L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico
Part 29
«Ma, per gli dei e per Giove protettore della città, voi vi esponete alla taccia d’ingrati. Foste, forse, talvolta, offesi da me, in pubblico od in privato? O diremo che, non potendo aver giustizia, voi avete adoperato i versi per trascinarci e vilipenderci sulle piazze, come i comici trascinano Ercole e Bacco? Non è, forse, vero che io mi trattenni dal farvi del male, e non trattenni voi dal parlar male, così che io mi vedo costretto a difendermi contro di voi? Quale, dunque, la causa dei vostri insulti e del vostro sdegno?... Quando io vedo che non ho, per nulla, diminuite quelle spese popolari che soleva prendere sopra di sè il tesoro imperiale, pur diminuendo non poco le imposte, la cosa non diventa, forse, enigmatica? Ma di ciò che io feci, in comune, a tutti i miei sudditi, è meglio che io taccia, per non parer che io canti i miei elogi, mentre aveva annunciato di voler versare sopra di me fierissimi vituperi. Conviene piuttosto esaminare la mia condotta personale che, sebbene non meritasse la vostra ingratitudine, pure fu leggiera ed irriflessiva, perchè, lì, vi sono colpe di tanto più gravi delle precedenti, cioè del disordine dell’aspetto e del riserbo negli amori, di quanto, essendo più vere, fanno l’anima veramente responsale. Primieramente io cominciai a tessere le vostre lodi, con grande amorevolezza, senza aspettar l’esperienza e non preoccupandomi del modo con cui avremmo potuto intenderci. Ma, pensando che voi eravate figli di Grecia, e che io stesso, sebbene Trace d’origine, son Greco di educazione, ritenni che ci saremmo reciprocamente amati. Fu il primo errore di leggerezza».
Giuliano rammenta alcuni fatti di amministrazione e di elezioni, in cui si è palesato il suo buon volere, ma che furono presi in mala parte dagli Antiochesi. Poi continua³³⁸:
³³⁸ _Iulian._, 476, 1 sg.
«Ma tutto ciò aveva poca importanza e non poteva inimicarmi la città. Veniamo al fatto capitale, da cui nacque questo grande odio. Appena qui arrivato, il popolo, oppresso dai ricchi, cominciò a gridarmi nel teatro: — Tutto è in abbondanza, ma tutto è troppo caro. — Il giorno dopo, io ebbi un colloquio coi maggiori della città, e cercai di persuaderli che bisognava rinunciare ad un guadagno illecito, per fare star meglio i cittadini e gli stranieri. Questi mi dissero che avrebbero studiata la cosa, ma, dopo tre mesi di aspettazione, l’avevano studiata sì poco che nessuno ne sperava nulla. Quando io vidi che era verace il grido del popolo e che il mercato era angustiato non già per difetto di merce, ma per l’avidità dei proprietari, stabilii e pubblicai un giusto prezzo di ogni cosa. Vera abbondanza di tutto, di vino, d’olio e del resto, ma il grano mancava, avendo la siccità prodotta una forte carestia. Per questo, io mandai a Calcide, a Jerapoli e alle altre città circonvicine e ne feci venire quaranta miriadi di misure. Consumato tutto questo, ne feci venire prima cinque mila, poi sette mila, infine dieci mila di quelle misure che qui si chiamano modii, e poi, tutto il grano che mi era venuto dall’Egitto, lo diedi alla città, mettendo per quindici misure il prezzo che prima ci voleva per dieci... E intanto che facevano i ricchi? Vendevano segretamente a maggior prezzo il grano che avevano nei campi, e coi loro privati consumi aggravavano la condizione generale³³⁹. ... Adunque io caddi dalle vostre grazie perchè non permisi che vi si vendesse il vino, i legumi e le frutta a peso d’oro, nè che, a vostro danno, si trasformasse in oro ed in argento il grano racchiuso nei granai dei ricchi.... Ben sapeva che, così facendo, non avrei piaciuto a tutti, ma a me nulla importava. Poichè io credeva di dover venire in aiuto del popolo danneggiato e degli stranieri, che eran qui venuti per amor mio