L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico

Part 23

Chapter 233,561 wordsPublic domain

Avvenuta la rivoluzione religiosa, Giuliano, entrato in Antiochia, volle restituire all’antico splendore il tempio ed il culto d’Apollo, e ciò non poteva farsi se non si trasportavano altrove le reliquie del martire, che deturpavano il luogo sacro. Ed infatti ordinò che si eseguisse il trasporto. Quest’ordine fu causa di una grande dimostrazione dei Cristiani d’Antiochia, i quali, al dire di Sozomene, accompagnarono in folla, cantando salmi, per quaranta stadi, la cassa dove giaceva il martire. Giuliano fu per questa dimostrazione irritatissimo e si sarebbe lasciato andare ad atti di rappresaglia, se non fosse stato rimesso sulla buona strada dal prefetto Sallustio. Se non che, pochi giorni dopo, un terribile incendio divorava il tempio d’Apollo. I Cristiani affermarono che un fulmine mandato da Dio aveva posto in fiamme il tempio, ma Giuliano non dubitò un istante a darne la colpa ai Cristiani. Con grande amarezza egli ricorda, nel _Misobarba_, questo fatto, e pone a raffronto la condotta degli Antiochesi con quella di altre città in cui si rialzavano i templi e si distruggevano le tombe degli atei, cioè dei Cristiani, e si giungeva contro questi ad eccessi ch’egli deplorava. Gli Antiochesi, invece, rovesciavano gli altari appena rialzati, e la mitezza con cui egli li ammoniva a nulla aveva giovato. «Infatti, quando noi facemmo trasportare il cadavere, quelli di voi che non rispettavano le cose divine, consegnarono il tempio del dio agli sdegnati pel trasporto delle reliquie, e questi, non so se nascosti o no, accesero quel fuoco che negli stranieri destò orrore, e nel vostro popolo piacere, e che lasciò e lascia ancora indifferente il vostro Senato!»²⁹⁶. E, forse, fu sotto l’impressione di questo fatto che Giuliano diede l’ordine, con un decreto riportato da Sozomene, di distruggere due santuari di martiri che si costruivano, in Mileto, presso il tempio di Apollo²⁹⁷.

²⁹⁶ _Iulian._, 466, 1 sg.

²⁹⁷ _Sozom._, 511.

Tutte queste violenze parziali, che hanno un carattere episodico e che non erano che l’inevitabile rappresaglia vicendevole di due partiti pressochè equivalenti, non bastano a togliere il fatto sostanziale della tolleranza religiosa che Giuliano confidava di poter usare come lo strumento più efficace della restaurazione da lui iniziata. Noi abbiamo già parlato di quel provvedimento così interessante e così caratteristico, preso da Giuliano, del richiamo in patria dei Cristiani, esigliati da Costanzo, in causa dei dissensi teologici. Nelle lettere di Giuliano, troviamo notizie veramente curiose ed istruttive intorno a quel provvedimento.

Il partito che aveva dominato alla corte di Costanzo non era quello dell’Arianesimo puro, ma, bensì, di un Arianesimo opportunista, il quale non ammetteva la consostanzialità del Padre e del Figlio, voluta da Atanasio e dal Concilio di Nicea, ma non affermava nemmeno la distinzione e la subordinazione del Figlio al Padre voluta dagli Ariani schietti. Costanzo, come sappiamo, aveva accettata la così detta formola _omoica_, che diceva esser il Figlio simile al Padre, secondo le Scritture, e vietava ogni analisi e determinazione di tale somiglianza. Costanzo impose questa formola ai due Concilî di Rimini e di Seleucia, nel 359, e poi mandò in esiglio tutti i vescovi, tanto dell’estrema destra atanasiana, quanto dell’estrema sinistra ariana, che non si piegavano ad essa. Giuliano li richiamava, tutti insieme, senza distinzione. Però è singolare la diversità di trattamento ch’egli usa verso due eroi di quelle lotte teologiche, il diacono Aezio che rappresentava l’Arianesimo intransigente, ed il grande Atanasio, il legislatore del Concilio di Nicea. Al primo, Giuliano manda questo biglietto²⁹⁸.

²⁹⁸ _Iulian._, 522.

«Io richiamai dall’esiglio tutti coloro, quali essi siano, che da Costanzo furono esigliati, per la stoltezza dei Galilei. Quanto a te, non solo ti richiamo, ma, ricordando la nostra antica conoscenza e consuetudine, t’invito a venir da me. Tu potrai servirti pur di giungere al mio accampamento, della vettura di Stato e di un cavallo di rinforzo».

Chi era quest’Aezio che Giuliano tratta con speciali riguardi? Era una vecchia conoscenza dell’imperatore. Ma guardiamolo, per un istante; poi gli porremo accanto la grande figura di Atanasio, e così avremo davanti a noi due profili caratteristici del tipo cristiano del secolo quarto. Aezio, Siro di origine, si era dato, in gioventù, alle arti più varie. Era stato fonditore di metalli, poi medico, ed, a poco a poco, si era fatto conoscere per l’inquietudine del suo spirito e per la singolare attitudine alle discussioni teologiche che erano la passione intellettuale del tempo. Se dobbiamo creder a Socrate, egli era assai più versato nella dialettica di Aristotele che nella conoscenza degli scrittori cristiani, e professava il disprezzo per Clemente ed Origene²⁹⁹. Allontanato da Antiochia come disturbatore della pace religiosa, Aezio, soggiornando in Cilicia e, specialmente, a Tarso, strinse amicizia coi seguaci delle idee lucianiste e ne divenne un apostolo ardente.

²⁹⁹ _Socrat._, 108.

Ritornato poi in Antiochia, Aezio si fa amico del presbistero Leonzio che apparteneva alla medesima scuola lucianista. Corre poi ancora in Cilicia, quindi ad Alessandria, a disputare con gnostici e manichei, finchè, diventato Leonzio vescovo di Antiochia, ritorna a metterglisi al fianco, ed è fatto diacono. Ma egli desta intorno al vescovo tale un turbinio di discordie e di dispute, che Leonzio è costretto a tenerlo lontano dalle sacre funzioni, conservandogli, però, l’ufficio d’insegnante. Pare che egli prendesse parte, nel 351, al Sinodo di Sirmio, dove avrebbe ferocemente combattuto gli Atanasiani. Questi avrebbero cercato di muovere contro di lui i sospetti di Gallo, il fratello di Giuliano, che, come sappiamo, era stato dall’imperatore Costanzo eletto alla dignità di Cesare. Ma non ci sarebbero riusciti. Infatti Aezio è tanto padrone della situazione e della fiducia di Gallo che costui lo manda, più volte, come suo confidente, al fratello Giuliano. Da qui la relazione fra il principe ed il diacono ariano, e gli speciali riguardi ch’egli ha per lui, appena salito al trono. Gregorio di Nissa accusa Aezio di essere stato consigliere di Gallo nell’uccisione del prefetto Domiziano e del questore Monzio, delitto orribile che poi ebbe per conseguenza la catastrofe di Gallo. Ma quale fede si possa avere nella narrazione del vescovo atanasiano, non è dato saperlo, poichè atanasiani ed ariani si accusavano, gli uni gli altri, senza punto scrupoli. Nel 356 Aezio va ad Alessandria, il gran focolare delle ire teologiche, e prende posizione come un ariano intransigente e di estrema sinistra, e vi parla e scrive come uno dei capi di un giovane Arianesimo. Richiamato in Antiochia dal vescovo Eudossio, lo compromette per modo, con la sua politica irritante, che i semiariani finiscono per aver buon gioco sull’animo di Costanzo, ed ottengono l’allontanamento del vescovo e l’esiglio di Aezio in Frigia. Un anno dopo, nel 360, avendo Costanzo, risolutamente presa in mano la formola omoica, con cui s’illudeva di imporre la pace ai partiti che squarciavano la Chiesa, si accrebbero i rigori contro Aezio che dal Sinodo di Costantinopoli fu dichiarato decaduto dal suo diaconato, e dall’imperatore confinato in Pisidia. Venuto al trono Giuliano, le sorti di Aezio volsero al meglio. Richiamato dall’esiglio, dichiarata nulla la sua deposizione, fu riconsacrato da un sinodo raccolto in Antiochia, insieme ad altri Ariani. Il focoso polemista morì, probabilmente, poco dopo, perchè di lui non si ha più traccia.

Noi non sappiamo se Aezio abbia accettato l’invito dell’imperatore che, mentre lo chiamava a sè, qualificava di stoltezza il Cristianesimo, ma, se ha accettato, non è riuscito a farlo parteggiare a favore dell’Arianesimo. Giuliano era affatto indifferente ed imparziale per tutte le sette cristiane ch’egli confondeva in un odio comune. E che di tale odio gli Ariani avessero la parte a loro spettante, ce lo prova una lettera, scritta in occasione di tumulti promossi, in Edessa, dagli Ariani, che è tanto giusta nella sua ispirazione quanto acerba nella sua ironia.

«Ad Ecebolio. — Io tratto i Galilei tutti con tanta mitezza e filantropia che nessuno ebbe mai a soffrire violenza, e non voglio che siano trascinati al tempio, o costretti a cosa alcuna contraria alla loro intima convinzione. Ma quelli della Chiesa ariana, inorgogliti della loro ricchezza, assalirono i Valentiniani, e commisero, in Edessa, disordini tali, quali non dovrebbero mai verificarsi in una savia città. Se non che, siccome una legge mirabilissima insegna loro che bisogna esser poveri per aver più facile l’accesso al regno dei cieli, così, per aiutarli, noi comandiamo che tutti i beni della Chiesa degli Edesseni siano confiscati e distribuiti ai soldati, e le sue terre aggregate ai nostri domini. Per tal modo, impoveriti, diverranno saggi ed otterranno lo sperato regno dei cieli!»³⁰⁰.

³⁰⁰ _Iulian._, 547.

Bisogna, dunque, dire che la sua cortesia per Aezio avesse proprio solo un movente di simpatia personale, e non possiamo dedurre che Giuliano arianeggiasse, ciò che sarebbe stato veramente inesplicabile, dato che, nella corte semiariana di Costanzo, egli aveva avuto i suoi più fieri avversari. Tuttavia, il personaggio che destava, nell’imperatore, la più implacabile antipatia, si trovava nel campo opposto, ed era nientemeno che il grande Atanasio, il fondatore dell’ortodossia cattolica. Questi due uomini, geniali l’uno e l’altro, di cui l’uno rappresentava il passato e l’altro l’avvenire, l’uno l’Ellenismo risorgente, l’altro il Cristianesimo dominatore, erano incompatibili l’uno all’altro. Il fatto che Giuliano tanto si incollerisce contro Atanasio, che era stato una vittima di Costanzo, mostra che, malgrado la sua giovinezza, egli conosceva a fondo gli uomini e vedeva dove stava il pericolo. Egli sentiva che la forza del Cristianesimo non stava già nel corrotto Arianesimo, sebbene dominasse sovra metà del mondo cristiano; ma bensì, nell’energia entusiasta del partito che, sventolando il vessillo del mistero mistico della Trinità, si stringeva intorno alla grande figura del vescovo d’Alessandria. Se Atanasio fosse scomparso, l’ortodossia cattolica non si sarebbe fondata, e il Cristianesimo non avrebbe avuta quella organizzazione che lo fece traviare dal suo carattere originale, ma che pur gli era necessaria per vivere.

Per comprendere l’importanza del duello fra Giuliano ed Atanasio, diamo un’occhiata alla figura di quest’ultimo.

Nessuna esistenza più burrascosa e più eroica di quella d’Atanasio. Un romanziere, di fervida fantasia, un Sienkiewicz, potrebbe costruirgli intorno un epico racconto. Nulla può servire a dare un’idea viva dell’ambiente del secolo quarto meglio che lo studio di questa grande figura e delle sue tempestose avventure. L’uomo era grande davvero, era un carattere dominatore per eccellenza, una tempra inflessibile di combattente, un’anima dal volo largo e potente. C’è molta analogia fra Atanasio ed Ambrogio. Ma Ambrogio si è trovato in condizioni assai meno difficili e pericolose. Ambrogio non trovò contrasti nell’esercizio della sua autorità, fuor che durante la reggenza di Giustina. Ma il vescovo era troppo forte in confronto all’imperatrice, per poter dubitare della vittoria finale. All’infuori di quest’urto passaggero, Ambrogio dominò sovrano, ed ebbe, nella guerra contro l’Arianesimo, a sua disposizione l’aiuto del potere imperiale. Graziano e Teodosio furono due strumenti nelle sue mani, coi quali egli è riuscito ad erigere l’ortodossia cattolica a religione dello Stato. Atanasio, invece, ebbe una vita di lotte incessanti e gigantesche. Egli aveva l’impero contro di sè. Se si eccettui Costantino, ai tempi del Concilio di Nicea, e il fuggevole Gioviano, egli ebbe persecutori tutti gli imperatori che vide succedersi nella sua lunga vita, sul trono di Costantinopoli, Costanzo, Giuliano, Valente.

