L'Imperatore Giuliano l'Apostata: studio storico

Part 21

Chapter 213,563 wordsPublic domain

Ma, quando, svanita ogni illusione di accordo, Giuliano si gettò nell’avventura, che doveva parer disperata, di marciare contro Costanzo, egli depose la maschera, e, risoluto di giocare il tutto pel tutto, si rivelò restauratore della religione antica. Non è ben chiaro ch’egli facesse atto pubblico di fede politeista, prima della sua partenza dalla Gallia, ma, durante il viaggio dalla Gallia a Sirmio, diede apertamente, con una certa ostentazione, alla sua spedizione il carattere di un’impresa posta sotto il patrocinio degli dei. Giuliano stesso ce lo dice, in una lettera da lui diretta al suo venerato maestro, il filosofo Massimo, e scritta, appunto, mentre egli era in marcia verso i Balcani. In mezzo alle cure urgenti da cui è premuto, Giuliano è grato agli dei che gli permettono di poter scrivere a Massimo, e che spera gli permetteranno di rivederlo. Egli protesta, e chiama in testimonio gli dei, di esser diventato imperatore contro la sua volontà²⁶². Poi, con quella facilità e grazia di descrizione che gli è naturale, racconta l’incontro da lui fatto, con un inviato di Massimo stesso, e gli esprime tutta l’ansia che aveva provata al pensiero dei pericoli ai quali il maestro e l’amico del Cesare ribelle poteva esser esposto. Infine chiude la lettera parlando del favore con cui gli dei accompagnano la sua impresa che si compie senza violenza e con grande facilità, e così finisce: «Noi adoriamo gli dei apertamente, e la maggior parte dell’esercito che mi accompagna è devoto ad essi. Noi sacrifichiamo in faccia a tutti, ed offriamo agli dei il dono di molte ecatombi. Gli dei mi comandano di santificare ogni mia azione, ed io obbedisco con tutta l’anima, ed essi mi assicurano grandi frutti della mia impresa, pur che si persista»²⁶³. Qui si sente la fiducia e l’entusiasmo del riformatore che è ai primi suoi passi, ed a cui tutto par facile e pieno di speranze. Basteranno pochi mesi a fargli perdere le illusioni, così da indurlo a scrivere quello sfogo di amarezza che è il _Misobarba_!

²⁶² ώς πρῶτον αὺτοκράτωρ ἄκων έγενόμην ἱσασιν οὶ θεοι.

²⁶³ _Iulian._, 356, 19 sg.

Morto il cugino, Giuliano, proclamato imperatore, pel consenso di tutti, fatto il solenne ingresso in Costantinopoli, diede alla sua volontà la sanzione della legge. «Scomparso — scrive Ammiano Marcellino — ogni pericolo ed acquistata la facoltà di fare tutto ciò che volesse, Giuliano aperse i segreti del suo cuore e, con chiari e precisi decreti, stabilì che si spalancassero i templi, si presentassero le vittime agli altari, si restituisse il culto degli dei»²⁶⁴.

²⁶⁴ _Ammian. Marcell._, I, 271, 8 sg.

