L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico
Part 30
A questo grido di dolore fa naturale contrasto il ricordo delle speranze e delle aspettazioni che Giuliano aveva destate. L’imperatore, dice Libanio, dava una suprema importanza all’istruzione; anzi, egli credeva che la dottrina ed il culto degli dei fossero cose fraterne³⁴⁶. Per rimettere in onore l’istruzione completamente trascurata, egli stesso scriveva discorsi e trattati di filosofia. Voleva anche che le città fossero governate da uomini colti, e li investiva dell’ufficio, appena trovasse in essi qualche virtù dell’uomo di governo. C’è, davvero, un soffio poetico nell’entusiastica pittura che Libanio ci fa del viaggio di Giuliano da Costantinopoli ad Antiochia. L’imperatore è mosso da un pensiero dominante, la restaurazione dell’Ellenismo, e gode dei discorsi assai più che dei doni, e piange di commozione, e si consuma in un’attività prodigiosa di spirito e di corpo, e non lascia negletto un tempio, non ascoltato un filosofo, un retore, un poeta. «Fioriva il giardino della sapienza, esclama Libanio, e la speranza degli onori stava tutta nell’acquisto della coltura.... Egli tutto si adoperava onde rinverdisse l’amore delle Muse»³⁴⁷. Era infine una nuova primavera ellenica, una rifioritura di pensiero, di abitudini, di idee che allietava gli spiriti sgomenti ed accasciati dalla barbarie incipiente e dal predominio di tendenze che erano nel più aperto contrasto con quelle idee e con quelle abitudini. Per comprendere, nella sua portata e nel suo significato, la restaurazione tentata da Giuliano, dobbiamo cercar di risentire le emozioni di questi superstiti amatori di una civiltà che rapidamente scendeva al tramonto ed a cui essi si illudevano di poter imprimere un movimento a ritroso che la riconducesse all’antico splendore.
³⁴⁶ νομίζων άδελϕὰ λόγους τε καί θεῶν ιερὰ.
³⁴⁷ _Liban._, 575, 15.
Al movimento intenso di mente e di lavoro che gli imponevano i suoi compiti di riformatore religioso, di generale e d’uomo di Stato, Giuliano provvedeva con la sua facoltà di concentrarsi nei suoi pensieri e con una prodigiosa attività. Quando egli era costretto ad assistere alle corse dei cavalli, narra Libanio, distrattamente volgeva gli occhi altrove, onorando insieme la solennità coll’esser presente ed i suoi pensieri coll’esser assorto in essi. Non v’era lotta, nè gara, nè applauso che potesse distrarlo dalle sue meditazioni. Quando dava un banchetto, vi prendeva parte quanto appena bastasse per dire che non era assente³⁴⁸. E della sua attività, egli ci fa questa interessante descrizione: «Essendo sempre assai sobrio e non gravando mai il ventre di peso eccessivo, egli, direi quasi, volava di cosa in cosa, e, nello stesso giorno, rispondeva a parecchie ambascerie, mandava lettere alle città, ai comandanti degli eserciti, agli amici che partivano, agli amici che venivano, ascoltava la lettura dei messaggi, esaminava le domande, rendeva lente le mani degli scrivani in confronto della velocità della sua lingua..... I suoi segretari dovevano pur riposare, ma non lui, che passava da un’occupazione all’altra. E quando cessava dall’amministrare e pranzava, perchè bisogna pur vivere, egli imitava le cicale, e, posando su mucchi di libri, cantava, finchè il crepuscolo o la cura degli affari lo richiamassero altrove. E la cena era ancor più scarsa del primo pasto, e breve il sonno per questa tanta moderazione di cibo. E allora venivano altri scrivani, che avevano passato sul letto, il giorno, poichè era indispensabile questa successione nei servizî, e questo darsi a vicenda il riposo. Egli mutava le forme del lavoro, ma lavorava sempre, rinnovando, nella sua azione, le trasformazioni di Proteo, facendo da sacerdote, da scrittore, da augure, da giudice, da generale, da soldato, ed, in ogni cosa, da salvatore»³⁴⁹. Le cure del regno non impediscono a Giuliano di perseverare nei suoi studi prediletti. «La tua molta e bella e varia coltura — così a lui si rivolge, in altro luogo, Libanio — non è solo il frutto del lavoro che facesti prima di diventare imperatore. Ma tu continui ancora a vegliare per amor suo. L’impero non ti costrinse a trascurare i libri. La notte è ancora nella sua prima parte, e tu già canti più mattutino degli uccelli, e componi i tuoi discorsi e leggi le composizioni degli altri».
