L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico
Part 31
In queste parole di Gregorio, c’è indubbiamente un fondo di vero, abilmente usufruito dal polemista che ha saputo opportunamente caricare le tinte, ed ha descritto come uno stratagemma voluto, come una condotta premeditata ciò che era, più che altro, il portato della necessità della situazione. Seguendo il filo di quest’interpretazione necessariamente ostile, Gregorio passa in rassegna quasi tutti quegli atti di Giuliano, che già conosciamo, dei quali dimostrammo non essere l’imperatore direttamente responsabile, oppure esserne giustificata la causa, e naturalmente ne fa tanti capi d’accusa contro il nemico. Tutto questo è necessariamente artifizioso e partigiano. Ma non lo è la mirabile invettiva, in cui l’oratore pone a raffronto le veraci virtù cristiane contro le fallaci ed apparenti virtù pagane, e manda un grido di vittoria³⁶⁹. Qui parla veramente un uomo infervorato e pieno di entusiasmo per la verità della causa ch’egli difende. Quando tocca della gloria dei martiri, Gregorio trova le più efficaci parole. Ma più interessante ancora è quel brano in cui Gregorio, con un’originalità di pensiero ed una forza di sentimento, di cui gli esausti oratori d’Atene e d’Antiochia non avevano più nemmeno il sentore, pone in luce le antitesi essenziali del Cristianesimo, quelle antitesi che conseguono dal contrasto fra il concetto pessimista del mondo presente e il concetto ottimista del mondo futuro, quelle antitesi per le quali il Cristiano vero gioisce e si gloria delle pene terrestri come di un processo di iniziazione alle felicità celesti, quelle antitesi che hanno la loro più acuta espressione nel sublime paradosso delle beatitudini evangeliche. Gregorio si meraviglia che Giuliano non sentisse il fascino di una così profonda e così nuova dottrina, ed attribuisce la resistenza dell’indurito pagano, ad ostinazione a stoltezza, ed empi propositi. Gregorio s’ingannava. Egli, piuttosto, avrebbe dovuto cercare la causa dell’inesplicabile resistenza di Giuliano nel fatto che quelle belle antitesi più non rappresentavano la condizione vera del Cristianesimo, per le cui vie ormai si raggiungeva non tanto la felicità celeste e futura, quanto la felicità terrestre e presente, e che presentava uno spettacolo deplorevole di discordia e di cupidigia. Certo il concetto morale che culminava nell’apoteosi dell’umile e dello sventurato aveva dato al Cristianesimo la forza e la vittoria. Ma, nel quarto secolo, quel concetto era diventato una pura espressione retorica, a cui per nulla affatto rispondeva la realtà. Era, dunque, naturale che ad un animo educato nel culto della sapienza e della virtù antica, questa, nel confronto, riapparisse luminosa, era naturale che vedesse, nel ritorno ad essa, la salvezza del mondo.
³⁶⁹ _Gregor._, 76 sg.
Il polemista cristiano ha, certo, ragione quando vuole dimostrare che non era atto di buona politica il tentar di ricondurre il mondo al Politeismo, perchè oramai il movimento cristiano si era troppo largamente diffuso e non sarebbe stato più possibile di fermarlo. I successori di Costantino non potevano che seguirne l’indirizzo. Il ritornare, sia pur temperandola nei modi, alla politica di Diocleziano avrebbe indebolito ancor di più l’impero, rendendogli avversa la maggioranza dei cittadini. Però Gregorio esagera nel parlare dell’opposizione che trovava il tentativo di Giuliano. Intanto, come già dicemmo, le campagne erano, in gran parte, rimaste fedeli al Paganesimo, e lo rimasero per molto tempo ancora, se, circa trent’anni dopo la morte di Giuliano, Libanio potè rivolgere all’imperatore Teodosio il suo grande discorso sui templi onde supplicarlo a difendere i templi campestri dal furore distruttore dei Cristiani³⁷⁰. E l’esercito rimase sempre intatto e sicuro nelle mani di Giuliano, sebbene Gregorio affermi ch’egli abolisse il vessillo portante il segno della croce³⁷¹. È vero che Gregorio ci narra di un grande scandalo avvenuto nel campo; i soldati cristiani si sarebbero presentati all’imperatore per restituire il dono da lui ricevuto, nell’occasione del suo anniversario, appena si accorsero che, col bruciare un grano d’incenso, secondo il desiderio dell’imperatore, al momento di ricevere il dono, avevano commesso un atto di culto politeista. Giuliano non avrebbe puniti i ribelli che coll’esiglio, non volendo, dice Gregorio, fare dei martiri veri di coloro che, nell’intenzione, già lo erano³⁷². Ma, in questo racconto, Gregorio ha, certamente, ingrandito nelle proporzioni di una scena solenne qualche episodio isolato, poichè il vero è che, nell’esercito di Giuliano, non si è mai manifestato il più lieve indizio d’indisciplina. Se, anzi, v’è cosa che dimostri la potenza d’attrattiva del giovane imperatore è la devozione ardente ed illimitata che i suoi soldati avevano per lui. Durante le campagne ardue e faticose di Gallia e di Germania, nell’arrischiata avventura della ribellione a Costanzo, nella grande e, sulla fine, disperata impresa di Persia, i soldati lo seguirono con entusiasmo e fedeltà sicura. E nulla ci dice che i soldati cristiani, e, certo, molti ne avrà avuto l’esercito, oscillassero nella loro disciplina. Se anche fosse vero, ciò che sospettano Libanio e Sozomene, che il giavellotto, uccisore di Giuliano, sia uscito da mano cristiana, il mistero di cui fu avvolta la cosa e la segretezza del complotto provano come nessun proposito di opposizione potesse mai aver probabilità di successo fra le schiere obbedienti di Giuliano.
³⁷⁰ _Liban._, II, 164, 5 sg.
³⁷¹ _Gregor._, 75.
³⁷² ινα μὴ μάρτυρας εργάσεται τοὐς ὂσον τὸ επ’ αυτοῖς μάρτυρας. — _Gregor._, 85 sg.
Fra gli atti di persecuzione attribuiti all’imperatore, Gregorio pone, come già vedemmo, il famoso decreto, scolastico. Ma abbiamo già discusso il valore del suo giudizio. Fermiamoci, piuttosto, un istante a guardare i colpi ch’egli mena alla sua vittima, pel tentativo di imitare, con le istituzioni del Paganesimo riformato, le istituzioni del Cristianesimo. Gregorio deve pur riconoscere l’umanità dell’iniziativa di Giuliano, ma non riconosce la lealtà dell’intenzione. Giuliano, dice Gregorio, ha voluto imitare quel generale assiro il quale, non riuscendo ad espugnare Gerusalemme, si accinse a trattar con gli Ebrei, parlando dolcemente ebraico, onde adescarli coll’armonia della sua loquela. Così Giuliano fondava scuole, ospizî e perfino monasteri, voleva stabilire una gerarchia sacerdotale simile alla cristiana, ed esortava all’esercizio della carità verso i poveri. — Io non so, dice acutamente Gregorio, se sia stato un bene pei Cristiani che questo tentativo di Giuliano di cristianizzare il Paganesimo venisse fermato, in sul nascere, dalla morte dell’imperatore, poichè, continuando, avrebbe rivelato il suo carattere di imitazione scimmiesca. E in quel modo che le scimmie, per voler imitare gli uomini, si lasciano pigliare, così sarebbe accaduto anche di lui che si sarebbe impigliato nelle proprie reti, poichè le virtù cristiane son parte intima della natura del Cristianesimo, e «non son tali da potersi emulare da nessuno di coloro che vogliono tener dietro a noi, essendo esse vittoriose non già per sapienza umana, ma per forza divina e per la saldezza che viene dal tempo»³⁷³.
³⁷³ _Gregor._, 102 sg.
Tutto il primo discorso di Gregorio è fatto per lo scopo di dimostrare che Giuliano era un persecutore. Siccome questo è uno dei punti più interessanti la personalità dell’enigmatico imperatore, esaminiamolo ancora una volta.
Che Giuliano abbia abbandonato il suo principio moderatore, la sua norma di condotta che gli impediva di ricorrere alla violenza per ottenere il trionfo della sua causa, non v’ha scrittore imparziale che lo possa affermare. Per quanti sforzi si facciano, non si riuscirà mai a trasformare il neoplatonico sognatore in un principe persecutore. Tuttavia, una tesi sostenuta dall’acutissimo Rode, ed oggi ripresa da un altro scrittore, nell’ultimo studio pubblicato intorno a Giuliano, è che, nell’azione di Giuliano, vi sia stata una specie di evoluzione, così che, cominciata sotto l’ispirazione di una grande temperanza ed equanimità, sia poi andata mano mano inacerbendosi per modo da presentare, sulla fine, degli atti di rigore, che, se proprio non si possono identificare a procedimenti di persecuzione, vi si avvicinano assai.
A me pare che questa tesi sia affatto artifiziosa e rispondente, più che altro, ad uno schema preconcetto. Intanto, il regno di Giuliano fu così breve, da non permettere un’evoluzione fondamentale del suo pensiero. E poi quelle sue azioni non si lasciano affatto disporre nell’ordine cronologico che si vorrebbe loro imporre, per dedurre la conseguenza che Giuliano precipitava alla persecuzione. Così, uno degli atti suoi che, a torto, a nostro parere, ma che pure da uno scrittore partigiano, come Gregorio, potevano essere messi sotto la luce sinistra di una persecuzione religiosa, la condanna dei cortigiani di Costanzo, avvenne proprio all’esordio del suo regno, mentre l’editto di disapprovazione degli Alessandrini per l’uccisione del vescovo Giorgio, fu scritto da Antiochia. Quanto alle sommosse, ora dei Cristiani contro i Pagani, ora di questi contro quelli, ne avvennero parecchie durante il suo breve regno. Ma è impossibile il dire ch’egli le fomentasse per infierire contro i Cristiani. Vedemmo, anzi, come, in casi gravi, egli si appagasse di pene puramente amministrative.
Dobbiamo, intanto, riconoscere che a Giuliano sarebbe stato impossibile di rinnovare la persecuzione classica degli imperatori precedenti. Come dicemmo più su, oramai è provato che le persecuzioni avvenivano per _coercitio_, cioè per semplice misura di polizia. I Romani non s’incaricavano punto della dottrina dei Cristiani, poichè la persecuzione dogmatica era ad essi ignota affatto, e non andavano nemmeno a ricercare i delitti di cui i Cristiani si imaginavano colpevoli. I Cristiani erano considerati una setta pericolosa allo Stato; quindi, in date occasioni, l’autorità imperiale ne faceva, come oggi si direbbe, una retata, e, se ricusavano un atto di devozione all’imagine dell’imperatore, li mandava al supplizio. Ma questi procedimenti di polizia non sono possibili che contro un’esigua minoranza. Il giorno in cui la minoranza diventa maggioranza essa si ribella, e ripete, a sua volta, contro gli antichi avversari il processo di cui è stata, per tanto tempo, vittima. Ed è ciò che i Cristiani avevano fatto, dopo che Costantino ebbe data al Cristianesimo un’esistenza legale e riconosciuta.
Giuliano, dunque, se anche lo avesse voluto, non poteva più perseguitare i Cristiani col sistema antico. Ed egli non lo ha mai tentato. Ma non bisogna poi pretendere da Giuliano più di quello ch’egli potesse dare. Giuliano non poteva essere un protettore del Cristianesimo. Egli lo combatteva, voleva arrestarne la diffusione, voleva riporgli di fronte il Politeismo ellenico. Questo era il suo programma, e non si può volere che tenesse una condotta che fosse in contraddizione con quel suo programma. Egli non poteva nè favorire i Cristiani, nè tenere in piedi i privilegi e le prerogative che avevano saputo conquistare, durante il mezzo secolo del loro dominio. I Cristiani, come vedemmo in Sozomene ed in Socrate, protestavano contro questo ritorno all’antico. Dal punto di vista dei loro interessi, avevano ragione, ma la condotta di Giuliano non era, per questo, persecutrice o riprovevole. È con questi criterî che vanno giudicati quei provvedimenti di rigore amministrativo contro i Cristiani che già abbiamo esaminati. Il vero è che Giuliano si riponeva semplicemente nelle abitudini antiche di governo e di eguaglianza fra i cittadini, come egli doveva pur fare per realizzare il suo programma. Nell’amministrazione della giustizia egli era tanto imparziale, che si diceva che la Giustizia, fuggita in cielo, ritornava, lui imperante, in terra. Ed, anzi, il buon Ammiano ci dice esplicitamente che «sebbene Giuliano uscisse, talvolta, nella domanda inopportuna, quale fosse la religione di ognuno dei litiganti, pure nessuna sua definizione di lite fu mai trovata dissonante dal vero, nè mai gli si potè muover rimprovero di aver deviato, o per religione o per qualsiasi altro motivo, dal retto cammino della equità. _Nec argui unquam potuit ob religionem, vel quodcumque aliud ab æquitatis recto tramite deviasse_»³⁷⁴. Questa dichiarazione tanto esplicita dello storico imparziale, che pur non tace le colpe e i difetti del suo eroe, e che era del tutto impervio ad ogni fanatismo religioso, risolve nel modo più chiaro la quistione. Giuliano fuor che nel caso, affatto personale, della sua lotta con Atanasio, non ha mai fatto opera di persecutore. Tutti gli atti che i suoi nemici e gli scrittori ecclesiastici, Gregorio, Socrate, Sozomene, Rufino, additano come prove di persecuzione, non sono che provvedimenti intesi a togliere, senza violenza, alla Chiesa cristiana, la posizione privilegiata che le era stata creata. Ora, il dare a tale condotta, la quale era nella logica dello scopo che Giuliano si era prefisso, il colore di una persecuzione, per la quale il Cristianesimo dovesse essere forzatamente sradicato e sostituito dal Paganesimo, mi pare sia l’effetto di un giudizio parziale, di un giudizio mancante di oggettività, e che va a cercare la colpa coll’intenzione prestabilita di trovarla.
³⁷⁴ _Amm. Marcell._, I, 288.
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Il secondo dei due discorsi infamanti è un grido di gioia per la catastrofe di Giuliano. Il terribile oratore accumula sul capo del caduto tutti gli oltraggi che gli fornisce la sua ricca fantasia o ch’egli attinge al gran serbatoio della letteratura biblica. Per poter esprimere tutta la nequizia di Giuliano si dovrebbe chiamarlo insieme Geroboamo, Acabbo, Faraone, Nabuccodonosor. Nessuna natura più pronta della sua nella scoperta e nelle macchinazioni del male³⁷⁵. E di ciò è prova il favore da lui largito agli Ebrei, e la promessa da lui fatta di ricostruire il tempio di Gerusalemme, promessa resa vana dal miracoloso intervento di Dio. La narrazione della campagna di Persia è irritante per lo spirito ingiusto e partigiano con cui è fatta. Tutta la meravigliosa preparazione e l’abilità singolare con cui l’imperatore riuscì a condurre trionfalmente l’esercito fino a Ctesifonte è negata da Gregorio, che attribuisce quel successo all’artifizio dei Persiani che volevano attrarre il nemico nel cuore del paese per meglio sconfiggerlo; taciuto è l’eroismo di Giuliano che è dipinto come un pazzo furioso. Gregorio propriamente non sa a chi attribuire il merito dell’uccisione di Giuliano. Egli non accenna alla possibilità che il colpo sia partito da mano cristiana. Ma gioisce della morte dell’imperatore, come della salvezza del mondo, e ci narra che Giuliano voleva che il suo corpo fosse gittato nascostamente nel fiume, onde si credesse ch’egli fosse scomparso e salito al cielo, e quindi ascritto al numero degli dei! Come lo spirito di parte oscura il giudizio e travisa la verità! Ecco che diventa, nelle mani di un nemico, la scena commovente e sublime che ci hanno descritta Ammiano e Libanio. Ma se il sentimento critico insorge davanti a questa tempesta di insulti immeritati o, almeno, eccessivi, e davanti a questa voluta caricatura del personaggio storico, è, d’altra parte, impossibile resistere all’impeto dell’eloquenza del trionfante oratore. La chiusa del discorso di Gregorio risuona come un clangore di tromba che saluta la vittoria. «Dammi, egli grida, dammi i tuoi discorsi imperiali e sofistici, i tuoi irresistibili sillogismi, le tue meditazioni. Le porremo a raffronto con ciò che rustici pescatori dissero a noi. Ma il mio profeta mi comanda di far tacere l’eco dei tuoi canti, il suono dei tuoi strumenti... Deponga l’ierofante la stola infame; sacerdoti, indossate la giustizia, la stola gloriosa, la tunica immacolata di Cristo. Taccia il tuo nunzio di disonore, risuoni il nostro nunzio di verità divina. Si chiudano i tuoi libri falsi e magici; si aprano i libri dei profeti e degli apostoli... A che ti giovarono tanti apparecchi d’armi, tante invenzioni di macchine, tante miriadi d’uomini, tante falangi? Fu più forte la nostra preghiera e la volontà di Dio»³⁷⁶. Gregorio esulta all’idea di tutti i tormenti del Tartaro ellenico e di altri ancor peggiori, applicati a Giuliano, poi esclama: «Queste cose ti diciamo noi a cui doveva essere vietata la parola, per quella tua grande ed ammirabile legge. Vedi che, condannati dai tuoi decreti, non rimaniamo silenziosi, ma innalziamo una libera voce, che maledice la tua stoltezza. Non pensi alcuno di trattenere le cataratte del Nilo, cadenti dall’Etiopia nell’Egitto, nè i raggi del sole, se anche per poco nascosti dalle nubi, nè di frenare la lingua dei Cristiani che pubblicamente vitupera la tua condotta. Questo ti dicono Basilio e Gregorio, i nemici e gli oppositori del tuo tentativo che tu, sapendo esser illustri e famosi in tutta la Grecia per la vita, la dottrina e la concordia, riservavi all’estremo cimento, come un dono trionfale e splendido pei demoni, se mai avessimo dovuto riceverti ritornante dalla Persia, o che, forse, tu speravi, nel tuo perverso pensiero, di trascinar teco nel baratro...
³⁷⁵ _Gregor._, 111. — ου γαρ εγὲνετο ποριμώτερα ϕύσις εκείνης εἰς κακου εύρεσιν καὶ επίνοιαν.
³⁷⁶ _Gregor._, 126.
«Io ti dedico — così chiude Gregorio la sua invettiva — questa colonna più alta e più splendida delle colonne d’Ercole. Queste son fisse in un luogo e non sono vedute se non da chi là si reca. Questa, essendo mobile, può vedersi dovunque e da tutti. Sarà trasmessa, credilo, anche al futuro, infamando te e la tua impresa, ed insegnerà a non osar mai una tanta ribellione a Dio, perchè ad eguale misfatto seguirebbe eguale castigo»³⁷⁷.
³⁷⁷ _Gregor._, 132 sg.
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Davanti alle imagini così diverse, anzi, opposte l’una all’altra che ci presentano di Giuliano questi scrittori suoi contemporanei, per alcuni dei quali egli era un nume raggiante d’ogni virtù, per altri un mostro abbominevole e turpe, noi saremmo davvero imbarazzati a conoscere il vero, se non avessimo gli scritti di Giuliano stesso, sui quali non è difficile il formarsi un concetto esatto dell’indole e delle doti dell’uomo. Una gran parte di questi scritti venne già da noi esaminata, nel corso di questo studio, e vi abbiamo trovati gli indizî del suo modo di vedere nei problemi della filosofia e della religione, e la spiegazione della sua condotta nelle complicate condizioni in cui si trovava avvolto. Ma ora vogliamo tentar di entrare nell’intimo del suo spirito e sorprendere l’uomo. Per questo non ci possono essere di nessun aiuto le due stucchevoli declamazioni, composte da Giuliano, in onore di Costanzo, quando rientrò nel favore del cugino. Due brani, scritti sotto la pressione della prudenza politica, non rispondenti, in alcun modo, alle convinzioni di lui, e, quindi, leggibili solo come una prova della decadenza in cui era precipitata la letteratura greca, nelle scuole dei retori, dove l’arte dello scrivere si riduceva all’applicazione di un determinato formolario e ad un esercizio di artificiose imitazioni degli esempi della storia e della letteratura antica.
Però, diciamo il vero, quei due discorsi non sono onorevoli per Giuliano. Si comprendono facilmente le ragioni di opportunità che possono aver mosso il nuovo Cesare a comporre quegli elogi. Portato improvvisamente al vertice degli onori, rivestito di un’autorità che lo rendeva quasi collega dell’imperatore, sorretto, come egli si sentiva, dell’appoggio vigilante e possente di Eusebia, egli poteva credere che si iniziasse un’era nuova per lui. Da qui la necessità di non compromettere nè il presente nè l’avvenire, e di guadagnarsi il favore del sospettoso e vanaglorioso Costanzo, col dedicargli i primi frutti del suo ingegno e del suo studio. Ma, ammesso tutto ciò, e fatta anche una parte grande al ricettario scolastico ed enfatico della scuola retorica a cui apparteneva, noi troviamo, in quegli elogi, un’adulazione così eccessiva da farci un senso penoso, sopratutto se ricordiamo ciò che Giuliano stesso narrava pochi anni più tardi, agli Ateniesi, cioè, ch’egli si era subito accorto della malafede di Costanzo nell’attribuirgli il nome ed il potere di Cesare, perchè si trovava circondato da spie, guardato con sospetto dai generali del suo esercito, tenuto quasi come un prigioniero³⁷⁸.
³⁷⁸ _Iulian._, 277, sg.
Davvero bisogna supporre, in Giuliano, una gran potenza di dissimulazione perchè, nelle condizioni tristissime in cui si trovava, potesse mandare questi inni di ammirazione e di riconoscenza allo sciagurato cugino, all’uccisore della sua famiglia! È un vero conforto, quando, giunti al termine di queste declamazioni, noi udiamo lo scrittore scusarsi di non dar le prove della virtù di cui ha abbellita la figura di Costanzo, col dire che ciò lo porterebbe troppo in lungo, ed egli non ha tempo di servire le Muse, perchè il momento lo chiama all’azione³⁷⁹, e quest’azione era, forse, la grande campagna contro la coalizione germanica guidata dal re Conodomario, quella campagna che si chiuse con la gloriosa battaglia di Strasburgo!³⁸⁰.
³⁷⁹ ἑμοί οὐ σχολὴ τἀς μουσας ἐπὶ τοσοῦτον θεραπεύειν, ἀλλ’ ὤρα λοιπὸν πρὸς ἔργον τρέπεσθαι. _Iulian._, 130.