L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico
Part 28
Qui viene un passo veramente curioso ed istruttivo sulle intenzioni e sull’animo di Giuliano. Non è a dire che gli Antiochesi avessero contro di lui una prevenzione sfavorevole o che gli negassero l’applauso. È proprio che fra lui e gli Antiochesi esisteva un dissenso profondo. Essi non entravano affatto nello spirito della riforma religiosa che tanto gli stava a cuore e che, anzi, costituiva l’obbiettivo supremo del suo regno. Quando egli entrava nei templi la folla lo seguiva e lo accompagnava di grida e di applausi. Ma Giuliano era assai più colpito della mancanza di rispetto verso il luogo sacro che della festosa accoglienza che riceveva, e, invece di ringraziare il popolo, lo rimproverava. Gli scettici Antiochesi, veri figli di una civiltà che moriva, non comprendevano questo strano imperatore, e ridevano di lui. «Tu entri nei templi — così li fa parlar Giuliano³²⁹ — o uomo rozzo, sgarbato ed odioso in tutto. La folla corre, anch’essa, per amor tuo, nei templi e specialmente i magistrati, e ti accolgono, come nei teatri, con grida ed applausi. E invece di compiacertene e di lodarli di ciò che fanno, tu vuoi esser più saggio del dio stesso, e parli alle turbe e rimproveri acerbamente quelli che gridano, dicendo: — Di rado voi venite nei templi per adorare gli dei, ma ci venite per me ed empite di disordine il luogo sacro. Ad uomini saggi conviene di pregare compostamente e di chiedere in silenzio i favori degli dei. .....Ma voi, invece degli dei, esaltate gli uomini, meglio ancora, invece degli dei, adulate noi uomini. Ed io credo che ottima cosa sarebbe non adulare nemmeno gli dei, ma servirli saggiamente. — .....Tollera, adunque, d’esser odiato e vituperato, in privato ed in pubblico, dal momento che tu giudichi adulazione gli applausi di coloro che ti vedono nei templi. È evidente che tu proprio non puoi adattarti nè alle convenienze, nè alla vita, nè ai costumi degli uomini. E sia. Ma chi potrebbe sopportare anche questo, che tu dormi tutta la notte solitario, e non vi ha nulla che ammollisca il tuo animo duro ed uggioso? Tu chiudi, d’ogni lato, la porta alla dolcezza. E il colmo dei mali è che tu godi di questa vita, e ti fai un piacere di ciò che gli altri detestano. E poi ti sdegni se te lo si dice! Dovresti piuttosto ringraziar coloro che, per benevolenza, con gran premura, ti esortano, nei loro versi, a strapparti i peli dalle guance, e ad offrire, a questo popolo amante del ridere, qualche spettacolo, a cominciar da te stesso, che gli sia gradito, mimi, suonatori, donne senza pudore, fanciulli che, per la bellezza, si possano scambiar per donne, uomini così privi di peli, non solo sulle guance, ma in tutto il corpo, da esser più lisci delle donne stesse, feste, processioni, non però, per Giove, quelle sacre, in cui bisogna aver del contegno. Di queste ce n’è abbastanza, ne siam proprio satolli. L’imperatore sacrificò una volta nel tempio di Giove, poi nel tempio della Fortuna, andò tre volte di seguito in quello di Cerere; non ricordo quante volte entrò in quello d’Apollo, — nel tempio tradito dalla trascuranza dei custodi, distrutto dall’audacia degli empi. — Viene la festa siriaca, e l’imperatore tosto si presenta al tempio di Giove; poi viene la festa comune, e l’imperatore di nuovo al tempio della Fortuna; si astiene un giorno nefasto, e poi subito ancora innalza le sue preghiere nel tempio di Giove. Ma chi dunque può tollerare un imperatore che frequenta con tale eccesso i templi, mentre gli sarebbe lecito di disturbare solo di quando in quando, una volta o due gli dei, e di celebrare quelle feste che possono essere comuni a tutto il popolo, ed a cui possono prender parte anche quelli che non conoscono gli dei, e dei quali è pur piena la città? Queste, sì, ci darebbero piaceri e godimenti, che ognuno potrebbe allegramente cogliere contemplando uomini danzanti, e fanciulli e donne in quantità. — Quando io penso a tutto ciò, — così Giuliano risponde agli Antiochesi — mi congratulo delle vostre felici disposizioni d’animo, ma non sono scontento di me stesso, poichè, per grazia di qualche dio, le mie abitudini mi son care. Pertanto, come ben sapete, io non mi irrito contro coloro che vituperano il mio metodo di vita. Anzi, ai frizzi che essi mi scagliano, io aggiungo, per quanto mi è possibile, questi vituperi che io stesso verso contro di me, ed è giusto che lo faccia dal momento che non seppi comprendere quale fosse, dall’origine, il costume di questa città. Eppure io son convinto che nessuno de’ miei coetanei ha letti più libri di me».
³²⁹ _Iulian._, 433, 15 sg.
E qui Giuliano racconta la nota storia d’Antioco che si era innamorato della matrigna, per dedurne la conseguenza che gli abitanti di una città, che da Antioco aveva preso il nome, dovevano essere gente dedita al piacere non meno di lui. — «Non si può, — egli dice con uno spirito scherzoso ma amaro insieme³³⁰ — non si può mover rimprovero ai posteri se cercano di gareggiare col fondatore e con l’omonimo, poichè come gli alberi si trasmettono le loro qualità, tanto che i rampolli assomigliano in tutto al ceppo da cui germogliarono, così, presso gli uomini, i costumi degli avi si trasmettono ai nipoti».
³³⁰ _Iulian._, 449, 3 sg.
Ed è così che i Greci sono il migliore dei popoli, e gli Ateniesi i migliori fra i Greci. «Ma se essi serbano, nei costumi, l’imagine dell’antica virtù, è naturale che ciò avvenga anche ai Siri, agli Arabi, ai Celti, ai Traci, ai Peonii, ai Misii, che son fra i Traci e i Peonii, sulle sponde del Danubio. Ora, da questi è venuta la mia schiatta e da questa venne a me l’indole rozza, severa, intrattabile, indifferente agli amori, immobile nei propositi. Io, dunque, primieramente chiedo scusa per me, ma in parte la scusa vale anche per voi che siete attaccati ai patri costumi. Non è già per offendervi che io vi applico il verso d’Omero — Mentitori ma eccellenti saltatori nei balli. — Al contrario, è per lodarvi che io dico che voi conservate l’amore delle patrie abitudini. E anche Omero voleva lodare Autolico, dicendo, in questo senso, che superava tutti — nell’esser ladro e spergiuro. — Sì, io pur amo la mia ruvidità, la mia sgarbatezza, il mio non piegarmi facilmente, il non regolare i miei affari a seconda di chi prega o di chi inganna, il non cedere alle grida; sì, tutte queste vergogne, io le amo... Ma, se ci penso, trovo in me ben altre colpe. Recandomi in una città libera, ma che non tollera il disordine della capigliatura, io vi entrai senza farmi tagliare i cappelli e con la barba lunga, come se mancassero barbieri. Volli parere un vecchio brontolone e un rozzo soldato, quando avrei potuto, con un po’ d’arte, esser preso per un fanciullo avvenente, e parer giovanetto, se non per l’età, per l’aspetto e la freschezza del volto.... — Tu non sai mescolarti agli uomini, ed imitare il polipo che si fa simile al sasso su cui vive... Hai forse dimenticato quanta differenza coi Celti, coi Traci, e gli Illirici? Non vedi quante botteghe ci sono in questa città? Tu ti rendi inviso ai mercanti, non permettendo loro di vendere le loro merci al prezzo che loro garba, tanto al popolo quanto agli stranieri. I mercanti accusano dell’alto prezzo i proprietari di terre. Tu ti fai nemici anche questi, obbligandoli ad agire secondo giustizia. E i magistrati della città che partecipano al duplice rimprovero, come pure si allietavano di mietere i vantaggi di una parte e dell’altra, e come proprietari e come mercanti, ora naturalmente sono scontenti, vedendosi strappato, da ambo le parti, l’eccesso del guadagno. E, intanto, questo popolo sirio, non potendo nè ubbriacarsi nè ballare, s’irrita. E tu credi di nutrirlo abbastanza, offrendogli grano a suo piacere? Grazie mille, ma non vedi che non si trova più nella città nemmeno un’ostrica?..... Non sarebbe meglio passeggiare pel mercato, profumandolo d’incensi e condursi dietro fanciulle aggraziate, che attirerebbero gli sguardi dei cittadini e cori di donne, quali tutti i giorni vediamo in mezzo a noi?».
A questa domanda che il pungente scrittore mette in bocca ai suoi avversari, egli risponde facendo quel racconto interessante della sua educazione che noi già conosciamo³³¹. Anche qui le parole di Giuliano vanno prese in senso ironico, e i rimproveri che pare egli faccia all’eunuco Mardonio, a cui era stata affidata la sua fanciullezza, esprimono, invece, l’ammirazione e il rispetto di Giuliano per quest’uomo, a cui è dovuta la piega che ha poi preso il suo spirito.
³³¹ Pag. 24.
Giuliano, avendo narrata la sua educazione, continua dicendo come, appunto dallo studio degli antichi e specialmente di Platone, egli abbia imparato che il principe ha il dovere di guidare il suo popolo, con l’esempio e con la dottrina, all’esercizio della virtù.
«Ma — rispondono gli Antiochesi³³² — per ragione di prudenza, tu dovresti astenerti dal costringere la gente a seguire la giustizia, e dovresti, invece, permettere ad ognuno di far ciò che vuole o ciò che può. L’indole della nostra città è questa; vuole esser molto libera. E tu, non comprendendola, vorresti governarla con saggezza? Ma non vedi quanta e quale, presso di noi, è la libertà fin degli asini e dei cammelli? I cammellieri e gli asinai li conducono, sotto ai portici, come se fossero gentili fanciulle. Le vie a cielo scoperto e le piazze si direbbe non sian fatte per esser percorse dagli asini col basto; questi vogliono passar sotto i portici, e nessuno lo vieta loro, onde sia rispettata la libertà! Ecco come la nostra città è libera! e tu vorresti che i giovani fossero tranquilli, e pensassero a ciò che a te piace, o almeno dicessero cose che a te piace udire? ma essi sono avvezzi alla libertà del divertirsi, e lo fanno sempre senza ritegno.
³³² _Iulian._, 458, 10 sg.
«I Tarantini — continua Giuliano — pagarono, una volta, il fio dei loro scherzi ai Romani, perchè, essendo ubbriachi, nella festa di Bacco, offesero un’ambasciata di questi. Ma voi siete molto più felici dei Tarantini, godendovela, non già pochi giorni, ma tutto l’anno intiero, offendendo invece di ambasciatori stranieri, il vostro imperatore e questo per i peli che ha sul mento e per la sua effigie sulle monete. Benissimo, o saggi cittadini, e voi che siete gli autori dei motteggi, e voi che li udite e vi divertite. Poichè è chiaro che a quelli dà piacere il dire e a questi l’udire quei frizzi. Di tale concordia io mi compiaccio; voi fate proprio una sola città, così che non sarebbe nè conveniente nè desiderabile di frenare ciò che vi è di infrenabile nei giovani. Sarebbe, proprio, un portar via, un recidere la testa della libertà, se si togliesse agli uomini di dire e di fare ciò che loro garba. Pertanto, ben sapendo che in tutto dev’essere libertà, voi prima permetteste alle donne di fare il piacer loro, così da esser con voi senza freno alcuno. Poi lasciaste loro l’educazione dei figli, pel timore che, sottoposti a più severa disciplina, diventassero simili a schiavi, e imparassero, adolescenti, a rispettare i vecchi, e quindi, prese queste cattive abitudini, finissero per rispettare anche i magistrati, finalmente perfezionandosi non già nell’esser uomini, ma nell’esser servi, diventassero saggi, temperati, educati e si rovinassero del tutto. Ebbene, che fanno le donne? Conducono i figli ai loro altari³³³, per mezzo del piacere, che è lo strumento più accetto e più prezioso non solo con gli uomini, ma anche con le belve. Oh, voi felici, che, in tal modo, vi siete proprio ribellati ad ogni servitù, prima verso gli dei, poi verso le leggi, in terzo luogo verso di noi, custodi delle leggi. Ma sarebbe cosa stolta, da parte nostra, se, mentre gli dei non si curano di questa libera città e non la puniscono, noi ne avessimo sdegno e molestia. Poichè ben sapete che gli oltraggi della città son comuni a noi ed agli dei. — Nè il X, nè il K, si dice, hanno mai fatto del male alla città. — Questo enimma della vostra sapienza ci riusciva assai duro, ma, avendo trovato degli interpreti, apprendemmo che quelle lettere erano il principio di nomi, e che l’una voleva dire Cristo, l’altra Costanzo. Lasciate che vi parli proprio a cuore aperto. Una colpa ha Costanzo verso di voi, ed è di non avermi ucciso dopo avermi fatto Cesare. Ah, concedano gli dei a voi, a voi soli, fra tutti i Romani, di goder di molti Costanzi, e più ancora dell’ingordigia dei suoi amici!.... Io dunque ho offeso la maggior parte di voi, quasi direi, tutti voi, il Senato, i mercanti, il popolo. Il popolo s’irrita contro di me, perchè, essendo in maggioranza, anzi, tutto, dato all’ateismo³³⁴ mi vede attaccato ai patri riti del culto divino, i potenti perchè sono impediti di vendere a caro prezzo le merci, tutti poi insieme perchè io, sebbene non li privi nè dei danzatori nè dei teatri, mi curo di queste cose meno che delle rane nelle paludi. Non è, dunque, naturale che io rimbrotti me stesso, offrendo tante ragioni di odiarmi?».
³³³ S’intendono gli altari cristiani. Si noti l’atroce insinuazione.
³³⁴ Intende per ateismo il Cristianesimo.
E qui Giuliano narra con molto spirito e con fine ironia l’episodio della venuta di Catone ad Antiochia, e dell’offesa fattagli dai cittadini, e soggiunge³³⁵. «Non c’è, dunque, da meravigliarsi, se oggi io ho da voi un eguale trattamento, essendo un uomo di tanto più rozzo, più duro, più incivile di lui, di quanto i Celti lo sono dei Romani. Perchè colui, nato in Roma, vi giunse alla vecchiezza. Me, tocca appena l’età virile, raccolsero i Celti, i Germani e la selva Ercinia, e là trascorsi gran tempo, come un cacciatore che non vive che con le belve, trovandomi con gente che non ha l’abitudine di accarezzare e di adulare, e che vuole semplicemente e liberamente essere con tutti sul piede dell’eguaglianza. Così dopo che l’educazione fanciullesca e la conoscenza che feci, da adolescente, del pensiero di Platone e di Aristotele mi aveva reso inadatto a mescolarmi al popolo, ed a cercar la felicità nel diletto, mi trovai, al momento dell’indipendenza virile, in mezzo alle più bellicose e più valorose fra le nazioni, le quali non conoscono Venere copulatrice e Bacco ubbriacatore, se non per far figli o per estinguere col vino la sete..... I Celti, per la somiglianza dei costumi, tanto mi amavano da voler non solo prender l’armi per me, ma mi davano i loro averi, e mi obbligavano di accettarli, per quanto io chiedessi poco, ed in ogni cosa eran pronti ad obbedirmi. E, ciò che più importa, il mio nome di là giunse fino a voi, e tutti mi acclamavano valoroso, prudente, giusto, non solo forte in guerra, ma abile a governare durante la pace, affabile, mite. Ma voi da qui rispondete in primo luogo che io sconvolgo le cose del mondo — eppure io ho la coscienza di non aver nulla sconvolto nè volente nè nolente — poi che con la mia barba si possono far corde, e che io faccio guerra al X e che voi rimpiangete il K. Che gli dei protettori di questa città ve ne concedano due!».
³³⁵ _Iulian._, 463, 15 sg.
L’indifferenza degli Antiochesi, di cui era stata prova l’incendio, appiccato, si diceva, dai Cristiani, del gran tempio d’Apollo, era propriamente invincibile. Per meglio descriverla, l’autore del _Misobarba_ ci fa questo racconto, in cui Giuliano non si accorge di cadere nel ridicolo per l’eccesso del suo zelo³³⁶.
³³⁶ _Iulian._, 467, 1 sg.
«Nel decimo mese cade la festa del vostro patrio Iddio, e c’è l’usanza di accorrere a Dafne. Io pure ci andai, movendo dal tempio di Giove Casio, nella persuasione di godervi lo spettacolo della vostra ricchezza e della vostra munificenza. E già imaginava, dentro di me, come in un sogno, e la pompa e i sacrifici, e libazioni e danze sacre ed incensi ed efebi, davanti al tempio, preparati nell’anima all’adorazione del dio, ornati, con magnificenza, di bianca veste. Ma, quando entrai nel tempio, non vedo incenso, non vedo offerte di frutti o di vittime. Io ne fui stupefatto e credetti che voi foste fuori del tempio, ad aspettare, onorando in me il gran sacerdote, che io dessi il segnale. Ma quando chiesi al sacerdote che cosa avrebbe sacrificato la città, celebrandosi la festa annuale, egli rispose — ecco, io porto da casa al dio un’oca; ma la città non ha preparato nulla. — Allora, sdegnato, io rivolsi al Consiglio delle parole severe, che è forse opportuno il ricordare. — È doloroso, io diceva, che una sì grande città sia parsimoniosa nel culto degli dei, come non lo sarebbe l’ultimo dei villaggi del Ponto. Essa possiede grandi porzioni di terreno, eppure or che giunge la festa annuale del patrio dio, la prima volta dopo che gli dei dispersero le nubi dell’ateismo, non sa offrire nemmeno un uccello, essa che dovrebbe sacrificare un bue per ogni quartiere, o, se questo non si può, almeno presentare, in comune, un toro. Eppure ognuno di voi scialacqua in privato nei banchetti e nelle feste, ed io so di molti che sciupano il loro avere nelle orgie; ma, quando si tratta della salvezza vostra e della vostra città, nessuno sacrifica per proprio conto, e non sacrifica nemmeno il Comune per tutti; soletto sacrifica il sacerdote, il quale, invece, avrebbe, mi pare, il diritto di ritornarsene a casa, portando seco una parte della grande quantità di cose che voi dovreste offrire al dio. Poichè gli dei vogliono che i sacerdoti li onorino colla buona condotta, colla pratica delle virtù e coi servizî divini. Ma è la città che ha l’obbligo di sacrificare e in privato e in comune. Ora, ognuno di voi permette alla moglie di portare ogni cosa ai Galilei, ed esse, nutrendo col vostro danaro i poveri, fanno ammirabile l’ateismo a tutti i bisognosi. E sono il maggior numero. E voi credete di non far nulla di male, trascurando di onorare gli dei. Nessun povero si presenta ai templi. Non troverebbe, certo, di che nutrirsi. Ma se uno di voi festeggia il proprio genetliaco, ecco prepara sontuosamente il pranzo e la cena, e invita gli amici ad una tavola assai ben servita. Venuta la festa annuale, nessuno porta olio al candelabro del dio, nè libazioni, nè vittime, nè incenso. Io non so come vi giudicherebbe, se vedesse la vostra condotta, un uomo saggio, ma io credo, intanto, che ciò non piace agli dei».
Questo racconto di Giuliano e il discorso da lui tenuto sono uno degli episodi più curiosi e più istruttivi di questo libriccino pur tutto così interessante. Povero entusiasta! Che disinganno profondo doveva essere il suo davanti all’evidenza dei fatti ed alla prova luminosa del completo insuccesso del movimento di restaurazione da lui tentato. Il Politeismo era morto e non c’era più nobiltà di mente nè virtù d’animo capace di rianimarlo. La stessa corruzione di una grande città, la quale sapeva mantenere insieme e i suoi guasti costumi e il Cristianesimo, mostrava che il Cristianesimo, se aveva perduto della sua santità aveva acquistata quella facoltà di adattamento agli ambienti, senza di cui nessuna istituzione può vivere. Giuliano voleva moralizzare il mondo con un Politeismo riformato, trasportandovi le virtù che, predicate dal Cristianesimo, non avevano punto fermata la demoralizzazione sociale; impresa impossibile dal punto di vista intellettuale, perchè il Politeismo esaurito, come vedemmo tante volte, non offriva nessuna base sufficiente ad una ricostituzione religiosa, impossibile dal punto di vista morale, perchè quell’alleanza del X col K, come diceva Giuliano, di Cristo con Costanzo, di Dio con la società corrotta, che a Giuliano pareva mostruosa, rispondeva ai bisogni del tempo, ed era la formola che ne esprimeva le esigenze. Ma come è grazioso, nella sua comicità, l’incontro dell’imperatore, nel tempio deserto d’Apollo, col povero sacerdote che porta l’oca al dio delle Muse! E come è sintomatica l’ingenuità di Giuliano di prendere questo episodio come punto di partenza del suo discorso al Consiglio di Antiochia! E quanta luce gitta sull’indole delle intenzioni di Giuliano il fatto che il suo discorso è così imbevuto di Cristianesimo che, in fondo, cambiando qualche nome e qualche circostanza secondaria, avrebbe potuto e potrebbe servire per un vescovo che rimproverasse i suoi fedeli del loro poco zelo verso il culto divino!
