L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico
Part 32
³⁸⁰ Il prof. R. D’Alfonso, in un suo saggio sugli scritti di Giuliano di cui non venni a conoscenza se non dopo pubblicato il mio libro, saggio che, per la padronanza delle fonti e per l’acume e l’imparzialità del giudizio, è un eccellente contributo agli studii giulianei, sostiene una tesi che a me pare un poco arrischiata, la tesi, cioè, che i panegirici di Costanzo siano stati scritti da Giuliano con un’intenzione d’ironia, così che, invece d’essere l’espressione di un opportunismo deplorevole, sarebbero un attacco acerbo, per quanto velato, contro il nuovo e sempre infido protettore. Ora, che Giuliano, nel segreto del suo pensiero, non prendesse sul serio le lodi smaccate ch’egli profonde al cugino, è cosa indubitabile. Ma ciò non basta a dare al suo discorso il carattere dell’ironia. Bisognerebbe, per questo, che, avendo qualche interesse a lasciar trasparire il suo vero pensiero, avesse scritto in modo che gli uditori o i lettori potessero coglierlo sotto una parola che dice l’opposto di ciò ch’egli intende. Ora, questi panegirici furono scritti nella luna di miele della conciliazione di Giuliano con Costanzo, il primo, probabilmente durante il suo soggiorno a Milano, il secondo, in Gallia, alla vigilia di una delle sue prime campagne. Giuliano aveva accettata la sua nuova posizione che faceva di lui il secondo personaggio dell’impero. Ciò posto, egli doveva ragionevolmente desiderare di consolidar la sua base e di guadagnarsi sempre più il favore dell’imperatore, o, almeno, di dissipare i sospetti che ancora potevano nascondersi nell’animo suo. Quale leggerezza sarebbe mai stata la sua, se, proprio nel momento in cui riceveva da Costanzo l’ufficio di Cesare, e lo teneva in suo nome, egli lo avesse offeso con le punzecchiature di una trasparente ironia! I due panegirici sono scritti, e in parte sono giustificabili, per lo scopo di sradicare la diffidenza che la coscienza delle proprie perverse azioni doveva destare in Costanzo. Il punto più delicato, nei reciproci rapporti fra i due cugini, doveva essere il ricordo della strage perpetrata da Costanzo, alla morte di Costantino, del padre e dei parenti di Giuliano. Ebbene, nel suo primo discorso, questi prende nettamente posizione, ripetendo in proprio nome la scusa sotto cui Costanzo attenuava il delitto. Giuliano parla dei saggi provvedimenti presi da Costanzo nell’assumere l’impero, e poi soggiunge questa frase: «se non che, forzato dalle circostanze, contro tua volontà non impedisti agli altri di commettere degli eccessi. — πλήν εἴ που βιασθεὶς ὑπὸ τῶν καιρῶν ἄκων ἑτέρους ἐξαμαρτανεῖν οὐ διεκώλυσας» (_Iulian._, 19). Come dimostrammo nella nostra trattazione, questa scusa non scusava affatto Costanzo, ma, in ogni modo, gli dava la scappatoia per la quale sfuggire al biasimo, gittando sugli altri la responsabilità del misfatto. Questa spiegazione era ufficialmente ammessa, era una specie di dogma che, alla corte di Costanzo, bisognava accettare ad occhi chiusi. Giuliano, come lo dice nel manifesto agli Ateniesi, non ci credeva affatto. Ma ciò non toglie che la sua dichiarazione, al momento in cui l’ha fatta, dovesse essere considerata come una garanzia ch’egli dimenticava il passato, e deponeva ogni pensiero di vendetta, ogni sentimento di collera e d’orrore. Compiuto questo passo, che per Giuliano doveva essere il più difficile e ripugnante, al riconoscimento ipocrita della virtù di Costanzo, egli entrava, a vele spiegate e senza ostacoli, nelle acque della retorica adulatrice del suo tempo, e riempiva lo schema del panegirico ufficiale con una materia che, meno che per qualche punto del secondo panegirico, si trovava già _confezionata_ nei magazzeni retorici della scuola.
