L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico
Part 27
Da Beroe Giuliano giunge a Batne, luogo incantevole, paragonabile solo a Dafne, il sobborgo di Antiochia, prima che bruciasse il tempio d’Apollo. La bellezza della pianura, i graziosi boschetti di verde cipresso, il modesto palazzo imperiale, il giardino che lo circonda, meno splendido di quello d’Alcinoo, ma simile a quello di Laerte, le aiuole piene di legumi e di alberi carichi di frutti, tutto lo delizia. E poi da ogni parte s’innalzano i profumi dell’incenso, e da ogni parte sacrifizi e pompe solenni. Ma anche qui l’incontentabile imperatore, a cui lo zelo religioso non lasciava requie e che godeva nel tormentarsi, non è del tutto soddisfatto. A lui pare eccessiva l’agitazione, eccessivo il lusso di quelle feste. Gli dei devono esser onorati con tranquilla dignità. Egli provvederà più tardi ad accomodar le cose. Forse il sospettoso Giuliano vedeva in quell’eccesso di manifestazioni il desiderio di gittargli polvere negli occhi, più che una prova di sincera devozione. Finalmente arriva a Jerapoli. Qui è ricevuto da Sopatre, l’allievo e il genero del filosofo Giamblico, il dio in terra di Giuliano. La sua gioia è immensa, tanto più che Sopatre gli è anche caro, perchè, avendo ospitati Costanzo e Gallo, pressato da essi ad abbandonare gli dei, ha saputo resistere e non fu preso dal morbo³²¹.
³²¹ οὐκ ὲλήϕθη τῆ νὁσῳ.
Intorno alle cose politiche e militari, egli non scrive a Libanio, perchè gli sarebbe impossibile metter tutto in una lettera. Ma, tanto per dargli un’idea di ciò che fa, gli narra di aver mandato un’ambasciata ai Saraceni per averli alleati e di aver organizzato un servizio di esplorazione, di aver presieduto dei tribunali militari, di aver riunita una quantità di cavalli e di muli pei trasporti e di aver raccolte barche fluviali piene di frumento e di pane secco. Si aggiunga a tutto ciò la corrispondenza epistolare che lo segue dovunque e le letture non mai interrotte. Certo nessun uomo non fu mai più intensamente occupato.
Del resto, la prova più evidente dell’insuccesso di Giuliano, ce la dà Ammiano Marcellino. Costui non era cristiano. Sarebbe, dunque, a supporsi che, scrivendo la storia dell’imperatore apostata, avesse parole di entusiasmo pel tentativo da lui iniziato, e salutasse in Giuliano il desiderato restauratore. Nulla di tutto ciò. Ammiano è, per questo rispetto, di una glaciale indifferenza. Egli ha qualche parola di scherno pei Cristiani, che dice odiarsi gli uni gli altri assai più che le bestie feroci, ma non prende nessun interesse all’opera di Giuliano la quale, si vede, non era per lui che un esercizio, un’ubbia fors’anche, di filosofo, a cui non valeva la pena di dar molta attenzione. Ed anzi trova, come vedemmo, eccessivo, _inclemens_, il decreto che toglie ai maestri cristiani l’uso dei libri pagani e non esita a manifestare la sua disapprovazione per le manie rituali del fervente imperatore. Ora, se tale era Ammiano, un uomo che, per la sua coltura, si deve supporre particolarmente devoto alle memorie antiche, è facile imaginare la profonda indifferenza, anzi, l’ostilità che Giuliano avrà trovata nella massa sociale, a cui gli ideali dell’Ellenismo erano divenuti del tutto estranei. Il vero è che Giuliano non era compreso che dai retori e dai filosofi, i quali facevano parte del piccolo cenacolo neoplatonico. Per vedere apprezzata l’opera sua dobbiamo rivolgerci al discorso necrologico composto da Libanio, il quale, fra i meriti e le glorie di Giuliano, pone anche quello di aver ricondotto in terra il sentimento religioso che ne era stato esigliato³²².
³²² _Liban._, 249.
