirai».

³⁸⁷ _Iulian._, 328, 1 sg.

³⁸⁸ _Iulian._, 335, 12 sg.

³⁸⁹ _Iulian._, 337, 12 sg.

Dopo aver così risposto, con dignitosa modestia, ai rimproveri di Temistio che lo accusava di tiepidezza, Giuliano, nel chiudere la sua lettera, non lascia senza confutazione una delle affermazioni con cui il maestro aveva cercato di richiamare il discepolo alla coscienza del suo dovere, e, più ancora, all’amore della iniziata impresa. Temistio, pare, gli aveva scritto che la vita d’azione è preferibile e più onorevole della vita contemplativa e che, pertanto, egli doveva esser lieto di trovarsi in una posizione nella quale gli era necessaria un’azione perenne. Giuliano, con un accento in cui si sente il rimpianto di un ideale perduto, risponde: «O caro capo, degno di tutta la mia venerazione, io voglio parlarti di un altro argomento intorno al quale la tua lettera mi ha lasciato incerto e turbato. Io desidero di esser istrutto anche di ciò. Tu dici che la vita attiva è più meritevole di lode della vita del filosofo, e chiami in testimonio Aristotele»³⁹⁰. Ma Giuliano sostiene che il testo di Aristotele non dice affatto ciò che Temistio vuol cavarne, poichè Aristotele parla bensì dei legislatori e dei filosofi politici e, in genere, di quelli che fanno puramente un lavoro mentale, ma non già degli uomini lunatici, e molto meno dei re. Sì, dice Giuliano, gli uomini più felici e più benefici sono i pensatori, e la loro gloria è ben maggiore di quella dei conquistatori. «Io dico che il figlio di Sofronisco ha compiuto cose ben più grandi di Alessandro... Chi mai fu salvato dalle vittorie di Alessandro? Quale città per lui fu meglio governata? Quale uomo diventato migliore? Ne troveresti molti che per lui sono diventati più ricchi, nessuno diventato più sapiente e più assennato, se pur non è diventato più vano e superbo. Ma tutti coloro che ora si salvano per virtù della filosofia, si possono dire salvati da Socrate»³⁹¹. Il filosofo, conclude Giuliano, invocando, con figliale riverenza, ad esempio la vita stessa di Temistio, confermando con gli atti i suoi insegnamenti, e mostrandosi tale quale vorrebbe fossero gli altri, è assai più efficace e più utile consigliere delle belle azioni di colui che le impone coi decreti e con le leggi.

³⁹⁰ _Iulian._, 340, 20 sg.

³⁹¹ _Iulian._, 342, 7 sg.

Per sentire quanto v’ha di strano e di interessante in queste considerazioni e in quest’aspirazione alla vita tranquilla e serena del filosofo, dobbiamo ricordare che ci vengono da un uomo il quale si era accinto alla più arrischiata delle imprese, un uomo che, dal fondo della Gallia, era venuto, con una piccola schiera, ai Balcani, onde strappare al cugino Costanzo la corona imperiale. Come mai un uomo siffatto, appena raggiunto lo scopo, si abbandonava allo scoraggiamento, al desiderio di solitudine studiosa? Certo, nè Giulio Cesare, passato il Rubicone, nè Bonaparte, dopo il 18 brumajo, si sarebbero espressi come Giuliano. Che vi sia, nella lettera a Temistio, come in tutti gli scritti di Giuliano, una parte la quale non è che un esercizio scolastico non lo si potrebbe negare. Ma, pure, chi legge questa lettera sente che la tesi non è inventata a freddo, e riproduce veramente una data condizione di spirito. Giuliano era essenzialmente un’anima contemplativa. Non era un ambizioso; non fu il desiderio del potere che lo spinse alla sua perigliosa avventura. Se non ci fosse stato un movente d’ordine ben diverso, egli forse non si sarebbe mosso dalla Gallia, e non avrebbe accettata, dai suoi soldati, la dignità imperiale. La sua condotta, in Antiochia, non fu quella di un uomo smanioso dell’applauso, amante di popolarità, desideroso di allargare e di consolidare la sua base, ma quella, bensì, di un uomo invasato di un’idea. Quest’idea, la cui realizzazione gli si imponeva come un dovere, lo aveva mosso ad assumere una parte che non era in rispondenza alle aspirazioni del suo animo, all’imagine di felicità che gli brillava nella mente ansiosa di studio, nella fantasia allucinata da mistiche aspirazioni. Egli si considerava lo strumento necessario ad un determinato programma, la restaurazione dell’Ellenismo, che per lui voleva dire la restaurazione della saggezza e della virtù. Vedemmo, nell’allegoria del discorso contro Eraclio,³⁹² come questo programma fosse per lui l’espressione di un ordine divino, come egli attribuisse al volere degli dei e la salvezza sua e la designazione all’autorità imperiale. Ed egli, certamente, credeva in tutto ciò. Giuliano era propriamente esaltato nel suo ideale e pronto a dedicargli tutte le forze dell’ingegno e della volontà. Un gruppo d’uomini illustri, Sallustio, Massimo, Giamblico, Temistio, Libanio, vedeva in lui la sola speranza di salvezza dalla marea crescente di Cristianesimo e di barbarie che minacciava di tutto travolgere, e lo eccitava, lo spronava, temeva solo ch’egli non si mostrasse abbastanza ardente nell’azione, e non esitava a rimproverare di mollezza, lui, l’eroe di Strasburgo, il generale infaticato, il sapiente amministratore. E non è senza un lieve sentimento di amarezza verso gli amici ed insieme di modesta e generosa dignità ch’egli così chiude la sua lettera a Temistio: «Il riassunto di questa mia lettera che è diventata più lunga di quanto doveva è questo: — non è già perchè io fugga la fatica, o corra dietro al piacere ed all’ozio, o ami l’agiatezza che io mi lagno della vita politica. Ma, come dissi cominciando, io so di non aver nè l’educazione adatta, nè l’attitudine naturale, e di più ho il timore di far torto alla filosofia che, pur tanto amando, io non acquistai, e che, già d’altronde, non è onorata dai nostri contemporanei. Io già vi scrissi tutto ciò, ed ora respingo i vostri rimproveri, con tutta la forza. Iddio mi conceda buona fortuna ed una saggezza degna della fortuna! Ma io sento d’aver bisogno d’essere aiutato prima di tutto dall’Onnipotente e poi con ogni mezzo, da voi, o cultori della filosofia, ora che io son chiamato a guidarvi e che per voi corro il cimento. Che se Dio prepara agli uomini, per mezzo mio, qualche bene più grande di quanto darebbe la mia educazione e l’opinione che io ho di me stesso, voi non dovete irritarvi per le mie parole. Io ho la coscienza di non aver altra buona qualità se non quella di non credere di essere un grand’uomo non essendolo, e, quindi, vi supplico e vi scongiuro di non chieder a me grandi cose, ma di affidar tutto a Dio. Così io non sarò responsale delle mancanze, e, nei felici momenti, sarò saggio e temperato, non attribuendo a mio merito le opere altrui. Facendo risalire, come è giusto, ogni cosa a Dio, gli mostrerò la mia gratitudine come a voi consiglio di mostrargli la vostra».