Ma, se egli non era sincero, voleva esser creduto tale, e, pertanto, l’intenzione ironica, a mio parere, deve essere esclusa dai suoi discorsi. Fino alla battaglia di Strasburgo, Giuliano credette di poter vivere in un pacifico componimento con Costanzo. E, dal canto suo, cercava d’infondere nell’animo del cugino la fiducia in lui e nell’opera sua e coi fatti e con le parole. Certo, Giuliano, nei suoi scritti posteriori vuole farci credere che, fino dal primo giorno, mentre egli passava trionfante, nel cocchio imperiale, per le vie di Milano, egli aveva il presentimento della verità e la certezza del tradimento di Costanzo. Ma noi non dobbiamo prendere alla lettera tutto ciò che l’abile polemista dice in sua difesa. E, d’altronde, dobbiamo fare una larga parte agli effetti della prospettiva storica, la quale diminuisce le distanze e ci fa vedere in iscorcio degli avvenimenti che, nella realtà, si distendono su di una lunga via. Credo, pertanto, di poter concludere che i due panegirici, sono stati scritti da Giuliano, nell’intento reale di far cosa grata a Costanzo, e rispecchiano un momento determinato della vita del nostro eroe.
Sul medesimo stampo e col medesimo carattere di discorso ufficiale è scritto anche il panegirico dell’imperatrice Eusebia, che, in parte, già conosciamo. Qui però si ode l’accento di un omaggio vero e l’espressione di una giusta riconoscenza e, forse di un affetto più segreto per questa donna insigne che aveva portato in dote «un’educazione corretta, un’intelligenza armonica, un fiore ed un’aura di bellezza da far impallidire le altre vergini, come le lucide stelle, vinte dai raggi della luna piena, nascondono il loro volto»³⁸¹. Ma del panegirico d’Eusebia toccheremo più avanti, cercando di scrutare la natura dei rapporti fra il giovane principe e la sua bella e potente cugina.
³⁸¹ _Iulian._, 109.
Già parlammo dei discorsi filosofici e religiosi che hanno un intento prettamente dottrinario, e che, quindi, non giovano alla nostra attuale ricerca. Ma, negli altri scritti che ci son giunti, la genialità spontanea di Giuliano, che già ci si è rilevata così originale nel _Misobarba_, si presenta in tutta luce. Nel _Banchetto dei Cesari_, nei discorsi a Temistio ed a Sallustio, sopratutto nelle lettere, balza fuori l’uomo ed, insieme a lui, lo scrittore vivace, brillante, arguto che, coll’ispirazione genuina, riesce a vincere la pedantesca scolastica letteraria di cui era stato nutrito.
Il _Banchetto dei Cesari_ è una satira piena di spirito e di saggezza, che fa onore a Giuliano, e come scrittore e come uomo e come imperatore. In quella satira egli passa in rivista tutti i suoi antecessori, di cui mostra gli errori, le colpe ed i vizî. Uno solo trova grazia presso di lui, ed è Marco Aurelio. Mirabile, davvero, questo giovane trentenne, che, padrone del mondo, pone, davanti a sè, come modello di condotta, il più savio degli imperatori. E su questa preferenza sono armonizzati tutti i giudizi dello scrittore, i quali, se peccano, talvolta, di severità, sono sempre ispirati da un alto sentimento morale ed espressi con sottile arguzia.