Ma qualche conforto aveva pure Giuliano, in mezzo ai suoi disinganni. Grande doveva esser la sua gioia, quando qualche personaggio cospicuo della Chiesa ritornava nel grembo del Politeismo. Se non che, ciò pare avvenisse con estrema rarità. Era evidentemente profondo, in tutti, il sentimento della vanità completa del tentativo di Giuliano e dell’esaurimento del Politeismo. Il solo caso che si conosca è quello del vescovo Pegasio che ci è narrato, da Giuliano stesso, in una lettera che è una delle più preziose del suo epistolario, anche come vivace pittura d’ambiente. Pare che Giuliano avesse sollevato a qualche dignità sacerdotale il vescovo apostata. Ciò aveva urtata la suscettibilità di qualche puro ellenista. L’imperatore così risponde³²³:
³²³ _Iulian._, 603.
«Noi, certo, non avremmo mai tanto facilmente accolto Pegasio, se non ci fossimo assicurati che anche prima, quando era vescovo dei Galilei, non era alieno dal riconoscere e dall’amare gli dei. Ed io non ti dico ciò perchè l’abbia udito da coloro che son soliti parlare per amore o per odio, chè anzi, anche intorno a me, si era cianciato molto di colui, così che, per gli dei, io quasi credeva di doverlo odiare più di qualsiasi altro di quegli sciagurati. Ma, allorquando, chiamato da Costanzo all’esercito, io mi era messo in viaggio, partendo da Troade, prima di giorno, arrivai a Ilio, sull’ora del mercato. Egli mi venne incontro, e, dicendo io di voler visitare la città — ciò mi serviva di pretesto per entrare nei templi, — mi si offerse per guida e mi condusse dovunque. Ed agì e parlò in modo, da far nascere il dubbio ch’egli non fosse ignaro de’ suoi doveri verso gli dei.
«V’ha, in Ilio, un sacrario dedicato ad Ettore, dove, in un piccolo tempietto, si vede la sua statua di bronzo. Di contro hanno collocato il grande Achille, a cielo scoperto. Se mai visitasti il luogo, sai di che parlo.... Io, scorgendo ancor accesi, direi quasi divampanti gli altari, e lucida d’unguenti la statua d’Ettore, rivolgendomi a Pegasio — Che vuol dir ciò? — dissi — Gli abitanti d’Ilio seguono ancora i riti degli dei? — Voleva, non parendo, scrutarne l’opinione. — Ed egli — Che v’ha di strano, se essi onorano un uomo valoroso, loro concittadino, come noi onoriamo i nostri martiri? — La similitudine non era opportuna, ma l’intenzione, scrutata in quel momento, era lodevole. Dopo ciò — Andiamo, io dissi, al tempio di Minerva Iliaca. — Ed egli, pieno di buona volontà, mi ci condusse ed aperse di sua mano il tempio, e mi mostrò, con premura, come cosa che gli stesse a cuore, che tutte le sacre imagini erano salve, e non fece nulla di ciò che son soliti a fare gli empi, nè si fece sulla fronte il segno della croce, nè mormorò, come quelli, da solo a solo. Poichè il colmo della teologia presso coloro sta in queste due cose, imprecar mormorando contro i demoni e segnarsi la croce in fronte.
«Di questi due fatti già ti parlai. Ma or non voglio tacerti un terzo che mi viene in mente. Egli mi seguì al santuario d’Achille, e me ne mostrò intatto il sepolcro. E seppi che era stato da lui scoperto. Ed egli ci stava in atto di grande rispetto. Tutto ciò vidi io stesso. Seppi poi da coloro che ora gli sono nemici che, segretamente, pregava e si prosternava al Sole. Forse non mi ricevette in quel modo quando ancora io non facevo professione di fede che in privato? Della disposizione di ciascuno di noi verso gli dei, quale testimonio più sicuro degli stessi dei? E noi avremmo forse nominato Pegasio sacerdote, se sapessimo ch’egli peccasse in qualche cosa verso gli dei? Se, in quei tempi, sia per vanità di potere, sia, com’egli più volte ci disse, per salvare i templi degli dei, si pose intorno quei cenci e finse, solo nelle parole, di seguire l’empietà (infatti non fece altro danno ai templi che di gettar giù qualche pietra dal tetto, onde poi gli fosse lecito di salvare il resto), gli faremo colpa di ciò? E non sentiremo ripugnanza a trattarlo in modo da render lieti i Galilei che vorrebbero vederlo soffrire? Se hai riguardi per me, tu onorerai non questo solo, ma tutti gli altri che si convertono, onde più facilmente prestino orecchio a noi che li invitiamo al bene. Se noi respingiamo quelli che spontaneamente vengono a noi, nessuno seguirà la nostra chiamata...».
Questo Pegasio doveva essere un furbo matricolato. Probabilmente egli avrà avuto il sentore delle tendenze ellenistiche di Giuliano. Prevedendo l’eventualità di veder chiamato al trono, malgrado la gelosia di Costanzo, un giorno forse non lontano, quest’unico superstite erede della famiglia di Costantino, l’astuto vescovo ha voluto preparare il terreno ad una sua futura evoluzione, ma ciò senza compromettersi con le autorità dominanti. L’arte con cui ha saputo insinuarsi nell’animo di Giuliano, dire senza dire, è assai fine ed abile, e Giuliano, ingenuo come tutti gli apostoli infervorati, si è lasciato abbindolare, ed ha scambiato uno scaltro intrigante ed una scena da commedia per un uomo serio e per le prove di una convinzione profonda. Le reclute ch’egli faceva fra i disertori del Cristianesimo non potevano essere che di uomini disprezzabili come Pegasio. Contro gli onori ch’egli loro accordava protestavano i suoi amici ed i suoi partigiani, ma l’infelice imperatore, nella povertà dei risultati, doveva accontentarsi di ogni parvenza di successo, e trovar nell’impostura una ragione di ricompensa.
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Ma, la piena confessione del disinganno di Giuliano, la troviamo negli amari sfoghi del _Misobarba_. Il _Misobarba_, μισοπώγων, è il capolavoro di Giuliano. Negli altri suoi scritti, eccettuate, s’intende, le lettere, alcune delle quali bellissime, si sente troppo il retore, il letterato scolastico che scrive una specie di compito, sulla falsariga di determinati modelli. Il _banchetto dei Cesari_, è, come vedremo, una satira non priva di spirito e di sentimento, ma è troppo voluta e manca di spontaneità e d’ispirazione genuina. Nel _Misobarba_, Giuliano parla proprio _ex abundantia cordis_, e la sua satira, oltr’essere una pittura vivissima della corruzione di una grande città nel basso Impero, è propriamente rivelatrice dell’indole dell’uomo e del sovrano, e dell’imbarazzata posizione in cui egli era venuto ad impigliarsi. E l’arte dello scrittore non è piccola, poichè, da un capo all’altro di questo lungo libello contro gli abitanti di Antiochia, egli sa mantenere l’ironia con la quale accusa sè stesso e prende, contro di sè, le parti dei suoi denigratori. E quante trovate di spirito! che scoppiettio di frizzi, quante digressioni divertenti, e, sotto a tutto questo, quanta amarezza e quale disinganno!
L’antefatto che ha dato origine alla sfuriata spiritosa dell’offeso imperatore è questo. Giuliano, dopo esser rimasto per quasi un anno a Costantinopoli, ne partiva nell’estate del 362 onde recarsi ad Antiochia e farne la sede dei preparativi per la disegnata spedizione contro il re di Persia. Visitata Nicomedia, dove egli aveva passata una parte della sua adolescenza e che, commosso, rivedeva abbattuta dal terremoto, attraversata Nicea, fermatosi a Pessinunte per adorarvi la dea Cibele, la Madre degli dei, e scrivervi, in una notte, la sua mistica dissertazione, per Ancira e Tarso giungeva ad Antiochia, dov’era accolto da un’immensa moltitudine che salutava in lui il nuovo astro dell’Oriente³²⁴. Ma il favore popolare subito si spense e, fra l’imperatore e gli Antiochesi, si manifestò un disaccordo radicale. Giuliano, anche in mezzo ai grandi preparativi per la spedizione persiana, non dimenticava l’obbiettivo ch’egli aveva posto al suo regno, la restaurazione del Paganesimo moralizzato. Ora, Antiochia, città in cui il Cristianesimo aveva posto radice fin dai tempi apostolici, era quasi tutta cristiana, ciò che non le impediva di essere una delle città più corrotte, più molli, più viziose dell’Oriente. Giuliano, con lo zelo imprudente del riformatore e del predicatore religioso, urtò di fronte le abitudini, i pregiudizî, gli abusi che vedeva nella grande città. E questa si irritava contro il disturbatore che pretendeva di rialzare riti e cerimonie