³⁹² Pag. 214.

La lettera a Temistio è un documento altamente onorevole per Giuliano, è una prova parlante della modestia e della serena tranquillità d’animo e di giudizio del giovane imperatore. Non meno interessante e adatta a rivelare la gentilezza del carattere di Giuliano, è l’altra lettera, da lui diretta a Sallustio, per dirgli tutto il suo dolore nel vederlo partire e per cercare qualche ragione di coraggio e di conforto. Sallustio è il più insigne ed il più saggio degli uomini che Costanzo aveva messo intorno al Cesare che andava a rappresentarlo nella Gallia, ed il solo in cui Giuliano avesse piena fiducia, perchè lo sentiva veramente amico. Ma, conosciuti i rapidi e grandi successi, ottenuti da Giuliano, il perfido Costanzo deliberò di richiamarlo, perchè, come ci dice Giuliano stesso, nel manifesto agli Ateniesi, per la sua stessa virtù gli era divenuto sospetto³⁹³. E lo storico Zosimo aggrava l’accusa, affermando che il movente di Costanzo era stata l’invidia degli allori guerreschi raccolti dal cugino per aver seguiti gli insegnamenti del sapiente consigliere³⁹⁴. Comunque sia la cosa, il fatto è che Giuliano sentì acerbamente la ferita del distacco, non interruppe mai le sue relazioni coll’amico lontano, e quando fu sul punto di abbandonare la Gallia per correre ad affrontare Costanzo, lo richiamò per affidargli il governo e la difesa di quella grande provincia. Quanta e quale fosse la sicurezza del criterio di Sallustio, ci appare mirabilmente nel fatto ch’egli solo comprese la follia ed il pericolo della spedizione di Persia, ed all’imperatore che si era mosso per l’infausta impresa, scriveva per scongiurarlo di fermarsi e di non correre alla rovina³⁹⁵.

³⁹³ _Iulian._, 362, 26. — διὰ τὴν ἁρετὴν εὐθέως αυτῷ γέγονεν ὕποπτος.

³⁹⁴ _Zosimo_, 206, 6.

³⁹⁵ _Amm. Marcell._, I, 316, 15 sg.

Nella lettera di commiato che Giuliano scrive all’amico il quale, in obbedienza al volere di Costanzo, sta per abbandonarlo, c’è, come negli altri scritti, una larga dose di quella retorica scolastica, che era l’ingrediente uggioso per noi, ma indispensabile della letteratura della decadenza ellenica. Ma, insieme, c’è l’espressione di un affetto profondo e vero, e di una raffinatezza di sentimento e di coltura che ci dimostra come la consorteria — per usare una brutta parola moderna — ellenistica che circondava Giuliano rappresentasse una selezione nella società già mezzo barbarica del secolo quarto, e trovasse, in questa stessa sua condizione di aristocratico intellettualismo, una ragione di esistere.