³⁴⁸ _Liban._, 579, 5.
³⁴⁹ _Idem_, 580, 10 sg.
E, in altro luogo, Libanio esce in questa eloquente apostrofe agli dei, interessante anche perchè ci rivela di quali e di quante illusioni si pascesse lo spirito del partito ellenista che circondava Giuliano, e perchè ci si sente l’eco degli infervorati colloqui che egli avrà avuto col suo imperatore, quando questi si preparava, in Antiochia, a dare, con la sperata vittoria sui Persiani, il suggello e la sanzione alla restaurazione dell’antica civiltà.
«Perchè mai, o dei, o demoni, non confermaste le vostre promesse? Perchè non avete fatto felice colui che vi conosceva? Che potevate rimproverargli? Che non lodare nelle sue imprese? Non rialzò gli altari? Non costrusse i templi? Non onorò solennemente gli dei, gli eroi, l’etra, il cielo, la terra, il mare, le fonti, i fiumi? Non combattè coloro che vi combattono? Non fu più saggio di Ippolito? Giusto come Radamante? Più riflessivo di Temistocle? Più coraggioso di Braside? Non salvò forse l’umanità che stava per perire? Non fu nemico dei malvagi? Mite coi giusti? Avverso ai prepotenti? Amico dei modesti? Quale grandezza di imprese! Quante espugnazioni! Quanti trofei! Oh, fine indegno del principio! Noi credemmo che tutta la Persia avrebbe fatto parte dell’impero romano, governata dalle nostre leggi, e avrebbe da qui ricevuti i suoi reggitori e pagati i tributi, e cambiata la lingua, e mutata la foggia delle vesti, e recisa la chioma, e già vedevamo, in Susa, sofisti e retori educare, con grandi discorsi, i figli dei Persiani, e i nostri templi, ornati con le spoglie, portate di là, narrare ai posteri la grandezza della vittoria, e il vinto stesso gareggiare coi lodatori dell’impresa, ammirando questo, non ripudiando quello, compiacendosi di una cosa, non sdegnandosi di un’altra, e la sapienza, come una volta, esser amata, e le tombe dei martiri cedere il posto ai templi, e correre tutti spontaneamente agli altari, rialzati da quelli stessi che li avevano abbattuti, e quelli stessi praticare i sacrifizi che rifuggivano dal sangue, e risorgere la prosperità delle famiglie, per mille cause, e per la tenuità dei tributi, poichè si dice che, in mezzo ai pericoli, egli pregasse gli dei che la guerra finisse in modo che a lui poi fosse possibile ridurre a nulla le pubbliche imposte. Ah, la turba dei demoni perversi rese vane tutte le nostre aspettazioni, ed ecco che l’atleta, già vicino alla corona, a noi giunge nascosto nella bara. Felice chi è morto dopo di lui, sventurato chi vive! Prima di lui era notte, notte dopo di lui; fu il suo regno un puro raggio di sole. Oh, città che fondasti! Oh, città cadenti che risollevasti! Oh, sapienza che alzasti al massimo onore! Oh, virtù, di cui ti facesti forte! Oh, giustizia discesa di nuovo dal cielo in terra, per risalire tosto al cielo! Oh, radicale rivoluzione! Oh, comune felicità cominciata appena e subito finita! Noi soffriamo come un uomo assetato che, portata alle labbra una tazza d’acqua limpida e fredda, appena toccatala, se la vedesse strappar via»³⁵⁰.
³⁵⁰ _Liban._, 617, 5 sg.
Libanio così narra la conversione di Giuliano:
«Sembrando che, per ogni rispetto, egli fosse adatto a regnare, ed essendo concordi in questo le testimonianze di quanti lo conoscevano, non volle (l’imperatore Costanzo) che la sua fama si diffondesse in troppa gente, in una città di spiriti inquieti. E, pertanto, lo manda a vivere a Nicomedia, città più tranquilla. Questo fu il principio d’ogni bene per lui e per tutta la terra, poichè là era ancora una scintilla di scienza divina, a stento sfuggita alle mani degli empi. — Scrutando, dietro a questa, le cose occulte, deponesti, — si rivolge direttamente a Giuliano — ingentilito dagli insegnamenti, il fiero odio contro gli dei. Quando poi tu andasti nella Jonia, e conoscesti un uomo che è creduto ed è saggio³⁵¹ e udisti ciò ch’egli insegnava intorno a quegli spiriti che hanno composto e che conservano l’universo, e mirasti la bellezza della filosofia, e gustasti la più pura delle bevande, scotendoti di dosso l’errore e rompendo, come un leone, i ceppi, tu, liberato dalla nebbia preferisti la verità all’ignoranza, la divinità legittima alla falsa, gli antichi numi a quello che, da poco tempo, perfidamente s’era insinuato. Unendo poi alla compagnia dei retori quella di ancora migliori sapienti (e anche qui si vede l’opera degli dei che, col mezzo di Platone, ti ingrandirono l’intelligenza, onde con alti concetti tu potessi accingerti alla grandezza delle azioni) già forte, e per la fluidità della parola e per la scienza delle cose, prima ancora di poter giovare agli interessi sacri, tu accennasti che non vorresti trascurarli, venuta che fosse l’occasione, piangendo su ciò che si era abbattuto, sospirando su ciò che era stato contaminato, dolorando su ciò che era stato oppresso, lasciando vedere a chi ti stava vicino la futura salvezza nel dolore presente»³⁵².
³⁵¹ Probabilmente Libanio allude a Massimo.
³⁵² _Liban._, 408, 5 sg.
Descritta l’azione salutare di Giuliano nella Gallia, così esclama Libanio: «Certo, tu non avresti fatto tutto ciò, senza l’aiuto di Minerva. Ma, avendo, fin da quando partisti da Atene, quella dea compagna nel consiglio e nell’azione, come lo fu per Ercole contro il cane mostruoso, comprendesti ogni cosa rettamente con la ragione, ed ogni cosa bene operasti con le armi, non restando seduto nella tenda ad udire i rapporti delle battaglie. Ma gittandoti avanti, ed agitando il braccio, e scotendo la lancia, e brandendo la spada, incoraggiavi col sangue dei nemici i tuoi soldati, re nei consigli, duce nelle imprese, eroe nelle pugne»³⁵³.
³⁵³ _Idem_, 413, 10 sg.
Dalle pagine di Libanio esce fuori un’imagine attraente e geniale. Ardente di spirito, appassionato dei più nobili ideali, generoso ed eroico, il giovine imperatore ci appare veramente degno dell’ammirazione e dell’amore di cui lo circondavano i suoi amici, i suoi maestri, i suoi soldati. Certo, Giuliano era un uomo squilibrato. La sua fantasia bollente e disordinata si univa, in modo singolare, alla pedanteria del retore e del formalista. Ma c’è in lui un soffio eroico, qualche cosa di giovanilmente baldanzoso, un sentimento vivo della civiltà ellenica, che tolgon via, dalla sua figura, le macchie e i difetti, o, almeno, li celano sotto i raggi di una luce abbagliante. Ma una di quelle macchie rimane, pur troppo, evidente e dominante, anche nel ritratto dipinto da Libanio, ed è la macchia della superstizione. Già lo dicemmo, più su, parlando del Neoplatonismo. L’antichità era tutta superstiziosa. Perchè non lo fosse, il pensiero antico avrebbe dovuto seguire la strada aperta da Democrito, da Epicuro e da Lucrezio. Avendo, invece, seguita la strada opposta, esso era venuto, col Neoplatonismo, a sovrapporre il soprarazionale e il