L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico

Part 26

Chapter 263,788 wordsPublic domain

La condanna scagliata dai Cristiani contemporanei contro l’editto di Giuliano passò in giudicato anche pei secoli seguenti, divenne un verdetto irrivedibile, ed oggi ancora costituisce uno dei capi d’accusa contro l’utopistico imperatore. Ma tale condanna, certo, giustificabile dal punto di vista dell’apologia cristiana, può sostenersi se guardata con la serena imparzialità del critico, da un punto di vista puramente oggettivo? Ecco la quistione che io vorrei esaminare. Noi dobbiamo collocarci al posto di Giuliano, e non dimenticare che, convinto della bontà del Politeismo, egli voleva ricondurvi il mondo. Era, dunque, naturale ch’egli cercasse i mezzi più opportuni per resistere all’azione invadente del suo nemico. Fin qui nessuno, mi pare, potrebbe condannarlo. La condanna non sarebbe giustificata se non quando fosse provato che i mezzi da lui scelti erano iniqui, o che, nell’usare dei mezzi legittimi, che si trovavano in sua mano, egli è andato al di là dei limiti che gli erano imposti dal rispetto delle opinioni altrui.

Giuliano ha previsto l’accusa ed ha scritto la sua circolare per confutarla. La temperanza della parola e delle ragioni non ha servito che a guadagnargli la taccia d’ipocrita. Quell’infelice Giuliano non riusciva mai ad indovinarne una. Se si abbandonava ad un atto d’impazienza era un tiranno, se ragionava tranquillamente era un ipocrita. Il vero è che Giuliano era un uomo che aveva la passione del ragionamento, uno di quegli uomini che frugano e rifrugano dentro di sè per chiarire le ragioni di quello che fanno, che non sono mai paghi, se non quando riescono a provare, non solo agli altri, ma anche a sè stessi, la razionalità della loro condotta. Nel caso, che stiamo esaminando, egli non aveva nessun bisogno d’essere ipocrita. Nulla poteva opporsi all’esecuzione della sua legge, di cui non doveva render conto a nessuno. E poi le sue ragioni, quali esse fossero, non avrebbero avuto nessun valore pei Cristiani ed erano del tutto inutili pei Pagani. Ma egli ha voluto, propriamente, fondare la sua legge su di una base razionale, di cui ha tracciate le linee nella sua famosa circolare.

L’affermazione fondamentale di Giuliano, su cui si svolge il filo del suo ragionamento, è che non vi deve essere contraddizione fra l’insegnamento dato da un uomo e la sua fede e la sua condotta, e che, pertanto, non era tollerabile che i maestri i quali non erano pagani adoperassero, nel loro insegnamento, quei libri che erano i testi sacri del Paganesimo. Ciò costituiva, per Giuliano, una vera mostruosità morale.

I maestri che insegnavano ad ammirare Omero ed Esiodo e gli altri autori dell’antichità dovevano dimostrare, con la pratica della vita, di credere nella pietà e nella sapienza di quegli autori. Se non avevano tale convinzione, dovevano riconoscere che, per amore dello stipendio, insegnavano il falso. Ma seguiamo passo passo l’argomentazione di Giuliano. «Noi crediamo — egli scrive — che la buona educazione si trovi non già nell’euritmia delle parole e dell’eloquio, ma, bensì, nella disposizione di una mente sana che ha un concetto vero del buono e del cattivo, dell’onesto e del turpe. Colui, dunque, che pensa in un modo ed insegna in un altro, è tanto lontano dall’essere un educatore quanto dall’esser un uomo onesto. Nelle piccole cose, il disaccordo fra la convinzione e la parola, può essere un male tollerabile, sebbene sempre un male. Ma, nelle cose di suprema importanza, se un uomo la pensa in un modo ed insegna proprio l’opposto di ciò che pensa, la sua condotta è simile a quella dei mercanti, non dico degli onesti ma dei perversi, i quali raccomandano più che possono le cose che sanno cattive, ingannando ed adescando con le lodi coloro ai quali vogliono trasmettere ciò che hanno di guasto».