Giuliano comincia la sua lettera con parole affettuose, ed esprime il pensiero che le disgrazie, sopportate con coraggio, trovano il rimedio in sè stesse, perchè danno vigore al carattere dell’uomo. «Dicono i saggi che anche i più tristi degli avvenimenti recano a chi ha intelletto un benefizio che è più grande del male. Così l’ape, dall’erba più acre che cresce intorno all’Imetto, assorbe un dolce succo, e ne compone il miele. E noi vediamo che, ai corpi naturalmente sani e robusti, abituati a nutrirsi comecchessia, i cibi più aspri, talvolta, non solo sono innocui, ma son causa di forza, mentre ai corpi delicati, per natura e per abitudine, e malaticci per tutta la vita, anche i cibi più leggieri arrecano sovente gravissimi mali. Ora, dunque, coloro che hanno cura del loro carattere, così da non averlo del tutto infermo, ma moderatamente sano, se anche non potranno aver la forza di Antistene e di Socrate, il coraggio di Callistene, l’impassibilità di Polemone, sapranno però tenere una via di mezzo, e trovare un conforto anche nelle più tristi congiunture»³⁹⁶.

³⁹⁶ _Iulian._, 312, 7 sg.

Fin qui ha parlato il retore. Ora, entra in scena l’amico che, con accento di sincera commozione, esclama: «Ma, se io mi esamino, per constatare come sopporto e sopporterò la tua partenza, sento di essere tanto addolorato, quanto lo fui la prima volta ch’io dovetti abbandonare il mio educatore. Poichè, in un attimo, ecco di tutto mi ritorna la memoria, della comunanza dei travagli, che, a vicenda, insieme sostenemmo, della semplice e pura consuetudine, della schietta e saggia conversazione, della nostra associazione in ogni bella impresa, del nostro eguale ed inflessibile aborrimento dei malvagi, così che noi vivemmo, vicini l’uno all’altro, nell’eguale disposizione d’animo, amici uniti nei costumi e nei desideri. E, insieme a tutto ciò, mi ritorna in mente il verso d’Omero — Abbandonato era Ulisse.... — Poichè io ora sono paragonabile a costui, ora che Dio ti ha sottratto, come già fece con Ettore, fuori dai dardi, che i calunniatori gittavano contro di te, dirò meglio contro di me, perchè essi, in te volevano ferirmi ben sapendo che io era vulnerabile solo nel caso che riuscissero a privarmi della compagnia del fidato amico, del coraggioso commilitone, del sicuro collega nel pericolo. Ma io credo che tu soffra non meno di me, appunto perchè tu ora partecipi meno alle fatiche ed ai pericoli, e, per ciò, temi di più per questo mio capo. Il pensiero delle cose tue non veniva, per me, secondo a quello delle cose mie, ed io sapeva che tu ti confortavi in egual modo con me. E, pertanto, io mi addoloro assai, perchè a te che, per ogni rispetto, potevi dire — io non ho pensieri, tutto mi va bene — io solo sia causa di dolore e inquietudine»³⁹⁷.

³⁹⁷ _Iulian._, 313, 1 sg.

Giuliano, citando un detto di Platone, insiste sulla difficoltà in cui verrà a trovarsi, di dover governare, senz’amici intorno. Poi continua: «Ma non è già solo per l’aiuto che a vicenda ci davamo nel governo, e che ci rendeva facile il resistere a quanto si faceva contro di noi dalla sorte e dagli avversari, ma bensì per la minacciata mancanza d’ogni conforto e diletto che io sento dilaniarmi il cuore. A qual’altro benevolo amico mi sarà dato di rivolgere lo sguardo? Di qual’altro procurarmi la sincera e pura intimità? Chi ci consiglierà con saggezza, ci rimbrotterà con benevolenza, ci spingerà al bello e al buono senza arroganza ed alterigia, ci esorterà, levando l’amaro dalla parola, come si toglie alle medicine ciò che hanno di troppo aspro, e si lascia ciò che hanno di utile? Tutto ciò io raccoglieva dalla tua amicizia. E, privato come sono di tanto bene, quali ragionamenti varranno a persuadermi, ora che son quasi per esalare l’anima nel desiderio di te e della tua affettuosa saggezza, a non vacillare ed a sopportare coraggiosamente ciò che Dio mi ha imposto?»³⁹⁸.

³⁹⁸ _Iulian._, 315, 4 sg.

Giuliano, per cercar delle ragioni di conforto per lui e per Sallustio, si rivolge agli esempi degli antichi, e ricorda Scipione, Catone, Pitagora, Platone, Democrito, che tutti sopportarono con rassegnazione l’assenza degli amici. Poi, con un movimento che è proprio tutto retorico, pone in bocca a Pericle, il quale, partendo per la spedizione di Samo, dovette rinunciare alla compagnia di Anassagora, sebbene, anche lontano, continuasse a governarsi coi suoi consigli, un artifizioso discorso, di cui egli vuole applicare al caso proprio i lunghi ragionamenti. Chiuso lo scolastico discorso, così continua: