L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico
Part 25
L’impero romano, come tutti gli Stati del mondo antico, aveva una religione nazionale, i cui atti erano la sanzione, la consacrazione della sua esistenza. Se non che il Politeismo, appunto perchè affermava la molteplicità degli dei, non aveva difficoltà ad ammettere, vicino agli dei nazionali, anche gli dei stranieri, pur che il loro culto si piegasse a quegli atti esterni da cui l’autorità dello Stato aveva il necessario riconoscimento. Il Cristianesimo fu combattuto appunto perchè vietava ai suoi fedeli di compiere quegli atti, e quindi appariva come un’istituzione politicamente sovvertitrice. Ora ciò che nel decreto di Costantino è propriamente singolare ed originale non è già la proclamazione del principio di tolleranza per tutti i culti, poichè, come dissi, la tolleranza sta nell’essenza stessa del Politeismo, ma bensì nell’abbandono esplicito, dichiarato, assoluto di ogni religione di Stato. Lo Stato, per Costantino, deve accontentarsi di un puro deismo, di un deismo così razionale, che gli sono affatto indifferenti le modalità del culto che gli uomini prestano a Dio. Ed, anzi, è appunto perchè Costantino vuole che, nell’interesse dell’impero e dell’imperatore, questo Dio sia pregato da tutti gli uomini, che la sua legge afferma la completa libertà del culto ed abbandona ogni pretesa al compimento di riti ufficiali e determinati. Quali siano le forme esterne, tutte le preghiere sono accette a Dio. Lo Stato non ha nessuna ragione di preferire, di far propria una forma piuttosto che un’altra. Ciò che preme allo Stato ed all’imperatore non è già che gli uomini preghino in un dato modo, ma che preghino. Ogni legame fra lo Stato ed una determinata religione è del tutto spezzato. Il principio ispiratore del decreto di Costantino è propriamente — _libera Chiesa in libero Stato_. — «Noi diamo — scrive Costantino ai governatori delle provincie — ai Cristiani ed a tutti libera scelta di seguire quel culto che preferiscono, affinchè la divinità che è nel cielo possa esser propizia a noi ed a quanti sono sotto il nostro dominio. Per un ragionamento sano e rettissimo, noi siamo indotti a decretare che a nessuno sia negata la facoltà di seguire le dottrine ed il culto dei Cristiani; noi vogliamo che ad ognuno sia concesso di applicarsi a quella religione che a loro pare più conveniente, onde la divinità possa assisterci, in ogni congiuntura, con la sua usata benevolenza..... Noi — continua l’imperatore, rivolgendosi ai singoli governatori — raccomandiamo vivamente il nostro decreto alle tue cure, per modo che tu comprenda come sia nostra volontà di dare ai Cristiani una libera, assoluta facoltà di seguire il loro culto. Ma, se tale assoluta libertà è data da noi ad essi, tu vedrai come la medesima libertà dev’essere data ad ogni altro che voglia partecipare agli atti della religione che gli è propria. È una conseguenza manifesta della pace dei tempi nostri che ognuno sia libero di scegliere e di venerare quella divinità che preferisce. Ed è perciò che noi vogliamo che nessun esercizio di culto e nessuna religione abbia da voi il più piccolo impedimento... Seguendo questa via, noi otterremo che la provvidenza divina, di cui già, in molte occasioni, provammo i favori, ci rimanga sicuramente e per sempre propizia.»³¹¹.
³¹¹ _Euseb._, 375.
Il decreto di Costantino è, nel suo principio ispiratore, uno degli atti più razionali che siano mai usciti dal potere legislativo, anzi, si può dire che la legislazione di tutti i tempi e di tutti i popoli non è mai andata al di là. Donde mai sia venuta a Costantino l’ispirazione di quello strano decreto, il quale, mentre riconosceva nel Cristianesimo il diritto di vivere e di esercitare il proprio culto, gli negava l’affermazione di ciò che costituisce il suo principio essenziale, l’affermazione di una verità dogmatica ed assoluta, non lo sapremo mai. Che esistesse, fra i Pagani fedeli all’idolatria ed alla superstizione del Politeismo ed i Cristiani che, con la loro religione metafisica, andavan creando una nuova idolatria ed una nuova superstizione, un partito che militava sotto la bandiera di un Cristianesimo razionalmente deista, si può, forse, dedurre dalle parole di Ammiano. Nel mettere in ridicolo la mania teologica di Costanzo, il nostro storico dice che costui confondeva con una superstizione scipita la religione cristiana _absolutam et simplicem_³¹². Questi due epiteti che, sul labbro di un Politeista, suonavano una lode, pare accennino ad un Cristianesimo senza dogmi e senza riti, tollerante nella sua pura affermazione deista, un Cristianesimo stoico di cui troviamo la prima professione nell’_Ottavio_ di Minucio Felice. Il decreto di Costantino deve essere nato in questo ambiente di religione razionale e, perciò, opposta al dogmatismo invadente. Se non che, la prontezza con cui Costantino ha abbandonato quel suo sereno ed illuminato razionalismo dimostra che non era la manifestazione di una convinzione formatasi nella sua coscienza, ma il portato del consiglio altrui. Infatti Costantino, appena si accorse che il Cristianesimo poteva diventare nelle sue mani una forza efficace, si affrettò a stracciare quel suo mirabile decreto e, discendendo dalla vetta del suo deismo razionale, diede al Cristianesimo, ora ortodosso ora arianeggiante, il valore di una vera e propria religione di Stato, la quale, appunto perchè traeva la sua ragion d’essere non più da una necessità politica, ma, bensì, da una verità dogmatica, escludeva e perseguitava le altre. Costantino aveva scritto: — non importa il modo con cui gli uomini pregano, pur che preghino. — Nel Cristianesimo da lui riconosciuto, il modo diventò tosto la condizione del pregare. Chi non pregava in un dato modo non poteva più pregare. I suoi figli precipitarono in questo movimento che ebbe poi con Teodosio la sanzione solenne e definitiva.
³¹² _Amm. Marcell._, I, 263.
Ebbene Giuliano, per quanto si dichiarasse tollerante in materia religiosa, non poteva collocarsi neppur lui al punto di vista del decreto di Costantino, perchè egli pure voleva una religione di Stato, e tale era per lui il Paganesimo al quale, e qui sta la novità del suo tentativo, egli dava un valore dogmatico. Giuliano era uomo del suo tempo e non gli si poteva chiedere di far rivivere un decreto che il suo autore stesso non aveva eseguito, che era stato per lui una dichiarazione affatto teorica di principî, non mai una norma di condotta pratica. Giuliano voleva opporre al Cristianesimo riconosciuto come religione essenzialmente dogmatica una religione che non lo fosse meno. Da qui veniva la necessità di impedire che si diffondesse ciò che per lui era un errore, sopratutto quando l’errore si giovava dei mezzi che lo Stato forniva. La legge scolastica da lui promulgata si ispirava a tale ordine di idee, era uno degli strumenti di difesa di cui voleva armarsi nella sua lotta religiosa. Esaminiamola ora attentamente per vedere se, dato il punto di partenza da cui muoveva Giuliano, essa può dirsi intollerante o tirannica.
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Onde porre ben chiari i termini della quistione, cominciamo col riprodurre letteralmente la famosa legge, emanata da Giuliano, nell’anno 362, pochi mesi prima ch’egli partisse da Costantinopoli per Antiochia, a prepararvi quella spedizione di Persia, in cui doveva eroicamente perire. La legge dice così:
«Conviene che i maestri delle scuole siano eccellenti prima nei costumi, poi nell’eloquenza. Ora siccome io non posso esser presente in ogni città, così ordino che chiunque voglia darsi all’insegnamento, non balzi d’un tratto e temerariamente in quell’ufficio — _non repente nec temere prosiliat ad hoc munus_ — ma, approvato dal giudizio dell’autorità, ottenga un decreto dei curiali — (noi diremmo del Consiglio comunale) — al quale non manchi il consenso degli ottimi cittadini. Questo decreto sarà poi riferito a me per esame, affinchè l’eletto si presenti alle scuole delle città, insignito, pel nostro giudizio, di un più alto titolo d’onore — _hoc decretum ad me tractandum refertur ut altiore quodam honore nostro judicio studiis civitatum accedat_».
Notiamo, anzi tutto, che la legge di Giuliano si riferisce esclusivamente alle scuole municipali, che erano poi le scuole pubbliche. Nel secolo quarto, l’insegnamento ufficiale era pressochè intieramente affidato alle città, che mantenevano a loro spese le scuole, e dovevano nominare gli insegnanti, col mezzo dei loro consigli. Di ciò abbiamo prove infinite,³¹³ ma basterebbero a dimostrarlo l’autobiografia di Libanio, in cui quel famoso professore di retorica narra le sue continue peregrinazioni fra le scuole di Costantinopoli, di Nicomedia e d’Antiochia, ed i suoi discorsi, in cui si parla così di frequente delle contestazioni sempre risorgenti fra le autorità cittadine e gli insegnanti, ai quali quelle autorità lesinavano lo stipendio, cosa questa che non avveniva solo nel secolo quarto. A tutti poi è noto come quel giovane, ardente d’animo e d’ingegno, che diventò poi S. Agostino, sia venuto a Milano, appunto perchè le autorità cittadine del luogo, dovendo eleggere un maestro di retorica e non trovando nella città nessuno che fosse di loro aggradimento, si rivolsero a Simmaco, il prefetto di Roma, _ut illi civitati rhectoricæ magister provideretur_, e Simmaco mandava Agostino.
³¹³ _Sievers_ — _Das leben des Libanius._ _Boissier_ — _La fin du Paganisme._
Se non che, siccome, nel secolo quarto, non esistevano quelle sottili distinzioni di competenza che complicano l’organismo della nostra società, così la circostanza che le scuole fossero mantenute a spese delle città, e le nomine fatte dalle autorità municipali, non toglieva che, in teoria ed in diritto, fossero insieme scuole cittadine e scuole di Stato, e che l’elezione del maestro discendesse, dirò così, schematicamente dall’autorità imperiale. Ma tale diritto era caduto in disuso ed in dimenticanza, così che gli imperatori non si occupavano delle scuole se non in occasioni straordinarie o per fatti completamente eccezionali. Ora, Giuliano, che era l’uomo più colto del suo tempo, voleva riassumere la cura di vegliare l’istruzione pubblica, richiamare i Consigli delle città ad un rigoroso esercizio dei loro doveri, e non solo riaffermare ma usare il proprio diritto col riserbarsi la revisione di tutte le elezioni magistrali che quei Consigli facevano.
Fin qui, dunque, parrebbe, nulla di singolare e, se anche in questa legge fa capolino quella manìa di ingerirsi di tutto che era uno dei difetti di Giuliano, essa non rivelerebbe, per sè stessa, che una lodevole preoccupazione del pubblico insegnamento. Ma è proprio il caso di dire che il veleno sta nella coda. L’imperatore riserbava a sè la revisione delle nomine degli insegnanti, e ciò, dice la legge, per investire quegli insegnanti di un più alto titolo d’onore. Ma la cosa, nella realtà, era meno innocente. Sotto a quella disposizione d’ordine generale, esisteva un’intenzione precisa e determinata. Giuliano voleva raggiungere uno scopo che a lui stava ben più a cuore che il riordinamento generico dell’amministrazione scolastica. La revisione delle nomine dei maestri, ch’egli esplicitamente si riserbava, doveva essere nelle sue mani il mezzo per escludere dall’insegnamento i maestri che fossero cristiani. Giuliano, del resto, non ha fatto un mistero di ciò. Promulgando la sua legge, egli l’accompagnava con una specie di circolare che a noi è arrivata intatta, ed in essa ci dice apertamente qual fosse il risultato a cui tendeva. Ma insieme lo spiega, lo commenta, lo giustifica, con una serie di ragionamenti ingegnosi e sottili che val la pena di esaminare e di discutere perchè conservano ancora, come oggi si direbbe, un sapore d’attualità.
Ma, prima d’entrare nell’esame dei ragionamenti di Giuliano, vediamo quali fossero le condizioni che hanno mosso l’imperatore a promulgare la sua legge. Non era corso che poco più di un mezzo secolo dai giorni in cui il Cristianesimo sanguinante subiva la terribile persecuzione di Diocleziano, ed ecco che un imperatore, nemico acerrimo del Cristianesimo più ancora di quel che fosse stato Diocleziano, perchè ispirato nel suo odio, non già dalla ragione di Stato, ma da convinzioni filosofiche, volendo sradicare la nuova religione, non trova nulla di meglio a fare che chiudere le scuole pubbliche agli insegnanti cristiani, ed ecco gli uomini più cospicui del Cristianesimo insorgere, con uno sdegno ardente e quasi feroce, contro un provvedimento che, per verità, avrebbe dovuto sembrare assai innocuo a chi poteva ancor ricordare i metodi e le condanne dei persecutori precedenti. Il vero è che il Cristianesimo, negli anni trascorsi tra il decreto di Milano e l’insediamento di Giuliano, servendosi del braccio di Costantino e de’ suoi figli, era diventato dominatore, si era ormai impadronito di tutto il mondo civile. Se le campagne resistevano ancora, e conservavano tenaci il culto delle antiche divinità che s’intrecciava nella vicenda dei lavori campestri, le città si erano, sopratutto in Oriente, in gran parte convertite, e, cessata la lotta fra Cristiani e Pagani, erano diventate il teatro delle lotte intestine del Cristianesimo, fra Ariani ed Atanasiani. Se non che il Cristianesimo, proclamato religione riconosciuta e dominante della civiltà ellenica, aveva dovuto necessariamente ellenizzarsi. Era fatale che, nell’ambiente di una società la quale, pur decadendo a precipizio, ancor non viveva che delle memorie e delle abitudini del pensiero antico e non sapeva usare altre forme se non quelle che gli antichi le avevano trasmesse, il fiore palestiniano della divina semplicità evangelica andasse perduto e che la propaganda cristiana dovesse vestirsi col paludamento ellenico di quegli stessi scrittori che, dal punto di vista religioso, essa combatteva. Questo movimento pel quale il Cristianesimo si adattava alla cultura ellenica, in mezzo a cui doveva vivere e diffondersi, diventò in breve rapido ed intenso. Le scuole di retorica si riempivano di allievi cristiani, maestri cristiani occupavano le cattedre di eloquenza; sugli stessi banchi della scuola d’Atene, la più illustre fra le facoltà di lettere del secolo quarto, sedevano, al fianco del principe Giuliano, un Gregorio ed un Basiglio; i concilî, che si seguivano senza posa, onde tentar di comporre il terribile dissidio che squarciava la Chiesa, erano una grande palestra, dove si combatteva a colpi d’eloquenza; infine il Cristianesimo si era ellenizzato con una foga ed una celerità che ci dicono come, in questa rivoluzione letteraria, esso fosse guidato dall’istinto della lotta per la vita. Direi, anzi, che la coltura ellenica rifioriva per lui, poichè vi portava un impeto giovanile che, certo, più non poteva trovarsi nella decrepita civiltà del mondo antico. È vero che la letteratura greca decadeva più lentamente della letteratura latina, e mandava ancora nel secolo quarto qualche bagliore, e nei discorsi di Libanio, sopratutto negli scritti di Giuliano, nelle sue lettere, nelle sue satire, in alcune sue orazioni, s’incontrano, talvolta, delle pagine ammirabili, ma, nella letteratura del Cristianesimo ellenizzato, c’è un volo ben più largo, c’è una vita ben più intensa. Se noi poniamo a confronto uno dei discorsi in cui Libanio tesse le lodi del suo adorato Giuliano, con una delle due terribili orazioni in cui Gregorio di Nazianzo si avventa contro l’odiato imperatore, è innegabile che, anche dal punto di vista letterario, la vittoria spetta al polemista cristiano contro il retore pagano. E, se noi ricordiamo quella numerosa schiera di oratori e di scrittori ecclesiastici che, da Atanasio a S. Agostino, hanno riempito il secolo quarto della loro parola infiammata, riconosciamo tosto come l’Ellenismo entrasse quale elemento costitutivo dell’opera loro, fosse diventato uno strumento indispensabile della predicazione cristiana.
Giuliano, pertanto, si trovava davanti una religione potentemente costituita, appunto perchè aveva saputo ellenizzarsi, plasmandosi nelle forme del pensiero antico. Se anche lo avesse voluto, non avrebbe potuto combatterla con la persecuzione. La persecuzione romana contro il Cristianesimo non era stata, da Nerone a Diocleziano, che una _coercitio_, che un provvedimento di polizia, una misura d’ordine pubblico contro una setta che si credeva pericolosa. Ma tali procedimenti non si possono seguire che da una maggioranza contro una minoranza. Il giorno in cui la minoranza diventa maggioranza le parti generalmente s’invertono, i perseguitati diventano a loro volta persecutori. Nel Cristianesimo l’inversione si era già iniziata coi figli di Costantino. Per tanto Giuliano, non potendo più perseguitare i Cristiani che costituivano, se non la maggioranza, circa una metà dei suoi sudditi, s’era messo in capo di convertirli con le buone, di persuaderli con l’esempio e coi ragionamenti a ritornare all’antico. E, con queste idee, voleva organizzare un sacerdozio pagano che vincesse di virtù e di zelo il sacerdozio cristiano, e scriveva, egli stesso, trattati e discorsi di teologia, e componeva preghiere ferventi, e diramava, se la parola mi è concessa, delle _pastorali_, piene di buoni consigli e che rivelano una tendenza, come oggi si direbbe, allo spirito bigotto. In fondo, Giuliano aveva tutta la disposizione necessaria per essere un cristiano. Ma, le terribili vicende della sua fanciullezza, la minaccia continua di esser trucidato negli anni della prima gioventù, l’educazione ellenica avuta, in Costantinopoli, dal suo primo pedagogo, l’azione dei maestri, in mezzo a cui s’era più tardi trovato a Nicomedia, lo spettacolo disgraziato della Corte cristiana di Costanzo, l’antagonismo naturale contro il cugino in cui vedeva l’uccisore del padre, del fratello, degli altri suoi congiunti, la corruttela del clero ariano che gli si era messo al fianco, finalmente un sentimento vivissimo della coltura e dell’arte greca lo avevano chiuso alle attrattive che il Cristianesimo avrebbe dovuto esercitare su di uno spirito alto ed aperto come il suo. Padrone, come nessun altro, della letteratura cristiana, ch’egli scrutava con l’occhio del nemico, Giuliano si era accinto all’impresa di persuadere il mondo che il Cristianesimo poggiava sul falso, e di ricondurlo al Politeismo, ma ad un Politeismo riformato metafisicamente con le dottrine simboliche del Neoplatonismo, moralmente e disciplinarmente secondo regole ch’egli attingeva al serbatoio di quella religione stessa che voleva distrutta.