soprannaturale alla ragione ed alla natura, ciò che vuol dire rinunciare a trovar le cause logiche degli effetti, ed a vedere in tutto l’intervento continuo di un arbitrio assoluto. Nessuno più di Giuliano si era gittato in questo indirizzo funesto, nessuno, quindi, più di lui ardente promotore di tutti quegli esercizi di culto con cui credeva di guadagnarsi il favore degli dei. «Dovunque, esclama Libanio, erano altari e fuoco, e sangue ed odori di sacrifizi, ed incensi, ed espiazioni, ed indovini liberi di paura. Ed erano pellegrinaggi e canti sulle cime dei monti, e buoi che egli stesso, di sua mano, sacrificando, offriva agli dei, e di cui poi banchettava la gente. Ma, siccome non era facile all’imperatore uscire, ogni giorno, dalla reggia per recarsi ai templi, eppure nulla è più giovevole della continua convivenza con gli dei, così egli aveva costrutto, nel mezzo della reggia stessa, un santuario al dio che conduce il giorno, e partecipava e faceva partecipare gli altri ai misteri a cui si era iniziato, ed innalzava altari separatamente a tutti gli dei. E la prima cosa che faceva, appena alzatosi da letto, era di riunirsi, coi sacrifici, agli dei»³⁵⁴. E nella _Monodia_, piangendo la morte all’eroe, domanda: «Quale degli dei dobbiamo accusare? Tutti egualmente perchè hanno trascurata la vigilanza del caro capo, pur dovuta in ricambio delle molte offerte, delle molte preghiere, dei continui aromi, del molto sangue versato e di notte e di giorno. Egli non era devoto agli uni e negligente degli altri, ma a tutti quanti ci furon fatti conoscere dai poeti, e genitori e generati, e dei e dee, e superiori ed inferiori, egli dava libazioni, e, per loro, ingombrava le are di buoi e di agnelli»³⁵⁵.
³⁵⁴ _Liban._, 564, 15 sg.
³⁵⁵ _Liban._, 508, 10.
Era poi particolarmente dedito alla scienza augurale, e vi era tanto versato che gli auguri, narra Libanio, lui presente, dovevano rigorosamente dire la verità, perchè i suoi occhi sapevano scrutare e scoprir tutto³⁵⁶. E noi già vedemmo come, nelle sue imprese, egli si facesse accompagnare da schiere di auguri, e nulla tentasse senza aver prima esplorate le viscere delle vittime e il volo degli uccelli. E l’onesto Ammiano, col suo buon senso, riconosce che l’imperatore era dedito ad un’eccessiva ricerca di presagi, e più superstizioso che legittimo osservatore del culto — _presagiorum sciscitationi nimiæ deditus... superstitiosus magis quam sacrorum legitimus observator_³⁵⁷.
³⁵⁶ _Idem_, 582, 10.
³⁵⁷ _Amm. Marcell._, II, 42, 30.
Tutto ciò per noi riesce veramente odioso, e ci pare che in questo ristabilimento dei sacrifizi sanguinosi, nella rifioritura, da lui tentata, di riti puerili ed assurdi, egli abbia propriamente fatto opera di reazionario. Uno dei meriti più evidenti del Cristianesimo è quello appunto di aver purificato il culto, di aver liberati gli altari del ributtante spettacolo delle vittime sgozzate. Però, se guardiamo bene in fondo alla quistione, troviamo che il concetto del sacrifizio che riscatta le colpe ed ottiene il perdono del dio esiste e da una parte e dall’altra, riassuntivo e simbolico nel Cristianesimo, reale e continuo nel Paganesimo. Il Cristianesimo, s’intende non quello del Vangelo, che pone semplicemente l’idea sublime di un Dio paterno, ma il Cristianesimo metafisico e dommatico, ha portato nel culto reso alla divinità delle forme nuove ed assai migliori, ma non ha portato un concetto veramente nuovo. Il principio essenzialmente superstizioso di un arbitrio onnipotente che si placa a forza di vittime non era stato strappato alla radice. Giuliano, anche per questo rispetto, non è stato nè reazionario nè progressista. Non ha fatto che vivere e muoversi nell’ambiente intellettuale del suo tempo.