Che Giuliano prendesse queste risoluzioni, appena avuta la piena libertà d’azione, era nell’ordine naturale delle cose. Ma quale è stata la sua condotta nei rapporti col Cristianesimo, in cui vedeva un odiato nemico col quale iniziava un duello mortale? Qui è il punto più interessante dello studio che stiamo facendo sulla persona e sulle azioni dell’imperatore Giuliano. La prima mossa ch’egli fece indicò chiaramente l’indirizzo che intendeva di prendere. Mentre provvedeva alla riapertura dei templi ed alla restaurazione del culto pagano, chiamava nel suo palazzo i capi della Chiesa cristiana, divisa, come sappiamo, in due partiti che si detestavano a vicenda, ed, in presenza della plebe cristiana, ammessa anch’essa al cospetto dell’imperatore, li ammoniva cortesemente, affinchè, sopite le discordie, ognuno servisse la propria religione, senza paura di nessun divieto — _ut, discordiis consopitis, quisque, nullo vetante, religioni suæ serviret intrepidus_ —²⁶⁵. Con questo discorso ai Cristiani di Costantinopoli, Giuliano riprendeva quel principio di tolleranza religiosa che, inaugurato da Costantino col decreto di Milano, poi da lui dimenticato, doveva spegnersi con Giuliano per non risorgere che dopo quindici secoli di completo oscuramento. A tale principio, Giuliano è rimasto fedele in tutta la sua breve carriera. I polemisti e gli storici cristiani, Gregorio di Nazianzo, Socrate, Sozomene, Rufino, si battono i fianchi per porre in cattiva luce l’azione dell’imperatore, ma non riescono, in nessun modo, a farne un persecutore. Certo, qualche atto di violenza è avvenuto, durante il breve suo regno. Ma era la conseguenza inevitabile delle passioni partigiane e delle abitudini del tempo. L’acerbo Gregorio insinua che Giuliano era lieto di lasciar mano libera al popolo, per riservare a sè stesso la parte più nobile di chi vuol convertire con la persuasione, e afferma che il suo scopo era di far violenza ai Cristiani, senza però dare ad essi l’opportunità di atteggiarsi a martiri²⁶⁶, ciò che, in realtà, equivale al riconoscimento, da parte del polemista, che non è constatabile nessuna violenza, voluta dall’imperatore. Rufino deve pur ammettere che Giuliano, più astuto dei suoi predecessori, invece delle inutili crudeltà, applicava le lusinghe, i premi, le esortazioni. E Socrate che usa la parola _persecuzione_, dichiara ch’egli comprende, sotto quel nome, qualsiasi atto che possa disturbare, anche nel più lieve modo, delle persone tranquille²⁶⁷.

²⁶⁵ _Amm. Marcell._, I, 271, 15.

²⁶⁶ _Gregor._, orat. 3ª, 72-74.

²⁶⁷ _Socrat._, 151.

Certo, gli storici ecclesiastici ci narrano alcuni episodi, da cui risulterebbe giustificata la taccia di persecutore attribuita a Giuliano. Ma, non bisogna dimenticare che quegli storici scrivevano un secolo dopo la morte di Giuliano, quando la leggenda si era già formata, e che, privi, com’erano, di ogni senso critico, quanto più una notizia era inverosimile, e tanto più era loro accetta. Di alcune di quelle storie il carattere leggendario è troppo evidente, perchè si possa, in alcun modo, prenderle sul serio; di altre, che forse contengono qualche elemento di verità, non si deve far risalire la responsabilità all’imperatore. Che Giuliano, avuto il potere in sua mano, tendesse ad usarne a vantaggio della causa ch’egli difendeva, che, pertanto, nei suoi giudizî, non adoperasse coi due partiti, una bilancia assolutamente eguale, che le sue preferenze pei Pagani si rivelassero con segni manifesti, lo si può riconoscere e si può anche scusare, perchè, infine, Giuliano era un uomo che mirava ad un determinato scopo, ed era inevitabile che, nello studio per raggiungerlo, si lasciasse trascinare qualche passo più in là di quello che una rigorosa imparzialità avrebbe voluto. Ma questa non può dirsi persecuzione. La persecuzione consiste nel ricercare e nel punire gli avversari solo perchè avversari, nel prendere l’iniziativa di atti diretti a distruggerli, nell’usare la violenza come arma regolare e legittima. Ora, di ciò non è traccia nella condotta di Giuliano. Se fu presa, durante il suo breve regno, qualche misura di rigore, ciò fu opera quasi sempre di prefetti che interpretavano, a loro modo, l’intenzione dell’imperatore, e, quello che più conta, fu la conseguenza di tumulti e di disordini, di cui i Cristiani avevano la colpa principale. Così, dato anche che fosse esatta la notizia, in parte evidentemente leggendaria, riferita da Socrate, del martirio di Teodulo e di Taziano, per ordine del prefetto della provincia di Frigia, bisogna notare che quei due, infiammati di zelo, si erano posti alla testa di una sommossa di Cristiani e, penetrando in un tempio appena riaperto nella città di Mero, avevano spezzate tutte le statue degli dei²⁶⁸. Pretendere che il governo di Giuliano assistesse impassibile ad azioni come questa, e chiamarlo persecutore, perchè un suo magistrato ne ha puniti gli autori, è cosa da polemista, non è cosa da storico.

²⁶⁸ _Socrate_, 153.

Giuliano, come tutti i riformatori si sarà illuso che il giorno in cui egli potesse manifestare la sua idea ed inaugurare un’era nuova, il mondo gli sarebbe caduto ai piedi. Ma, invece, toccato il potere, egli trovò un’inaspettata resistenza e sentì che l’impresa era assai più ardua di quanto imaginasse. Da qui un turbamento nel suo giudizio, ed un sentimento di irritazione che diede una certa asprezza alla sua azione, nell’ultimo periodo nel suo regno. Ma non si può dire ch’egli rinnegasse mai i principi razionali a cui s’era ispirato e che partecipasse al cieco pregiudizio che aveva promosso la spietata e stolta persecuzione degli imperatori precedenti. Del resto, la moderazione di Giuliano è riconosciuta, esplicitamente, come osservammo, dallo stesso Socrate, il quale dice che Giuliano, avendo constatato che le recenti vittime della persecuzione di Diocleziano erano onorate dai Cristiani e che, col loro esempio, li eccitavano ad affrontare il martirio, prese una via diversa. Depose la crudeltà di Diocleziano, ma non per questo si astenne dal perseguitare, perchè, soggiunge Socrate, «io chiamo persecuzione il disturbare, in qualsiasi modo, la gente tranquilla»²⁶⁹.

²⁶⁹ «διωγμὸν δὲ λεγω οπωσοῦν ταράττειν τοὺς ῄσυχάζοντας».

Ora i modi con cui Giuliano disturbava la gente tranquilla ed esercitava la sua persecuzione sarebbero stati, secondo Socrate, il famoso divieto ai Cristiani di insegnare lettere greche — e di questo parleremo, più avanti, — il non volere nella reggia, presso la sua persona, dei soldati cristiani, il non voler affidare ai Cristiani il governo delle provincie, il cercar di persuadere, con le blandizie e coi doni, i Cristiani oscillanti a ritornare al culto degli dei, e, finalmente, l’essersi procurato un tesoro di guerra, per la spedizione di Persia, col mezzo di multe inflitte ai Cristiani che si ostinavano a non convertirsi. Di questi modi di persecuzione, è chiaro che solo l’ultimo potrebbe dirsi propriamente riprovevole, sebbene sempre assai lontano dall’abituale atrocità degli imperatori che davvero avevano perseguitato. Ma di questo provvedimento tirannico non abbiamo nessuna prova contemporanea, nessun accenno nè in Libanio, nè in Ammiano, nè in Giuliano stesso. Che ci sia stato qualche atto di prevaricazione è assai probabile, ma una propria e vera legge che ponesse i Cristiani in una difficile condizione finanziaria non esistette che nella fantasia degli storici posteriori.

Sozomene, come al solito, si attiene all’esposizione di Socrate, amplificandola ed intensificando il colorito leggendario. Le scene di martirio, da lui narrate, anche se fossero veritiere, non si potrebbero far risalire alla responsabilità dell’imperatore, senza porre in contraddizione con sè stessi Socrate e Gregorio, i quali riconoscono la tolleranza di Giuliano, pur attribuendola ad un calcolo perfido. Una notizia interessante che troviamo in Sozomene è quella dell’abolizione dei privilegi di cui godeva il clero cristiano, abolizione che, certo, sarà stata considerata acerba persecuzione. Giuliano tolse ad esso l’esenzione di cui godeva delle imposte e le prebende di cui era stato investito da Costantino e da Costanzo, ed obbligò i suoi membri a rientrare, se chiamati, nei consigli comunali, ciò che era quasi sempre un forte gravame, per la responsabilità dei singoli consiglieri nel pagamento delle tasse e delle spese municipali, un gravame a cui i cittadini cercavano ansiosamente di sfuggire. Questa persecuzione amministrativa è lamentata da Sozomene, come poco meno dannosa della crudeltà degli antichi imperatori. Ma la storia imparziale deve pur riconoscere che il meno che Giuliano potesse pretendere, dal momento che voleva restaurare il Paganesimo, era di togliere i privilegi dei Cristiani e di porre tutti i cittadini sul piede dell’eguaglianza²⁷⁰.

²⁷⁰ _Sozom._, 488.