Nato negli ultimi anni del secolo terzo, Atanasio passava la sua prima giovinezza in Alessandria, al fianco del vescovo Alessandro, di cui fu l’ispiratore in quei primi dissensi fra il vescovo ed il presbitero Ario, che poi condussero alla guerra civile nel seno del Cristianesimo. Al Concilio di Nicea, Atanasio era già una figura dominante, e l’Arianesimo potè vedere in lui il più poderoso dei suoi nemici. Morto Alessandro, fu eletto nel 328 vescovo di Alessandria. Ma l’opposizione del clero che arianeggiava si destò così energica, e tali furono le accuse che piombarono sul capo del neoeletto, che Costantino, il quale, intanto, visto l’insuccesso della politica ortodossa, stava piegando all’Arianesimo, chiamò l’accusato a giustificarsi prima davanti a lui a Nicomedia, poi, rinnovandosi ancora le accuse, davanti ad un Concilio raccolto a Cesarea, nel 334. Ma Atanasio indugiò a presentarsi e, sottomano, riusciva a persuadere Costantino della sua innocenza ed a riguadagnarsene il favore. Se non che, i suoi nemici avevano giurata la sua rovina. Eusebio di Nicomedia, il futuro educatore di Giuliano che viveva presso l’imperatore, lo indusse a convocare, nel 335, un altro sinodo a Tiro, che giudicasse il vescovo d’Alessandria. Questi si presentò al Concilio, con un seguito imponente di cinquanta vescovi, ma, convintosi che l’assemblea avrebbe sentenziato contro di lui, non aspettò il verdetto di destituzione, e s’imbarcò per Costantinopoli, fidando nell’influenza della sua persona sull’animo di Costantino. Nè s’ingannava, chè l’imperatore, posto fra il Concilio ed Atanasio, inclinava più a questo che a quello, quando Eusebio mosse al rivale una nuova accusa, questa volta, d’indole non teologica, e tale che doveva far grande impressione sull’animo dell’imperatore; accusò Atanasio di aver minacciato di far sospendere l’annuale provvista di granaglie che da Alessandria giungeva a Costantinopoli. Costantino non volle più udire Atanasio, e, senz’altro, lo esigliò a Treviri, in Germania, dove, del resto, trovò cortese accoglienza dal figlio dell’imperatore, ed un ardente collega di opinioni teologiche nel vescovo Massimino.

Morto Costantino nel maggio del 337, Atanasio ritornò trionfante in Alessandria, e riprese il suo ufficio. Fu il segnale di una nuova tempesta. Atanasio, che, certo, non era un uomo tollerante, depose dagli uffici ecclesiastici tutti coloro che erano stati suoi avversari e li sostituì con amici, infiammando sempre di più la collera degli Ariani. Sul trono di Costantinopoli sedeva Costanzo, semiariano, il quale non vedeva che con gli occhi di Eusebio. Mandò, pertanto, ad Alessandria un nuovo vescovo Gregorio, e lo fece accompagnare da una scorta militare, onde imporlo con la forza se si trovasse resistenza. Infatti, la venuta di Gregorio fu causa di sommosse e di scene di violenza. Ma Atanasio vedendo inutile ogni sforzo, nel marzo del 340, partiva, pel suo secondo esiglio, e si recava a Roma presso il vescovo Giulio. In Occidente, Atanasio trovava amici ed appoggio, cominciando dall’imperatore Costante che, diversamente del fratello Costanzo, era propenso all’ortodossia. Per cinque anni, l’infaticabile Atanasio, protetto dall’imperatore, si agita a difesa ed a gloria della fede da lui professata con sì eroica convinzione. A Milano, nelle Gallie, ad Aquileja, egli è il legislatore religioso. Ma, intanto, anche in Oriente, le cose volgevano al meglio per lui. Costanzo, stimando conveniente di non staccarsi troppo aspramente dal fratello, accennava ad un più mite contegno; così che, morto nel 345 il vescovo Gregorio, Atanasio potè presentarsi a Costanzo in Antiochia, ed ottenere da lui di esser ripristinato nella sua sede di Alessandria. Nel 346, egli, infatti, vi rientrava fra il giubilo del popolo. Ma la pace ebbe breve durata. Morto Costante nel 350, Costanzo non ebbe più ritegno a parteggiare per l’Arianesimo. E, di conseguenza, ricominciò la guerra contro Atanasio, accusato di essere il disturbatore della tranquillità della Chiesa. Vari tentativi per impadronirsi della persona del vescovo riuscirono vani pel minaccioso atteggiamento della popolazione alessandrina. Ma, finalmente, nella notte del 9 febbraio del 356, il governatore Siriano, con buon nerbo di soldati, riesce a penetrare nella chiesa, dove il vescovo celebrava un servizio divino. Ne viene un sanguinoso tumulto, durante il quale Atanasio sparisce. Gli Ariani, vittoriosi, riprendono tutti gli uffici che erano stati costretti ad abbandonare, e alla sede vescovile è nominato quel Giorgio, di cui abbiamo già fatta la triste conoscenza.