cadute in disuso, che disapprovava apertamente i costumi licenziosi, che affettava il disprezzo per gli spettacoli teatrali, per le corse di cavalli, per tutto ciò che appassionava i suoi effeminati abitanti, che, reprimendo gli abusi, feriva gli interessi di chi stava in alto e degli affaristi di cui pare fosse gran numero fra le sue mura. Giuliano, in luogo dell’entusiasmo religioso che ardeva nel suo petto, trovava, negli Antiochesi, un’indifferenza ostile, e, per di più, doveva pur riconoscere che le sue tendenze moralizzatrici urtavano contro gli usi inveterati e la ormai irreparabile decadenza dello spirito pubblico. Da qui, dunque, uno stridente disaccordo ed una crescente tensione di spirito, da una parte e dall’altra. Ma gli Antiochesi non avevano nè la vigoria nè la volontà di una aperta ribellione. Era, in essi, l’arguzia e la sottigliezza del Greco, ed essi l’adoperavano a deridere l’imperatore. L’aria severa di Giuliano, il suo fare rozzo e sgraziato, la sua acconciatura disordinata, sopratutto la sua barba che era un’apparizione insolita in mezzo alle faccie rasate ed effeminate degli Antiochesi, erano argomento dei loro motteggi. Correvano per la città dei libelli in versi che mettevano in ridicolo l’imperatore ed erano il divertimento di quella popolazione, per eccellenza, leggiera e _frondeuse_. Se Giuliano fosse stato un tiranno, od anche solo un sovrano duro e violento, avrebbe potuto assai facilmente vendicarsi dei suoi derisori e reprimere gli scherzi irriverenti. Non solo lo avrebbe fatto un tiranno antico, ma probabilmente lo farebbe anche qualche sovrano moderno. Ma Giuliano, spirito mite e ragionevole per eccellenza, scelse per vendicarsi, un modo assai curioso ed insolito in un imperatore; rispose alle satire degli Antiochesi contro di lui con una satira sua contro gli Antiochesi. E chi avrebbe detto allora che la sua vendetta sarebbe stata la più efficace di tutte? Infatti, se egli avesse punito, col carcere o con la morte, i suoi offensori, costoro sarebbero stati tosto dimenticati o glorificati come martiri, mentre egli, col suo spirito, ne ha imbalsamata la memoria e l’ha offerta al sorriso perenne dei posteri. Ammiano Marcellino, narratore coscienzioso, soldato fedele ed affezionato di Giuliano, di cui ammira la virtù e l’ingegno, non approva la pubblicazione del _Misobarba_ che a lui sembra una satira esagerata ed imprudente. Ma il buon Ammiano era Antiochese lui pure, e quindi inclinato a scusare i suoi concittadini, e poi, scrittore pedantesco, non aveva il sentimento della bellezza letteraria. Egli, probabilmente, avrà ammirate quelle opere del suo imperatore in cui questi seguiva l’indirizzo scolastico della retorica de’ suoi tempi, ma, certo, non comprendeva la grazia di questo scritterello, dove Giuliano, liberatosi dai ceppi della scuola, ci dà la misura del suo spirito e del suo talento di poeta.
³²⁴ _Amm. Marcell._, I, 287, 3 sg.
Io credo di far cosa grata ai miei pochi ma delicati lettori offrendo loro la traduzione di molta parte del _Misobarba_. Come tutti gli altri scritti di Giuliano, questo libello manca del lavoro della lima ed è disordinato nella composizione. Ma ha il merito prezioso di esser cosa propriamente viva, sgorgante di getto dalla vena aperta. La personalità dello scrittore balza fuori, con le sue originali ed agitate movenze, dalle pagine spiritose di questa satira amara, in cui ritroviamo parlante un pezzo della vita pubblica del secolo quarto. La maledizione della Chiesa ha soffocato questo libriccino, per tante ragioni, meritevole di studio.
Per comprendere la satira, non bisogna mai dimenticare che, da un capo all’altro, essa è uno scherzo ironico ed amaro, e che Giuliano prende contro di sè le parti dei suoi denigratori, e riproduce le loro parole facendole proprie, e, certamente, caricandone l’espressione³²⁵.
³²⁵ _Iulian._, 433, sg.