e dei magistrati che erano con me. Ma ora che a questi conviene d’andarsene e che la città è tutta di una sola opinione verso di me — gli uni mi odiano, gli altri, pur nutriti da me, mi sono ingrati — io andrò a stabilirmi presso un’altra schiatta ed un’altra nazione..... Ma perchè vi siamo odiosi? Forse perchè vi abbiamo nutriti col nostro danaro, ciò che finora non era avvenuto a nessuna città? E nutriti splendidamente. Forse non punimmo i ladri colti in fallo? Mi permettete che vi ricordi un caso o due, onde non si dica che tutto è retorica ed invenzione mia? Si affermava che esistevano circa tre mila lotti di terreno incolto, e voi lo chiedevate; ma, avutolo, se lo distribuirono i non bisognosi. Fatta un’inchiesta, si dimostrò che era vero. Allora io, riprendendo quelle terre a coloro che indebitamente le avevano, e non preoccupandomi affatto delle imposte che non avevano pagate, sebbene ne avrebbero dovuto pagare più degli altri, le applicai ai più gravi servizi della città. E così gli allevatori di cavalli per le vostre corse hanno, liberi d’imposte, tre mila lotti di terra, e ciò in grazia mia. E a voi pare che, così castigando i ladri e i malvagi, io metta sottosopra il mondo. Ed ecco che il discorso mi ritorna là dove io voglio. Io sono veramente colpevole di tutti i miei mali, avendo prodigato i miei favori a chi non li aggradiva. E ciò viene dalla mia leggerezza, non già dalla vostra libertà di spirito. Nell’avvenire, io procurerò di esser più prudente con voi. E a voi gli dei diano il contraccambio della vostra benevolenza per me, e dell’onore che pubblicamente mi avete reso».
³³⁹ Vedi per questo episodio dei prezzi delle derrate, Libanio (επιταϕ 587, 10 sg.), e Autobiogr. 85, 5.
Con quest’ultima frecciata si chiude la satira acerba. Nell’ultima parte, il valore letterario mi pare si attenui e l’ironia sfugge di mano allo sdegnato scrittore. Ma è pur sempre oltremodo interessante, poichè ci rivela, con esempi pratici, la premura, lo zelo amministrativo di Giuliano, zelo che, evidentemente, ha superati, talvolta, i confini della prudenza ed anche ha trasgredite le leggi dell’economia politica.
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Non pare, infatti, che siano state esclusivamente religiose e morali le ragioni che hanno prodotto il disaccordo profondo fra Giuliano e gli Antiochesi. Ci fu anche un malinteso, o meglio, un disinganno di cui la colpa risale all’ignoranza delle leggi economiche che regnava sovrana ai tempi di Giuliano. Qui dobbiamo riconoscere che quella prudenza amministrativa e quel sicuro sentimento della realtà, che aveva guidato Giuliano nel governo delle finanze in Gallia, lo ha abbandonato, forse per lasciar libero sfogo al desiderio eccessivo di guadagnarsi il favore degli Antiochesi e di aprirsi una strada onde influire più facilmente sull’animo loro. Appena arrivato in Antiochia, Giuliano ascolta il grido del popolo che si lamenta dell’alto prezzo delle derrate. Esaminata la cosa, e persuaso che la causa del fenomeno si trovava nell’avidità di guadagno dei proprietari e dei mercanti, l’imperatore invita l’autorità municipale a provvedere. Ma passano tre mesi, e quel magistrato non sa concluder nulla. Allora Giuliano entra in scena; determina, per tutte le derrate, un prezzo che non doveva superarsi e siccome il raccolto del frumento era stato assai scarso, ne fa venire da altri luoghi un’ingente quantità e ne stabilisce il prezzo in una misura inferiore a quella che era voluta dalle condizioni del momento. La violenza economica dell’imperatore ebbe il risultato inevitabile di aumentare i mali che voleva diminuire. Infatti, il mercato di Antiochia si vuotò delle derrate che dovevano vendersi ad un prezzo che non era conveniente pel venditore. I ricchi proprietari vendevano, fuori d’Antiochia, a