Durante questo terzo esiglio, che durò dal 356 al 361, Atanasio visse negli eremi dell’alto Egitto, ritornando, però, di nascosto, più volte in Alessandria, dove egli alimentava il suo partito con gli scritti che andava componendo nella sua feconda solitudine. Per verità, se si dovesse prestar fede a Sozomene, il fiero vescovo avrebbe passato meno duramente questo lungo periodo di rinnovata persecuzione. Narra lo storico che Atanasio rimase in Alessandria, nascosto presso una vergine di singolare bellezza, di tale bellezza che nessuna donna d’Alessandria poteva esserle eguagliata. Ma riproduciamo le parole di Sozomene che ci presentano uno strano manicaretto di santità e di romanzo, una miscela che a noi pare eterogenea, e che pur riusciva prelibata ai palati letterari del secolo quarto. «A quanti vedevano quella vergine, essa appariva un miracolo, ma coloro che ci tenevano alla fama di temperanza e di saggezza la fuggivano, pel timore che si sospettasse di loro. Poichè era proprio nel fiore dell’età, e supremamente dignitosa e modesta... Ora, Atanasio, mosso a salvarsi da una visione divina, si rifugiò presso quella vergine. E, se io investigo l’evento, mi par proprio di vedervi la mano di Dio, il quale non voleva che gli amici di Atanasio soffrissero molestia, se mai alcuno volesse interrogarli intorno a lui o costringerli a giurare, mentre, intanto, Atanasio se ne stava nascosto presso colei, la cui bellezza era troppo grande per permettere il sospetto che il sacerdote potesse trovarsi con lei³⁰¹. Essa lo ricevette con coraggio e lo salvò con la prudenza, e fu una custode così fedele ed una servente così premurosa, da lavargli i piedi, da provvedere essa sola al cibo, ed a tutte le altre cose che la natura ci rende indispensabili negli urgenti bisogni³⁰². Di più si procurava dagli altri i libri che gli erano necessari. E malgrado che ciò durasse lunghissimo tempo, nessuno dei cittadini di Alessandria mai lo seppe»³⁰³.

³⁰¹ η το μεν κάλλος ου συνεχώρει υπονοεῖσθαι ενθάδε διάγειν τον ιερέα.

³⁰² και ὄσα ϕὑσις υπομένειν βιάζεται εν ταῖς κατεπειγόυσαις χρείαις.

³⁰³ _Sozom._, 489

Del resto, sia che Atanasio si rifugiasse nei nascondigli del deserto, sia che rimanesse celato nei penetrali della casa verginale della bellissima fanciulla, la sua azione e la presenza erano spiritualmente sentite nell’ambiente eccitato di Alessandria; così che il vescovo Giorgio, il quale, come sappiamo, era un imprudente, non aveva la vita tranquilla, ed era, ad ogni istante, esposto alle sommosse di una popolazione irritata contro di lui, finchè giunto al trono Giuliano, le ire ammassate scoppiarono terribili e lo trascinarono alla catastrofe, alla quale gli Atanasiani assistettero impassibili e, probabilmente, conniventi.

Pubblicato il decreto di Giuliano che permetteva il rimpatrio ai vescovi esigliati dall’ariano suo antecessore, Atanasio, non solo ritornò in Alessandria, ma rioccupò, senz’altro, il seggio vescovile, e riprese, con rinnovata energia, la sua azione di propaganda e di combattimento.