«Il poeta Anacreonte — così egli comincia — ha composte molte canzoni graziose; a lui il fato aveva concesso di godersela. Ma nè ad Alceo nè ad Archiloco concesse il dio di volgere la Musa alla letizia ed al piacere. Costretti, per molte ragioni, ad essere tristi essi usavano della poesia, per rendere più sopportabili a sè stessi le invettive che il demone loro ispirava contro gli iniqui. A me la legge vieta di accusar per nome coloro che io non ho offesi, e che pur mi sono malevoli, e l’uso che or regge l’educazione degli uomini liberi mi vieta di far canzoni, poichè pare ora più vergognosa cosa il coltivar la poesia di quello che paresse, un tempo, l’arricchirsi ingiustamente. Ma, per questo, io non intendo rinunciare, fin dove mi è possibile, all’aiuto delle Muse. Io mi ricordo d’aver udito i barbari, lungo il Reno, cantar con voci che poco si discostavano dal gracchiare dei corvi; eppure essi prendevano diletto di quelle canzoni; poichè pare che l’essere sgradevoli agli altri non tolga ai cattivi musicisti di esser piacevoli a sè...... Ed io pure canto per le Muse e per me. La mia canzone, per verità, sarà in prosa, e conterrà molte contumelie, non contro gli altri, per Giove, — e come farei, se la legge me lo vieta? — bensì contro il poeta e lo scrittore stesso. E nessuna legge vieta di scriver lodi o rimproveri verso di sè. Se non che, io non ho ragione, per quanto vivamente ne abbia il desiderio, di lodar me stesso e, invece, ho molte ragioni di rimproverarmi, a cominciar dall’aspetto³²⁶. Poichè a questo mio volto, per natura non bello, nè piacevole, nè grazioso, io stesso, per dispetto e per rabbia, ho apposta questa folta barba, quasi per vendicarmi della natura che non mi ha fatto leggiadro. Ed io tollero che i pidocchi vi corran dentro, come le belve in una foresta. E non mi è concesso di mangiare avidamente o di bere a gran sorsi, perchè devo star bene in guardia di non ingoiare, col cibo, anche i peli. Quanto al non poter essere baciato e al non baciare, poco mi dolgo, sebbene, anche in ciò, come nel resto, la mia barba è assai incomoda, non permettendo di premere labbra pure a labbra lisce, ciò che fa il bacio più dolce, come dice uno dei poeti che, insieme a Pane ed a Calliope, cantano Dafni. Ma voi dite che si potrebbero, coi miei peli, intrecciar delle corde. Ed io son pronto ad offrirveli, solo che voi possiate strapparli e che la loro durezza non faccia male alle vostre infingarde e morbide mani..... Ma non mi basta la ruvidezza del mento, anche il capo è tutto in disordine, e di rado mi taglio i capelli e le unghie, e le dita ho assai spesso nere d’inchiostro. Che se poi volete sapere una cosa che non ho mai detta, io ho il petto peloso ed irsuto, come quello dei leoni, i quali regnano sulle belve, e non mi son mai curato, per rozzezza e trascuranza, di renderlo, come nessun’altra parte del corpo, liscio e morbido. — Ma parliamo d’altro. Non contento d’aver un corpo siffatto, vi aggiungo abitudini sgradevoli davvero. È tanta la mia rozzezza che io sto lontano dai teatri, e dentro il palazzo imperiale non ammetto la rappresentazione teatrale che una volta sola, all’anno nuovo, e ciò di mala voglia, come uno che paghi un tributo e che sgarbatamente consegni il poco che ha ad un padrone esigente.... È già questo un segno di abitudini odiose. Ma io posso, aggiungere dell’altro. Abborro le corse dei cavalli, come i debitori il mercato. Ci vado di rado, nelle feste degli dei, e non vi passo il giorno, come solevano fare il cugino, lo zio ed il fratello. Dopo di aver assistito, tutt’al più, a sei corse, certo non come uno che ami la cosa, ma, per Giove, come uno che non ci si interessa affatto, son ben lieto d’andarmene. Ma chi potrà dire quante sono le mie offese contro di voi? Le notti insonni sul pagliericcio ed il cibo che non è tale da satollarmi mi fanno un carattere acerbo ed ostile ad una città che ama divertirsi. Ma se io ho queste abitudini, non è vostra la colpa. Un errore grave e stolto in cui son caduto fin da fanciullo mi indusse a far guerra al ventre, nè mi posso avvezzare a riempirlo di molti cibi».