Giuliano, nella festa dei Saturnali, durante la quale era un dovere il ridere ed il divertirsi, non sapendo fare nè l’una cosa nè l’altra, propone ad un amico di raccontargli un mito interessante. L’amico accetta, e Giuliano comincia. — Romolo, egli narra, per festeggiare appunto i Saturnali, venne nel pensiero di chiamare a banchetto gli dei e gli imperatori, su nell’Olimpo. Gli dei, accettato l’invito, accorrono pei primi e siedono su troni splendidissimi, ciascuno al loro posto, Sileno vicino a Bacco, ch’egli diverte coi suoi scherzi e coi suoi frizzi. Seduti gli dei, ecco entrano gli imperatori, ad uno ad uno, e Sileno ha per tutti una frecciata. Viene pel primo Giulio Cesare, e Sileno — «Guardati, o Giove, che quest’uomo per amor del comando, non pensi di portarti via il regno. Non vedi come è grande e bello. Mi assomiglia, se non foss’altro, nella calvizie». — Lo segue Ottaviano, che cambia colore, come i camaleonti; ora è giallo, ora è rosso, ora è nero, ora è grigio. Viene Tiberio, pieno di piaghe e di ulceri, poi Caligola che gli dei non vogliono vedere e che è cacciato via e scagliato nel Tartaro, Claudio, scorgendo il quale, Sileno esclama: «Fai male, o Romolo, a chiamare al banchetto questo tuo successore, senza i liberti Narcisso e Pallante. Falli venir qui, e, con essi, anche la sposa Messalina, poichè, senza di essi, non è che una comparsa nella tragedia». — Ecco Nerone con la cetra e l’alloro. E subito Sileno ad Apollo — «Costui si atteggia ad imitarti. — Ed Apollo — Ed io torrò tosto la corona a questo cattivo imitatore. — E Nerone scoronato è ingoiato dal Cocito». — Così passano tutti, tutti accusati e derisi, all’infuori di Nerva, di Marco Aurelio, a cui però Sileno rimprovera l’indulgenza per la moglie ed il figlio, del secondo Claudio, e di Probo, che non ha altro torto che l’eccessiva severità. Poi viene il quartetto di Diocleziano e dei suoi tre colleghi, quartetto armonico ed eccellente, se non ci fosse la nota discordante di Massimiano; finalmente a quest’armonia succede un tumulto stridente. È Costantino coi suoi rivali. Costantino rimane solo, Licinio e Magnenzio sono scacciati dagli dei.
Così disposto il banchetto, Mercurio fa la proposta di aprire un concorso per esame fra gli imperatori per vedere chi di loro otterrebbe il premio degli dei. La proposta è accolta, tanto più che Romolo già da tempo desiderava di poter avere qualche suo successore presso di sè. Ma Ercole pretende che si chiami anche Alessandro, ciò che gli è concesso. Gli dei stabiliscono che al concorso siano chiamati solo alcuni dei più insigni imperatori, e si scelgono Alessandro, Cesare, Ottaviano, Traiano, Marco Aurelio, e finalmente, su proposta di Bacco, anche Costantino, che, però, è trattenuto al limitare della sala degli dei. Ad ognuno dei sei chiamati è concesso di fare un discorso per esaltare le proprie imprese. Questi discorsi sono scritti, dal nostro poeta, con fine accorgimento. Giulio Cesare ed Alessandro gareggiano fra di loro, per attribuirsi la maggior gloria, Cesare tentando di dimostrare che le sue imprese furono assai più ardue ed eroiche di quelle d’Alessandro, questi ribattendo gli argomenti dell’altro, ed insistendo, sopratutto, sulla circostanza da lui affermata che la gloria di Cesare viene dall’imperizia e dalla pochezza dell’ingegno del suo avversario, Pompeo. Costui, si vede, non era nelle buone grazie di Giuliano. Ottaviano vanta la saggia amministrazione ch’egli ha fatto dell’impero, la fine della guerra civile, l’aver dati alla potenza romana due confini ben definiti, l’Istro e l’Eufrate, l’aver sanate le piaghe che le guerre continue avevano inflitte allo Stato. Pare ad Ottaviano di aver meglio governato degli imperatori guerrieri. Traiano ricorda, insieme alle imprese di guerra, la sua mitezza verso i cittadini, la temperanza del suo governo, e, con le sue parole guadagna la simpatia degli dei. Gli succede Marco Aurelio, e subito Sileno dice sottovoce a Bacco — «Ascoltiamo questo stoico; chi sa quali paradossi, e che meravigliose massime ci vorrà rivelare! — Ma Marco Aurelio, guardando Giove e gli altri Dei — Per me non è il caso, o Giove, o Dei, di far discorsi e gare. Se voi ignoraste le cose mie, sarebbe conveniente che io ve ne istruissi. Ma siccome a voi nulla è nascosto, così voi mi darete quel premio che io posso davvero meritarmi. — E Marco parve agli Dei mirabilmente saggio, come colui che sapeva quando convenisse parlare e quando fosse bello tacere.»³⁸² — Finalmente Costantino, rimasto sul limitare della sala, non vorrebbe parlare, ben sentendo come le sue imprese siano inferiori a quelle degli altri. Ma, dovendo dir qualche cosa, cerca goffamente di dimostrarsi superiore agli altri per le qualità dei nemici da lui combattuti, e perchè, invece di insorgere contro buoni cittadini, come avevano fatto Cesare ed Ottaviano, aveva vinto dei perversi tiranni. — Marco Aurelio, egli soggiunge stoltamente, col suo silenzio ha dimostrato di esser inferiore a tutti noi. — E Sileno — «O Costantino, tu ci presenti, come opera tua, i giardini d’Adone. — E che vuoi tu dire, coi giardini d’Adone? — Son quelli che le donne, in onore dell’amante di Afrodite, compongono con vasetti, in cui hanno piantate delle erbe. Verdeggiano per un istante, e poi subito appassiscono!». — E Costantino arrossì, comprendendo come ciò alludesse all’opera sua³⁸³.