Qui, dunque, Giuliano pone il suo principio fondamentale, pel quale i Cristiani, avendo convinzioni diverse da quelle degli autori antichi, non avrebbero dovuto adoperarli, nel loro insegnamento, perchè non potevano in buona fede esortare gli allievi ad ammirarli ed a seguirne le dottrine, a meno di riconoscere che essi erano simili a mercanti disonesti che cercano di ingannare i compratori e di vendere loro una merce per un’altra. Onde non esista questo deplorevole contrasto, continua Giuliano «è necessario che tutti quelli che si danno all’insegnamento abbiano buoni costumi (e per _buoni costumi_ Giuliano intende l’esercizio palese del Paganesimo) e portino nell’anima delle opinioni le quali non contrastino con quelle professate in pubblico». Qui è un punto veramente capitale dell’argomentazione di Giuliano. Egli pone, come ammesso, il principio che il maestro nella scuola non può dare un insegnamento, il quale non si accordi col sentimento pubblico, e ne deduce la conseguenza che il maestro non deve poi, con la sua condotta e colle sue opinioni personali, cadere in contraddizione con sè stesso. «E ciò — soggiunge Giuliano — io credo tanto più doveroso per coloro che hanno l’insegnamento della gioventù e l’ufficio di spiegare gli scritti degli antichi, siano essi retori, siano grammatici o meglio ancora sofisti, poichè questi, più degli altri, vogliono esser maestri non solo di eloquenza, ma anche di morale... Certo — continua con acerbo sorriso Giuliano — io li lodo per questa loro aspirazione a sublimi insegnamenti, ma li loderei di più, se non si smentissero e si condannassero da sè, pensando una cosa ed insegnandone un’altra. Ma come? E per Omero, per Esiodo, per Demostene, per Erodoto, per Tucidide, per Isocrate, per Lisia gli dei sono la guida di tutta l’educazione. E non si credevano alcuni di essi ministri di Mercurio, altri delle Muse? «A me pare, dunque, assurdo che coloro i quali spiegano le opere loro non onorino gli dei che essi onoravano. Ma, se a me pare assurdo, non dico per questo che essi devano dissimulare davanti ai giovani. Io li lascio liberi di non insegnare ciò che non credono buono, ma, se vogliono insegnare, insegnino prima coll’esempio, e poi convincano gli allievi che nè Omero, nè Esiodo e nessuno di coloro che commentano e di cui, fuori di scuola, condannano l’empietà, la stoltezza e gli errori verso gli dei fu quale essi dicono».

Giuliano insiste sulla necessità dell’accordo fra la condotta esterna del maestro e l’insegnamento da lui dato nella scuola. Il maestro, con gli esercizi del culto, deve dimostrare di credere in quegli dei in cui credevano gli autori da lui letti ai suoi allievi. Se non lo fa, egli implicitamente condanna gli autori che deve insegnare ad ammirare. E in questo caso, continua acutamente il loico imperiale «dal momento che i maestri vivono col guadagno ricavato dagli scritti di coloro, vengono a riconoscere di essere avidi di un guadagno vergognoso e pronti a tutto, per amore di poche dramme».

Se non che Giuliano non si rivolge solo ai maestri veramente cristiani. Egli suppone ci siano anche dei maestri pagani nel cuore, ma che, pel timore degli imperatori che sedevano sul trono prima di lui, e, in generale, per una ragione di opportunismo, trascuravano il culto degli dei. A costoro egli dice: «Certo, fino ad oggi, vi erano delle ragioni per non entrare nei templi, e la paura che, d’ogni parte, ci pendeva addosso, rendeva perdonabile il nascondere la vera dottrina intorno agli dei. Ma ora che gli dei ci hanno donata la libertà, è assurdo che gli uomini diano l’esempio di ciò che non giudicano buono. Se, dunque, essi credono nella saggezza di coloro di cui seggono interpreti, gareggino con loro nella pietà verso gli dei. Ma se, invece, sono convinti dei loro errori intorno al concetto della divinità, in tal caso, entrino nelle chiese dei Galilei, a spiegarvi Matteo e Luca, i quali fanno una legge, a chi da loro è persuaso, di star lontani dalle sacre cerimonie».

Fermiamoci un istante, prima di procedere alla chiusa del documento. È veramente curioso, ed è una prova della passione che altera tutti i giudizî relativi a Giuliano, che si possa accusare di intolleranza religiosa la sua legge, dopo una dichiarazione tanto esplicita e chiara. Intolleranza ci sarebbe stata, solo nel caso ch’egli avesse proibita la propaganda cristiana, ch’egli avesse posto ostacolo alla predicazione ed alla diffusione dei libri cristiani. Ma egli dice proprio l’opposto. Egli dice che le chiese dei Cristiani sono aperte ed esorta i loro maestri ad entrarvi per leggere coi fedeli i libri in cui sta la loro dottrina. Quando noi pensiamo che Giuliano era ardentissimo nell’amore della causa pagana e ch’egli era un imperatore onnipotente e che combatteva il Cristianesimo per ragioni dogmatiche, dobbiamo riconoscere che non solo non era intollerante, ma ch’egli ha dato un esempio veramente meraviglioso di tolleranza e che, per questo rispetto, egli offre la mano al mondo moderno, passando al di sopra del Medio Evo e dei secoli seguenti. Questa condotta di tolleranza assoluta è affermata anche nelle ultime parole della sua circolare. «Per quanto sta in me — esclama Giuliano, rivolgendosi ai Cristiani — io vorrei che le vostre orecchie, e la vostra lingua si rigenerassero, come voi direste, mercè quella dottrina a cui io mi auguro, e lo auguro a chiunque pensi ed operi d’accordo con me, di partecipare per sempre.

«Questa sia legge generale per tutti gli educatori e maestri. Ma nessuno dei giovani che voglia entrare nelle scuole venga escluso. Poichè non sarebbe ragionevole chiudere la buona strada a fanciulli che ancor non sanno da quale parte rivolgersi, come non lo sarebbe il condurli, con la paura, e contro loro voglia, alle patrie consuetudini, sebbene possa parer lecito guarirli, loro malgrado, come si fa coi deliranti. Ma è posta per tutti la tolleranza di tale malattia, e, gli ignoranti, noi dobbiamo istruirli, non dobbiamo punirli»³¹⁷.

Da tali parole rimane naturalmente confutata l’accusa che dagli scrittori ecclesiastici vien mossa a Giuliano, di aver, cioè, vietato ai giovani cristiani di frequentare le scuole dove s’insegnavano lettere greche. Giuliano dice esplicitamente che la legge non riguarda che i maestri; i giovani son liberi d’andar dove vogliono. Sarebbe stato, del resto, inconcepibile che un uomo, come Giuliano, che aveva tanta fiducia nell’efficacia persuasiva degli scrittori antichi, avesse chiusa ai giovani cristiani quella che a lui pareva la più diretta e più sicura via della conversione.

Liberato così il terreno delle accuse basate sull’equivoco, esaminiamo il ragionamento fondamentale di Giuliano, per analizzarne il valore. Egli parte dalla premessa che fra la convinzione e l’insegnamento di un uomo deva esistere un accordo perfetto, e tale premessa non può che essere approvata da ogni persona ragionevole e coscienziosa. Da quella premessa egli trae la conseguenza che non potevano leggere e spiegare agli allievi Omero e gli altri autori antichi quei maestri i quali non credevano negli dei in cui aveva creduto Omero. Ora, noi sorridiamo a questa conseguenza di un principio giusto, perchè ora a nessuno può passar pel capo di prendere sul serio la teologia d’Omero. Noi ammiriamo lo stile e l’arte d’Omero e di Virgilio, e siamo ancora commossi dalla parte umana dei loro poemi, ma la parte mitologica, se può interessare il critico, come documento letterario o storico, per la coscienza nostra è cosa morta. Ma non dobbiamo dimenticare che Giuliano si trovava in posizione affatto diversa. Al tempo suo si poteva ancora credere, e si credeva effettivamente nella verità del Politeismo; la lotta fra il Politeismo ed il Cristianesimo ferveva ancora intensamente, ed egli aveva presa in mano la causa politeista e voleva restaurare il culto antico. Quindi, per lui, i libri della cultura politeista erano propriamente testi sacri, ed era ben naturale ch’egli li volesse rispettati. Ora, si potevano dare due casi; o i Cristiani, spiegando nelle scuole i testi delle antiche letterature, ne prendevano argomento ed occasione per combattere il Politeismo, che era la dottrina fondamentale di quei testi, ed essi offendevano una religione, che lo Stato e le città riconoscevano, con le armi stesse che lo Stato e le città mettevano loro in mano, o i Cristiani per salvarsi il posto di maestri, per avidità di guadagno, per essere, come dice Giuliano, αισχροκερδέστατοι, professavano, nelle scuole, una dottrina, e ne praticavano un’altra fuori di scuola, ed essi davano uno spettacolo che a Giuliano sembrava incoerente ed immorale.