Ora, la condotta di Atanasio disturbava la politica di Giuliano, il quale voleva tenere i due partiti cristiani sul piede d’eguaglianza, e di reciproca tolleranza, nella previsione che si sarebbero indeboliti a vicenda. Ma nulla era più lontano dalle sue intenzioni che il dar mano forte all’ortodossia per vincere l’Arianesimo, e nessuno, pertanto, poteva essergli più sospetto e più odioso dell’ardente Atanasio. Egli, pertanto, s’inalberò davanti alla ricomparsa brillante del vescovo d’Alessandria e sentì di non poterla tollerare. Vide in Atanasio un nemico più forte di lui, che avrebbe reso vano il tentativo a cui aveva dedicata la sua vita, e decise di soffocarlo. Cominciò la persecuzione col pretesto che Atanasio era uscito dalla legge. Infatti l’imperatore aveva, con un editto, concesso il rimpatrio dei Cristiani esigliati, ma, in quell’editto, non era detto che potessero riprendere il governo delle rispettive chiese. Atanasio, invece, non aveva esitato un istante a mettersi al posto del massacrato Giorgio. Ed ecco che Giuliano manda tosto questo nuovo decreto agli Alessandrini. «Un uomo, esigliato da tanti decreti di tanti imperatori, avrebbe dovuto aspettare una speciale autorizzazione, prima di rientrare in patria, e non già offendere, con audacia e con follia, le leggi, quasi non avessero valore. Noi abbiamo concesso ai Galilei, esigliati da Costanzo, non già il ritorno nelle loro chiese, ma, bensì, il ritorno in patria. Ed ora apprendo che l’audacissimo Atanasio, gonfiato dall’abituale impudenza, ha ripreso quello che essi chiamano il trono vescovile, ciò che non è poco sgradevole al pio popolo di Alessandria. Noi, pertanto, gli ordiniamo di uscire dalla città, immediatamente nel giorno in cui avrà ricevuto questa lettera, che si deve considerare come un segno della nostra mitezza. Ma, s’egli rimane, noi gli decreteremo maggiori e più molesti castighi».³⁰⁴ Pare che Atanasio restasse, malgrado le minacce, ed, anzi, non pago di combattere gli Ariani, facesse opera di feconda propaganda presso i Pagani, guadagnando al Cristianesimo sopratutto le donne. Giuliano, furente, manda al governatore dell’Egitto, Edichio, questo biglietto:

³⁰⁴ _Iulian._, 514.

«Se non volevi scrivermi d’altra cosa, dovevi però scrivermi di quel nemico degli dei che è Atanasio, tanto più che ti è noto ciò che, già da tempo, fu da me saviamente stabilito. Io giuro pel grande Serapide che se, prima delle calende di Decembre, quell’Atanasio, nemico degli dei, non se n’è andato dalla città, anzi, da tutto l’Egitto, io imporrò alla provincia da te amministrata una multa di cento libbre d’oro. Tu sai quanto io sia lento nel condannare, ma molto più lento nel perdonare, se ho una volta condannato».

Pare che fin qui, Giuliano, dettasse il suo decreto ad un segretario. Preso da un subitaneo impulso di sdegno, afferra lui lo stilo, e scrive: «Di mia propria mano. — A me duole assai essere disobbedito. Per tutti gli dei, nulla potresti farmi di più grato che lo scacciare, da ogni angolo d’Egitto, Atanasio, quello scellerato che ha osato, me imperante, battezzare le donne greche di illustri cittadini. Sia perseguitato!»³⁰⁵.

³⁰⁵ _Iulian._, 484.

Nel primo decreto agli Alessandrini, l’imperatore comandava che Atanasio fosse bandito dalla città. Ora, ciò non gli basta, deve esser esigliato da tutto l’Egitto. E questo nuovo ordine, trasmesso al governatore con quel biglietto di poche frasi iraconde, è poi svolto largamente in questo proclama al popolo d’Alessandria:

«Giuliano agli Alessandrini».

«Dato anche che voi aveste per fondatore uno di coloro che, trasgredendo la legge paterna, hanno avuto il castigo meritato, e preferirono vivere illegalmente ed introdurre una rivelazione ed una dottrina novella, voi non avreste ragione di chiedermi Atanasio. Ma avendo, invece, per fondatore Alessandro e dio protettore Serapide, insieme ad Iside, la vergine regina dell’Egitto... (qui il testo s’interrompe...) voi non volete il bene della città; siete una parte ammalata di essa, che osa di appropriarsene il nome.