³⁸² _Iulian._, 421, 19.
³⁸³ _Idem_, 423, 10 sg.
Si vede che Giuliano sentiva una profonda antipatia per lo zio e cercava di diminuirne la fama. Quest’antipatia ha la sua naturale origine dalla posizione che Costantino aveva fatto al Cristianesimo. Ma può parer singolare che in questo esame che gli imperatori subiscono davanti agli dei, non si faccia alcun cenno di ciò appunto che ai loro occhi doveva essere la colpa maggiore di Costantino. Ma, forse, Giuliano non voleva dare a quel fatto, che per lui era un episodio passeggero, per quanto empio, una importanza maggiore di quella che a lui pareva avesse; fors’anche, non voleva scemare l’effetto della frecciata finale che, come vedremo, egli ha scagliata all’apostasia di Costantino.
Finiti i discorsi, il concorso dovrebbe esser chiuso. Ma gli dei non sono ancora soddisfatti, perchè, per determinare il merito di ciascuno, non basta conoscere le opere, nelle quali anche la Fortuna può aver avuta gran parte; bisogna conoscere l’intenzione con cui si son fatte. E qui Mercurio incomincia un nuovo interrogatorio. — Con qual fine, dice egli ad Alessandro, hai tu agito e ti sei tanto affannato? — Per vincer tutti, egli risponde. — E lì Sileno, con un lungo e scherzoso discorso, conduce Alessandro a riconoscere di non aver saputo vincere sè stesso. — E quale, fu, domanda Mercurio a Cesare, lo scopo della tua vita? — Essere il primo, e non solo non essere ma anche non esser creduto secondo a nessuno. — Certo, osserva Sileno, tu fosti il più potente dei tuoi concittadini. Ma a farti amare da essi non riuscisti, per quanto ti atteggiassi a filantropo, e per quanto li adulassi. — Augusto che risponde di aver avuto a scopo della sua vita il governar bene, e Traiano che afferma aver avuto le medesime aspirazioni di Alessandro, ma con maggior moderazione, sono anch’essi scherniti da Sileno. Il solo Marco Aurelio, con la semplicità delle sue risposte, vince i sarcasmi del satirico dio. — Quale a te sembra, chiede Mercurio a Marco Aurelio, esser la scopo più bello della vita? — Imitare gli Dei, egli risponde. — Ma cosa intendi, dice Sileno, per imitazione degli Dei? — E Marco Aurelio — Aver meno bisogni che sia possibile, e beneficare quanti più si può. — E tu, dunque, avevi bisogno di nulla? soggiunge Sileno. — E Marco — Io di nulla, e di ben poco questo mio corpicciattolo. — Sileno, esaurita ogni risorsa, cerca di imbarazzare il saggio imperatore, rammentandogli le riprovevoli indulgenze verso la moglie ed il figlio. Ma Marco Aurelio esce d’impiccio con una citazione d’Omero ed invocando l’esempio dell’indulgenza di Giove che ha insegnato a tollerar la moglie, ed una volta, ha detto a Marte — io ti colpirei col fulmine, se non ti amassi perchè mi sei figlio. — Venuto il turno di Costantino, questi è addirittura schiacciato dagli scherni di Sileno, e gli dei finiscono per votare, in maggioranza, per Marco Aurelio. Allora Mercurio, per incarico di Giove, annuncia ai concorrenti che, per larghezza divina, tutti, e vincitori e vinti, possono scegliersi un dio presso cui vivere protetti. Alessandro, appena ciò udito, siede presso Ercole, Ottaviano presso Apollo, Marco Aurelio si stringe a Giove e Saturno, Cesare è raccolto da Marte e da Venere, Traiano si accosta ad Alessandro. E qui viene la strana chiusa che bisogna riprodurre con le parole stesse di Giuliano: «Costantino, non trovando negli dei un archetipo della vita, scorgendo, vicino a sè l’Incontinenza, le corse incontro. Essa lo accolse dolcemente, lo abbracciò, lo adornò di pepli brillanti, e lo condusse alla Dissolutezza, presso la quale era Gesù che gridava; — Corruttori, assassini, uomini esecrabili e scellerati, venite a me con fiducia. Lavandovi con questo poco d’acqua io vi renderò puri in un istante, e, se di nuovo diventerete colpevoli, io darò il modo di purificarvi ancora, pur che vi battiate il petto ed il capo. — Costantino fu ben lieto di star con lui, e condusse via i suoi figli dal consesso degli dei. Ma i demoni, vendicatori dell’empietà lo tormentarono, lui ed i suoi, e loro fecero pagare il fio del sangue che hanno sparso dei loro congiunti».