«Così — continua ironicamente Giuliano —³³⁷ mi ricordo di aver parlato... E feci, sdegnandomi con voi, una sciocchezza. Mi conveniva tacere, come molti altri che eran venuti con me, e non prendermi brighe e non sgridarvi. Ma io ero mosso da petulanza e da una ridicola vanità. Poichè non è a credere che la benevolenza mi ispirasse quelle parole; il vero è che io correva dietro alle apparenze della devozione per gli dei e della benevolenza per voi. E questa è ridicola vanità. Io, pertanto, rovesciai sopra di voi molti inutili rimproveri. E voi eravate nel vostro diritto difendendovi e scambiando terreno con me. Io mi scagliai contro di voi, davanti a pochi, presso l’altare del dio, ai piedi della sua statua. Voi, invece, sul mercato, in faccia al popolo, fra cittadini disposti a divertirsene.... Furon dunque uditi da tutta la città i vostri scherzi contro questa brutta barba e contro colui che non vi ha mai mostrate e non vi mostrerà mai delle belle maniere, poichè egli non seguirà mai quel genere di vita che è già vostro, ma che vorreste vedere anche nel principe. Quanto poi alle ingiurie che, in privato ed in pubblico, avete rovesciate su di me, deridendomi nelle vostre strofe, dal momento che io stesso mi accuso pel primo, vi permetto di farne uso con tutta sicurezza, perchè, per questo, non vi farò mai nulla di male, e non vorrò mai nè uccidervi, nè battervi, nè imprigionarvi, nè multarvi. Anzi, udite. Poichè l’essermi mostrato saggio insieme ai miei amici fu per voi cosa ignobile e sgradita, nè son riuscito a presentarvi uno spettacolo che vi piacesse, io mi risolvetti a lasciare la città e ad andarmene altrove. Non già che io sia convinto che piacerò a quelli presso i quali andrò, ma, infine, credo preferibile, se anche non riuscissi a parer loro giusto e buono, il distribuire un po’ a tutti l’uggia della mia presenza, e il non tormentare troppo questa felice città col puzzo della mia temperanza e della saggezza dei miei amici. Infatti nessuno di noi ha comperato da voi un campo od un orto, nè costrusse case, nè prese moglie, nè ci innamorammo delle vostre bellezze, nè invidiammo la vostra ricchezza assira, nè ci distribuimmo le prefetture, nè permettemmo gli abusi ai magistrati, nè inducemmo il popolo a grandi spese di banchetti e di teatri, il popolo che noi facemmo così prospero che, libero dall’oppressione del bisogno, ebbe agio di comporre le strofe contro i colpevoli della sua prosperità. E noi non chiedemmo nè oro nè argento, e non abbiamo aumentati i tributi. Anzi, abbiamo condonato, insieme agli arretrati, il quinto delle abituali imposte... A noi, dunque, parendo che tutto ciò fosse lodevole, lodevole la mitezza e la saggezza nel principe, pareva anche che, appunto pei nostri provvedimenti, saremmo entrati nelle vostre grazie. Ma poichè a voi dispiace l’ispido mio mento, e la poca cura dei capelli, e la mia assenza dai teatri, e la mia pretesa di un serio contegno nei templi, e, più di tutto, la mia vigilanza nei tribunali, e il mio rigore nel reprimere, nei mercati, la rapacità del guadagno, volontieri ce ne andiamo dalla vostra città. Poichè non mi parrebbe facile, or che inclino all’età matura, evitare quel che accadde al nibbio, come narra la favola. Si dice che il nibbio, il quale aveva una voce simile a quella degli altri uccelli, si mettesse in mente di nitrire come i puledri. E così, avendo dimenticato il canto e non imparato il nitrito, si trovò privo dell’uno e dell’altro, e finì per avere una voce peggiore di quella degli altri uccelli. E a me, io credo, accadrebbe la stessa cosa, cioè, non saprei essere nè rozzo nè gentile, poichè io sono vicino, Dio volendo, voi lo vedete, a quel momento in cui, come dice il poeta di Teo, ai neri si mescolano i bianchi capelli!
³³⁷ _Iulian._, 469, 12 sg.