³²⁶ Non si dimentichi che Giuliano, per artifizio d’ironia, ripete, quasi confermandoli, gli scherzi dei suoi denigratori.
E qui Giuliano racconta che a lui avvenne, una sola volta, di vomitare il pranzo, cosa che, a quel che pare, gli Antiochesi usavan fare, come si narra dei Romani. E fu, durante il suo soggiorno a Parigi, nella sua cara Lutezia, come egli dice. E non avvenne per disordine di cibo. Tutt’altro. Ma per aver riscaldata, con la brace, la camera in cui si trovava, dalla quale imprudenza gli vennero capogiri, svenimenti e nausea. La digressione è assai graziosa, con la descrizione dell’inverno gallico e della Senna gelata e della vigorosa barbarie degli abitanti.
«Così — continua Giuliano —³²⁷ in mezzo ai Celti, io, come l’_Uomo rozzo_ di Menandro, procurai incomodi a me stesso. Ma la ruvidità dei Celti se ne compiaceva; è ragionevole, invece, che se ne sdegni una città bella, felice, popolosa, in cui son molti i danzatori, molti i flautisti, i mimi più numerosi dei cittadini, e nessun rispetto pel sovrano. Gli uomini deboli arrossiscono di certe abitudini; ma è da coraggiosi, come voi siete, il coricarsi al mattino e il far orgia alla notte. Così voi dimostrate di sprezzare le leggi non già colle parole ma coi fatti.... — E tu credevi — così Giuliano fa parlar gli Antiochesi — che la tua rozzezza e la misantropia e la durezza potessero armonizzarsi con questi costumi? O il più sciocco e il più odioso di tutti gli uomini, è, dunque, così stolta e inetta in te quella che gli ignobili chiamano tua animuccia sapiente, e che tu credi doversi ornare ed abbellire con la saggezza? Tu hai torto, perchè, prima di tutto, cosa sia la saggezza non sappiamo; ascoltiamo il suo nome, ma non vediamo cosa fa. Che se poi consiste, in quello che tu fai, nel sapere che dobbiamo esser servi degli dei e delle leggi, trattar da eguali gli eguali, sopportare la loro eccellenza, curare e provvedere che i poveri non siano offesi dai ricchi, e, per tutto ciò, subire, come avviene tante volte a te, lo sdegno, le ire, i vituperî; e tollerare anche questi serenamente e non irritarsi, e non cedere all’ira, ma frenarla, come conviene, ed esser prudenti; e se qualcuno aggiungesse anche esser opera di saggezza l’astenersi in pubblico da ogni piacere poco conveniente e poco lodevole, nella persuasione che non può esser saggio nel segreto della casa chi pubblicamente non soffre freni e si diletta nei teatri; se questa è la saggezza, tu anderai alla malora e manderai noi pure con te, noi che non tolleriamo, prima di tutto, di udire il nome di servitù, nè verso gli dei nè verso le leggi. È dolce la libertà in tutto. E quale ironia? Tu dici di non essere il padrone, e non tolleri quel nome, e ti sdegni in modo da indurre la più parte di coloro che ne avevano antica abitudine a non usarlo come odioso al principe, e poi ci obblighi a servire al comando delle leggi. Ma non sarebbe assai meglio che tu ti chiamassi padrone, e che, nel fatto, noi fossimo liberi, o uomo mitissimo a parole, acerrimo nelle cose? E non basta; tu tormenti i ricchi, costringendoli ad esser moderati nei tribunali, e trattieni i poveri dall’esser delatori. Rinviando gli attori, i mimi e i suonatori tu hai rovinata la nostra città, così che di te non ci resta altro di buono che la tua pedanteria che abbiamo tollerata per ben sette mesi e da cui speriamo di liberarci, unendoci a pregare colle processioni delle vecchierelle che si aggirano intorno ai sepolcri³²⁸. Noi abbiamo, del resto, cercato di ottener il medesimo effetto col nostro buon umore e ti abbiamo colpito coi motteggi, come con le frecce. E tu, o valoroso, come sosterrai i proiettili dei Persiani, se tremi davanti ai nostri scherni?».
³²⁷ _Iulian._, 440, 10 sg.
³²⁸ Qui Giuliano deride il culto dei sepolcri dei martiri, praticato con fervore dai Cristiani e da lui considerato come ridicola superstizione.