³¹⁷ _Iulian._, 544 sg.

Or si guardi cosa curiosa; in fondo, in fondo, il regolamento italiano che regge l’istruzione religiosa nelle scuole elementari, e che fu dettato da quell’ingegno finissimo ed equilibrato che era Aristide Gabelli, si ispira all’identico principio che fu posto, la prima volta, da Giuliano. Cosa diceva il Gabelli? Diceva, dal momento che il catechismo entra nella scuola, deve essere affidato a persone che credono alla dottrina che vi è esposta, ed, in mancanza di queste, al solo maestro davvero competente che è il sacerdote, poichè, può essere quistione discutibile se il catechismo deva entrare nelle pubbliche scuole, ma, una volta entrato, è cosa che ripugna ad ogni coscienza onesta il lasciarlo cadere nelle mani di chi ne farebbe argomento di confutazione o di dileggio. Ebbene Giuliano diceva una medesima cosa. — Io non voglio, diceva, che i libri nei quali, ad ogni pagina, si parla degli dei di Grecia e di Roma, in cui io credo e metà del mondo crede ancora, siano nelle mani di maestri, interessati a smuovere la fede in quegli dei. — Per verità, mi par difficile essere un persecutore più ragionevole e più mite!

Certo, pei Cristiani del secolo quarto, la quistione si complicava e diventava più grave per la circostanza che i libri che Giuliano voleva togliere loro di mano, erano i soli testi di cui si servisse l’insegnamento. Il mondo antico non conosceva la scienza, nel senso moderno della parola. L’insegnamento, nelle scuole, si riduceva alla retorica, con la quale non si imparava che a diventar oratore, ad adoperare quelle forme letterarie di cui il pensiero, sia politico, sia giuridico, sia religioso doveva vestirsi per essere accolto e compreso. Quest’arte non si acquistava che sugli esempi della letteratura antica, per cui l’impedirne l’uso ai maestri cristiani era propriamente un escluderli, in modo assoluto, dal pubblico insegnamento. E, infatti, dei maestri che avevano grande fama, Proeresio ad Atene e Simpliciano a Roma, non volendo piegarsi a nessun atto di apostasia, avevano dovuto abbandonare del tutto la scuola. Ora è certo che Giuliano doveva esser ben lieto di questa circostanza, che gli dava il mezzo di raggiungere lo scopo d’imbarbarire il Cristianesimo. Era un caso fortunato per lui, e del quale egli aveva il diritto di usare, come di un’arma di buona guerra, che dal principio di probità intellettuale, da lui posto, derivassero conseguenze di un’importanza sostanziale. Egli rimandava i Cristiani ai libri genuini del Cristianesimo, e riserbava ai Pagani i libri genuini del Paganesimo. Un imperatore cristiano non avrebbe permesso che il Vangelo fosse commentato e schernito da un maestro pagano; Giuliano non voleva che una sorte analoga toccasse, per parte dei Cristiani, ad Omero e ad Esiodo. La tolleranza religiosa, in tutto ciò, non è punto ferita.