caro prezzo il grano dei loro raccolti, e poi comperavano, in Antiochia, ed usavano pel loro consumo il grano che l’imperatore distribuiva a un prezzo vilissimo. Da qui una immigrazione, dalle campagne nella città, su vasta scala, e, infine, un disordine che tutto disturbava, che spargeva il malcontento e l’irritazione nell’alta classe della proprietà e del commercio, e rendeva impopolare l’imperatore, il quale però attribuiva ad opposizione partigiana ed a perversità di spirito ciò che, in fondo, non era che la necessaria conseguenza di un grosso sproposito. L’intenzione, in Giuliano, era pietosa ed ispirata al sentimento dell’equità. E si comprende come Libanio, nel suo discorso diretto agli Antiochesi per persuaderli a pentirsi della loro condotta verso l’imperatore, dicesse: «Io avrei voluto che voi ammiraste l’iniziativa dell’imperatore, per quanto grandi fossero le difficoltà. Poichè egli mostrava un’anima generosa, e voleva soccorrere la povertà, e riteneva cosa dolorosa che alcuni godessero nell’abbondanza, ed altri mancassero del necessario, così che, nel mercato fiorente, non fosse concesso ai poveri che di assistere al godimento dei ricchi»³⁴⁰. Ma la buona intenzione applicata con la completa ignoranza delle leggi economiche finiva per ferire sè stessa.
³⁴⁰ _Liban._, I, 492, 15.
Nell’ambiente che circondava Giuliano, i Cristiani erano ritenuti come responsali delle difficoltà e delle opposizioni che l’imperatore trovava in Antiochia. Il discorso di Libanio, testè accennato, è interessantissimo per questo rispetto. Corre intieramente sulla premessa che i veri autori dell’opposizione degli Antiochesi a Giuliano sono i Cristiani, e che il solo mezzo per ottenere la riconciliazione è l’aperta conversione al Paganesimo. Libanio non nomina mai i Cristiani, quasi a lui ripugnasse di mettere in luce una setta tanto odiosa e tanto colpevole, ma l’allusione è continua. I segreti aizzatori della rivolta degli Antiochesi contro le disposizioni economiche dell’imperatore sono cristiani, e cristiani son coloro che impediscono ai cittadini di esprimere il loro pentimento coll’abbandono dei teatri, dei giuochi pubblici, della scioperataggine abituale in Antiochia, e col ritorno ad atti ispirati ad una vera pietà. «Sappiatelo bene, esclama Libanio, non è col prosternarvi al suolo, nè coll’agitare i rami d’olivo, nè coll’inghirlandarvi, nè con le grida, nè con le ambascerie, nè coll’inviare un oratore abilissimo, che voi spegnerete lo sdegno ma, bensì, con la rinuncia ai vostri cattivi costumi, e coll’offrire la città a Giove ed agli altri dei, dei quali già vi parlarono, molto prima dell’imperatore, Esiodo ed Omero, fin da quando eravate fanciulli. Ma voi riconoscete di dover tenere in gran conto quei poeti nell’educazione, e ne recitate ai fanciulli i versi. Però, nelle cose di maggior interesse, cercate altri maestri e fuggite, or che sono aperti, da quei templi di cui lamentavate la chiusura. E, se alcuno vi rammenta Platone o Pitagora, voi mettete avanti, come vostre autorità, e la madre e la moglie, e il cantiniere e il cuoco, e ci parlate dell’ormai antica vostra persuasione, e non vi vergognate di tutto ciò, ma vi fate rimorchiare da coloro a cui dovreste dettar leggi, e vedete, nel fatto di aver pensato male da principio, una necessità di pensar male fino al termine. Come se uno perchè ha avuto la rosolia nella gioventù, dovesse conservare la malattia per tutte le altre età. Ma perchè prolungherei questo discorso? A voi la scelta, o di continuare ad essere odiati, o di fare un doppio guadagno, coll’acquistare la benevolenza del principe e col riconoscere gli dei che davvero dominano nel cielo. Voi siete nella condizione di guadagnare, voi stessi, in ciò appunto in cui compiacete gli altri. Nell’apparenza date, ma in realtà ricevete»³⁴¹.
³⁴¹ _Liban._, I, 502, 1 sg.
Libanio vuol fare di Antiochia una città riconvertita al Paganesimo e penitente. A questo prezzo egli crede che potrebbe ottenere il perdono delle ingiurie di cui si è resa colpevole verso l’imperatore. Il Cristianesimo è, per Libanio, l’ostacolo maggiore, non solo al ritorno al culto antico, ma anche all’epurazione dei costumi, al risanamento morale della città. E si vede che, ancora nel secolo quarto, ed in una città, nella quale il Cristianesimo era largamente diffuso, la forza della nuova religione era negli strati più bassi della società e nella influenza femminile. Com’è caratteristico quel contrasto, in cui propriamente rivive tutta la storia del Cristianesimo nascente, fra l’alta coltura dell’aristocrazia intellettuale e l’umiltà delle forze che le si opponevano. Platone e Pitagora, invocati dai fautori dell’antico, si trovavan di contro le donne di casa, il cantiniere, il cuoco! A questi retori, a questi filosofi, tutti imbevuti dell’arte e del pensiero ellenico, pareva scandaloso, assurdo, ridicolo quel contrasto fra le più eccelse manifestazioni dell’ingegno umano e le fantastiche e povere ubbie di ignoranti donnicciuole e di vilissimi servi? Eppure Libanio e Giuliano, fra i bagliori morenti del loro Ellenismo, non avevano che una vista miope. Non sapevano discernere il fondo un po’ lontano delle cose. Quattro secoli di Cristianesimo non avevano insegnato nulla ad essi. Credevano che la religione fosse una quistione di ragionamento, e si stupivano che le affermazioni del cuoco e del cantiniere valessero più delle affermazioni di Platone, e non sentivano che quelle, per quanto rozze, venivano dalla conoscenza di un Dio vivente, queste, per quanto sublimi, dalla presentazione di larve esaurite e vuote.
Il _Misobarba_ è uno dei documenti più importanti e più atti a farci penetrare nell’intimo significato del tentativo iniziato da Giuliano. Per quanto la verità sia stata velata e tradita dalla polemica cristiana, sta il fatto, che or sembra paradossale, che l’imperatore era mosso da un intento essenzialmente moralizzatore. Il Cristianesimo non aveva, per nulla affatto, mutata o migliorata la condizione morale degli uomini. Antiochia cristiana valeva Antiochia pagana, se pur non era peggiore. Corrotti costumi, orgie, teatri, danzatori e mimi, ecco lo spettacolo che offrivano i cristiani Antiochesi. L’avversione che, in essi, destava Giuliano veniva appunto dalla stridente opposizione che la morale e la virtù del pagano imperatore facevano ai vizi dei suoi sudditi cristiani. Il _Misobarba_ ci fa toccare con mano il fatto che Giuliano voleva salvare l’Ellenismo che il Cristianesimo distruggeva, distruggendo tutte le sue tradizioni di religione e di patria, ma, nel medesimo tempo, voleva trovare nell’Ellenismo quella forza morale per una riforma dei costumi e per una rigenerazione dell’uomo interno che il Cristianesimo non aveva saputo svolgere dai principî che pure aveva posti. L’accoglienza che i corrotti Antiochesi hanno fatto alle esortazioni dell’imperatore, e che così vivacemente ci è descritta dall’imperatore stesso, è la prova più evidente del carattere utopistico del suo tentativo. Il Politeismo moralizzato non poteva riuscire a rigenerare l’uomo, come non era riuscito il Cristianesimo. L’uomo rimaneva quale lo volevano le condizioni intellettuali del tempo. Non era la religione che sapesse o potesse piegare le passioni umane; erano piuttosto le passioni che sapevano piegare ed adattare la religione, quale essa fosse, alle loro invincibili esigenze.