Esaltato nella metafisica teurgica che Giamblico ed i suoi allievi avevano messo in onore, Giuliano credeva nella verità del Politeismo, trasformato in un mistico simbolismo; e i racconti della mitologia ellenica diventavano una serie di simboli sacri. Omero ed Esiodo erano per lui ciò che la Bibbia era pei Cristiani. Egli era, quindi, convinto che quei libri, letti e studiati con amore e senza prevenzioni ostili, dovevano esercitare un’azione irresistibile ed essere il più efficace strumento di riconversione all’antico. Eppure, era forza constatare che la lettura di quei libri non opponeva una barriera all’invasione del Cristianesimo. Come mai ciò avveniva? Giuliano rispondeva — avviene perchè i libri sacri del Politeismo, nelle scuole pubbliche, sono in mano di maestri cristiani i quali o non li comprendono, o li contraddicono con la loro condotta fuori delle scuole, o ne fanno argomento di dileggio e d’offesa. — Egli, dunque, pensò che uno dei provvedimenti più efficaci, anzi, più doverosi che egli potesse prendere, fosse quello di sottrarre la gioventù agli effetti di quel pervertimento, e deliberò, pertanto, di impedire ai maestri cristiani di salire sulle cattedre delle scuole. Per riuscire a ciò, promulgava la sua legge, per la quale nessuno poteva darsi al pubblico insegnamento, se non fosse stato, dall’imperatore stesso, confermato nell’ufficio, ciò che equivaleva a dire che nessun maestro cristiano avrebbe avuta la necessaria conferma. La conseguenza naturale del provvedimento di Giuliano, quando avesse potuto rigorosamente applicarsi, sarebbe stato quello di imbarbarire, di nuovo, il Cristianesimo, di strappargli di dosso quella veste letteraria con cui si presentava al mondo civile, e lo guadagnava alla sua dottrina. Si comprende, pertanto, come il Cristianesimo del secolo quarto insorgesse contro questa legge come contro la più grave offesa ed il più pericoloso attacco che gli fosse mai stato mosso. Se Giuliano avesse rinnovata la persecuzione di Diocleziano, il Cristianesimo l’avrebbe affrontata impavido, sicuro di trovarvi una nuova forza. Ma la mossa di Giuliano, che tentava di levargli di mano gli strumenti della propaganda, lo riempiva di sdegno e di spavento. Certo, S. Paolo, pel quale la sapienza del mondo non era che stoltezza, avrebbe sorriso di una legge siffatta. Ma il Cristianesimo, come vedemmo, s’era trasformato; era diventato una potenza mondana, doveva adoperare le armi di questo mondo, e la coltura ellenica era un’arma indispensabile. «Donde mai — esclama Gregorio — donde mai, o il più stolto ed il più scellerato degli uomini, ti venne il pensiero di togliere ai Cristiani l’uso dell’eloquenza? Fu Mercurio, come tu stesso hai detto, che te lo pose in mente? Furono i demoni malvagi?... A noi, tu dicevi, spetta l’eloquenza, a noi il parlar greco, a noi che adoriamo gli dei. A voi l’ignoranza e la rozzezza, a voi pei quali tutta la sapienza si riassume in una parola: credo!»³¹⁴. Lo storico ecclesiastico Socrate, scrittore misurato e giudizioso, che pur riconosce che Giuliano rifuggiva dalla persecuzione violenta e sanguinosa, lo chiama egualmente persecutore perchè, egli dice, con quella legge voleva impedire che i Cristiani, acuendo la loro lingua, potessero rispondere ai ragionamenti dei loro avversari³¹⁵. Ma il giudizio più sintomatico è quello di Ammiano Marcellino. Costui, che non era cristiano, e sentiva una viva ammirazione per Giuliano, col quale aveva militato, colloca quel decreto fra le poche cose riprovevoli commesse dal suo imperatore, e lo giudica — un decreto inclemente, meritevole di esser coperto da perenne silenzio — _obruendum perenni silentio_³¹⁶. — Ora, Ammiano Marcellino era un soldato espertissimo, un onesto ed imparziale narratore, ma uno spirito mediocre, il quale non prendeva nessun interesse alle quistioni religiose. Non era cristiano, ma non era nemmeno un pagano convinto e fervido. Era un indifferente, il quale, col suo buon senso, deplorava che un uomo tanto geniale e valoroso, come Giuliano, si fosse impigliato nella rete delle dispute teologiche, e sciupasse in ubbie fantastiche le doti preziose che gli erano state largite. Quel suo giudizio è interessante appunto perchè non può essere il frutto di un meditato giudizio personale, ma, bensì, l’eco dell’opinione pubblica, la quale era prevalentemente cristiana e tanto diffusa ed energica da trascinare con sè anche il voto di un pagano indifferente.
³¹⁴ _Gregor._, orat. 3, 97.
³¹⁵ _Socrat._, 151
³¹⁶ _Amm. Marcell._, I. 289.