Ma, se Giuliano non offendeva la tolleranza religiosa, con la sua legge, come veniva da lui interpretata, può dirsi che non offendesse la libertà d’insegnamento? La quistione è delicatissima e non può esser sciolta a colpi di maledizioni eloquenti, come facevano gli antichi polemisti, perchè essa involge il gran problema dei diritti e dei doveri dello Stato, problema che vive ancora ai giorni nostri, e vivrà, del resto, finchè vi sarà costituzione sociale. Ricordiamo, prima di tutto, che la legge di Giuliano si riferiva alle scuole delle città, che rappresentavano propriamente l’insegnamento pubblico, mantenuto a spese delle città stesse, e, quindi, dato l’ordinamento amministrativo e finanziario dell’Impero, era un vero insegnamento di Stato, dipendente dall’autorità suprema dell’imperatore. Ebbene, Giuliano affermava che l’insegnante non doveva avere opinioni che fossero in urto con quelle dello Stato. Egli non si ingeriva delle opinioni di coloro che insegnavano nelle scuole dei Cristiani, ma non ammetteva che, nelle scuole dello Stato politeista, entrassero dei maestri cristiani che ne scuotessero le basi. Il ragionamento di Giuliano potrebbe determinarsi così — lo Stato è un organismo creato per esercitare date funzioni. Sarebbe, pertanto, assurdo il volere che lo Stato permettesse che quelle sue funzioni fossero esercitate da chi se ne vale allo scopo di offenderlo; ciò equivarrebbe ad un suicidio. — Questo ragionamento è tanto vitale che, ai tempi nostri, con le modificazioni volute dalle diverse condizioni della coltura, resiste ancora, e si trovano gli argomenti per sostenerlo. È vero; il pensiero moderno, che vive nell’ambiente della civiltà scientifica, conquista gloriosa del secolo nostro, ha posto per canone fondamentale che l’intelligenza è padrona assoluta di sè stessa e che, pertanto, lo Stato, nella scienza, non può aver un’opinione da imporre agli altri, e deve lasciar libero il campo alla discussione ed alla diffusione di tutte le dottrine. Non ci può essere nè una fisica, nè un’astronomia, nè una filologia di Stato. Ma, si soggiunge, tutto ciò è vero e sta bene, finchè si tratti di scienze positive, ma la cosa cambia aspetto per quelle dottrine le quali influiscono direttamente sulle tendenze morali dell’individuo e ne determinano la condotta. Lo Stato, appunto perchè è un organismo destinato ad esercitare date funzioni, è basato, lui pure, su di una dottrina morale. Pertanto, essendo egli pure costretto ad entrare, come un combattente interessato, nella lotta delle idee, non gli si può chiedere di aprire la porta di casa sua ad un nemico e di consegnargli le armi stesse che sono in sua mano. Lo Stato ha non solo il diritto ma il dovere di difendere la propria organizzazione. E come lo potrebbe quando, davanti alla libertà di movimento lasciata ai suoi nemici, egli vincolasse la propria, ed affidasse l’esercizio delle sue funzioni a coloro che le vogliono abbattute?

Tutte queste ragioni, che sono implicite nella legge di Giuliano, e che tendono a far sentire e prevalere l’azione dello Stato nell’insegnamento che è dato a spese dello Stato stesso, sono, oggi ancora, tanto vive che le vediamo, in Francia, ispirare una legge annunciata dal ministro Waldeck-Rousseau, per chiudere le carriere dello Stato a chi non sia istruito dalle scuole dello Stato stesso, e, meglio ancora, la legge testè votata dal Parlamento francese, che toglie la facoltà d’insegnamento a quelle corporazioni religiose che non ne abbiano avuta speciale autorizzazione. Anche in questo caso, si verifica quel fenomeno divertente, e che prova in modo luminoso l’ironia delle cose umane, che reazionari e radicali si accusano a vicenda per la scelta dei metodi di governo, quando questi tornano a loro danno, ma si affrettano, e gli uni e gli altri, ad adoperare i metodi identici appena s’accorgono che sono a loro vantaggio. Giuliano non voleva che, nelle scuole pubbliche del suo tempo, i giovani fossero educati da maestri necessariamente nemici dello Stato pagano ch’egli voleva conservare. Il ministro francese non vorrebbe che le pubbliche carriere dello Stato repubblicano, ch’egli governa, fossero aperte a giovani che escono da scuole in cui si insegni ad odiare e ad insidiare la Repubblica. Contro la legge francese s’innalza il medesimo grido di protesta che ha accolto, or son diciasette secoli, la legge di Giuliano. Eppure, c’è, nell’una e nell’altra, una base razionale. Si potranno dire leggi inopportune, non mi pare si possano dire leggi tiranniche. Lo sarebbe una legge che soffocasse la libera espansione delle idee, non può dirsi tale una legge con la quale lo Stato cerca di impedire che le idee che gli sono avverse riescano a dissolverlo coi mezzi stessi che sono da lui forniti. Il maestro o l’impiegato che, nella scuola o negli uffici, agisce con le parole o coi fatti contro lo Stato da cui riceve il mandato e lo stipendio dà uno spettacolo, checchè si dica, propriamente immorale. Lo Stato ha il diritto di non volere che questo avvenga. Ma ciò naturalmente non è mai riconosciuto da coloro che si dicono offesi, perchè, nelle quistioni d’ordine morale, il giudizio necessariamente rimane offuscato dalla passione, e non c’è come l’atteggiarsi a vittima per far credere, ed anche per credere, d’aver ragione. È questa, chi ben guardi, una considerazione che dovrebbe trattenere chi ha in mano il potere dal prendere dei provvedimenti i quali, per quanto razionali e giustificati in sè stessi, ottengono molte volte dei risultati opposti a quelli che se ne aspettano. L’imperatore Giuliano, che pure non aveva l’intenzione di far delle vittime, ha avuto il torto, come tanti altri dopo di lui, di parere di volerlo, e con ciò ha dato a coloro ch’egli voleva combattere l’opportunità di gridare alla persecuzione. La sua mossa, pertanto, è stata infelice e molto più dannosa a lui che ai suoi nemici, perchè il parere perseguitato è, a questo mondo, per chi deve esercitare un’azione morale, il miglior modo d’essere forte.