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Malgrado questa nera macchia di superstizione e di bigottismo, Giuliano, quale ci è dipinto da Ammiano e dall’entusiastico Libanio, è una figura d’uomo e di principe attraente. Noi ci sentiamo indotti a compiangerne gli errori e le sventure, e proviamo per lui quella simpatia e quell’ammirazione che sempre ispirano gli uomini geniali. Ma, se ci volgiamo a Gregorio di Nazianzo, ecco ci vien fuori una figura del tutto diversa, ci appare davanti l’imagine di uno scellerato e di uno stolto. L’eroe delle imprese di Gallia e di Persia, l’uomo severo di principî e di costumi, lo scrittore brillante e versatile diventa, nei discorsi di Gregorio, «quel drago, quell’apostata, quel gran macchinatore, quell’Assiro, quel comune nemico e corruttore di tutti, che ha versato sulla terra la rabbia e le minacce, che ha scagliato, fino al cielo le sue parole inique³⁵⁸. E gli scritti di Giuliano sono scellerati discorsi e scherzi, la cui forza sta tutta nella potenza dell’empietà, ed in una sapienza, son per dire, da ignorante»³⁵⁹.
³⁵⁸ _Gregor._, 49.
³⁵⁹ _Idem_, 50. — άσοϕος, ιν’ οϋτως ονομάσω, σοϕία.
È tanto l’odio di Gregorio per Giuliano che il pio scrittore, onde poterlo, con ancora maggior efficacia, accusarlo di perfidia, non esita a farsi l’entusiasta apologista dell’imperatore Costanzo. Qui c’è un voluto e deplorevole oscuramento della verità. Ricordiamo che l’ariano Costanzo era stato, non solo un feroce persecutore dei Pagani, ma un persecutore non meno feroce degli ortodossi, tanto che il grande Atanasio aveva sofferto tutto il peso della sua collera. Ebbene Gregorio è così infervorato nell’esaltare il nemico di Giuliano ch’egli osa scusare in lui il persecutore dei suoi fratelli in Cristo, dicendo che l’imperatore non era mosso che dal desiderio di ricongiungere nell’unità la Chiesa divisa, e dimentica, nel dir questo, che l’unione nell’errore ariano era detestabile e funesta³⁶⁰. Ed egli attenua l’eresia di Costanzo, e ne attribuisce la colpa agli altri. Parve, egli dice, che Costanzo desse una scossa all’ortodossia³⁶¹. Ma tale apparenza è da mettersi a colpa di coloro che gli stavano intorno e che hanno ingannato un animo semplice e tutto infiammato di virtù. E, dopo tutto, esclama il polemista, noi non possiamo dimenticare ch’egli è figlio ed erede di colui che ha dato il fondamento della potenza imperiale alla fede cristiana³⁶². E non possiamo dimenticare che Costanzo moriva lasciando dominatore il Cristianesimo!³⁶³. Nulla più di queste lodi e di questo esaltamento di un imperatore eretico, tirannico e crudele fatto da uno dei principi della Chiesa, dimostra l’acciecamento delle passioni, ed anche il traviamento morale in cui il Cristianesimo era caduto.
³⁶⁰ _Idem_, 64.
³⁶¹ την ὀρθὴν δὸξαν παρακίνεῖν ἔδοξεν.
³⁶² τὸν βαλλόμενον τὴν κρηπίδα της βασιλικῆς τῳ χριστιανισμῷ δυναστείας και πίστεως
³⁶³ _Gregor._, 119.
Giuliano diventa, nei discorsi di Gregorio, un tipo infernale intorno a cui si addensano le più oscure e stolte leggende. Una volta, mentre stava sacrificando, le viscere delle vittime gli si disposero in forma di una croce incoronata; gli spettatori ne sentirono terrore, ma l’empio apostata spiegò l’apparizione come un simbolo della sconfitta del Cristianesimo³⁶⁴. Un’altra volta, Giuliano, guidato da un maestro dei sacri misteri, discende in una caverna. Ed ecco egli ode suoni orrendi, ed ecco gli si affacciano fantasmi spaventosi. Atterrito Giuliano, quasi senza pensarci, come difesa contro i demoni malvagi, ricorre all’esorcismo a cui era, da fanciullo, abituato e si fa il segno della croce. E tosto i rumori cessano e i demoni scompaiono. Due volte si ripete lo strano esperimento, due volte constata Giuliano la potenza dell’esorcismo cristiano. Egli è scosso; ma il maestro d’empietà che gli stava al fianco — Che temi? gli dice. I demoni fuggirono, non già perchè ebbero paura della croce, ma perchè ne ebbero ribrezzo. — E Giuliano, persuaso da tale affermazione del suo maestro, discende con lui nella caverna. — Leggende assurde ma sintomatiche, perchè rivelano il lavoro della fantasia popolare ed insieme la credulità e l’artifizio dei polemisti cristiani, i quali trasformavano l’utopistico ellenista, di null’altro innamorato che d’Omero e di Platone, in una figura demoniaca che incuteva spavento nell’animo commosso delle plebi cristiane.