La tolleranza di Giuliano è dimostrata e commentata da Libanio, nel discorso necrologico, in modo da non lasciar dubbio che essa costituisse propriamente, per l’imperatore, un principio fondamentale di condotta. Dopo aver narrato come Giuliano rendesse i dovuti onori alla salma del suo nemico Costanzo, Libanio ci dice ch’egli inaugurava il culto degli dei «rallegrandosi di coloro che lo seguivano, deridendo gli oppositori, tentando di persuadere, ma non lasciandosi mai indurre a far violenza»²⁷¹. Eppure, continua Libanio, non gli mancavano gli eccitamenti a rinnovare le sanguinose persecuzioni d’un tempo, ma Giuliano stette fermo, convinto che «non è col ferro e col fuoco che si può imporre la rinuncia ad un falso concetto degli dei, poichè se anche la mano sacrifica, la coscienza rimprovera²⁷² ed allora si ha un’ombra di conversione, non già un cambiamento di opinione²⁷³. E poi avviene che, più tardi, costoro ottengono il perdono, mentre quelli che furono uccisi, vengono onorati al pari degli dei. Persuaso dunque di tutto ciò, e vedendo che dalla persecuzione la causa dei Cristiani ha giovamento, se ne astenne. Coloro che volevano il bene, egli li addusse alla verità, ma non fece violenza a quelli che amavano il male²⁷⁴..... Egli godeva nel visitare le città che avevano conservati i templi, e le credeva meritevoli dei suoi benefici; quelle che, in tutto o in parte, si erano staccate dal culto degli dei, egli le riteneva impure, ma dava loro, come agli altri sudditi, ciò di cui avevano bisogno, certo non senza dispiacere»²⁷⁵.

²⁷¹ _Liban._, I, 562, 10.

²⁷² κᾲν ὴ χείρ θυη, μέμϕεται ὴ γνώμη.

²⁷³ ἔστι σκιαγραϕία τις μετάβολῆς, οὖ μετάστασις δὁξης.

²⁷⁴ _Liban._, I, 562, 23 sg.

²⁷⁵ _Idem_, I, 565, 3.

Giuliano, nella sua carriera, non ebbe che un solo momento di rigore eccessivo, al dire dello stesso Ammiano, un momento in cui lasciò libero sfogo allo sdegno che gli si era accumulato nel cuore. Entrato in Costantinopoli, trovò il palazzo imperiale pieno dei cortigiani di Costanzo. Costoro formavano una casta che, fattasi opulenta con le spoglie dei templi e con ogni abuso, dava un esempio spaventoso di corruzione, di lusso e di vizio²⁷⁶. Giuliano li cacciò via, con una precipitazione che, secondo l’onesto Ammiano Marcellino, gli tolse la serenità del giudizio e la possibilità di qualsiasi scelta. Ma, insieme a costoro, Giuliano trovava gli alti ufficiali e consiglieri di Costanzo, primo, fra tutti, quello sciagurato eunuco Eusebio, che era stato l’istigatore dell’assassinio di Gallo e il più implacabile nemico ch’egli avesse presso il cugino. Giuliano non seppe trattenere il desiderio della vendetta, e nominò una commissione inquirente e giudicante, a cui deferirli, e questa, credendo di seguire le intenzioni dell’imperatore, infierì contro gli accusati, macchiando di sangue, non sempre giustamente sparso, l’esordio del regno²⁷⁷.

²⁷⁶ _Ammian. Marcell._, I, 269, 13 sg.

²⁷⁷ _Idem_, I, 267, 7 sg.

La corte di Costanzo era stata tutta cristiana, perchè Costanzo era un cristiano intollerante, che non avrebbe permessa, vicino a sè, la presenza di un cortigiano che fosse rimasto fedele alla religione antica, e cristiani erano, dunque, gli intimi suoi consiglieri di cui Giuliano si prese vendetta. Ma ci voleva davvero l’acciecamento partigiano di Gregorio per insinuare che Giuliano, nell’infliggere le pene, era spinto non già dall’odio contro i consiglieri di Costanzo quanto dall’odio contro i Cristiani, come se fosse possibile che l’imperatore iniziasse una persecuzione sanguinosa proprio nei giorni in cui chiamava i Cristiani alla sua Corte, per invitarli alla concordia e per annunciar loro la piena e sicura libertà di culto! Che i cortigiani di Costanzo fossero cristiani e che, da questa circostanza, Giuliano traesse una ragione per condannare, nel suo giudizio, anche il Cristianesimo, è chiaro e naturale. Ma ciò non toglie che, nella sua condotta, egli fosse mosso da sentimenti in cui il parteggiamento religioso non entrava per nulla. Ciò vediamo, in tutta luce, in una lettera da lui diretta all’amico Ermogene, proprio nei giorni in cui aveva nominata la Commissione inquirente: «Permettimi di esclamare, come un parlatore poetico. — Oh! io che non sperava d’essere salvato, non sperava di udire che tu sei scampato dall’idra dalle tre teste! — Per Giove, non credere che io parli di Costanzo! Costui era quello che era. Voglio parlare di quelle belve che erano intorno a lui e che spiavano tutti, e che lo rendevano ancor più crudele: e sì che, per sè stesso, non era affatto mite, sebbene a molti paresse tale. Ma a lui, dal momento che è morto, sia lieve la terra, come si dice. Quanto a coloro, Giove lo sa, io non vorrei che avessero a soffrire contro giustizia. Ma, siccome si presentano molti accusatori, io ho istituito un tribunale. Tu, intanto, amico mio, vieni, e cerca di affrettarti più che puoi. È già da tempo che io supplico gli dei che ti possa vedere, ed ora che tu sei salvo, con massima letizia ti esorto a venire«²⁷⁸.