IL PRINCIPE E L’UOMO
Nel corso di questo studio, già ci apparve, nella sua genialità, la natura singolare di questo principe entusiasta che, sul trono dei Cesari, poneva a servizio di un ideale irrealizzabile delle virtù di mente e d’animo le quali, liberate dalla preoccupazione religiosa, avrebbero fatto di lui un grande imperatore. Se Giuliano avesse regnato a lungo, senz’altro scopo che la difesa e l’organizzazione dell’impero, non avrebbe, lui pure, fermata la decadenza fatale del mondo antico, ma l’avrebbe, forse, rallentata ed avrebbe fors’anche, impedito che si sfasciasse nella catastrofe barbarica.
Il passaggio di Giuliano sul trono imperiale fu la comparsa di una meteora luminosa che, appena accesa, si è spenta. Egli, quindi, non ebbe il tempo di lasciare, nei fatti e nelle cose, l’impronta duratura della sua azione. La sua memoria non vivrebbe che nella caricatura che ne hanno disegnata gli scrittori cristiani, e parrebbe quasi che l’opera sua si fosse limitata alla guerra contro il Cristianesimo e ch’egli fosse un uomo odioso e vituperabile, se non ci fossero rimasti i suoi scritti che sono lo specchio genuino del suo carattere, delle sue intenzioni, delle doti e dei difetti del suo spirito eccelso. È vero che noi abbiamo in Libanio ed in Ammiano Marcellino le prove dell’ammirazione che Giuliano aveva destata nei suoi contemporanei. Ma Libanio è sospetto, perchè troppo interessato e compromesso nell’impresa della restaurazione politeista, e Ammiano Marcellino non ha autorità sufficiente per tener testa a Gregorio di Nazianzo, a Socrate, a Sozomene, a tutta infine la tradizione cattolica. Così la figura geniale di Giuliano è venuta ai posteri, portando in fronte il marchio dell’apostata, e così si è dimenticato il fatto, che, dal punto di vista psicologico e storico, è il più curioso ed il più interessante di tutti, cioè, che questo sciagurato apostata, che aveva tentato di soffocare il Cristianesimo, era, per ogni riguardo, un uomo essenzialmente virtuoso, il migliore degli uomini che siano sorti sull’orizzonte della vita pubblica del Basso Impero. Il buon Ammiano Marcellino, nel tessere, dopo averne narrata la morte eroica, l’elogio di Giuliano, ci dice³⁴² come fosse insigne per la castità e la temperanza della vita, per la prudenza in ogni suo atto — _virtute senior quam ætate, studiosus cognitionum omnium, censor moribus regendis acerrimus, placidus, opum contemptor, mortalia omnia despiciens_. — Perfetta la sua giustizia, mitigata dalla clemenza, mirabile la sua conoscenza delle cose di guerra e l’autorità con cui governava i suoi soldati, impareggiabile il valore con cui combatteva, fra i primi, incoraggiava le sue schiere, le riconduceva alle battaglie, al primo segno di incertezza. Saggia e moderata la sua amministrazione, così da alleggerire i tributi, da comporre le liti del fisco coi privati, da restaurare le finanze rovinate delle città, da mettere, infine, un freno al disordine spaventoso che regnava nell’avido e parassitico governo dell’Impero. E l’onesto storico non dissimula i difetti del suo eroe; ma son ben lievi in confronto alle virtù. Una certa leggerezza nel risolvere, un’eccessiva facilità ed abbondanza di parola, che doveva essere, diciamo noi, il riflesso di un’eccessiva impressionabilità, constatabile anche in quelli, fra i suoi scritti, che sono l’effusione schietta del suo spirito. Finalmente, e questo era il difetto più grave di Giuliano, conseguenza inevitabile del suo sistema filosofico, una tendenza alla superstizione, per cui egli prestava alle esteriorità della religione che voleva restaurare un’importanza che spesse volte toccava il ridicolo ed era una delle cause che indebolivano la sua propaganda. Tale il ritratto morale che Ammiano tratteggia del suo imperatore, del quale descrive anche la figura forte ed agile insieme, e ci fa vedere il volto, singolare per la barba irsuta che finiva in punta, oggetto di scherno per gli Antiochesi, e splendente per la bellezza degli occhi scintillanti, da cui trasparivano le arguzie della mente — _venustate oculorum micantium flagrans, qui mentis ejus argutias indicabant_.