³⁶⁴ _Idem_, 70 sg.
Il grande sforzo di Gregorio è di far di Giuliano un feroce persecutore. Ciò che più irritava, nell’atteggiamento di Giuliano, i difensori del Cristianesimo era la moderazione e la ragionevolezza con cui egli pretendeva di poter ricondurre il mondo all’Ellenismo antico. Che si potesse in altro modo, che con la violenza, combattere il Cristianesimo era, per quegli apologisti, affatto inammissibile, ed essi vedevano, in quel tentativo uno scandalo ed un pericolo supremo. È perciò che il nucleo vero dei discorsi di Gregorio sta nella dimostrazione che, malgrado le apparenze, Giuliano ha perseguitati i Cristiani. E Gregorio è, in tale dimostrazione, un polemista di singolare abilità. Egli adopera, con grande efficacia, la punta del sarcasmo e dell’ironia, e tocca, molte volte, il vero. Infatti che, nella mitezza di Giuliano, ci fosse una parte d’ipocrisia, è ben naturale. Si può affermare, senza fargli torto, che la tolleranza di cui, nelle sue lettere, si fa vanto, non viene tanto da un giudizio imparziale e dal rispetto reale delle convinzioni altrui, quanto dalla persuasione che la tolleranza fosse un’arma migliore della persecuzione per raggiungere lo scopo che gli stava supremamente a cuore. Ma Gregorio non riconosce affatto il vantaggio che, dall’atteggiamento del pagano imperatore, veniva ai Cristiani. «Giuliano, egli dice, dispone le cose in modo ch’egli perseguita, parendo di non farlo, e noi soffriamo senza l’onore che ci verrebbe, se si vedesse che soffriamo per Cristo»³⁶⁵. La differenza che corre fra Giuliano e gli altri imperatori persecutori sta nel fatto che questi perseguitavano lealmente, e con animo apertamente tirannico, così che essi traevano gloria dalla violenza che esercitavano, Giuliano, invece, è, nella sua persecuzione, miserabilmente astuto e vile³⁶⁶. «Giuliano» — afferma Gregorio con un’acutezza che, sebbene avvelenata dall’odio, riesce, certo, a riprodurre, in parte, il vero — «divideva in due sezioni la sua potenza, quella della persuasione e quella della violenza. Quest’ultima, essendo la più inumana, egli la lasciava al volgo delle città, di cui è più terribile l’audacia perchè irragionevole e più feroce l’impeto. E ciò senza pubblico decreto, semplicemente col non impedire le sommosse. L’ufficio più mansueto, e più degno di un principe, quello della persuasione, lo teneva per sè. Ma non riesciva a mantenervisi sino al fine, poichè non glielo permetteva la natura, come non permette al leopardo di cambiare la pelle macchiata, o all’Etiope il color nero.... Così colui fu, pei Cristiani, tutto fuorchè mite, e la sua stessa umanità era disumana³⁶⁷, la sua esortazione violenza, la sua cortesia scusa della crudeltà, perchè egli voleva parere di aver il diritto di far violenza dal momento che non era riuscito a persuadere»³⁶⁸.
³⁶⁵ _Gregor._, 72.
³⁶⁶ _Idem_, 73.
³⁶⁷ και ἦν λίαν απάνθρωπον αὺτῳ τὸ ϕιλάνθρωπον.
³⁶⁸ _Idem_, 74.