²⁷⁸ _Iulian._, 503.

E in un’altra lettera, deplorando certi soprusi sofferti dagli Ebrei, Giuliano ne dà la responsabilità a coloro che «barbari nel giudizio, empi nell’anima, sedevano alla sua mensa, e che io, prendendo nelle mie mani, ho annientati, scagliandoli nel baratro, così che io non abbia più a sopportare nemmeno la memoria della loro scelleraggine»²⁷⁹.

²⁷⁹ _Iulian._, 503, 10 seg.

È indubitabile, pertanto, che anche questo, che pure fu il solo atto duro e spietato, commesso da Giuliano, non può dirsi, per nessun modo, un episodio di persecuzione. Giuliano, come vedremo dalle sue lettere, è rimasto fedele al principio da lui posto, inaugurando il suo regno, il principio della tolleranza religiosa. Questo principio armonizzava con le tendenze del suo spirito equanime e ragionatore, al quale ripugnava la violenza. Egli aveva l’amore della discussione e del dibattito logico, e, del resto, doveva comprendere, anche senza il recente insuccesso di Diocleziano, come dovesse riuscire del tutto inefficace, anzi, impossibile una persecuzione contro una religione che aveva ormai invasa, certo, più della metà dell’impero. Ma noi crediamo, però, che vedesse pur bene ed acutamente Ammiano Marcellino, quando attribuiva la tolleranza religiosa di Giuliano anche ad un calcolo di abilità opportunista²⁸⁰. Le discordie intestine del Cristianesimo erano un lievito potente di dissoluzione, erano l’impedimento più forte alla costituzione di una Chiesa che potesse imporsi con un’autorità assoluta ed indiscussa. La tolleranza era una virtù che il Cristianesimo ignorava affatto, una virtù che era in contraddizione con le sue tendenze essenziali, una virtù che diventava per lui un vizio. L’intolleranza dogmatica era un fenomeno nuovo nel mondo, era la conseguenza necessaria del fatto che, intorno al nucleo monoteista della fede, si formava un complesso di dottrine metafisiche, le quali venivano a far parte integrante della religione, come una manifestazione di verità divina. Da qui la conseguenza che l’eresia diventava una colpa, che i dissensi intestini nel Cristianesimo non potevano essere tollerati, e che i Cristiani di parti avverse si guardavano e si combattevano gli uni gli altri, con un odio assai maggiore di quello che tenevano in serbo pei Pagani. Ora, Giuliano, abilmente, ed era arte di buona guerra, volle e seppe approfittare di tale condizione di cose per indebolire il nemico. E, siccome l’Arianesimo, avendo stretta alleanza con Costanzo, era diventato potentissimo, era diventato una vera religione di Stato, che aveva perseguitati e cacciati in bando i vescovi atanasiani. Giuliano non esitò un istante a pubblicare un decreto con cui concedeva agli esigliati la facoltà del ritorno in patria²⁸¹, non dubitando, e con ragione, che, dal contatto delle due parti, si sarebbe immediatamente riacceso il foco delle ire e delle lotte. Qui stava propriamente il pericolo pel Cristianesimo. E Giuliano qui mostrava una grande acutezza. Se Giuliano fosse ritornato vittorioso dalla Persia ed avesse avuto un lungo regno, il Cristianesimo, abbandonato a sè stesso, divorato dalle sue discordie, poteva consumarsi e forse trasformarsi essenzialmente. Il Cristianesimo, fosse ariano, fosse atanasiano, aveva ormai bisogno del braccio imperiale. Il Cristianesimo, tralignato dalle sue origini, non poteva vivere che a patto d’essere intollerante. E l’intolleranza, per essere efficace, richiede d’aver per sè la forza materiale. La morte prematura di Giuliano rese possibile, pochi anni dopo, a S. Ambrogio di dare, con l’aiuto di Graziano e di Teodosio, la vittoria definitiva al dogmatismo cattolico.