³⁴² _Amm. Marcell._, II, 40, 29 sg.
Ma, prima di studiar Giuliano nei suoi scritti, che sono la fonte schietta della verità, diamo ancora una occhiata all’imagine che di lui ci lasciarono i suoi due contemporanei Libanio e Gregorio di Nazianzo, negli opposti intenti, il primo di esaltarne la memoria, il secondo di vituperarla, di lasciarla coperta di fango e di vergogna. Nel corso del nostro studio noi abbiamo già mietuto nel campo di questi scrittori. Ma non sarà fatica sprecata lo spigolarvi ancora. Vi raccoglieremo qualche mazzo di notizie preziose.
Cominciamo coll’osservare come, nei lamenti di Libanio per la catastrofe di Giuliano, è impossibile non sentire l’espressione di un sentimento vero e profondo, tanto più quando si pensa che il _Discorso necrologico_ e la _Monodia_ furono scritti quando già era scomparsa ogni traccia del tentativo di restaurazione pagana, quando il Cristianesimo dominava di nuovo sovrano nella corte e nel popolo, e quando, pertanto, la manifestazione di quel dolore poteva, per lo scrittore, costituire un pericolo. Come adattarsi, esclama Libanio, al pensiero che l’empio Costanzo «dominò sulla terra, ch’egli contaminava, per quarant’anni, e poi se ne andò per malattia. E costui, il quale ha rinnovate le sacre leggi, ha riordinate le buone istituzioni, risollevate le dimore degli dei, riposti gli altari, richiamate le schiere dei sacerdoti, nascosti nelle tenebre, restaurate le statue, sacrificate mandre ed armenti, ora nella reggia ed ora fuori, ora di notte ed ora di giorno, sospesa tutta la sua vita alle mani degli dei, dopo aver tenuto per breve tempo l’ufficio minore dell’impero, e per un tempo ancor più breve l’ufficio maggiore³⁴³, se ne partiva, così che la terra, che appena aveva gustato tanto bene, non se ne potè saziare..... Almeno, il ritorno dei nostri mali fosse venuto grado grado. Ma la buona fortuna, appena affacciatasi a noi, tosto si ritraeva, come in fuga. Per Ercole, ciò è troppo acerbo, ed è l’opera di acerbi demoni»³⁴⁴. Poi Libanio, dopo aver ricordata la desolazione dell’esercito, quando Giuliano, ferito a morte, ma ancor respirante, veniva trasportato dal campo di battaglia alla tenda, e aver detto che le Muse piangevano la morte del loro allievo e che la sventura cadeva sulla terra, sul mare, sull’aere, esclama: «E noi tutti piangiamo, ognuno per la parte che gli spetta; i filosofi piangono colui che spiegava la dottrina di Platone, i retori l’oratore valente a parlare ed a scrutare il discorso degli altri, i litiganti un giudice migliore di Radamanto. Oh, infelici agricoltori, che sarete preda di coloro che avranno l’incarico di spogliarvi! Oh, forza della giustizia che già precipita e che presto più non sarà che un’ombra! Oh, magistrati, come sarà vilipesa la dignità del vostro nome! Oh, grida dei poveri maltrattati, come invano vi innalzerete al cielo! Oh, schiere di soldati che perdeste un imperatore il quale, nei campi, provvedeva ad ogni vostro bisogno! Oh, leggi, a buon diritto credute di Apollo, ed ora calpestate! Oh, ragione che hai, quasi nel medesimo punto, acquistata e perduta la potenza ed il vigore! Oh, rovina totale della terra!»³⁴⁵.
³⁴³ L’ufficio minore è quello di Cesare, il maggiore quello di Augusto.
³⁴⁴ _Liban._, 510, 5.
³⁴⁵ _Liban._, 516, 15.