Sul finir della scena, Giuliano presenta sè stesso, ultimo degli imperatori, e si fa dire da Mercurio: « — A te concedo di conoscere il padre Mitra. Tu attienti ai suoi comandi, e troverai un insegnamento ed una traccia sicura della tua vita, e quando dovrai andartene, la buona speranza di aver per guida un dio clemente»³⁸⁴.
³⁸⁴ _Iulian._, 431, 8 sg.
Qui c’è davvero uno scherno atroce ed un’interpretazione supremamente iniqua dell’ispirazione di Gesù. Ma dobbiamo osservare che qui l’indicazione — Gesù — non si riferisce alla persona del Cristo evangelico, ma ad una personificazione della religione cristiana, quale era ai tempi di Giuliano, e quale a lui si palesava. Ora, il vero è, come già l’abbiamo osservato più volte, che il Cristianesimo aveva, per nulla, moralizzati i costumi degli uomini. Nel passo di Giuliano, ciò ci appare evidente dal fatto che fu possibile allo scrittore di accusare Gesù di esser stato addirittura il demoralizzatore del mondo. Il Cristianesimo aveva potuto metter radice, perchè poteva soddisfare certe aspirazioni dell’anima umana al momento in cui era apparso. Ma il Cristianesimo non poteva moralizzare gli uomini, perchè gli uomini non si moralizzano per effetto di una dottrina che venga loro impartita dal di fuori, migliorano, bensì, per le condizioni dell’ambiente in cui vivono, e del quale è conseguenza diretta l’idea tutta relativa della moralità. Pagani o cristiani, gli uomini avevano quella data quantità di doti buone o cattive che armonizzavano con la tempra dei costumi esistenti; non è la morale che crea i costumi, sono i costumi che creano la morale. Nei primi tempi del Cristianesimo, quando a diventar Cristiani si correva un grande pericolo, non lo diventavano che coloro i quali erano suscettibili di un esaltamento di convinzione, e di una disposizione eroica al sacrifizio di sè stessi; tutti quindi ci sembrano santi. Ma, quando il Cristianesimo fu riconosciuto come religione prima tollerata, poi dominante, esso divenne, come tutte le altre religioni, una veste che si indossa, ma che lascia intatto l’uomo che ne è ricoperto. Fra i cristiani non meno che fra i pagani, v’erano i buoni ed i cattivi, gli egoisti ed i benefici, i crudeli ed i pietosi. S. Ambrogio sarà stato un uomo migliore di Simmaco o di Libanio rimasti pagani, ma Giuliano, rimasto pagano, era moralmente tanto ammirabile quanto erano disprezzabili Costantino e Costanzo, sebbene convertiti al Cristianesimo. Ora, la corte scellerata, per quanto cristiana, dei Costantiniani non poteva non essere un focolare putrido di ogni fermento abbominevole. Giuliano vedeva nello zio e nel cugino gli assassini della sua famiglia, e li vedeva, insieme, esaltati dai Cristiani e lavati d’ogni macchia, pel semplice effetto di una conversione affatto formale. Da qui il suo aborrimento, il quale, date le condizioni speciali in cui aveva vissuto, diventa spiegabile. L’errore di Giuliano, errore, del resto, comune negli uomini, fu quello di imaginare un responsale in ciò che era inevitabile, e quindi di far risalire, con una sacrilega leggerezza, al fondatore del Cristianesimo la responsabilità di ciò che era la conseguenza della natura umana, posta in un determinato momento della sua evoluzione³⁸⁵.