²⁸⁰ _Amm. Marcell._, I, 271, 17 sg.

²⁸¹ _Iulian._, 559, 18 sg.

Le lettere di Giuliano, fra le quali, insieme a confidenze amichevoli, troviamo decreti e manifesti imperiali, ci danno il modo migliore e più sicuro di penetrare nelle intenzioni di lui e di giudicare la sua condotta nelle sue relazioni coi Cristiani. Che, malgrado l’odio cordiale che sentiva per questi, Giuliano volesse astenersi da ogni atto di violenza contro la loro persona e non esitasse a condannar questi atti, quando avvenivano all’infuori della sua volontà e per effetto di passioni popolari, è dimostrato dai più chiari documenti. Ad Artabio egli scrive: «Per gli dei, io voglio che i Galilei non siano uccisi nè maltrattati contro giustizia, nè che abbiano a soffrire danno alcuno. Dico solo che si devono tenere in maggior conto gli adoratori degli dei, poichè, la stoltezza dei Galilei ci manderebbe in rovina, se non fossimo salvati dalla benevolenza degli dei»²⁸². E in un manifesto diretto agli abitanti di Bostra, in occasione di minacciati tumulti fra Cristiani e Pagani, così conclude: «Mettetevi d’accordo e nessuno commetta violenza od ingiustizia. I traviati non devono offendere chi adora gli dei rettamente e giustamente, secondo le norme date a noi da tutta l’eternità, e gli adoratori degli dei, dal canto loro, non devono assalire le case di quelli che errano più per ignoranza che per convinzione. Dobbiamo persuadere ed istruire gli uomini con la ragione, non già con le percosse, con le violenze o coi tormenti del corpo. Ora, come già da tempo, io esorto coloro che procedono nella via della vera pietà di non recar danno alle turbe dei Galilei, di non dar loro addosso, di non far loro violenza. Noi dobbiamo non già odiare, ma compiangere coloro che hanno una cattiva condotta nelle cose di suprema importanza. Ora, il massimo dei beni è la pietà, e il massimo dei mali è l’empietà. Coloro che, abbandonando il culto degli dei, si son dati a quello dei morti e delle reliquie trovano in sè stessi il loro castigo. Noi dobbiamo compiangerli, come compiangiamo chi è affetto da qualche malattia, mentre ci rallegriamo di quelli che dagli dei furono liberati e salvati»²⁸³.

²⁸² _Iulian._, 485, 14 sg.

²⁸³ _Iulian._, 562, 5 sg.

Certo, non si può essere più espliciti, più ragionevoli e temperati, dirò anche, più moderni di quello che è Giuliano nelle sue dichiarazioni: più moderni, perchè il principio di tolleranza religiosa, posto dal restauratore del Paganesimo, non doveva rivivere se non quando fosse caduto l’impero del dogmatismo infallibile. Ma Giuliano doveva trovare qualche difficoltà ad applicare intieramente quel suo principio, in mezzo alle accese passioni popolari. I Cristiani, diventati, dopo Costantino, dominatori della posizione, eran diventati a loro volta persecutori, ed avevano, in più luoghi, distrutti e saccheggiati i templi antichi. Era, dunque, inevitabile che nascesse nei Pagani tornati al potere, il desiderio della rappresaglia. Ma la situazione, già intricata per sè stessa, lo diventava ancor di più per le discordie intestine del Cristianesimo, discordie che, come notammo, tornavano a vantaggio di Giuliano, ma che pure egli non poteva lasciar divampare, senza ferir quel principio di rispetto e tolleranza reciproca che doveva essere il perno della sua politica religiosa. Come Giuliano si destreggiasse in mezzo a queste difficoltà, lo vediamo nell’episodio dell’uccisione del vescovo Giorgio d’Alessandria.