IL DISINGANNO DI GIULIANO

L’infelice Giuliano nella sua breve carriera, preparava a sè stesso un doloroso disinganno. Egli doveva, ben presto, persuadersi che tutti i provvedimenti, da lui escogitati, non riuscivano allo scopo che tanto gli stava a cuore. La propaganda politeista, sebbene voluta e diretta dall’imperatore stesso, non aveva che scarsissimi risultati. Il mondo anche là dove non esisteva fervore cristiano, era indifferente alla restaurazione del culto antico. Lo sforzo di Giuliano si consumava nel vuoto. Egli raccoglieva, dovunque, le prove di tale condizione di cose e, col suo ingegno arguto, ne comprendeva tutto l’amaro significato. Ad un amico di Cappadocia, scrive³¹⁸: «Mostrami, in tutta la Cappadocia, un sol uomo che sia genuinamente ellenico, poichè finora io non veggo che gente la quale non vuol fare i sacrifici, e quei pochi che vogliono non sanno come fare». E nella chiusa di quella lettera al gran sacerdote di Galazia, di cui già conosciamo le istruzioni relative all’organizzazione del sacerdozio, egli dice: «Io sono pronto a venire in aiuto degli abitanti di Pessinunte, se essi si renderanno propizia la Madre degli dei; se la trascureranno, non solo ne avranno rimprovero, ma, per quanto acerbo il dirlo, subiranno gli effetti del mio sdegno

A me nè accor, nè rimandar con doni Lice un mortal che degli Eterni è in ira!

«Persuadili, dunque, se hanno caro che io mi occupi di loro, ad essere unanimemente devoti della Madre degli dei»³¹⁹.

³¹⁸ _Iulian._, 484.

³¹⁹ _Iulian._, 555.

Strano davvero e sintomatico il fatto che, nella città stessa dove sorgeva il santuario della Dea che era la figura principale del Politeismo rinnovato, Giuliano si vedesse costretto a pungere lo scarso zelo degli abitanti e ad eccitarli ad onorare gli dei!

Ma particolarmente interessante, anche per questo rispetto, è la graziosissima lettera che Giuliano scrive a Libanio, per narrargli la marcia da Antiochia, a Jerapoli³²⁰. Al termine della prima tappa, a Litarbo, Giuliano è raggiunto dal Senato d’Antiochia, a cui dà udienza nella casa dove alloggia. Probabilmente gli Antiochesi desideravano placare lo sdegnato imperatore che, abbandonando Antiochia, aveva dichiarato di non voler più ritornarvi. Egli non dice il risultato della conversazione, riserbandosi di riferirlo a voce a Libanio, nel caso ancor non lo sapesse, quando si rivedranno. Da Litarbo va a Beroe, dove rimane un giorno per visitare l’Acropoli, sacrificare a Giove un toro bianco, e conferire brevemente col Senato intorno al culto degli dei. Ma, ahi, dice Giuliano, con un sorriso tra il triste e l’ironico, «tutti lodarono il discorso, ma ben pochi furono convinti, e questi lo erano già prima del mio discorso!».

³²⁰ _Idem_, 515.