³⁸⁵ Io dissi più su (pag. 121) come, fra i pagani, corresse la voce, riportata da Zosimo, che Costantino si fosse piegato in favore del Cristianesimo, perchè assicurato che questa religione aveva la facoltà di lavare le colpe commesse da un uomo. E nessuno avrebbe avuto maggior bisogno di Costantino di quel lavacro. Dissi anche che quella voce non poteva essere che leggendaria. Difatti Costantino ha perpetrato i suoi maggiori delitti domestici, l’uccisione della moglie Fausta, del figlio Crispo, del nipotino Liciniano, molti anni dopo l’editto di Milano, e, d’altra parte, desiderava così poco il lavacro purificatore, che ha ritardato fin sul letto di morte a chiedere il battesimo. Però è impossibile non riconoscere, nelle parole di Giuliano un’allusione a quella voce, e bisogna dunque concludere che, presso i Pagani contemporanei, essa fosse la spiegazione corrente della conversione di Costantino.
In questo dialogo, al quale, come a tutti gli scritti di Giuliano, non manca che il lavoro della lima, per esser eccellente, egli ci dice quale sia secondo lui il dovere di un sovrano. Ed è così alta la sua idea del dovere ch’egli comprende in una disapprovazione comune tutti gli imperatori che l’hanno preceduto, eccettuando il solo Marco Aurelio. Pare che anche le glorie guerresche non trovassero grazia agli occhi suoi, e non costituissero un merito per chi le avesse guadagnate. Giuliano, pertanto, avrebbe dovuto essere un imperatore pacifico, tutto intento a quella propaganda religiosa che era la sua più viva preoccupazione. Ma la natura vinse la ragione ed egli dimostrò che, malgrado le sue belle teorie, egli aveva molto di quell’Alessandro a cui per bocca del sarcastico Sileno non risparmiò le sue frecciate. Questo neoplatonico incoronato era, nel profondo dell’essere, un soldato, e le attrattive della gloria avevano per lui un fascino ch’egli non confessa, ma che era irresistibile. È così che il primo suo pensiero, appena toccato il trono, fu di gittarsi in quella folle guerra di Persia, che non era voluta che dallo spirito di avventura e dal desiderio di far stupire il mondo con un’impresa colossale. Quanto fosse vivo ed impaziente quello spirito ce lo dice Libanio, il quale, nel discorso necrologico, descrive l’ardore di Giuliano nel correre a quell’impresa. A stento egli concesse un breve indugio pur necessario all’istruzione dei soldati e dei cavalli, e, intanto, fremeva pel timore che alcuno potesse dire di lui, schernendolo, che egli era della medesima famiglia del timido Costanzo. Il re di Persia gli manda una lettera, proponendogli di deferire ad una commissione arbitrale il componimento delle discordie fra la Persia e l’Impero. Tutti scongiuravano Giuliano di accettare la proposta. Ma egli, gittando via la lettera, dichiara esser disonorevole il discutere coi distruttori di tante città, e risponde al re non essere bisogno di ambasciatori, perchè egli stesso, fra breve, sarebbe venuto da lui. Ecco una risposta che avrebbero, forse, data molti di quegli imperatori a cui egli ricusa la sua ammirazione, ma che non sarebbe uscita dal labbro del saggio Marco Aurelio, il quale faceva la guerra, con coscienza rigorosa, come ogni cosa inerente al suo ufficio, ma, insieme, tristemente e senza passione, ed avrebbe tanto preferito astenersene ed impiegare il tempo nelle sue melanconiche meditazioni! Ma, in Giuliano, la filosofia ed anche la pedanteria si univano all’ardore giovanile ed al desiderio d’azione, così da far di lui una delle figure più originali, più ricche di contrasti e più interessanti della storia.
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